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Edikit presenta “La Clandestina” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di La Clandestina, romanzo di Jasmina Tesanovic uscito per i tipi di Edikit. La quarta:

Meredith, una ragazza americana che studia in Italia, si trova a viaggiare attraverso una Torino pervasa di magia, bianca e nera. Una guerra lunga secoli tra le forze del bene e del male incarnata nel corpo di una ragazza, che ripercorre le vite, le storie e le sofferenze di una moltitudine di donne uccise, da famose regine a prostitute senza nome.
Un romanzo senza tempo e spazio, dove il reale si confonde con il fantastico, il sogno con l’incubo. Meredith scoprirà di non essere una semplice studentessa e che sarà compito suo cercare la pace per tutte le vittime che vivono dentro di lei.

Hyde in Time finalmente a Torino e nelle librerie | PostHuman


Su PostHuman un post che spiega bene cosa succede con l’operazione di Mario Gazzola “HydeInTime”, edito da Edikit, in cui Stevenson e il suo JeckyllHyde c’entra con tutte le metaforiche scarpe. Ringrazio per le citazioni/ringraziamenti, ma io sono solo rimasto abbagliato dall’operazione, assai geniale. Un estratto:

Tre manoscritti inediti, un unico killer dall’800 al 2000, crimini come opere d’arte nel romanzo-trilogia di Mario Gazzola per Edikit, in anteprima al Salone del Libro di Torino 2023, con le visioni pittoriche di Roberta Guardascione e le note del concept album dei Death SS sul tema del doppio malefico.

L’unica cosa che ormai è già stata svelata dall’intervista dell’ANSA è che… si tratta di un brillante gioco di finzione architettato dal Gazzola medesimo, che ha finto di ritrovare manzonianamente l’inedito in soffitta e inventato di sana pianta i suoi sanguinari seguiti, destreggiandosi fra imitazioni della lignua letteraria ottocentesca, citazioni di autori che Stevenson poteva conoscere (Baudelaire, De Quincey, De Sade, scienziati e parapsicologi della sua epoca etc.) e divertiti omaggi celati nel testo ad autori a lui successivi come Lovecraft, Clark Ashton Smith, Bradbury – come noterete in quest’altra anteprima su Fantasy Magazine, del primo ingresso di Hyde al Marébito – ma anche Robert Bloch e Harlan Ellison, Alan Moore, Valerie Martin, persino a registi come Stephen Frears, Roy Ward Baker e Walerian Borowczyk.
Costruzione postmoderna spalleggiata altrettanto brillantemente dalla musa visuale Roberta, che supera se stessa triplicandosi nelle finte stampe alla Doré di Jane Mason, nei Sickert apocrifi e nell’Eddie in cui impiega come pattern cromatici ‘sauvage’ frammenti di Picasso, Bacon, Kandinskij, Pomodoro e Abramovic.

Hyde in time | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine l’anteprima del volume Hyde in Time, curato da Mario Gazzola. Una silloge che potrebbe svelare un mistero nascosto nella storia della letteratura: l’inedita versione del capolavoro del 1886 di Robert Louis Stevenson e due seguiti ideali, anch’essi inediti, firmati dal figlio e dal nipote dello scrittore scozzese.

Guardai attentamente il parallelepipedo cristallino: attraverso lo strato di brina potei scorgere effettivamente il corpo di una giovane distesa come in una cassa da morto; era completamente nuda e, a quanto era dato scorgere, davvero appetitosa.Per avvicinarsi meglio al parallelepipedo di ghiaccio, naturalmente era necessario deporre una moneta nell’apposita fessura. Mi sono fermato qualche istante a meditare che senso potesse avere, anche per un dissoluto come me, pagare per il privilegio di baciare una lastra di ghiaccio… oppure c’era anche lì qualche trucco, per cui al cadere degli scellini nella fessura, il ghiaccio si sarebbe dissolto come la nebbia che sembrava avvolgere le membra della fanciulla, offrendola finalmente al naturale alle labbra del suo liberatore? Ma no, non era possibile che un tale piatto venisse servito a un visitatore per così pochi spiccioli, meno di quanti ne avrebbe chiesti una donnaccia di strada… doveva per forza essere un trucco. L’avido avventore avrebbe dilapidato le sue monete per il solo privilegio d’appoggiare le labbra su un blocco di ghiaccio… all’improvviso le mie riflessioni furono interrotte da un robusto garzone che superò la mia incertezza passandomi davanti con uno sbrigativo “permesso”, seguito dalla sua riottosa fidanzata imbronciata. Il giovane, tutto compreso nel suo ruolo di preteso principe azzurro, brontolò qualche scusa in risposta agli stizziti “cerchi di baciare un’altra anche quando sei con me?” della morosa, depose l’obolo nell’urna e s’accostò al blocco di ghiaccio, cercando di posizionarsi in corrispondenza del volto dell’evanescente fata del gelo ridacchiando stupidamente, come il volgare energumeno che era.

