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Grundeis Live +++ Goths For Sanctuaries Session
Il primo documento live di questa band, di cui sono curiosissimo e avvinghiato dalle loro atmosfere claustrofobiche, tribali, romantiche.
Il vampiro. Storia vera: Franco Mistrali, un precursore della letteratura vampirica!
Su HorrorMagazine la segnalazione della riedizione di un romanzo importante, quello che ha anticipato in qualche modo il “vampirismo” letterario, Carmilla e Dracula: Il vampiro, storia vera, di Franco Mistrali. Dalle note dell’articolo estrapolo:
Il vampiro. Storia vera di Franco Mistrali (1833-1880) ha un’importanza storica rilevante: questo libro ha infatti anticipato di tre anni Carmilla di Sheridan Le Fanu e di quasi trent’anni il celeberrimo Dracula di Bram Stoker. A differenza delle opere citate non ha però avuto lo stesso successo e anzi cadde nel dimenticatoio.
Il vampiro. Storia vera è quindi il primo romanzo sui vampiri scritto in Italia ma anche di uno dei primi esempi di letteratura vampirica a livello internazionale. Andrebbe detto, per gli amanti dei vampiri, che il romanzo di Mistrali non è esattamente una storia di succhiasangue anche se la tematica “vampirica” viene concepita in maniera originale. Inoltre è da escludere che Mistrali, come mi è capitato di leggere, sia stato un maestro nascosto di Bram Stoker le cui fonti sono ben note. In ogni caso il libro è caldamente consigliato agli amanti del romanzo gotico dell’800 e del fantastico italiano. In effetti, pur essendo prossimo al genere giallo e complottista (c’è un mistero da risolvere), è possibile trovare delle connessioni con le coeve opere di Horace Walpole e di Ann Radcliffe. Questi romanzi si caratterizzavano infatti per il dispiegamento di atmosfere cupe e brumose in cui si potevano trovare intrighi e orrori che però, alla fine, venivano spiegati in maniera razionale. Questo aspetto in effetti è stato, a posteriori, spesso oggetto di critica come è possibile leggere anche nel noto saggio di H.P. Lovecraft L’orrore soprannaturale in letteratura.
A ulteriore dimostrazione di come sia un falso che l’Italia non sia un luogo adatto per i romanzi fantastici va sottolineato come le ambientazioni dei suddetti fossero italiane. In Il vampiro. Storia vera l’ambientazione si svolge invece fra le soleggiate e miti strade e coste del principato di Monaco e fra le gelide terre della Siberia e della Lituania. Inoltre possiamo rinvenire anche la figura del “villain” rappresentata dal medico e santone Eliam.La trama è un po’ complicata: troviamo teorie complottistiche, sette misteriose, morti tragiche e rapimenti. Il tutto viene in parte appesantito con lunghe ed elaborate disquisizioni storiche e politiche su tematiche come lo spiritismo, la metempsicosi e lo stesso vampirismo.
Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft – Sandro Fossemò | Debaser
Su Debaser una recensione di Cesare Buttaboni allo splendido lavoro saggistico di Sandro D. Fossemò, Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft. Un estratto:
H.P. Lovecraft, negli ultimi della sua vita, scrisse in un momento di sconforto una lettera dove sottolineava come nessuno scrittore di sua conoscenza (lui compreso) avesse mai raggiunto le vette di terrore cosmico di Edgar Allan Poe. Si tratta obiettivamente di un giudizio esagerato: Lovecraft d’altra parte ha sempre teso a sminuire il valore della sua produzione ma, nondimeno, questa lettera mette in luce ancora una volta uno dei concetti chiave della sua filosofia estetica. In base a tale riferimento diventa molto interessante sapere quali fossero i legami profondi tra il bostoniano e il Solitario di Providence. Per soddisfare la curiosità finalmente esce in e-book l’eccellente saggio di Sandro Fossemò intitolato “Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft”, dedicato all’analisi dei differenti modi di esprimere il “terrore cosmico” nei due noti scrittori del fantastico.
