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NeXT Hyper ObscureArchivio per Echoes
A cosa si poteva assistere ai concerti dei Floyd
Cos’erano i concerti dei Pink Floyd, pure quando non si era giunti alle sofisticazioni di “The Wall” e successivi? Su FB un post che rende qualche idea di ciò che successe nel 1971…
Il concerto del 15 maggio 1971, tenutosi in occasione del Garden Party al Crystal Palace di Londra, è ricordato per essere stata una delle prime esibizioni dal vivo della suite che sarebbe diventata Echoes, all’epoca intitolata ancora Return of the Son of Nothing. L’evento è rimasto celebre soprattutto per un singolare esperimento scenografico: un polpo gonfiabile gigante posizionato nel lago antistante il palco.
Roger Waters ricorda l’episodio con queste parole: “Non ricordo di chi fu l’idea, ma realizzammo un polpo gigante, lo immergemmo nel lago e poi vi pompammo aria nel bel mezzo del concerto a Crystal Palace. Così emerse dal lago con i suoi tentacoli che, ne sono certo, sembravano incredibili”.
Peter Dockley, che si occupava degli effetti speciali, descrive il caos dietro le quinte: “Era una giornata calda e alcuni spettatori si rinfrescarono nello stagno, calpestando il polpo che si sgonfiò riempiendosi d’acqua. Così qualcuno dovette entrare in acqua e scuotere le estremità per farlo sollevare, mentre io ero lì a gettare ghiaccio secco nell’acqua per creare fumo”.
Aubrey “Po” Powell sottolinea come questo evento facesse parte della crescita teatrale della band: “Cose come il polpo gonfiabile a Crystal Palace seguirono la costruzione di tavoli sul palco alla Festival Hall e portarono a quello che alla fine divenne The Wall”.
Nick Mason Echoes live a Pompei 24.07.2023
A Pompei non si poteva non eseguire questo brano, dopo oltre mezzo secolo… Bravo Nick!
NICK MASON: L’INTERVISTA SUI CONCERTI DEI “SAUCERFUL OF SECRETS” | PINK FLOYD ITALIA
Su PinkFloydItalia la segnalazione di una bella intervista a Nick Mason nell’occasione dei concerti spagnoli dei suoi SaucerfulOfSecrets; sentite cosa dice:
“Echoes” è il nome dato a questo tour. Dopo la morte di Richard Wright nel 2008, David Gilmour ha detto che non avrebbe più suonato questa canzone perché era un dialogo tra lui e Wright. Nick, cosa ne pensi di questa canzone?
Non sono assolutamente d’accordo con David su questo punto. David non poteva immaginare… beh, nel 2008 nessuno aveva idea che sarebbe successo, e io credo che questa sia una celebrazione davvero importante di alcune sonorità di Rick e sarebbe una tragedia non suonarla. Credo che il rispetto sia quello di suonare. Non siamo particolarmente d’accordo su questo punto. Decidiamo quello che pensiamo sia meglio per noi, credo.
Avete già detto che non vedete l’utilità di suonare le stesse canzoni che i fan ascoltano già ai concerti di David Gilmour e Roger Waters. Come sarà lo spettacolo e quali canzoni verranno suonate nei concerti in Spagna?
La differenza più grande è che stiamo lavorando sul catalogo dei primi Pink Floyd ed è molto diverso da quello che Roger fa con The Wall e David. Qualcuno ha detto che siamo una garage band vecchio stile e che dobbiamo essere molto più nello spirito dei Pink Floyd del 1967, 1968, 1969; la musica dovrebbe essere un po’ più libera e dovremmo essere in grado di improvvisare un po’. La musica è generalmente tratta da ciò che abbiamo realizzato prima del 1972, quindi include Piper, Saucerful Of Secrets e Meddle, oltre ad alcuni dei singoli meno conosciuti. Credo che per le persone che si ricordano di questi brani ci sia un elemento di nostalgia, ma spero che le persone che non conoscono molto dei vecchi Pink Floyd si divertano e vedano anche come le idee si sono sviluppate nel corso degli anni.
Avete sostituito alcune canzoni del tour precedente. Avete considerato la possibilità di includere brani come “Cymbaline”, “The Embryo” o “Careful With That Axe, Eugene”, che nei primi anni erano canzoni essenziali nel repertorio dei concerti dei Floyd?