Hyde in time, ovvero la prima versione di La strana storia del Dr. Jekyll e del sig. Hyde?


Su FantasyMagazine la spiegazione delle anteprime che ho offerto al mondo 🙂 di Hyde in Times, in cui Mario Gazzola spiegava alcune cose del manoscritto di Stevenson fortunosamente ritrovato. Un gran bel colpo, devo dire!

Edikit si accinge a pubblicare Hyde in time, un volume in cui Mario Gazzola, secondo quanto comunicato dall’editore, raccoglierebbe l’inedita versione del capolavoro del 1886 Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde scritto da Robert Louis Stevenson e due seguiti ideali, anch’essi inediti, firmati dal figlio e dal nipote dello scrittore scozzese. Si tratta di un palese omaggio? Di una burla letteraria felicemente ispirata? Al lettore il compito di scoprirlo da maggio, quando il volume sarà nelle librerie, fisiche e online. Noi vi lasciamo ai contenuti diffusi dall’editore che entrano nei dettagli dell’operazione.

Quarta: Una scoperta che promette di cambiare per sempre la storia della letteratura gotica e non solo, quella che Edikit annuncia in uscita nelle librerie per il prossimo maggio. Com’è noto, Stevenson aveva vergato una prima versione della vicenda del Dottor Henry Jekyll e del suo doppio malvagio Edward Hyde, che poi diede alle fiamme dopo un diverbio con la moglie Fanny. Di quella versione è stata rinvenuta una copia inviata dalla stessa Fanny al poeta William Henley, amico e collaboratore di Stevenson, come ci rivela la missiva riprodotta qui sopra e nell’introduzione del libro a cura di Mario Gazzola. Henley trasgredì all’ordine della moglie di Stevenson di bruciarla dopo la lettura, regalandoci così la possibilità di riscoprirla.

L’originale stesura del capolavoro di Stevenson però non è l’unica sorpresa che ci riserva l’autore milanese. Hyde in Time, infatti, è una silloge composta da anche altri due romanzi brevi: Il lupo di Whitechapel, a firma del figliastro e a sua volta collaboratore di StevensonSamuel Lloyd Osbourne (1868-1947), e Hyde in time, del nipote Samuel Osbourne II, oscuro personaggio di cui nessuno aveva mai saputo di una produzione letteraria.
Nelle note del curatore interposte fra un manoscritto e l’altro anche alcune tracce su come Gazzola è riuscito a disseppellire le tre gemme letterarie perdute, a propria volta un’avventura letteraria ai confini del crime.
Molti gli interrogativi letterari aperti da Hyde in Time, una sola certezza: la storia del fantastico non sarà più quella che credevamo.

Anteprima di “Hyde in Time”, Pt. 2


Seconda anteprima di Hyde in Time (qui la prima parte) tratta dal primo manoscritto chiamato Hyde e l’Altro (versione originale ritenuta perduta per sempre de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di R.L. Stevenson), libro a cura di Mario Gazzola dato in anteprima dall’editore Edikit, riusciti chissà come a mettere le mani sul prezioso manoscritto-scoop che riscrive la storia della letteratura gotica e weird; l’immagine è di Jane Mason, coetanea di Stevenson e illustratrice dell’intero Hyde e l’Altro:

