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Fields Of The Nephilim – Elizium :: Le Pietre Miliari di OndaRock
Su OndaRock la recensione a Elizium, il capolavoro dei FieldsNephilim uscito nel ’90. Un estratto:
I Fields Of The Nephilim sono stati una caso unico all’interno della tradizionale scena gothic britannica, dominata da band come i Cure o i Sisters Of Mercy. Una band che inizia a farsi notare dopo che tutti i capolavori dark dei Joy Division, dei Cure o dei Bauhaus erano già stati pubblicati, ma che – anche se arrivando alla fine di un ciclo forse irripetibile – riesce comunque a chiudere nel 1990 (il decennio del post-rock, del britpop e della nuova musica elettronica) con un album sorprendente e attualissimo come “Elizium”.
Carl McCoy, appassionato del cinema di Sergio Leone, voce e fondatore della band, crea un originalissimo ibrido dark-western con sonorità dilatate chiaramente influenzate dalla psichedelia britannica e decisamente lontane da ogni legame con la cultura hippie. Uno stile, semmai, molto più prossimo ai mondi gotici di Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft o agli scenari esoterici di Aleister Crowley.
Dopo due ottimi Lp come “Dawnrazor” (1987) e “The Nephilim” (1988), la band britannica porta a compimento definitivo il suo percorso con “Elizium” (1990), pietra miliare assoluta di tutta la scena gothic per originalità, poesia maledetta e potenza sonora, alla stregua dei grandi capolavori del genere. Ritmi rapidi post-punk coesistono con improvvisi trip lisergici, neri, maestosi e inquietanti, che possono ricordare le sonorità dei tardi Pink Floyd a far da sfondo ai monologhi disperati di Jim Morrison o alle preghiere laiche di Nico.Pur essendo diviso in otto parti, “Elizium” è di fatto un unico viaggio agli inferi, un vero monolite nero senza spiragli di luce. Tra i brani che rendono il disco tanto significativo svetta anzitutto “At The Gates Of Silent Memory”, con un andamento pacato e testi tragici, come una versione dilatata di “The End” dei Doors suonata con la chitarra di David Gilmour. Poesia e orrore si abbracciano per uno dei brani più entusiasmanti della scena gotica. Non è un caso se per ottenere un suono così unico i Fields abbiano dovuto ricorrere al produttore Andy Jackson, già collaboratore proprio dei Pink Floyd.
In “Submission” chitarre in crescendo evocano gli Swans di “White Light From The Mouth Of Infinity” per poi aprirsi in “Sumerland (What Dreams May Come)”, il brano più lungo della loro discografia (undici minuti), con suoni ora lenti e avvolgenti, ora martellanti, ispirati allo stesso modo sia ai Cure che ai Sisters Of Mercy.
“And There Will Your Heart Be Also” è uno dei loro capolavori: una ballatona dark che strappa il cuore dal petto per quanto sia straziante e malinconica, con testi che rappresentano un sunto assoluto della condizione umana, perennemente in bilico tra la solitudine e la speranza di poter vivere brevi momenti di felicità.In mezzo a questi brani-fiume, a questi lunghi e oscuri flussi di coscienza, si situano – come intermezzi – le tracce più brevi, più tipicamente post punk, come “For Her Light” e “(Paradise Regained)”, autentiche scorribande di chitarra che si intersecano perfettamente come tasselli di un mosaico, rigidamente di colore nero.
PINK FLOYD: “THE LATER YEARS 1987 – 2019” – SPECIALE “UNCUT MAGAZINE” | PINK FLOYD ITALIA
Su PinkFloydItalia, in occasione della prossima uscita del cofanetto The later years che conterrà i lavori finali della band, è possibile leggere un’intervista a quattro, a David Gilmour, Nick Mason, il direttore creativo Aubrey Powell e l’ingegnere di lunga data Andy Jackson, a proposito della (ri)formazione della band dopo la dipartita di Waters nel dicembre 1985. Eccone uno stralcio:
David Gilmour: “Nel 1984, Roger aveva ovviamente deciso che ne aveva abbastanza, ma non avevo ancora deciso fosse abbastanza per me. Quindi immagino di aver pensato: “Sì, riprenderemo a fare i Floyd”.”
Nel dicembre 1985, Waters annunciò il suo abbandono, ma Gilmour desiderava incidere un nuovo album. La disputa legale si intensificò per tutto il 1986, fino a quando Waters portò la sua battaglia all’Alta Corte in ottobre.
Come ricorda Nick Mason:
“Penso che David sia stato il fautore dell’idea [di continuare]. Non è che non volessi – l’ho fatto – ma non credo allora mi importasse quanto importava a David. Saremmo stati in parte in studio e in parte nell’ufficio degli avvocati – “Roger stava per portarci in tribunale?” E la risposta era, ovviamente, che non poteva, perché aveva lasciato la band e l’unica cosa chiara in tutti i nostri accordi contrattuali era che se uno o più se ne fossero andati,la band avrebbe continuato senza di loro … Ciò avrebbe dato a me e David l’autorità di proseguire.”In uno spirito di continuità, il duo aveva arruolato il produttore di The Wall, Bob Ezrin, e iniziò a lavorare all’Astoria all’inizio del 1986. Fu una mossa rischiosa, per ragioni ben più che legate ad aspetti legali: il tour da solista di Waters (quello di Pros and Cons del 1984, ndr), grazie anche all’esecuzione del repertorio storico dei Floyd era andato molto meglio degli spettacoli del tour di About Face di Gilmour (dello stesso anno, ndr).
“L’intera faccenda fu un po’ una scommessa“, afferma Aubrey Powell. “Era naturalmente scoraggiante avere la responsabilità di portare avanti i Pink Floyd. Penso che anche finanziariamente sia stato un periodo ansioso … ma David è una persona molto ottimista.”
“David era molto determinato a non sentirsi dire che non ce l’avrebbe fatta“, spiega Andy Jackson. “Aveva il desiderio di continuare come una band, quindi ha dovuto farlo funzionare per forza per non dare addito a Roger di dire che non esistevano Floyd senza di lui.”

