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Alla ricerca dell’oblio sonoro – L’INDISCRETO
Su L’Indiscreto un bellissimo e lungo articolo che evoca le ombre, i suoni e le vibrazioni di un luogo che alla fine non è così lontano da noi, eppure ci appare parte di un abisso siderale che riesce a evocare un qualche lontano ricordo: Malta. Un estratto:
Questo caotico paesaggio onirico fatto di bastioni antichi, imponenti fortificazioni marine, torri di guardia, vicoli cadenti, cattedrali barocche e rovine neolitiche ha fatto da sfondo sia al Trono di Spade sia al Gladiatore. L’immagine dell’isola tende all’epico (dobbiamo quasi tutta l’architettura barocca cinquecentesca della Valletta all’antico ordine mistico dei Cavalieri Templari) ma la realtà della vita nel XXI secolo è dura. Spesso l’agricoltura è un lavoro ingrato. La maggior parte dei campi non è irrigata ed è composta di un suolo secco e sbriciolato dall’estate rovente, pochissimi fazzoletti arabili e cascine abbandonate circondate da muri d’arenaria in pezzi. Il fatto che la carne più consumata sia quella di coniglio selvatico – spesso e volentieri secondo la ricetta dello stuffat tal-fenek, ossia brasato con vino rosso e piselli giganti – la dice lunga sul posto.
Durante il viaggio nell’isola principale il passato salta all’occhio di continuo e si vede benissimo. Le rovine neolitiche e romane sono ovunque, e spesso – grazie al cielo – immuni all’atmosfera graziosa e accogliente che le infiocchetta e le guasta in Inghilterra. A parte i siti più famosi, incappo in resti non segnalati lungo le piste di sterrato e scovo cerchi di pietre in mezzo alle erbacce alla periferia di paesucoli fatiscenti. Tra le rovine della Malta neolitica si possono scorgere tracce affascinanti di quella che fu chiaramente una civiltà progredita, ma che ancora non utilizzava la parola scritta. Qui non ci sono codici geroglifici da decifrare. Molte cose rimangono un mistero. Di sicuro sappiamo che attorno al 4000 a.C. gli abitanti di Malta e della sua piccola isola sorella Gozo cominciarono a costruire templi che segnavano il passaggio dalla vita alla morte. Molti hanno le stesse caratteristiche: facciate di pietra ricurve, spiazzi e pietre decorative piene di motivi a spirale. Spesso vi sono stati trovati amuleti, perline, statuette e coltelli. Si pensa che una delle figure più diffuse, la cosiddetta “donna grassa” o “Venere di Malta”, simboleggiasse la fertilità. Qualche storico ha persino azzardato l’ipotesi che il tempio stesso rappresentasse la testa, le braccia e le gambe della divinità e che la vita spirituale fosse incentrata sull’idea di una “dea madre”.
Le rovine dei templi antichi come quelli di Tarxien, Hagar Qim e Mnajdra, costruiti più di tremila anni fa, testimoniano imprese ingegneristiche incredibili: certe pietre di Hagar Qim pesano venti tonnellate l’una. Si tratta di alcuni tra i primi edifici indipendenti in pietra della storia del mondo. Tanto per contestualizzare meglio quanto sono vecchi: quando attorno al 2580 a.C. fu completata la Grande Piramide di Giza, questi templi erano già utilizzati da più di mille anni. Oppure, riciclando l’utile analogia che fa Julian Cope parlando di Stonehenge in The Modern Antiquarian, il suo libro-ricognizione dell’Inghilterra neolitica, «Se da vivo Gesù si fosse imbattuto in questo monumento lo avrebbe trovato più antico di quanto lui stesso è oggi per noi».
∂| ThrillerMagazine | L’ultima battaglia dei Templari
ThrillerMagazine.it pubblica una recensione affascinante, perché affascinante è l’argomento trattato dal libro: i Templari. Non è la solita pubblicazione che fa leva sull’aspetto esoterico-gnostico dei potenti combattenti, ma parte da loro per illustrare, con un colpo d’occhio sapiente, il mondo di allora, i costumi che ora ci appaiono cruenti, un’epoca che fu segnata da radicali scelte ideologiche, che si ripercuotono ancora nel nostro paradigma. Vi lascio a un breve copia e incolla della recensione.
Nulla nasce dal nulla e finisce nel nulla: con L’ultima battaglia dei Templari Giorgio Albertini ci mostra la genesi della battaglia di Hattin, che segnò la fine di un’epoca, la perdita di Gerusalemme il 4 luglio 1187; ci fa esplorare tutto il territorio circostante, via via fino in Egitto, nei paesi cattolici spagnoli, francesi e del Sacro Romano Impero, nella Roma dei Papi, a Costantinopoli, attraverso la penisola anatolica, per tornare nei territori strappati dai crociati, giù fino a Gerusalemme.
Ci spiega chi viveva questi paesi, come erano governati, chi erano questi misteriosi infedeli che chiamavano saraceni, turchi che si credevano tutti uguali, ma che erano in continua lotta fra di loro per il predominio, onde individuare chi era il nemico acerrimo e chi il confinante con cui potersi accordare.
In quest’epoca la diplomazia non si poteva usare: cristiani contro infedeli, fino al sacrificio finale. Solo retorica che si andava superando, per un tempo in cui i cavalieri si mettevano al soldo del migliore offerente; in cui gli abitanti, che per generazioni risiedevano in Terrasanta, avevano convissuto con musulmani, ebrei, armeni e tante altre sfumature di cristianità; in cui il buon vicinato permetteva il libero commercio delle merci, che conveniva a tutti: alle Repubbliche Marinare ed alle carovane del deserto, che portavano le merci dall’Asia.
Nella piana di Hattin si infransero i sogni di convivenza, prevalse l’intransigenza, l’integralismo e la guerra corpo a corpo trionfò.