…Sensazioni forti.
Corpi.
Frusciar di sete.
Estasi, ebbrezze: il “ragionato sregolamento di tutti i sensi” predicato da quello scellerato poeta francese; fino in fondo all’Ignoto, sia esso il Paradiso  o l’Inferno, per scoprire qualcosa di nuovo. Perché le parole ideali per esprimere quel che sentivo appartenevano tutte alla decadente lirica francofona?
Carni esili e sfibrate.
Avvizzite nei bracieri del demonio.
Femminee o infantili, incestuose, animali… come consunte, sfibrate nelle paludi del vizio.
La gratuità del male come unico gesto autenticamente personale. Istintivo, primordiale.
Brutalmente artistico.
E tutto questo senza il marchio della colpa, perché la metà che avrebbe peccato sarebbe sempre stata separata e autonoma dalla metà virtuosa. È stato così che ho iniziato il mio cammino di esperimenti finalizzati ad arrivare alla distillazione di un farmaco che non si limitasse a donare l’oblio onirico alle membra assediate dalla malattia, ma che al mio comando potesse aprire le porte di quella dimensione, della sua conoscenza e della sua esperienza.
Anzi, forse proprio grazie a quello la metà oscura avrebbe potuto definitivamente separarsi dall’altra e vivere stabilmente nel reame del Sogno, non solo in quei brevi e agitati intervalli notturni di cui poi poco o niente io mi ricordavo una volta sveglio. Lui, l’Altro, ancor più e meglio che proiettare le proprie visioni oniriche su un sipario con un nuovo tipo di lanterna magica, avrebbe dimorato stabilmente in quel mondo oltreumano e inesplorato, avrebbe percepito con chiarezza i suoi colori accecanti, i suoi suoni fantastici. Avrebbe varcato tutte le porte della percezione verso l’infinito e gustato, divorato avidamente tutte le esperienze che nella nostra limitata fantasia possiamo solo pallidamente immaginarci e mai davvero toccare con mano. Concepito quel pensiero, quel folle progetto, furono lunghi mesi febbrili, e non solo a causa dell’affezione polmonare. Dopo una serie di fallimenti, che in capo a circa un anno cominciavo a rassegnarmi fossero senza speranza, alla fine sono riuscito ad estrarre dalla Claviceps Purpurea un alcaloide di cui intuivo il grande potere psicotropo: un parassita delle graminacee il cui nome comune è ergot, che in francese significa “sperone” (ho sorriso fra me, pen- 10 sando che la spocchiosa lingua del depravato autore de I Paradisi Artificiali continuava a perseguitarmi).
Ero convinto, e tuttora lo sono, che l’infestazione dei cereali da parte di questo fungo possa causare una contaminazione anche degli alimenti che ne derivano, su tutti il pane di segale. Probabilmente quest’ultima è responsabile di fenomeni d’intossicazione come quelli conosciuti a livello popolare sin dal medioevo con il nome di “fuoco di Sant’Antonio”, “fuoco sacro” o anche “male degli ardenti”, che la superstizione dei tempi andati ha condotto a spiegare come forme di possessione demoniaca. Forse non allontanandosi poi molto dal vero.
Mi accingevo a iniziare una serie di prove scientifiche su cavie animali per saggiare i potenziali effetti venefici dell’alcaloide, peraltro già riscontrati dalle comunità contagiate attraverso il pane, quando una notte di estremo sfinimento febbrile mi ha indotto a sperimentare il farmaco su me stesso senza prima averle portate a termine. Come si capirà, anche se a mia insaputa stavo già siglando la mia fine. (…)>>

Tanto per chiudere lo scoop, posso dire che il racconto di Mario Gazzola presente sull’antologia da me curata LaPrimaFrontiera, penso proprio fosse un attingere segreto al tesoro dissepolto? Se così fosse, sarebbe stato un vero splendido crimine…

Anteprima di “Hyde in Time”, Pt. 1


Tratto dal primo manoscritto di Hyde in Time, ossia Hyde e l’Altro (versione originale ritenuta perduta per sempre de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di R.L. Stevenson), libro a cura di Mario Gazzola dato in anteprima dall’editore Edikit, riusciti chissà come a mettere le mani sul prezioso manoscritto-scoop che riscrive la storia della letteratura gotica e weird; l’immagine è di Jane Mason, coetanea di Stevenson e illustratrice dell’intero Hyde e l’Altro:

