«Vivo per la maggior parte dietro il mio occhio sinistro. E’ l’ occhio che vede il peggio e per questa ragione è sensibile alla sostanza delle cose, al mondo fantasma, al mondo della morte» J. Eyre
«Gli occhi distesi su tutto l’orizzonte
dove si coagulava la sua novella fantastica
d’odore agreste e dolcezza eufonica.
La cerimonia visionaria del senso
modesto sussidio per i poeti nati già morti.
Pretenziose sublimazioni
Viste come malattie veneree per un senso non condiviso. » Celan _________________________________________________
Tutto si spezza sempre all’inizio. Vita e morte sono elementi primari di uno stesso seme che si scindono al tempo del germoglio per poi continuare a vivere in unità distinte e simbiotiche. Niente a questo mondo resta unito. Niente e nessuno è uno. L’uno è il due.
Non avevo scelto di vivere, così come non avevo scelto di morire. Non avevo scelto di essere una, non avevo scelto di essere l’altra. Non avevo scelto il mio nome, e nemmeno mia sorella. Due acini di uva identici vengono chiamati indistintamente acini , eppure alla nascita io portavo il nome di Lara, mentre mia sorella si chiamava Mara.
Vivo grazie ad una parte della sua testa. Lei è morta per quella parte in meno.
Con due teste creo i miei dipinti e le mie sculture. In quelli vivo e in quelli muoio.
Sono seduta ad un tavolo oblungo insieme ad otto unità parlanti. Il cristallo dei bicchieri emette uno scintillio diamantino luminoso che si mischia a quello argenteo delle posate. Il riflesso punta ai miei occhi. E’ un fascio di micro-farfalle metalliche dal corpo puntiforme che in quel riflesso nascono e muoiono nel momento in cui colpiscono.
A tavola si parla della luna. Uno dice piattamente che quando è piena è bellissima, un altro dice che solo gli innamorati meriterebbero di parlarne. Un altro dice che sarebbe bello mettersi ad ululare a tavola tutti insieme al posto di suonare il campanellino per chiamare la servitù. E intanto, si sganasciano dalle risate, mentre l’aria sembra riempirsi di barriti grottescamente preistorici.
C’è una donna mastodontica dai capelli color barbabietola con due seni talmente grandi che non riesce a stare dritta. Così seduta ha l’aspetto di un budino trapezoidale informe su cui è infilato a mò di pennacchio il suo collo tozzo e quel crine crespo rosso violaceo. La donna ride spalancando la sua bocca oblunga più che può, quasi orgogliosa di mostrare la sua lingua ruvida all’uomo che le siede accanto. Quell’uomo ride anche lui, spallandosi all’indietro con una volgarità naturale. Fissa il seno ondeggiante della donna e si mette a ridere ancora più forte. Sembra che, come lei voglia mostrargli la lingua, lui voglia mostrale lo sconquasso che la sua faccia assume ridendo. Un ammasso di rughe così profonde da fare invidia al più longevo dei tirannosauri.
Ai miei occhi sono fantocci mostruosi, frutto di qualche esperimento di biomedica perversa. Io resto in silenzio, rifiutandomi di osservare le altre unità al mio tavolo e lancio anch’io uno sguardo a quella luna. Mi appare come un grosso coniglio bianco raggomitolato appeso ad un gancio nel cielo. Il suo doppio l’ho visto saltellare in gabbia poco fa, ingegnarsi inquieto per cercare di salire lassù per dare un bacio a suo fratello morto.
Appare dalla porta laterale una decima unità. Versa a tutti nel bicchiere del vino bianco ghiacciato. A me basta toccarne il suo cristallo freddo , che un’onda di gelo mi sale su per il collo e si dirama tramite la mia testa lungo ogni capello. Divento all’improvviso una medusa gelatinosa appena tirata fuori da un frigo, pronta a sciogliermi malamente al calore della prima pietanza calda che mi sarà servita.
Tutto si trasforma repentinamente. Tutto è caldo-freddo, vivente-morente.
Ora i fantocci mostruosi a tavola, sono tutti intenti a chiedermi il significato di quella mia scultura a forma di donna fatta con arance congelate ed esposta per giorni in una teca refrigerata con termometro a vista. Uno tra i fantocci, dal crine bianco-giallastro con due canini d’oro, comincia a muovere la sua bocca molle e mi dice che quando aveva provato ad alzare la temperatura della teca , la donna fatta d’arancia sembrava sanguinasse.
Il vivo e il morto in fondo si differenziano solo per una diversa temperatura corporea.
La decima unità rientra da una porta laterale della sala da pranzo. Porge a tutti, servendosi di una strana tenaglia, un panino ovale. Ha l’aspetto di uno scarabeo albino a cui hanno mozzato le zampe e le ali. Mi viene voglia di accarezzarlo. Mi rimanda al contatto con la terra, le zolle umide, ai fiori cresciuti e agli insetti svolazzanti sopra il letto di mia sorella.
Entra una undicesima unità e porta in mano un grande vassoio quadrato su cui giace un pollo dalla corona apache di verdure colorate. Riesco a vederlo di sbieco. Un attimo dopo ancora il riflesso del cristallo sotto la luce mi acceca. Le piccole farfalle metalliche salgono di colpo a me per poi cadere morte sulla tavola come coriandoli inermi.
Appena riesco ad aprire gli occhi, il vassoio quadrato giace sul carrello al lato sinistro della tavola e da quella tundra di erbetta vedo spuntare una chiocciola di cuoio dal cui interno spunta il viso di un feto che spalanca di colpo gli occhi cisposi. L’undicesima unità si mette ad affettare il feto-chiocciola e comincia a servirlo.
Intanto a tavola si ingozzano e ridono, altri si slinguano, altri si toccano mentre fumano. Le farfalle metalliche svolazzano a sciami raso tavola su quel che rimane dei resti degli scarabei bianchi divorati nel mentre. Il coniglio appeso in cielo sta piangendo. Suo fratello in gabbia sta diventando pazzo. Penso al sangue che verrà versato subito dopo, al momento del dessert.
Qualcuno mi chiede la data della mia prossima mostra. La mostra che proprio in quella cena , ho già quasi interamente scritto.
