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Andreas Broeckmann – Machine art in the twentieth century | Neural
[Letto su Neural]
Coloro che hanno familiarità con li progetti di Andreas Broeckmann, prima al V2 di Rotterdam, e poi come direttore artistico a Transmediale, possono riconoscere in questo testo diverse parti della sua lunga indagine sull’arte “meccanica”. Tenendo traccia
delle esibizioni da lui curate e dai testi scritti nel corso degli anni, è possibile riconoscere alcuni punti di vista famosi del passato, su un percorso che porta a questo libro. Qui cerca in maniera sistematica di collegare l’ubiquità della macchina e i concetti riguardanti alle macchine con un numero di progetti artistici e le loro direzioni differenti, definendo così 5 qualità fondamentali dell’estetica delle macchine: associativa, simbolica, formale, cinetica e automatica. Incorniciata in un percorso storico coerente, alcuni artisti vengono messi in risalto, tra i tanti, David Rokeby e Stelarc, che possibilmente usano il corpo come macchina esterna e interna, ma partendo anche dalla decostruzione della macchina con Jean Tinguely, fino ad arrivare agli ambienti digitali squisitamente imperscrutabili di Seiko Mikami. Broeckmann chiaramente rifiuta la definizione del genere “machine art”, rendendolo piuttosto meno ambiguo, e dal punto di vista storico risulta scettico riguardo tutti i tentativi di definire singolarmente l’arte in relazione ai mezzi tecnologici connessi. Ma le opere d’arte e le esibizioni che analizza e descrive formano una cartografia concettuale di riferimenti intercorrelati che possono essere usati come un livello di base trasparente per capire la piccola galassia delle macchine nell’arte.
Complementi al software
Le invettive sono state lanciate verso le perfezioni non mostrate dal sensore bioluminescente del tuo avambraccio. Il top sembra essere il tuo ghigno naturale, e invece è soltanto l’inutile complemento della tua complessa anima_software.
Nuove eterotopie, l’antologia definitiva del connettivismo | Fantascienza.com
Su Fantascienza.com la segnalazione di una nuova antologia del Connettivismo, curata da Giovanni De Matteo e da me e splendidamente illustrata in copertina da Ksenja Laginja. Il titolo dell’opera è Nuove Eterotopie ed è edita da Delos Digital; ha al suo interno sedici racconti che, in qualche modo, rappresentano la selezione finale di ciò che il Movimento ha espresso finora nella narrativa breve; a completare l’opera c’è Bruce Sterling, autore americano cofondatore del Cyberpunk e ora italianizzato, che ha dedicato a tutti i connettivisti un magnifico romanzo breve inedito, tradotto da Marco Crosa, vera ciliegina sulla torta di un’operazione completata, infine, dalla dotta postfazione di Salvatore Proietti.
Le eterotopie sono luoghi dischiusi su altri luoghi, spazi “connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi designano, riflettono o rispecchiano” (Michel Foucault). Le utopie sono consolatorie, le eterotopie inquietanti: “minano segretamente il linguaggio”, “spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni”. Come i racconti qui racchiusi, che dissolvono i confini tra i generi in una miscela esplosiva di speculazione scientifica, anticipazione tecnologica, sperimentazione linguistica e proiezione sociologica. Sedici nuove eterotopie, dunque. Più una: un inedito di Bruce Sterling, scritto espressamente per quest’antologia. Postfazione di Salvatore Proietti.
Nuove Eterotopie, Odissea Fantascienza 70, pagg. 336, Euro 18.00, ebook Euro 4,99.
P.S. – Permettetemi, in tutto ciò, di ringraziare l’editore Silvio Sosio per lo sbattimento affrontato nella lunga gestazione dell’opera, la sua pazienza e competenza e disponibilità estrema ha sempre costituito per me, e credo anche per Giovanni, un faro nell’abisso siderale verso cui tendere. Grazie ancora per tutto, Silvio 🙂
Flying Pantograph, pipelining transposed drawing | Neural
[Letto su Neural]
Flying Pantograph trasferisce le linee disegnate a mano e i movimenti relativi su un’altra superficie applicando una scala ed una estetica differente. Il sistema è stato progettato da Sang-won Leigh, Harshit Agrawal e Pattie Maes all’interno del MIT “Fluid interfaces research group” e utilizza un drone come
mezzo di questa trasposizione. Il sistema trasforma i tratti segnati dall’uomo in istruzioni di input per il dispositivo volante, attraverso la tecnologia tracking ed una successiva serie di algoritmi specifici. Per riprodurre in maniera accurata le forme e lo stile su una superficie verticale, i movimenti originali sono ricalibrati in base alle caratteristiche meccaniche e fisiche del drone, quali il galleggiamento continuo e l’attrito della penna sulla superficie. Ma le caratteristiche del “Flying pantograph” sono molteplici. Oltre a ridimensionare l’immagine, come lo strumento classico meccanico da cui è ispirato, può riflettere l’immagine, aumentare o diminuire la velocità del tratto e infine potrebbe essere programmato per disegnare su più dispositivi e contemporaneamente da più designer. Al di là delle applicazioni pratiche di questa interfaccia ben progettata, il complesso canale utilizzato per la traduzione di movimenti e linguaggi, innesca un inusuale dialogo uomo-macchina. Nella continua scoperta e nella ricerca, questa conversazione con i segni diventa un’interpretazione reciproca, lungi dall’essere una semplice riproduzione meccanica, potenzialmente apre ad ulteriori sperimentazioni, magari aggiungendo l’interconnessione di altre tecnologie software come GML (Graffiti Markup Language) per possibili interventi urbani programmati letteralmente lontano nello spazio e nel tempo.
TAG esplicativi
Le estensioni appese sulle rilevanze etnografiche s’illuminano di TAG esplicativi e istintivi, incandescenze semantiche di urla lanciate nel continuum.
Indice ingegnerizzato
Tu ricordi la massa informe delle nozioni che hanno preparato il tuo letto di sapienza essoterica? Trovi ogni indicazione nell’indice ingegnerizzato dei pensieri.







