Il decimo anno lo scrissi in una pagina che si avvolse come nebbia su certe caviglie slanciate che la lingua riportava in un ricordo soffiato nelle direttive di uno schianto, l’affanno, lo sapeva bene non serviva a rimediare al dolore di una punta arrotondata, come la penna che masticava da giorni, un vizio come quello di rosicchiarsi il mignolo destro e il dondolare la voce in un rigurgito di neve.
Tagliente come si rimpiangeva, fuori c’era un sole d’agosto e non la neve che ogni anno al 4 gennaio – una certa ricorrenza paurosa ed infantile, come se il cielo sapesse che quel giorno tutto il mondo aveva un ricordo da seppellire, per attenderlo poi, alla fine del verso, come quando si scioglieva la neve in un sorriso smacchiato con il solvente che il dolore non trasmette.
Nella penombra vide le luci, sorrise e si sussurrò che da dietro quelle finestre aveva così tanto da raccontare che l’intruso era la luce, le voci e l’amore, che smise di penetrarla in questo decimo anno che tatuava sui muri in losanghe colorate, non c’era altro in quella stanza: un materasso, le lenzuola nere e viola che tanto amava, un tavolino trovato dal rigattiere dietro l’angolo con sedia annessa e un porta abiti, come quello dei negozi che un tempo frequentava, dove teneva un cappotto rosso liso un po’ sporco e due abiti uno dei quali chiuso nel cellophane.
I muri erano così sottili che ad ogni nuova linea che dipingeva, passaggio fra l’oggi e il domani, aveva timore e tremore di bucare la parete e apparire con un solo occhio nella casa dei miei vicini virginali e stanchi, che non hanno voce o parole nemmeno da sussurrarsi la notte, ma hanno due bimbe gemelle, che passeggiano avanti e indietro mano nella mano nei corridoi stantii di questo palazzone scatola come quello delle sardine.
Mi ritrovo a disturbare un destino, lo faccio spesso quando cigolano le sedie di quelli che mi abitano sopra, due anziani filiformi dalle gambe lunghe come pertiche e occhi chiari come il mare che ricordo ancora a bagnarmi le vesti, mi fanno sorridere perché a volte si abbassano sui cocci di pane e biscotti che rallegrano i davanzali delle loro immense finestre e piangono contro i becchi dei piccioni e le gocce così grandi scendono attraverso le strettoie che vedo accanto alla mia finestra, piove in camera, è acqua salata pura, di dolore e bellezza.
Lo sguardo resta lo stesso, Lilliumina, contiene una selva di rami e mutevoli orizzonti squamati appena dai bordi d’acqua appiccicati sulle braccia, un vento circolare l’accarezza come una coccola continua e nelle stanchezze mutevoli piange sputi nel ricordarsi delle sue braccia e di quella lingua che parlava dei chiarori e delle belle colline, mentre la penetrava come il becco o la punta di un’ape, l’ape che si smiela e radente inveisce contro il sangue d’aggredire.
C’è una qualche forma di calore in questa stanza, e non sta nelle sfilacciate tende appese con una cordina alle finestre, che sono due, una da sul cortile stretto del palazzone, 25 appartamenti per un cubo di erba sfatta, sfranta e secca, quello da cui sento le lacrime dei miei vicini di sopra colare dai pertugi di cemento, l’altra finestra, quella per cui sono qui, da sul mare – lui così bello e ringhioso, lui che mi bagna l’anima di sale e bellezza.
Stropicciò gli occhi e poi la bocca, togliendosi il rossetto rosso e spinse i fogli verso la fine della scrivania, li vide arretrare e fare le orecchie come per non cadere, quella paura che paralizza nonostante la voglia di decidere una chiusura un remo da spezzare e scegliere il naufragio, il decimo anno non sarà così facile da digerire, Lilliumina, ha troppi ricordi acidi a corrodere lo stomaco con quella bella lentezza inaudita che è la lama quando lede un pezzo di carne o che strepita come l’olio caldo quando una scottatura riempie di bolle anche la voce.
Ricordava le scelte, la solitudine di una brocca d’acqua, la fiammella sporca del cucinino che mangiava aria e la spintonava giù dalle forchette impilate sui muri luridi, questo rincorrersi di cose che non hanno una voce, se non l’ennesima e singolare solitudine appiattita nella riga di un tappeto o dell’intero inferno che conservava nei cassetti dentro l’anima.
Ti ricorderò che io non porto nulla fra le mani, nei resti di uno schema dove la mia povertà persiste anche nell’inchiostro che si trascina dal dorso spento al mio grembo morente e mi ritrovo a scovare epitelio nelle voragini, era la mia cantilena nelle tue orecchie ad ogni ora che la notte chiudeva dentro bocche di petali viola.
Restano le superfici, quei morsi ben allungati nella paura che la notte porta come un cucciolo appeso alle labbra slabbrate di una rapsodia che ancora adesso riconosco, ho perduto il tocco, le dita che mi son sempre state amiche sono dei rapaci artigli che nascondo sotto guanti di un dollaro e 50, la mia povertà è la conseguenza della metamorfosi.
C’è una certa pace la notte, tutto il silenzio che voglio, un palazzo in piena si svuota quando le tenebre arrivano a toccare i denti, velocemente a mangiare, ascoltare i telegiornali a mescolare la minestra per il bambino che frigna e poi, l’oscurità selvaggia lasciata fuori a digrignare dalle tapparelle sbeccate, che incubo vedersi apparire le sagome dei demoni dalle finestre che io non chiudo ma apro come ad invitarli dentro, fin dentro la pancia, queste gambe aperte che lascio incivilmente come un banchetto di un matrimonio andato a male.
Questa nobiltà d’animo che possedevo era così sottocutanea che credevo di morire soffocata durante un sorriso, durante un abbraccio stretto o un bacio accennato alla guancia, io non ne potevo più di tutto questo amore salvifico, l’aggrapparsi perentorio di ogni nascituro all’universo delle cose buone da dire e fare, marchiandosi ogni giorno le vittorie, un pacchetto tutto compreso da accodare ad una provvigione una tantum.
Le mie mani sono scomparse, il demonio del mio respiro che non si nasconde riemerge la notte e mi violenta, ha imparato a rimanere sempre di più, mi osserva smaniare, accelerare il respiro, vomitare nei contorni di un materasso lercio e gode, eiacula le sue stramaledette voci, mi ha fatto sua schiava e gli artigli sono il prezzo, assieme alla fuga, al rifugio per non essere più reperibile al mondo che mi amava.
Ero un’amantide celeste, una madreperla di donna, il mio sorriso elargiva oro come Re Mida quando toccava insaziabile ogni cosa e quando fui fulminata dai venti, nella ricerca infinita di questa assurda bellezza che mi hai regalato quella notte di croce rovesciata e altari neri, io chi sono ora? Quali sono i particolari che mi ricorderanno, le mani epilettiche erano un fondale di spietatezza giornaliera.
Ed il mio fuggire in fondo resta, come un alito sulle piantane dei fiori, nella preghiera circolare, fra le dita di piedi nudi, nelle tonache rosse con quelle spietate lame disegnate sul cuore, scoprirmi eretica nella mia stessa gravità, nel mio stesso squamarmi mi sfugge nel nesso – senso, portarmi lontano dai becchi e dai denti in una pace che ho perso, nel decimo anno della mia maledizione.