HyperHouse
NeXT Hyper ObscureArchivio per La mummia
Carmilla on line | Weird & tempo: L’anno scorso a Helouan (Victoriana 52)
Su CarmillaOnLine un articolo di Franco Pezzini che analizza il weird di Algernon Blackwood, in particolare quello evocato da Discesa in Egitto, edito da Hypnos qualche anno fa, racconto che amo come quasi tutto quello che ho letto di Blackwood. Un notevole estratto:
Fin dall’epoca delle Weird (o meglio Weyward) Sisters del Macbeth con le loro profezie destinate ad autoavverarsi, il weird – da wierd, non a caso dall’inglese antico wyrd, “fato, destino”, cfr. norreno urðr, “fato, una delle tre Norne” – riflette il linguaggio congruo a un rapporto critico, “fantastico” con il tempo e tra tempi diversi. Un linguaggio dei paradossi – consequenziali, sì, ma spiazzanti – che ne originano a livello storico (l’uso dei tempi diversi sparigliati nei romanzi weird di Valerio Evangelisti è emblematico) e insieme il linguaggio dei paradossi di un fantastico interiore, con la risacca che conosciamo in noi. Non tanto o necessariamente il futuro, dunque, con tutta la sua santabarbara di attese e distopie come evocate nella fantascienza, ma il rimbalzare straniante, magari beffardo, di passato, presente e futuro nella provocatorietà dei nessi causali.
Ecco spiegato, al di là di una comodità nomenclatoria di volta in volta meditata o modaiola per un linguaggio che pare fin troppo miscellaneo, il rapporto radicale del genere strano – come il weird è stato definito – con i vari filoni del fantastico, linguaggio moderno dell’identità (personali e collettive) e delle sue crisi di crescita o di orrida necrosi: a partire dalle crisi del nostro essere nel tempo, del nostro essere tempo. Qualcosa di emblematico nel testo che qui si presenta.Parlando di Algernon Blackwood (1869-1951), è uso citare Lovecraft, a proposito e a sproposito. HPL critica il collega inglese senza peli sulla lingua con il suo solito linguaggio acidulo, pure ammirandone genuinamente il genio e con lodi convinte. Mentre Blackwood gli rimprovera la mancanza di quello “spiritual terror” che rende convincente l’evocazione dei mondi sottili e dei loro abissi in quanto oggetto di serie convinzioni personali. In soldoni: Blackwood alle vertigini dell’occulto crede; Lovecraft no, anche se crede a ciò che esse rendono con linguaggio mitico, metaforico, letterario. I suoi richiami all’occulto costituiscono un geniale pulsante narrativo – congruo per assurdità visionaria – funzionale a evocare la vertiginosa piccolezza dell’uomo in un cosmo o piuttosto caos cieco e idiota, irriducibile ai corti orizzonti di un’antropologia ottimistica. Ovvio che i due non possano capirsi a fondo.
Comunque HPL inquadra così la raccolta blackwoodiana Incredible Adventures per Macmillan, 1914:

