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Carmilla on line | La casa sull’abisso
Su CarmillaOnLine una recensione di Sandro Moiso a La porta dell’alba, di William Sloane, uscito per Adelphi; che comincia citando eserghi di Lovecraft e dello stesso Sloane:
Pensò alle antiche leggende del Caos Primigenio, al cui centro brancica goffamente, cieco e idiota, il dio Azathoth, Signore di Tutte le Cose, circondato dalla sua inetta schiera di danzatori ottusi e amorfi e cullato dal sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco stretto da mani mostruose. (H.P. Lovecraft – L’abitatore del buio, 1935)
La mia paura non aveva un oggetto su cui proiettarsi: colorava ogni mio pensiero, ma non aveva contorni precisi. (W. Sloane – La porta dell’alba, 1939)
Ed ecco poi le spiegazioni vere e proprie, l’ingresso nella rece:
Azathoth è un dio appartenente al Ciclo di Cthulhu ideato dallo scrittore Howard Phillips Lovecraft. Conosciuto anche come il Caos Primigenio o il Demone Sultano, Azathoth è il più antico e potente degli Grandi Antichi descritti nei lavori dell’autore americano. Pur definito come il più potente degli Dei Esterni, viene descritto mentre «bestemmia e farfuglia al centro dell’Universo».
Mentre Azathoth veglia in questo stato di semi-incoscienza, gli altri antichi dei ballano ininterrottamente intorno a lui, perché se si il dormiente si risvegliasse del tutto potrebbe ordinare la distruzione dell’universo, compito che spetterebbe a Nyarlathotep. Oppure rivelare che l’universo è solo un sogno di Azathoth che, con il suo risveglio, cesserebbe semplicemente di esistere.
È da qui che occorre partire per comprendere come il vero orrore descritto e immaginato da Howard Phillips Lovecraft non sia tanto quello rappresentato dalle divinità mostruose del summenzionato Ciclo o dalle aberranti trasformazioni fisiche e mentali di esseri umani casualmente entrati in contatto con entità che di divino per la nostra specie non hanno assolutamente nulla, quanto piuttosto da un universo caotico in cui la vita, almeno così come l’uomo si immagina di conoscere proiettandola anche in un inesistente “aldilà”, più ancora che il frutto della casualità ricombinatoria degli elementi che l’hanno resa possibile, costituisce nient’altro che un errore. Un cosmo freddo, buio e inconoscibile in cui ogni umano tentativo di esplorazione, comprensione o controllo non può essere destinato ad altro che al fallimento e alla scoperta di orrori prima inimmaginabili. Ed è questa visione del mistero che circonda l’uomo sbattuto nell’universo che fa sì che sia possibile avvicinare il romanzo di William Sloane pubblicato da Adelphi ai racconti e ai romanzi del solitario di Providence.

