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NeXT Hyper ObscureArchivio per Ernst Jünger
La psichedelia dissonante di Henri Michaux – L’INDISCRETO
Su L’Indiscreto una cavalcata nei primordi della psichedelia vista dal punto di medico e farmacologico, attraverso gli studi di Henri Michaux; l’incipit:
Il farmacologo tedesco Louis Lewin, autore del seminale “Phantastica: droghe stupefacenti ed eccitanti”, è stato il primo a occuparsi scientificamente del peyote in un articolo del 1888. Fu grazie a lui se nel 1897 Arthur Heffter poté isolare la mescalina, principale alcaloide responsabile degli effetti “fantastici” del cactus, e nel 1919 Ernst Späth riuscì a sintetizzarlo. È in questo periodo che individui particolarmente avventurosi come W.B Yeats, Aleister Crowley, Havelock Harris (oltre ad alcuni medici e ai loro discepoli) iniziarono a interessarsi alla sostanza. Negli anni trenta e quaranta del novecento ne fecero uso filosofi del calibro di Sartre e Benjamin, il grande scrittore polacco Witkiewicz, e ancora Artaud, Jünger, Merleau-Ponty. Intorno agli anni ’50 i beatnik assegnarono un valore speciale al principio attivo del peyote nella loro dieta di sostanze psicotrope favorendone la diffusione tra i bohèmien di New York e San Francisco. Ma per il successo della mescalina nella nascente cultura di massa del dopoguerra sarà fondamentale “Le porte della percezione” di A. Huxley (1954), che nel 1953 ne assunse 400mg grazie alla mediazione dello psichiatra Humphry Osmond (l’inventore del termine “psichedelico”) e ne scrisse diffusamente nel suo saggio destinato a diventare una pietra miliare nella storia dell’esplorazione psichedelica. Lo scrittore britannico seppe concentrare con entusiasmo contagioso i diversi aspetti che avevano suscitato interesse verso la mescalina nella prima metà del novecento: ricerca medico-scientifica, implicazioni estetiche, valore mistico-spirituale.
Teofanie chimiche: Ernst Jünger e la psiconautica – 𝐀𝐗𝐈𝐒 ֎ 𝐌𝐔𝐍𝐃𝐈
Su AxisMundi un lungo excursus sulle trattazione di Ernst Jünger sulla psiconautica; un estratto – uno dei tanti – significativo:
Il termine psiconautica e l’approccio psiconautico verranno poi ripresi da Peter Carroll nell’ambito della chaos magick, per riferirsi alle sperimentazioni dei reami psichici indotti non solo alle sostanze ma anche da rituali, estasi, meditazione e tutte le tecnologie in grado di modificare l’esperienza del mondo, per approdare, infine, al mondo moderno. Il termine psiconauta è infatti oggi ampiamente in voga tra gli “sperimentatori indipendenti” internazionali, soprattutto su blog e siti internet, per riferirsi alle autosperimentazioni di sostanze naturali e di sintesi. Le esperienze più dettagliate sono riportate con una metodologia precisa, formalizzata in passato da autori e psiconauti come Alexander Shulgin, descrivendo cioè sostanza utilizzata, preparazione, dosaggio, set, setting e fenomenologia progressiva degli effetti psicofisici indotti dalla droga.
Tornando a Jünger, questi si era accorto che, durante l’estasi indotta dalle sostanze, perfino nelle esperienze più pericolose ed estreme, si apre uno squarcio verso nel reale che permette alla coscienza di gettare uno sguardo al di là della vita materiale. Adottando un approccio fenomenologico, si può vivere quello che egli, per tutto il testo, definisce un avvicinamento [7]:“Mettersi nella condizione di raggiungere il luogo in cui si scorga, se non ciò che si trasforma, almeno le sue trasformazioni – questo è un avvicinamento. Qui i cammini si separano: da una parte, il rimpianto o il dileggio della maschera caduta, dall’altra, invece, l’attrazione per la nuova maschera. Una terza prospettiva è tuttavia possibile, simile a quella che si apre tra i sepolcri etruschi: lo sguardo sereno su ciò che è transitorio […]. Non serve elaborare piani e programmi, non ci sono assicurazioni e ricette; quando un giorno, in un’ora solenne, l’essere avrà deposto la maschera, questo interrogativo si presenterà al singolo uomo. Non può nuocergli tendere qualche volta l’orecchio alle anticamere”.