<<(…) Sotto l’effetto di alcuni dei farmaci che ho provato per alleviare gli accessi di tosse, le emorragie e le febbri che mi debilitavano fino al deliquio, ho viaggiato lungamente nelle indefinite, sconfinate distese del sogno. Una dimensione lussureggiante e opulenta, fiorita d’informi policromie e di voraci parassiti della mente, che a propria volta in quelle fasi debilitate hanno banchettato lautamente della consunzione delle mie carni. Fantasmi che accendevano la mia psiche quando il corpo giaceva inerte e già quasi senza vita e mi chiamavano a danzare con le loro bizzarre sirene, finché non mi risvegliavo, ancora più esausto e consumato di quando mi ero assopito, incapace persino di gridare gli orrori che mi turbinavano dentro. Peregrinazioni che talvolta mi hanno portato a considerare l’arcipelago dell’onirico una realtà più vera del reale stesso. E la cui conseguenza a lungo termine mi è sempre risultata un inesorabile sgretolamento della vita “reale”, fino al definitivo crollo delle barriere che si presume separino i due mondi.
Nello stesso tempo, però, la consuetudine ad abitare i regni di Morfeo durante le lunghe eclissi di coscienza conseguenti alle mie inusuali terapie ha generato in me una sorta di vorace appetito per le immagini sempre più assurde ed esaltate che da quest’oceano sgorgavano alla mia mente, persino per le più orribili e irripetibili.
Talvolta, dopo una lunga immersione nei miei sogni più morbosi, tornato allo stato di veglia mi scoprivo a immaginare una possibilità tecnica che consentisse di proiettare le visioni che giungevano alla mia mente, su un sipario o una parete bianca, in tutta la loro inconcepibile tavolozza cromatica, magari addirittura accompagnandole con i suoni delle voci e delle turbolente musiche fantastiche che udivo in sogno. Una specie di evoluzione futuristica della lanterna magica: che spettacolo totale e sontuoso sarebbe! Più stordente ed emozionante di qualsiasi fantasmagoria si sia mai vista a teatro.
Subito dopo però mi trovavo a pensare sgomento come avrei potuto sopportare che insieme ad esse venissero visualizzati anche i sogni più immorali e malvagi, che del mio banchetto fantastico erano le spezie più piccanti. Come avrei potuto tollerare che i miei amici, i colleghi medici più stimati di Londra, venissero portati in un ignobile giro turistico nelle grotte più buie della mia coscienza, come in un impietoso denudamento degli aspetti più impresentabili dell’anima?
Dev’essere stato allora che ho iniziato a vagheggiare un metodo, magari un farmaco di concezione radicalmente nuova, capace di scindere le due opposte componenti dell’animo umano, da sempre compresenti in ognuno di noi e in perenne conflitto: da un lato la coscienza razionale diurna, vigile e moralmente retta, dall’altro quella che definirei “incoscienza onirica”, bramosa e priva d’alcun freno etico alle proprie fantasie. Cominciai così a pensare che, se fosse esistito un simile farmaco, la parte più buona e sana di me avrebbe potuto finalmente librarsi verso l’alto senza la zavorra dell’altra componente, sordida e bestiale. Ma, contemporaneamente, benché fossi restio ad ammetterlo anche a me stesso, la mia mente era ancor più rapita dalla possibilità di liberare nello stesso modo la componente selvaggia e sfrenata al di là di qualsiasi vincolo morale. Anzi, ormai devo riconoscerlo, quest’ultima opportunità mi seduceva assai più visceralmente dell’altra: cos’avrebbe fatto quell’identità malvagia, finalmente sciolta dal benché minimo senso di colpa? In realtà lo sapevo benissimo: il mio pensiero sgusciava come una serpe lungo i vicoli più tortuosi e oscuri, soffocati da foschie purpuree, sulle ritorte e macilente guglie della rocca del sogno in caccia di quel nero lupo predatore, la trasgressione più sfrenata… (TBC)

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