Per Jacques Bergier, Lovecraft era un “Poe cosmico”. Si tratta di una definizione affascinante e a suo modo azzeccata. In realtà sono autori che partono da un background diverso: Poe è infatti imbevuto culturalmente dall’idealismo romantico, mentre Lovecraft parte dalle basi del materialismo scientifico. Ma, detto questo, Lovecraft considerava Poe il più grande di tutti soprattutto in virtù della sua sensibilità decadente e del suo stile che gli ha fatto raggiungere livelli di pura arte sublime (Lovecraft direbbe appunto :“terrore cosmico”) tanto da influenzare Baudelaire e tutto il simbolismo francese. Non a caso De Turris e Fusco inserirono il frammento di Poe “Il faro” nella vecchia edizione dell’antologia “I Miti di Cthulhu” (inspiegabilmente tolto nella recente ristampa negli Oscar Draghi Mondadori) per mettere in luce la connessione fra i due scrittori. Fossemò sottolinea acutamente come il terrore cosmico lovecraftiano, nonostante le varie differenze, (Borges lo considerava un involontario parodista di Poe) si trasforma da quello di Poe in un’affascinante e originale “evoluzione materialistica e mitologica”, fino a raggiungere una sorta di “fantascienza orrorifica” anche se, per essere più precisi, dobbiamo ricordare che il compianto Giuseppe Lippi parlava di “fantascienza nera”. Per Poe il terrore viene dall’anima ma per Lovecraft invece fuoriesce dal Caos Cosmico. Alla fine “il terrore dell’anima” di Poe sfocia nel terrore cosmico, basti pensare al terribile finale presente in racconti come “Metzengerstein” o “La caduta della casa Usher”. Al contrario Lovecraft fa, come dire, “esplodere” l’ orrore cosmico nel delirio dell’anima.
Non bisogna dimenticare a questo proposito il periodo storico in cui si trova a operare Lovecraft, in cui la scienza stava sgretolando le antiche certezze e aveva fatto intuire nuovi orrori che si nascondevano nel cosmo. Era anche il periodo di Freud e della psicanalisi con l’importante scoperta dell’inconscio e dei suoi fantasmi. Tuttavia Lovecraft disprezzava Freud e le sue teorie ritenute da lui puerili e, pur essendo ateo e materialista, non era però un positivista radicale oppure un arido scientista. Il grande merito di Lovecraft è stato quello di aver svecchiato i vecchi orpelli della narrativa gotica come vampiri, fantasmi e demoni, ma senza dimenticare in ogni caso il fondamentale influsso di Poe con il suo terrore dell’anima che si proietta verso l’esterno, fondendosi con un terrore metafisico e cosmico.
Oggi la situazione si è ribaltata e sembra che la narrativa horror tenda a recuperare i vecchi topos in una versione aggiornata che possiamo notare con il successo di Stephen King. A quanto pare i tempi di Lovecraft o di Poe non sono poi così lontani e il saggio di Sandro Fossemò ne è una prova.
Bela Lugosi’s Dead — David J & Chrysta Bell
La decadenza romantica e la performance erotica della morte…
Cut-Up Publishing presenta “Il Corvo e tutte le poesie” di Edgar Allan Poe | HorrorMagazine
Su HorrorMagazine la segnalazione di una nuova pubblicazione per CutUp: Il Corvo e tutte le poesie, di Edgar Allan Poe. Un grimorio dei versi di quest’artista che non smette, a 170 e più anni dalla morte, di essere seminale.
Sono state qui raccolte tutte le opere in versi di Poe, da Tamerlano e Altre Poesie (1827), Al Aaraaf, Tamerlano e Poesie Minori (1829), Poesie (1831) fino a Il Corvo e Altre Poesie (1845), tradotte dal Premio Elgin Award e due volte Premio Bram Stoker Award Alessandro Manzetti.
Non mancano contenuti extra sorprendenti: libere interpretazioni di quattro delle poesie di Poe da parte dei poeti Linda D. Addison (Premio Bram Stoker Award alla Carriera) e Alessandro Manzetti. Il volume è arricchito inoltre da illustrazioni interne tematiche realizzate dal disegnatore Stefano Cardoselli. Un libro magnifico da collezionare e conservare con cura.