In vita, ci è consentito soltanto l’avvicinamento al mistero; possiamo origliare alla sua porta, ma percepiremo solo bisbigli. Tuttavia: “l’esistenza, nel suo significato superiore, consiste in un avvicinamento continuamente ripetuto” [8]. Ogni pianta e, più in generale, ogni molecola chimica consente non solo un diverso grado di avvicinamento, ma anche una differente strada e, dunque, una diversa prospettiva, sul mistero dell’essere a cui ci avviciniamo. Questo è lampante di fronte alla diversità fenomenologica delle esperienze date da oppio, alcol, hashish, coca, LSD, funghi psicoattivi ecc.; ogni sostanza possiede una sua sfumatura – che potremmo identificare, metaforicamente, con il carattere o l’anima della pianta, del fungo o della molecola che ci invade, come scrive Jünger“un ingresso trionfante della pianta nella psiche”. Eppure, ciascuna di queste esperienze, quando affiancate tra loro, sembra riecheggiare un eco proveniente dalla stessa direzione. Analizzandone la fenomenologia, si prova la medesima sensazione di quando, in visita a una nuova città, ci si ritrova sempre convergere al Duomo della piazza centrale, ma da via differenti: ogni volta si scorge una diversa facciata, un dettaglio sfuggito, una nuova prospettiva. Ma l’edificio sacro è sempre il medesimo. Siamo noi, per via della nostra coscienza limitata, a poterlo osservare soltanto da diversi punti di avvicinamento.
Teofanie vegetali. Il simbolismo delle piante nell’opera di Ernst Jünger
Tutti gli obiettivi sono effimeri, solo il movimento è eterno e porta con sé, senza sosta, scenari magnifici e spietati. Potersi richiudere nella propria sublime mancanza di scopo come in un’opera d’arte o nel cielo stellato è un lusso che solo pochi si possono permettere. Ma chi in questa guerra vede solo negazione e sofferenza e non l’affermazione, il massimo dinamismo, allora avrà vissuto da schiavo. Costui avrà avuto solo un’esperienza esteriore, non un’esperienza interiore. Ed ecco volare via la vita, la grande emozione, la volontà di combattere e di conquistare il potere nelle forme della nostra epoca, la nostra forma, la forma più ostinata e robusta che si possa immaginare. Dinanzi a tale potente, perpetuo rifluire verso la battaglia, tutte le opere s’annichiliscono, tutti i concetti si svuotano, e si coglie un che di elementare e grandioso che è sempre stato e sempre sarà, anche quando non ci saranno più né uomini né guerre.
Questo uno degli estratti che ho preso da AxisMundi per introdurre un post su Ernst Jünger, di cui m’interessano molteplici aspetti esoterici e simbolici che portano a una visione distaccata dell’esistenza, e dei valori che possono essere celati dalla completa antropizzazione delle cose; un estratto:
Studiando l’opera e la vita di Ernst Jünger non si può che rimanere sopraffatti di fronte a un pensatore che, proprio in virtù delle sue esperienze estreme, è stato in grado di avvicinarsi (usando un termine a lui caro) alla fonte stessa dell’Essere. Ci troviamo di fronte a un uomo che, solo per citare alcuni aspetti della sua biografia, scappò di casa a sedici anni per arruolarsi nella legione straniera, che combatté due guerre mondiali rimanendo ferito oltre quindici volte, che esplorò l’estasi e il terrore degli stati alterati di coscienza attraverso alcol, tabacco, cannabis, hashish, cocaina, etere, cloroformio, mescalina, funghi psilocibinici, LSD – perfino un pericoloso vino di mandragora che cita in un suo carteggio con Albert Hoffmann [1]; il tutto, per poi morire alla veneranda età di 103 anni. Nato, infatti, nel 1895, si spense nel 1998 dopo aver attraversato più di un secolo, dopo aver partecipato ai più importanti drammi storici del ‘900, sopravvivendo a tutti i principali protagonisti di prima e seconda guerra mondiale e avendo perfino il tempo di veder innalzare e cadere il muro di Berlino.