In realtà, abbiamo preso in considerazione l’idea di suonare ogni singola canzone di quel periodo; a un certo punto potremmo approfondire il repertorio, ma ad essere onesti non ci sembra di aver esplorato ciò che abbiamo iniziato due anni fa e c’è ancora molto da fare. Penso anche che dobbiamo scegliere le canzoni che riteniamo possano essere un buon intrattenimento serale e ci sono alcune canzoni, come “The Embryo”, che forse… pensiamo di dover essere più veloci in molte canzoni per suonare a un pubblico dal vivo. Ma non c’è nulla che non suoneremo, pensando ai pezzi più difficili, come hai detto tu, The Man and The Journey, che include “Alan’s Psychedelic Breakfast”, che è una grande canzone ma piuttosto complessa da mettere insieme su un piccolo palco, il che è un altro elemento che dobbiamo tenere a mente. Non suoniamo all’Apollo, con un palco enorme, ma in teatri e club con restrizioni e ci sono misure che fanno funzionare le cose.
Pink Floyd – Echoes (Live) [Delicate Sound of Thunder]
Una chicca di cui avevo sentito spesso parlare ma che non avevo mai ascoltato: Echoes, performata dai Floyd senza Waters, all’inizio del loro primo tour, nell’87/88, testimoniato poi dal disco Delicate Sound of Thunder. Buon viaggio.
David Gilmour – Echoes (360 Reality Audio / Official Audio)
Credo che questa sia stata l’ultima esecuzione di Echoes, il leggendario brano dei Floyd che ha da poco compiuto mezzo secolo. In questa versione del 2006, che chiude il tour di David Gilmour, Richard Wright accompagna l’amico di sempre e ricrea la magia floydiana, intera, senza dimenticanze, in un turbine di giri armonici e psichedelici che toglie il fiato.
Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia di “Echoes” (4) – Rockol
Quarta parte su RockOl – qui la 1, la 2 e la 3 – della celebrazione del brano Echoes dei Floyd, uscito nel disco Meddle esattamente mezzo secolo fa. Vi lascio alle considerazioni espresse qui sotto:
Il mixaggio della canzone fu completato il 27 agosto 1971: sui nastri master di Abbey Road il titolo era ancora indicato come “The Return Of The Son Of Nothing” ed erano scritte anche le varie sezioni strumentali denominate “Bubble Bee Section”, “Train Section”, “Gull Sounds” (chitarra) e “Rooks Fx, Bumble Bee Bass” e infine “Organ Drone”. Fra le trovate più fruttuose svetta la registrazione al contrario della batteria iniziale, una tecnica che proveniva direttamente dal repertorio in studio dei Beatles. “Echoes” entrò di diritto nelle scalette dal vivo dei Pink Floyd fino al 1975.
In alcune occasioni Roger Waters si divertì a presentare la suite con titoli diversi, per gustare la reazione del pubblico quando avrebbe riconosciuto il “ping” di apertura: a Böblingen il 15 novembre 1972 il brano fu presentato come “Looking Through The Knotholes In Granny’s Wooden Leg”, mentre a Francoforte il 16 novembre 1972 fu chiamato “The March Of The Dambastards”. Il programma dei concerti al Rainbow Theatre di Londra del 1972 indica che Waters avrebbe voluto usare il titolo “We Won The Double”, in onore della squadra calcistica dell’Arsenal (di cui il bassista è acceso sostenitore), per la prima volta vincitrice di Campionato e Coppa di Inghilterra nella medesima stagione, 1970-1971.
Novità anche dal lato strumentale: nelle tournée del 1974-1975 la suite fu addolcita dalla presenza di Dick Parry al sax e dalle voci delle coriste. Poi un lungo vuoto sino al 1987, quando i Floyd senza Waters riproposero la traccia in una manciata di concerti nelle prime date americane del tour di “A momentary lapse of reason”. Le ultime esecuzioni del brano risalgono all’”On an island tour” di David Gilmour del 2006: l’emozionante duetto vocale e musicale con Richard Wright è forse la più bella performance del tastierista prima della sua prematura scomparsa.
Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia di “Echoes” (3) – Rockol
Su RockOl la terza parte – qui la prima, qui la seconda – del dettaglio analitico di Echoes, song contenuta nell’album Meddle dei Floyd, di cui proprio in questi giorno sta ricorrendo il cinquantenario.
Al termine della seconda strofa la suite aumenta d’intensità, sorretta da una parte ritmica più vibrante e dal manico sempre più ispirato di David Gilmour, sino a sfociare nella sezione funky (minuto 7:02), che sembra rimandare alla “Funky Dung” della precedente “Atom Heart Mother”. Sono circa quattro minuti di impasto sonoro in cui emerge un equilibrio sopraffino fra le peculiarità strumentali di ogni esecutore, a partire dal potente basso di Roger Waters. È il preludio alla parte mediana, quella più oscura e misteriosa: dal minuto 11:04 prende infatti corpo una sezione onirica e carica di effetti eco vicina alla “Quicksilver” di due anni prima; l’ascoltatore è sperduto in vacui territori abitati da corvi e presenze tenebrose, con uno stridulo lamento (che alcuni interpretano come il verso dei gabbiani) che sembra provenire dagli abissi profondi.
