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Traffic Cam Photobooth, take selfies with surveillance cameras! | Neural
1 giugno 2025 alle 14:49 · Archiviato in Cognizioni, Cyberpunk, Digitalizzazioni, Experimental, OuterSpace, Sociale, Tecnologia and tagged: Controllo sociale, Morry Kolman, Privacy, Sorveglianze, Video
[Letto su Neural]
Sebbene il dibattito sulla privacy e sul diritto all’anonimato vada avanti da molti anni, non sembra certo aver esaurito il suo perché: siamo, di fatto, più che mai scrutati, intercettati, riconosciuti da un insieme sempre più ricco di sistemi di sorveglianza connessi. La loro presenza fa parte della nostra vita in modo così pervasivo e serenamente “utile” che è difficile accorgersene e praticamente impossibile sottrarvisi. Morry Kolman, artista americano che utilizza la tecnologia quotidiana per stimolare domande sul nostro rapporto con ciò che ci circonda, con l’opera “Traffic Cam Photobooth” riporta l’attenzione del pubblico sull’argomento, ma con un espediente del tutto nuovo. Nella pratica, il progetto si presenta come un sito web che offre agli utenti la possibilità, attraverso il proprio smartphone, di trasformare l’intera rete delle oltre 900 telecamere rese disponibili (non certo per questo uso) dal Dipartimento dei Trasporti, in una enorme cabina fotografica. Un sito sempre connesso, in tempo reale, dove gli utenti, dei quali Kolman non raccoglie pressoché alcun dato, possono scegliere la telecamera più vicina e seguendo i buoni consigli dell’artista, tra i quali la raccomandazione di non farsi investire, scattarsi un selfie da incorniciare con tanto di dedica personalizzabile, in formato Polaroid o una striscia di fototessere, ovviamente da condividere… oppure no. Le fotocamere nate a scopo di sicurezza e controllo, si trasformano così in uno strumento di libera espressione individuale, con la riappropriazione dell’infrastruttura solo per divertimento, trasformando l’oppressione di essere sempre controllati in un gioco liberatorio di auto-rappresentazione.
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Gallery, forcing awareness of voyeurism | Neural
10 giugno 2015 alle 13:16 · Archiviato in Cyberpunk, Digitalizzazioni, News, Sociale and tagged: Infection, Privacy, Smartphone, Teoremi incalcolabili
[Letto su Neural.it]
Un tempo c’erano i paparazzi. Oggi, a violare l’intimità e la serenità delle celebrità sono forse più frequentemente gli hacker o, più correttamente, i cracker, quella fetta di esperti che utilizzano le proprie competenze informatiche per violare sistemi e
rubare dati con l’intenzione di danneggiare, spiare o trarre profitto. Nell’estate del 2014 si è consumata una massiccia violazione di account iCloud ai danni di decine di star internazionali del calibro di Jennifer Lawrence e Kate Upton che, in poche ore, hanno visto finire in rete molto del loro materiale fotografico privato, scambiato dai malintenzionati sul forum 4Chan dietro pagamenti via bitcoin. La notizia si è diffusa in maniera capillare, così come le foto che, rimbalzando da utente ad utente, hanno aggravato ancora di più l’aggressione consumatasi nei confronti di coloro che, prima di essere delle celebrità, sono e restano semplicemente esseri umani. Yolanda Dominguez, artista visuale spagnola che da diversi anni indaga i temi donna/tecnologia/media, ha reinterpretato l’accaduto con una installazione tanto semplice quanto diretta: “Gallery”. In una sala vuota del Twin Studio & Gallery di Madrid, lo smartphone dell’artista, corredato di una vasta galleria fotografica ritraente momenti di vita quotidiana ed intima della Dominguez, è rimasto esposto al libero accesso degli spettatori, chiamati così alla forzata consapevolezza del proprio voyeurismo. Un modo di coinvolgere il visitatore a tal punto da privarlo dei classici alibi mediatici che, soprattutto online, garantiscono l’anonimato e la negazione delle responsabilità sulle proprie azioni. Una semplice riflessione su come, anche solo possedere uno smartphone, possa renderci al tempo stesso vittime e carnefici di una sistematica e morbosa violazione della privacy.
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People Staring at Computers: lo sguardo discreto delle merci – Neural.it :: nuovi media, hacktivismo
14 settembre 2011 alle 16:38 · Archiviato in Cyberpunk, Digitalizzazioni, Experimental, News, Sociale, Tecnologia and tagged: Apple, Privacy
[Letto su Neural.it]
Kyle McDonald è ben noto per le sue esplorazioni sui confini dello spazio pubblico e privato nel nostro mondo post-privacy. Con il suo Keytweetersi è volontariamente messo sotto sorveglianza digitale per un anno intero, catturando tutto ciò che digitava con un keylogger e postandolo su Twitter – 140 battute alla volta. Il suo progetto più recente è un’altra svolta concettuale sullo spyware. ‘People staring at computers‘ è una semplice applicazione che esegue un’istantanea da webcam ogni minuto e la carica su un sito web. Kyle ha installato il software su computer in esposizione in alcuni punti vendita della Apple nell’area di New York, ha raccolto più di mille foto e poi ha lanciato una presentazione sulle stesse macchine ad un pubblico di clienti perplessi. Il materiale è uno studio fisiognomico di base dei consumatori di Apple, una collezione di candidi (a volte poco lusinghieri), ritratti di persone che interagiscono con i loro oggetti del desiderio. Nella loro mondanità, sono scatti affascinanti: gli esseri umani sono usati per una performance su webcam, consapevoli della loro audience pubblica, mentre i prodotti sono lì fermi, docili e seducenti. L’intervento è stato pensato come un esperimento di soli tre giorni, ma ben presto si è trasformato in un affare complesso. Giorni dopo la disattivazione del software e la pubblicazione dei risultati, quattro agenti del Secret Service (il ramo del governo degli Stati Uniti che gestisce i crimini informatici) hanno fatto irruzione in casa dell’artista e hanno confiscato il suo computer, iPod e memorie flash. Kyle è presumibilmente accusato di frode informatica e rischia fino a 20 anni di carcere. Il caso sta generando accese discussioni sui limiti della privacy: dopo tutto, scattare foto in spazi pubblici è consentito, e i clienti entrando in un negozio implicitamente accettano di essere monitorati e comparire sulle telecamere di sicurezza. E poi, uno spin off del progetto che sostituisce i volti delle persone con la faccia di Steve Jobs sarebbe ancora considerata frode informatica? E in cima a tutto, come può il Servizio Segreto permettersi di allocare le risorse per perseguitare un media artist in un momento in cui attacchi di tutt’altra e maggiore entità vengono effettuati su base giornaliera da gruppi di hacker anonimi, anti-security e altri? Solo il tempo dirà se questo è un esempio tragicomico di scarsa capacità di giudizio o semplicemente il modo in cui le autorità trattano con chiunque osi profanare le cattedrali del consumo.
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