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Carmilla on line | Paleoestetica. Alle origini della cultura visuale. Intervista a Michele Cometa.


Su CarmillaOnLine una bella intervista a Michele Cometa a cura di Valentina Cabiale per fissare alcuni importanti punti relativi ai concetti visuali del Paleolitico, quando i nostri progenitori dipingevano nelle grotte scene non sempre comprensibili secondo le nostre logiche; l’incipit:

In Paleoestetica. Alle origini della cultura visuale sostiene che bisognerebbe applicare allo studio dell’arte preistorica i metodi della cultura visuale, sostenuti da quelli delle neuroscienze cognitive e dell’archeologia cognitiva. Il suo saggio è un tentativo di “riflettere sulle capacità cognitive che presiedono al nostro fare-immagine e che, come dimostra un’ampia letteratura, condividiamo con i nostri antenati paleolitici”.
In una intervista ha dichiarato che le è sempre piaciuto “sbirciare” nel campo accanto. Che cosa l’ha spinta a sbirciare nelle grotte dipinte del Paleolitico e che reazioni ha avuto dal mondo della paleoantropologia e dell’archeologia cognitiva?

L’idea di andare a cercare altrove fa parte della mia forma mentis ma ha una motivazione teorica. Nel senso che credo sia improponibile studiare la letteratura – io sono un letterato di formazione, un germanista, anche se da sempre mi occupo di arti figurative e di cultura visuale – come sganciata da tutto il resto. Per esempio dal tema della visualità. Così è nata la mia attenzione per campi che dovrebbero essere quelli dell’estetica, piuttosto che della storia dell’arte. In realtà, a parte il fatto che ogni libro ha una sua forma, un suo layout, i grandi libri sono sempre stati  accompagnati da immagini, anche i grandi classici della letteratura; I promessi sposi venne illustrato da Manzoni che andava personalmente in tipografia a scegliere le immagini.
Questo libro, Paleoestetica, che sembra totalmente eccentrico rispetto al mio percorso, ha invece un senso, perché nasce da una domanda che mi ero posto ancora una volta sbirciando fuori casa, mentre scrivevo Perché le storie ci aiutano a vivere, ovvero: va bene parlare di narrazione, della centralità della letteratura, del fatto che non possiamo fare a meno delle storie, ma quali sono le motivazioni antropologiche, biologiche, cognitive di questo fatto? Così ho cominciato a scavare per cercare di capire quali fossero le condizioni antropologiche da un lato, e cognitive dall’altro, del fare storie. In quell’indagine inevitabilmente bisogna affrontare il passato, che ha un grande vantaggio, soprattutto il passato preistorico: ci libera immediatamente dal nostro eurocentrismo, dal pensiero che tutto accada, sia accaduto, soltanto in Europa – questo vale per la letteratura e per l’arte – poi ci libera dall’antropocentrismo, dall’idea di essere gli unici viventi in grado di comunicare e di produrre un certo tipo di artefatti. Questo per me è una mossa teorica importante. Paleoestetica ha questa funzione, in primis: mettere in crisi tutte le nostre consolidate idee su che cos’è un’immagine e sul perché facciamo le immagini, la convinzione che tutto il nostro fare-immagine possa essere ridotto ai pochi attimi che l’intera storia dell’arte rappresenta rispetto ai tempi immemoriali dell’evoluzione.

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Non fa tutto il computer: il ritorno di vecchie perplessità nell’arte digitale – L’INDISCRETO


Il contributo di Francesco D’Isa, su L’Indiscreto, alla discussione di quest’estate, se cioè TTI (“Text To Image”, il software IA che, partendo da un dettagliato testo, realizza delle immagini sbalorditive) può danneggiare o meno la creatività degli artisti grafici (e in futuro magari degli scrittori, dei musicisti, di ogni forma di arte che l’umanità ha sempre conosciuto. Vi lascio ad alcuni brani del suo intervento e v’invito a leggere poi tutto l’articolo, a farvi un’idea che non sarà mai banale, qualsiasi opinione vi facciate.
PS – L’immagine qui sopra è di Alessandro Bavari, che anni fa illustrò il penultimo numero di NeXT, il 17: pur filtrata da una IA, la sua resa è esattamente ciò che ci si attenderebbe da Bavari.

È ormai un cliché dire che la nascita delle tecnologie TTI (text-to-image) che permette la creazione di immagini attraverso comandi testuali sia una rivoluzione tecnologica pari a quella della fotografia – l’ho ripetuto spesso anch’io, in recenti articoli sugli aspetti filosofici ed estetici di questi strumenti. La reazione del mondo dell’arte davanti a questa novità è stata anch’essa prevedibile: entusiasmo da un lato e rifiuto dall’altro. Di recente un fumettista che stimo, Lorenzo Ceccotti, ha scritto un lungo testo in cui dà voce a dubbi e critiche piuttosto diffusi sia qua che all’estero, contro i quali si schierano altrettanti “entusiasti” dei TTI di cui faccio parte, sebbene non voglia ignorarne le evidenti criticità. Abituato a letture filosofiche so bene che si può trovare un testo proficuo e interessante anche se non si condivide molte delle tesi di fondo; i temi affrontati da Ceccotti sono importanti e valgono la lettura, ma voglio argomentare le ragioni del mio accordo e disaccordo, considerato che le tesi sostenute dal fumettista si ritrovano spesso anche altrove.
Ceccotti sembra dividere la produzione di arte visiva principalmente in due prassi. La prima (la conceptual visual art) «è una forma di speculazione puramente visiva, che prende ispirazione da un brief per sviluppare un concetto visivo originale: permette ad altri di visualizzare le immagini vicine a quelle nella mente dell’artista, non le parole del brief». L’autore pare  suggerire che la creazione coincida con la rappresentazione fedele di un’immagine mentale, una specie di “sbobinamento visivo dell’immaginazione”.

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