L’effetto nasce da un errato cablaggio del pedale wah-wah da parte di David Gilmour, come testimoniato da Richard Wright: “Uno dei roadie aveva bloccato il pedale wah-wah al contrario, e la cosa creò quell’effetto Larsen. David si mise a suonare con quell’effetto, creando suoni davvero stupendi”. John Leckie, tecnico del suono per “Meddle”: “I Floyd erano appena tornati dagli Stati Uniti e ricordo che Dave Gilmour aveva appena comprato lo stesso wah-wah utilizzato da Jimi Hendrix. Il suono del gabbiano che si sente su ‘Echoes’ è quello, ottenuto con il Cry Baby”. Ancora Leckie, in un’altra intervista: “Passammo un sacco di tempo a sperimentare la tecnologia a disposizione. Avevamo due registratori a nastro che distavano quasi due metri l’uno dall’altro, con uno sfasamento di dieci secondi che ci permise di creare quei lamenti che sembravano provenire da creature abissali. Abbiamo portato al limite tutte le potenzialità tecniche dei nostri giocattoli. Cercavamo di sperimentare, producendo suoni che nessuno aveva mai sentito prima”.Il “ping” di Richard Wright riaffiora al minuto 14:40 aprendo una delle sezioni emotivamente più coinvolgenti della suite: come a evocare l’alba che a passi lenti trionfa sulle tenebre, il brano cresce di intensità sino a elevare il suono a livelli di armoniosità assoluti. La terza e ultima strofa cantata riporta la composizione sulle atmosfere iniziali; segue circolarmente una parte strumentale più movimentata con una chiusura in tonalità maggiore, quasi trionfale. La coda del brano è un dolce fraseggio in cui la musica diminuisce di intensità, fino a diventare morbida ed eterea: un coro di voci in multitraccia, orchestrato dalle tastiere di Richard Wright, chiude a sfumare il capolavoro.
Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia di “Echoes” (2) – Rockol
Su RockOl la seconda parte – qui la prima – della disamina del brano Echoes, dei Pink Floyd, uscito sul mercato nel disco Meddle in questi giorni, proprio mezzo secolo fa.
La suite esordisce lentamente attraverso un prologo frutto del genio e della sensibilità artistica di Richard Wright, ennesima conferma della sua centralità nelle avvolgenti atmosfere musicali del gruppo. Ciò che colpisce sin dai primi tocchi di plettro è però il contributo di Gilmour, specie se si considera il suo percorso fino a quel momento: il chitarrista si era guadagnato spazio negli anni sino a uscire allo scoperto, liberandosi di una certa soggezione del passato in favore di una decisa presa di consapevolezza. Nella suite si avverte un amalgama compiuto e raffinato in cui la sublime tastiera di Wright si mescola con estremo sapore al piglio rinnovato della chitarra.
Il brano è una tappa cruciale nella storia del gruppo, il crocevia di quel Pink Floyd Sound che a stretto giro diventerà un marchio inconfondibile per la scalata al successo planetario. Gilmour: “Echoes fu davvero un’idea geniale. Secondo me c’è stato un grosso balzo tra “Atom Heart Mother” e “Meddle”, e proprio in “Echoes” in particolare. E poi, di nuovo, c’è un altro grosso salto da qui a “Dark side of he moon”, da cui è possibile vedere la direzione che stavamo prendendo. All’epoca noi stessi ci rendemmo conto che stavamo trovando la nostra strada. E Rick, che per vari aspetti è l’anima dei Pink Floyd, lo dimostrava più di chiunque altro. Direi che l’ottanta per cento della musica di ‘Echoes’ è o mia o di Rick”. Struggente l’immagine del volo d’albatro librato al di sopra del mondo sommerso, in un continuo saliscendi fra cielo e abissi corallini.
L’intreccio vocale di Gilmour e Wright rende il cantato una delizia assoluta, impreziosendo ulteriormente la poesia del testo. Nella seconda strofa emerge la direzione concettuale che stava traghettando il gruppo sul “lato oscuro della luna”, come confermato da Roger Waters: “Cercavo di trovare il modo di esprimere il bisogno che sentivo: cioè che noi, in quanto esseri umani, dovremmo imparare a entrare ancor più in sintonia con gli altri. Questo pensiero viene esplicitato dai versi: ‘Strangers passing in the street, by chance two passing glances meet / And I am you and what I see is me’. È un pensiero che sarà fondamentale in ‘Dark side’; per intenderci, ‘Echoes’ è autobiografica, come ‘Time’”.