Percy Bysshe Shelley: Prometeo nel Vento – A X I S m u n d i
Su AxisMundi un post dettagliato sulla figura di Percy Bysshe Shelley, uno dei punti più alti mai raggiunti dal Romanticismo. Alcuni stralci dell’articolo:
Il “Prometeo Liberato” si può dire sciolga dai vincoli gli spiriti più ardenti dell’Ottocento e del primo Novecento. Nella triade del secondo romanticismo inglese, Shelley rappresenta lo spirito dell’apoteosi, Byron il demoniaco e Keats l’ingenuità della Natura. Il Prometeo che non ancora trentenne trova la morte al largo di Viareggio, è una delle figure più magnetiche della storia della letteratura, nella sua breve vita sempre tesa sul filo delle esperienze più disparate: dallo spiritismo all’ardimento fisico, dall’eroismo di penna alle gesta nel vortice del mondo, dai proclami anarco-socialisti ad una teodicea della storia. – Tutto provai. Tutto compresi e tutto / abbracciai col mio genio la cifra espressa nell’irriducibilità che trita i giorni, le ore e le opere, divorando faustianamente i giovani romantici inglesi, per riferirsi al Manfred di Byron. Eco di ciò si avrà opportunamente nel Vate e nel suo famoso Tutto fu ambìto / e tutto fu tentato… Intravediamo subito un Filo teso ed inevitabile.
Parliamo di Gabriele d’Annunzio e di Aleister Crowley. Il Vate e il Mago, alla fonte di Shelley, trassero questa linfa stuporosa di enigma piena, e la trasfusero a contatto con i propri geni. Shelley dona, non a caso, la potestà della trasfigurazione nel (e pel) nome: Ariel e Alastor sono riproposti nei furori di vita del duo, e in questo “figlio del vento” situano la loro accensione. Ariel – spirito dell’aria nella Tempesta di Shakespeare, fu caro al Poeta e percepito dalla speciale sensibilità di d’Annunzio. Shelley così appellò lo schooner costruito a Genova, con cui partì da Livorno l’8 luglio 1822, alla volta di San Terenzo. Alastor – o lo spirito della solitudine – si riferisce invece al poema del 1815 e risuona prepotentemente nella scelta stessa di mutare il nome da Edward Alexander in Aleister…
Poniamo giusto quattro dei tanti passaggi dove d’Annunzio chiarisce il proprio amore verso Shelley (onnipresente nel Piacere); una piccola ossessione financo, una nostalgia viola di morte (per citar Landolfi), una vera e propria accensione di furore, nelle opere giovanili, mutata poi in una chiamata verso la risacca delle gesta. La lingua degli spiriti che sembra tratteggiare il gioco di luce sfingea degli interni dannunziani, ne “Il Piacere” reca note di grande intensità visiva:
L’ombra, ovunque, era diafana e ricca, quasi direi animata dalla vaga palpitazion luminosa che hanno i santuari oscuri ov’è un tesoro occulto. Il fuoco nel camino crepitava; e ciascuna delle sue fiamme era, secondo la imagine di Percy Shelley, come una gemma disciolta in una luce sempre mobile…
Dall’altra parte il demone Alastor, dal divin Shelley trasposto in potestà come “lo Spirito della Solitudine” nel giuoco per varcare i mondi, cementò ulteriormente il nome scelto dalla Bestia 666, ovvero una variante scozzese di Alexander, ieronimo con cui metteva in evidenza le sue presunte ascendenze gaeliche. In questo poema, la voce narrante del poeta trova “strane verità in terre sconosciute”, mentre il demone del poeta, Alastor appunto, ispira peregrinazioni al di là della materia, passando sopra le distese della Persia, dell’Arabia, e ancora tra le montagne del Caucaso e del Kahsmir. Tutto ciò deve esser rimasto impresso nel viaggiatore Crowley, proprio per la valenza tutta interiore e misterica di un inabissarsi pel mondo a contatto col proprio demone. Si autonominò “wanderer of the waste”, sempre mutuando la concezione shelleyana di una corsa contro il tempo, la società, le convenzioni, e soprattutto, “the waste”, in lui fu la fine del “residuo” dell’Eone di Osiride…
