In via Jorge Amado il sole riempie la strada del suo strano sapore. Ogni mattina.
Sapore di alberi del cocco, di cacao, ma anche di profonda aridità. Come se sulla stessa striscia d’asfalto realmente convivano sia un angolo della rigogliosa Bahia, che la terra morta, arsa dalla siccità, del Sertao. Assieme, nello stesso momento.
Non solo. Perché via Jorge Amado ha lasciato al passato il semplice sapore del Brasile per rivestirsi, immersa nella nostalgia, dei sapori del Mediterraneo, e del mare della Cina anche; e dell’oceano Indiano.
È una via povera perché è solo nell’indigenza che certi sapori si possono mescolare ad un tal modo, ed il risultato si tinge di magia come di tragedia.
Nell’angolo più lontano, a sud, verso la piazzetta, il profumo d’incenso è l’unico abitante che non dorme mai. Il baracchino di “Rabì” è talmente pregno del proprio sudore acre che continua sempre a salutare gli avventori.
Anche di notte, anche quando gli avventori in realtà dormono più o meno contenti nei propri letti, il profumo d’incenso è la parola ciao che col suo accento indiano non muore mai, come la speranza, e semplicemente aspetta il sole quando è notte e la luna quando è giorno.
Alle otto si alzano le serrande del panettiere che, già stanco per aver infornato tutta notte, lascia alla sua vetrina il compito di parlare alla strada. “Sveglia tutti”, dice, “Sveglia pelandroni, aprite le narici non sentite l’odore del mio pane?”.
La prima a rispondere al richiamo è la coreana, una piccola donna di nome Arim che da dieci anni fa le pulizie negli androni dei palazzi. Entra nel negozio già borbottando, nel suo accento da bambina, che vuole due brioches, ed il panettiere anche se non capisce un acca, gliele porge distratto, pensando al tempo.
A questo punto la via è costellata di paia d’occhi che la scrutano, quelle dei bambini che vanno a scuola e quelle degli adulti, che come il panettiere guardano in su per decifrare i segni del cielo.
Il giovane Fernando, Ana, Diego e Giselle escono dalla porta già bisticciando e smettono solo per sgridare assieme Jean come al solito in ritardo. Il ragazzo lavora col panettiere e ha negli occhi solo la voglia di dormire, ma subisce i rimproveri degli amici con noncuranza perché sogna già le comodità di un banco come letto e di un libro come cuscino.
Gli occhi sono tanti, molti di più di quanti ne potrei raccontare, molti non hanno nome per me e di molti so che hanno pianto stanotte. Altri lottano ancora con palpebre zuppe di birra, oppure si fanno stropicciare come gatti che fanno le fusa, oppure ancora, rimangono chiusi incuranti della sveglia.
La verità è che ogni via in città sembra uguale alle altre, in periferia almeno, e Jorge Amado rispecchia la media. Eppure, quello che si cela agli occhi lo colgono Naso ed Orecchie, perché anche questa è la verità ed ogni mattina mi posso divertire ad annusare ed ascoltare la moltitudine di piccolezze che mi fanno riconoscere questa via come “casa”, come entità conosciuta e cosa più importante, amata.
Non solo l’incenso di “rabì”, il profumo del pane, l’accento di Arim o i rimbrotti dei ragazzi… non solo l’aroma del kebab che verso mezzogiorno incendia la strada, o il sapore secco della lavanderia accanto al mio negozio; e neppure le urla della mia stessa vetrina, che canta il fresco di un buon dopobarba o di uno shampoo ai frutti, e chiacchiera, chiacchiera sempre il cik ciak delle forbici. Perché il mio mestiere in realtà è quello del consulente; chi vuole si stende sulla mia poltrona e mi parla come ad un amico.
Non è solo tutto questo, dicevo, che mi svela la piccola magia di sentire l’entità “casa” sotto ai piedi, mentre percorro la via. È tanto di più e non ha solo sapore o solo odore.
Per me, italiano e brasiliano ad un tempo, per me che dovrei avere tanta confusione in testa, prima andato e poi tornato; ma anche per i tanti altri immigrati che vivono qui, l’entità casa è un atmosfera di mescolanze e di ricordi, di sapori, odori, rumori ed emozioni, infine.
Sono le anime dei sogni che chiamiamo casa, quelle che è tanto facile scordare ma che basta poco a far rivivere, perché non muoiono, si addormentano solo, negli angolini della mente e poi, quando tornano in superficie, ci permettono ancora di credere, che anche in una semplice via come Jorge Amado, possa sempre succedere di tutto.
Zani Ettore – Ottobre 2003