L’ispirazione del bassista traeva origine non solo da esperienze strettamente personali ma anche da squarci di vita altrui rubati attraverso una finestra: Waters si era trasferito con la moglie in un appartamento a Shepherd’s Bush, a nord di Londra, da cui si godeva una visuale privilegiata sul continuo brulicare di passanti lungo Goldhawk Road. Nelle ore di punta la fiumana di gente che andava e tornava dal lavoro assumeva proporzioni tali da portarlo a ragionare su certi aspetti di alienazione e solitudine dell’uomo contemporaneo. Il ponte ideale con la futura “Us And Them” di “The dark side of the moon” appare più che mai evidente.
Ancora Waters: “Se a formare la quintessenza del sound dei Pink Floyd era la combinazione tra lo scoraggiamento innato di Wright e lo stile tormentato di Gilmour, il mio piccolo mondo stava in ‘Echoes’, che racchiude il tema centrale di tutto il mio lavoro: la capacità che hanno gli esseri umani di provare empatia verso il prossimo”.
Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia di “Echoes” (1) – Rockol
Su RockOl, in occasione del mezzo secolo dall’uscita di Meddle dei Floyd, c’è la storia (parte 1) del brano finale del disco, la superba Echoes.
Molti degli esperimenti effettuati durante le fasi di composizione del disco rimasero senza seguito ma in taluni si annidavano interessanti intuizioni che avrebbero creato il telaio sul quale ricamare uno dei lavori più significativi dell’intera discografia della formazione: “Echoes”.
Un brano dotato di una leggerezza poetica senza pari, evocativo e sognante come nella migliore tradizione Floyd; a partire dal “ping” introduttivo, una semplice nota di pianoforte che rende inconfondibile la suite già al primo secondo d’ascolto. Gilmour: “’Echoes’ nacque come ‘The Return Of The Son Of Nothing’, penso, e derivò da un pezzo al piano che Rick s’era messo a suonare allo studio della EMI e le cui note passavano attraverso un microfono filtrato da un Leslie. L’aveva acceso a un volume ragionevolmente alto ma c’era uno specifico armonico che per qualche ragione spiccava sempre più forte del resto; ogni volta che suonavi quella particolare nota al piano, si sentiva più forte – è il ‘ping’ che si sente nella canzone. Rick cominciò a suonare e ogni tanto toccava quella nota. Noi quel giorno non stavamo facendo niente di specifico, ce la prendevamo comoda, ma attratti da quel ‘ping’ decidemmo di buttar giù qualcosa insieme a Rick. ‘Echoes’ cominciò così. Si sa come vanno queste cose, non ci si può aspettare di ripeterle precisamente. Quando infatti registrammo ‘Echoes’ per bene agli Air Studios non fummo più in grado di replicare il suono di quel pezzo al piano. Quella che si ascolta all’inizio della canzone è quindi proprio la primissima prova, quella registrata ad Abbey Road”.In un progressivo lavoro di modellamento, suite e titolo di lavorazione passarono da “Nothing (1-24)” a “The Son Of Nothing” fino ad assumere il titolo di “The Return Of The Son Of Nothing” (riportato anche come “The Return Of The Sun Of Nothing” in alcuni articoli dell’epoca), uno dei proverbiali giochi di parole del gruppo che pareva rifarsi ai titoli classici degli spaghetti western allora in voga. La suite fu presentata per la prima volta dal vivo a Norwich il 22 aprile 1971: la band registrò l’esecuzione con l’intento di ascoltarla coralmente e individuarne i punti deboli in vista delle future registrazioni.
Successivamente vi fu una sorta di prima ufficiale davanti al grande pubblico in occasione del Garden Party di Londra tenutosi al Crystal Palace Park il 15 maggio. Da alcune registrazioni non ufficiali dei concerti di quel periodo emerge una prima strofa dal testo totalmente differente: in origine Waters si concentrò infatti sull’attrazione fisica dei pianeti narrando di una ricerca di equilibrio universale e di armonia celeste.
“Planets meeting face to face / bound to the air of light, how sweet
If purposely we might embrace / the perfect union deep in space
Ever might this once relent / and give us leave to shine as one
Our two lights here forever one light blend
And in that longing to be one / the parting summons sound is wrong
I see you’ve got to travel on / And on and on / around the sun”Le piccole modifiche del cantato effettuate nelle date successive si trasformarono in un totale stravolgimento della prima strofa al momento di entrare in studio, quando la suite fu registrata con il testo definitivo. Sempre in fase di rodaggio, pare che il 12 giugno a Lione i Pink Floyd avessero provato a utilizzare un coro all’interno del brano; la prima data accertata in cui fu presentato come “Echoes” fu ad Hakone (Giappone) il 7 agosto.



