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NeXT Hyper ObscureArchivio per Vertigine
Cognizioni inumane
Quel che rimane delle proprie consuetudini; quel che vige ancora delle tue prerogative e, infine, ciò che si esprime attraverso vertigini semantiche dalla grafica binaria: ecco, si sovrappongono linee valoriali e nascono filosofie scalene, ma nulla può ricordare lo splendore atavico delle tue giornate, geroglifici esistenziali che attraversano le ère, rilucendo cognizioni inumane.
La vertigine del linguaggio
Potresti manipolare le idee come argilla su cui depositare le parole in cuneiformi… Se pensi un attimo a tutto il cortocircuito semantico, ti sommergono i brividi.
Archi funzionali
Sciolte le briglie come archi di funzioni matematiche e poi l’abisso, la noia, la vertigine verso l’inumano a salvarti dal nulla e dall’oblio.
You young
Guardare se stesso giovane, mentre la maturità avanza inesorabile verso il disfacimento, e trovarci la vertigine specchiata fino all’alienazione, terminali di una dicotomia che stordisce – nulla di eccezionale, nulla di davvero nuovo.
Vertigine epifanica
La vertigine di una visione proiettata verso la condensazione del reale per farla uscire da un’altra parte del buco nero, trasformata, schiacciamento dei significati, mi sorprende come un’epifania.
L’amplificazione
L’asfissia prende nei momenti di maggior disperazione, quando il senso di un disagio si amplifica fino a divenire baratro.
Dal pulvinarium
Le fronde si aprono sulla pianura sottostante come un pulvinarium sulla platea cruenta. La vertigine colpisce profondamente, rimane da inspirare con una forza che non pensavi di avere, tra i brividi.
Vertigini spaziotemporali
Assennato e reso liscio dalle elucubrazioni antiche ti ritrovi a gestire i ricordi e le assenze, le presenze e le proiezioni verso il futuro, e infine smarrisci il senso di cosa può essere ora il sopravvivere e cosa potrà divenire – in passato o in futuro – l’abisso che ti aspetta o in cui sei caduto.
La vertigine dell’abisso
La tragica liricità dell’oscuro prende le mie difese, afferrandomi negli abissi in cui mi ero cacciato e donandomi la profondità di un oblio mai sperimentato prima.