Ma l’aspetto più importante della sua opera – e con opera si intende tanto la sua opera letteraria, quanto la Grande Opera della sua vita – è che egli non si fece trascinare da questo intenso vortice di eventi come un semplice testimone, ma alla stregua di un alchimista riuscì a distillare un senso metafisico da ciascuna esperienza, fosse essa meravigliosa o terribile. Che si leggano i suoi diari di guerra, i suoi saggi filosofici o i suoi romanzi e racconti, si ha la percezione di un pensiero che non nasce soltanto sulla carta, ma che è stato prima scolpito nella carne e nel sangue, nella gioia e nella sofferenza, e dietro a ogni riflessione si riesce a intravedere una profondità che va oltre le lettere e l’inchiostro. Ci sono passi in cui ci si sente accompagnati sul bordo di un precipizio, la cui vista toglie il respiro ma sul cui fondo percepiamo nascondersi un mistero fondamentale dell’esistenza. Un mistero che Jünger è stato in grado di sondare, con la sua esperienza, e che ora ci invita a cogliere – ma al costo di lanciarsi al di sotto con lui.
D’altronde, troviamo, come in Junger, anche nell’esperienza di un altro pensatore-soldato del novecento, Filippo Tommaso Marinetti, la sensazione che giunti alla sbarra che separa la vita dalla morte l’uomo sia messo in contatto con forze eterne, strettamente legate al significato dell’esistenza. Come scrive Marinetti ne L’Alcova d’acciaio narrando l’infuriare di una battaglia:“In uno squarcio di luce ancor torbida una allucinazione o una realtà stranissima assale i miei occhi. Ogni soldato che spara sussultando al suo parapetto ha uno strano alone azzurro-rosso intorno a sé. Sembra un molle globo di nebbia, una ruota di fumo azzurrino. Mi alzo e nell’angosciosa precipitante frenesia della fucileria seguo la trincea. Certo ogni combattente appare ai miei occhi come un nucleo opaco o meglio come il mozzo di quella misteriosa ruota di diafano azzurro. Intuisco così la presenza della vita vissuta che avviluppa ogni combattente nel momento della battaglia. Sono grovigli di giorni passati, di gioie godute, di dolori sofferti che affettuosamente si arrotondano sull’uomo nel giuoco supremo; quando le forze ostili lo assaltano da ogni parte. Ogni ruota azzurra è diversa dall’altra, non so se per l’età, le condizioni di vita, o la coscienza. Malgrado le ondate sbattenti dei fragori e degli echi polifonici io odo quelle ruote azzurre veramente vive chiamare, gridare, implorare. […] Ecco sfioro la schiena d’un forte soldato dal viso cotto dal sole: sono nel suo alone azzurro e tremo come chi entra nella casa dove è morto qualcuno fra pianti disperati. Il soldato che m’è vicino e che spara, spara, affrettando i colpi è forse un marinaio. Chi pensa più alle fischianti pallottole che cinguettano sul capo coi primi passeri indifferenti? Sono preso dalla gioia di scoprire una nuova legge. Ben lontano dai Bergson seduti nelle cretine poltrone universitarie trovo nel momento più pericoloso d’una battaglia la soluzione di molti problemi che i filosofi non potranno mai scoprire nei libri, poiché la vita non si svela che alla vita. Il segreto amplesso del passato e del futuro nella stessa coscienza si rivela a coloro che tutto il passato hanno vissuto, sudato, pianto, baciato, morso e masticato e che vogliono fra le carezze o le gomitate della morte vivere, baciare, masticare e soffrire il loro futuro”.
Lankenauta | Asymmetric Thought
“Tutte le forme simmetriche inclinano allo stato inerziale, quindi si troverà che spesso vi corrisponde una tendenza alla corazzatura. Per contro le forme asimmetriche sono delle possibilità pienamente esplicate, sono i veicoli dell’evoluzione, del mutamento, della deviazione”.
Questo l’abstract, di Ernst Jünger, che su Lankenauta viene utilizzato per introdurre Asymmetric Thought, disco di Davide Ficco che esplora le semantiche caotiche alla ricerca di non-equilibri. Trovo che solo per questi accostamenti l’operazione artistica di Ficco sia da esplorare.
Lo stesso compendio
Il fisso si stempera sulle scogliere di marmo monomolecolare, mentre le estensioni si sfarinano nel loro stesso compendio.