11min – Snow | Neural
[Letto su Neural]
Non è un’indicazione temporale quella insita nel nome di questo duo. 11 altri non è che il moniker di Jiyeon Kim, artista sonoro e pianista al quale s’aggiunge il batterista Sangyong Min, musicista altrettanto talentuoso e preparato. Le sonorità di Snow s’imprimono in maniera tipicamente improvvisativa, fervide di venature un po’ jazzy e delicate armonie d’insieme che danno vita a sequenze ariose ma sempre controllatissime, senza che nessun singolo strumento prevarichi mai sull’altro. È proprio il flusso complessivo dei passaggi messi in opera a conferire al suono caratterizzazioni distintive, fitte d’un lavoro all’unisono, un po’ d’antan e free form, che fa leva soprattutto sulle assonanze e sulle sintonie di ritmi, contando sempre sulla relazione e l’incontro di stilemi convergenti. Le atmosfere sono quindi sempre gentili e ovattate, nessun contrasto è ricercato ad arte, nessuna alternanza oppositiva entra a far capolino nel catalogo del duo, che infonde grazia e misuratezza di gusto formalistico, senza alcun clamore, riassorbendo all’interno del proprio linguaggio tutta la maestria della scuola free form più eterea e simbiotica. Jiyeon vanta in passato anche sperimentazioni e pratiche creative con field recording, mentre di Sangyong Min non è dato sapere altro – oltre ad essere un ingegnere del suono – e viste le scarse informazioni online e una certa reticenza della distribuzione Gruenrekorder, pensiamo che comunque il fatto di venire da Seul ancora comporti una certa difficoltà di comunicazione e precisa conoscenza delle specifiche scene di nicchia. Anche cercare informazioni sull’etichetta, la Weather Music, non ha portato ad alcun risultato, è quindi abbastanza arduo comprendere a fondo il contesto specifico dal quale le cinque tracce presentate prendono le mosse. Vi basti sapere allora che l’ascolto è gradevolissimo, rilassato e meditativo e anche il remix, pur se molto simile all’originale, forse diversamente tagliato in postproduzione e con qualche ulteriore variazione, un po’ ci conferma l’eclettismo del progetto, in bilico fra approcci contigui ma differenti. Date un’occhiata anche all’elegante video teaser diretto da Mihye Cha, girato principalmente in bianco e nero e ambientato in spazi agresti, con protagonisti gli stessi due musicisti. L’aplomb è certamente sperimentale, derivativo d’una wave romantico-concettuale, trasognata e postmoderna.
Nero Press Edizioni presenta “Le leggende del castello nero” | HorrorMagazine
Su HorrorMagazine la segnalazione di una raccolta di racconti gotici a firma di Ugo Iginio Tarchetti, uno degli esponenti di punta della Scapigliatura milanese, romantici dell’Italia dell’800.
Nero Press Edizioni presenta la raccolta Le leggende del castello nero (e altri racconti) di Iginio Ugo Tarchetti che racchiude l’essenza della narrativa gotica italiana di quel movimento controverso che fu la Scapigliatura. Citando dalla prefazione di Luigi Bonaro:
la scrittura di Tarchetti si configurerebbe come un racconto del perturbante, volta alla ricerca del macabro, del demoniaco e dell’orrido, esplora la scomposizione estrema della carne e dello spirito, le nevrosi nascoste e attraverso visioni fantastiche estreme alla maniera degli scrittori teutonici contemporanei.
All’interno del volume sono contenuti i racconti Le leggende del castello nero, I Fatali, La lettera U, Un osso di morto, Storia di una gamba, Il lago delle tre lamprede. Queste storie gotiche di Iginio Ugo Tarchetti sono restituite all’attualità linguistica attraverso un editing critico ragionato che lascia intatto il testo originario, rendendolo tuttavia più moderno, fluido e fruibile ai lettori di oggi.

