Che poi sia tutto un inutile insulto alla ragione lo
capisce anche il fanciullino che è in noi
azzannato dalla sua stessa voglia di ascoltare
canzoni dalle parole schiette e sincere
che convincono che il mondo è bello anche se non è vero.
Coriandoli e pere molli vendute per primizie
marionette che si muovono da sole e un paio di
mazze usate da esperti sicari della locale
forza d’ordine per lasciare che tutto resti com’ è,
alano di guardia al tesoro compreso nel prezzo.
Che non si dica, poi, che sia tutto un unico pensiero
lasciato al sole ad essiccarsi prima dell’autunno insieme alle
mazurke ballate da dame sfiorite e suonate da
scazzati musicisti in pensione ormai da anni e
tonno al posto della carne perché la carne fa male.
Fuori intanto si cammina per le bancarelle della
fiera e si cerca di restare seri e compunti
aggiustandosi la cravatta di morbida seta e
"cara ho dimenticato il portafoglio in albergo".
Fuoriserie bombate schizzano da una parte all’altra come
crotali impazziti dentro ad un sacco di iuta. Poi
scende la sera e ci si appoggia alla scollatura dell’amica
non garantita né dall’età né dalla natura e
che annoiata finge di nascondere agli sguardi indiscreti floridi
seni carrozzati dallo stilista più in voga del momento.
Ci starebbe benissimo il finire la serata in spiaggia
picchiati a morte da un bagnino impazzito dal dolore,
prototipi del geniale assembramento di pensieri inerti,
col rimpianto di non aver fatto proprio tutto per concludere
il finto pellegrinaggio di uomini probi al cospetto della zia
pianta mai abbastanza o meglio ancora in odor di santità.
Fortuna volle che il bagnino si dimenticasse di tutto
pieno di quella birra che avremmo voluto bere noi e
poggiando la fronte a due braccia tatuate che
paracadutate da un Dakota sulle coste della Normandia,
cara pelota mia, avrebbero vinto la guerra da sole
si sfregò il naso un po’ per non piangere e un po’ per pulirselo.
La stella cadde con un botto fragoroso proprio sul molo e il
gabbiano, risvegliatosi dal lungo sonno, aprì le ali e in
un sontuoso batter di ciglia sconfisse la sua proverbiale pigrizia
gettandola in un dirupo e rimisosi giù riprese a dormire, ovviamente silente.
Bicchieri infranti in un bar fuori paese durante una rissa
segnata da un battere incessante di piedi su un tavolaccio da
ballo e da una musica che nessuno aveva mai sentito, tanto è
parlata, e canzoni appoggiate all’ultimo bicchiere.
Danza immobile una ballerina di tango abbracciando se stessa.
Caliggine in un vecchio camino spento da secoli e
lana negli angoli della stanza dove il sole sembra vincitore
sulla calda atmosfera da mezzogiorno dipinto sulle pareti.
Arida vernice di sabbia su sabbia e noia su noia e una
gamba solitaria che si specchia sollevata dal non esserci mai stata.
Tu lo sai che ad ogni passo compiuto in avanti
culliamo l’idea di essere arrivati mentre sono solo
tette rifatte e gomitoli di lana svolti da un gatto
tanto è stanco, in attesa anche lui, di tornare
a casa, una volta per tutte, in solitaria discesa.
Povere foche che son belle e che morte
vuote di dentro e spellicciate di fuori
lo zero termico ha raggiunto il terreno e
pazza l’idea di far l’amore con lei
restando da solo a guardare se fuori arrivava
tutta rasente il muro e spalle alla scogliera
una morena ubriaca cantata dal juke box di Mario.
Presi il libeccio con una mano sola e lo spinsi via
mentre un leone si accordava con un geometra per
iniziare la costruzione di una immensa villa sul mare.
Fino ad ora non c’era stato nulla di strano tranne che i
pini perdevano aghi proprio sul bagnasciuga,
un giunco si era piegato fino quasi a raggiungere la pozzanghera
e un assetato poltrone di strada aveva pianto a lungo
il sud rimasto a secco di idee e beni materiali.
E voi ditemi un po’ dov’è la troverò la mia gattina,
quella perduta durante la rivoluzione dei garofani e
che si sa vuole solo una freccia che le indichi la via
per la botte piena e la stanza maniacalmente ordinata per colore.
Assurda la tegola che stava tutto il giorno affacciata,
come romanza, al suo balcone pieno di fiori e che cadde,
fragorosa minzione, sul povero formichino moribondo
trafitto dalle zampette delle sue innumerevoli amanti
"stavolta si sta ligi al dovere ragazzi" disse prima di lasciarci
"Stavolta ci stai ligio tu al dovere piccolo essere insignificante"
gli rispose il funambolico folletto delle pianure.