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Sunyata: ma le IA sognano bambine elettriche? | Holonomikon


Sul blog di Giovanni De Matteo una corposa riflessione sulla natura del reale vista con le lenti del Buddismo e di Carlo Rovelli, che sembrano convergere completamente; in messo altre valutazioni, assai interessanti anch’esse, che portano tutte all’ultimo lavoro di Francesco D’Isa: Sunyata.
Vi lascio alle notazioni di Giovanni.

Śūnyatā, ovvero “vacuità” in sanscrito, è un concetto che nella dottrina buddhista indica una condizione ontologica su cui si fondano diverse scuole di pensiero, non ultima quella del monaco Nāgārjuna, per il quale tutti i fenomeni (dharma) sarebbero privi di identità e niente possiederebbe una natura indipendente. Ulteriormente estesa, la dottrina del Śūnyatā afferma che la realtà non è dotata di esistenza intrinseca, ma sorge solo da una “originazione interdipendente”, in cui ogni entità esiste solo in relazione alle altre e ogni cosa esiste solo nell’interconnessione con tutto il resto. In altre parole, tutto è connesso con tutto, un approccio sostenuto anche da Carlo Rovelli nell’interpretazione relazionale della meccanica quantistica che ha contribuito a formulare ormai trent’anni fa e a sostenere per tutto questo tempo.
È (anche) intorno a questa idea che si sviluppa, al di là delle intenzioni stesse del suo autore, il volume omonimo dato alle stampe da Eris Edizioni, che ha cominciato a far discutere molti addetti ai lavori e appassionati (si legga per esempio qui e qui) ancora prima della sua uscita. Un graphic novel che è allo stesso tempo un’opera d’arte concettuale e un conte philosophique, un organismo ibrido e sintetico che si propone di esplorare le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale generativa (AGI), inserendosi nella maniera più intelligente ed efficace possibile nel dibattito sul ruolo delle AI nell’industria culturale, e sull’impatto dei nuovi strumenti di produzione addestrati con dataset (di dominio pubblico o meno) sui sempre più fragili equilibri di un settore già in crisi. Che poi, con attori e tecnologie diverse, è un confronto che ha conosciuto diverse stagioni, ma affonda le radici già nelle prime forme di automazione del lavoro umano. Solo che qui cominciamo a spostarci dalla dimensione fisica a quella concettuale, e il discorso si fa immensamente più articolato, complesso e interessante.

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Non fa tutto il computer: il ritorno di vecchie perplessità nell’arte digitale – L’INDISCRETO


Il contributo di Francesco D’Isa, su L’Indiscreto, alla discussione di quest’estate, se cioè TTI (“Text To Image”, il software IA che, partendo da un dettagliato testo, realizza delle immagini sbalorditive) può danneggiare o meno la creatività degli artisti grafici (e in futuro magari degli scrittori, dei musicisti, di ogni forma di arte che l’umanità ha sempre conosciuto. Vi lascio ad alcuni brani del suo intervento e v’invito a leggere poi tutto l’articolo, a farvi un’idea che non sarà mai banale, qualsiasi opinione vi facciate.
PS – L’immagine qui sopra è di Alessandro Bavari, che anni fa illustrò il penultimo numero di NeXT, il 17: pur filtrata da una IA, la sua resa è esattamente ciò che ci si attenderebbe da Bavari.

È ormai un cliché dire che la nascita delle tecnologie TTI (text-to-image) che permette la creazione di immagini attraverso comandi testuali sia una rivoluzione tecnologica pari a quella della fotografia – l’ho ripetuto spesso anch’io, in recenti articoli sugli aspetti filosofici ed estetici di questi strumenti. La reazione del mondo dell’arte davanti a questa novità è stata anch’essa prevedibile: entusiasmo da un lato e rifiuto dall’altro. Di recente un fumettista che stimo, Lorenzo Ceccotti, ha scritto un lungo testo in cui dà voce a dubbi e critiche piuttosto diffusi sia qua che all’estero, contro i quali si schierano altrettanti “entusiasti” dei TTI di cui faccio parte, sebbene non voglia ignorarne le evidenti criticità. Abituato a letture filosofiche so bene che si può trovare un testo proficuo e interessante anche se non si condivide molte delle tesi di fondo; i temi affrontati da Ceccotti sono importanti e valgono la lettura, ma voglio argomentare le ragioni del mio accordo e disaccordo, considerato che le tesi sostenute dal fumettista si ritrovano spesso anche altrove.
Ceccotti sembra dividere la produzione di arte visiva principalmente in due prassi. La prima (la conceptual visual art) «è una forma di speculazione puramente visiva, che prende ispirazione da un brief per sviluppare un concetto visivo originale: permette ad altri di visualizzare le immagini vicine a quelle nella mente dell’artista, non le parole del brief». L’autore pare  suggerire che la creazione coincida con la rappresentazione fedele di un’immagine mentale, una specie di “sbobinamento visivo dell’immaginazione”.

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