Archivi categoria: interviste

Su “L’arresto” di Gabriele Gabbia

A proposito de “L’arresto”:
Alfredo Rienzi dialoga con l’autore Gabriele Gabbia

A.R. L’arresto (L’arcolaio, 2020) è un’opera di raro rigore. Pur in verso libero e forme aperte, nessun lemma, nessun sintagma, nemmeno accento o punto appare casuale. Ogni respiro o sincope proclama il suo essere necessitante: coerentemente la funzione definitoria del titolo stesso – L’arresto – conficca nel lettore il bisogno di un senso, preciso e inciso che, nel gioco di ossimori che si dipana nell’opera, comprenda quelli di causa ed effetto, di prima e dopo. Una costellazione di indizî («esimersi per riceversi», per «congiungersi | occorre | disconoscersi», «l’ora | della cenere», «la morte della mente», «cesura da te») fino alla densità del «vuoto accumulato» nel testo eponimo mi pare descrivano un primo moto o, almeno, una modalità compresente. Quanto in questo movimento di nullificazione (d’un «nulla incandescente») volge a un tragico senza ritorno e quanto sa di nigredo alchemica preliminare, almeno nelle intenzioni, al rinnovarsi, al «riprincipiare»?

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Un dialogo con Francesco Forleo

Francesco Forleo

Comparare un cervello umano e un cervello artificiale, che, evoluto fin che si vuole, è pur sempre una macchina, è come parlare dell’occhio umano e della macchina fotografica. Occhio umano e macchina fotografica, una volta sorpreso, focalizzato e catturato un certo istante, producono entrambi la stessa cosa, vale a dire un’immagine. Il primo trasforma gli stimoli sensoriali in un codice di segnali nervosi che costituiscono l’alfabeto usato dal nostro cervello per la ricostruzione della realtà del mondo esterno; la macchina, pur rendendoci un oggetto ad altissima definizione, si limita a trasformare gli oggetti fissati dall’obiettivo in un’immagine statica, che testimonia un attimo irripetibile e cristallizzato, sottratto all’evoluzione del soggetto o dell’elemento effigiato, alle trasformazioni dovute al passare di quell’istante temporale rilevato dalla fotocamera. Attimo, quindi, altamente sovrainterpretabile, perché nel caso dell’immagine fotografica siamo noi, gli osservatori, ad assegnare al soggetto effigiato stati d’animo magari del tutto estranei alla trama vissuta dell’osservato.

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Il rovescio della medaglia

(S. A.) Esiste, a tuo avviso, una relazione tra un’intensificazione del fare poesia e la facilità di fruizione dei mezzi di comunicazione (internet, soprattutto)? 

(F.M.) Sì, esiste sicuramente, ed anche abbastanza forte, ma non credo che la relazione sia indice di un accresciuto valore delle produzioni, non solo poetiche. Internet, in modo particolare, sta sicuramente avendo un ruolo fondamentale nella diffusione della poesia, nella scoperta di importanti esperienze, di percorsi che altrimenti sarebbero rimasti pressoché sconosciuti e inaccessibili; sta dando visibilità a tanti autori di valore, permettendo, nel contempo, le prime ricognizioni critiche ad ampio raggio all’interno di un panorama che diventa di giorno in giorno sempre più esteso e articolato e, per ciò stesso, più confuso; ma c’è anche il rovescio della medaglia, ed è un risvolto che, lasciato alle logiche di una indiscriminata proliferazione dell’offerta, senza nessun argine critico, finisce per inficiare, fino a sterilizzarli, i tanti aspetti positivi di cui si può dar conto, non ultimo quello della possibilità di reperire facilmente testi altrimenti inavvicinabili. Il rischio è quello di un dilettantismo diffuso che tende a farsi sistema, la mancanza di rigore, la convinzione, che vedo ingenerarsi in tanti, purtroppo, che basta aver pubblicato qualcosa in rete o una plaquette di dieci testi per essere poeta, l’abbandono di ogni ipotesi di studio, di ogni necessità e urgenza di conoscenza, di confronto, di apertura alla pluralità dei percorsi, l’ignoranza di ciò che si muove, da anni, nel panorama internazionale, il plagio più o meno diffuso, vista la quantità di materiali di cui chiunque può entrare in possesso. E questo è deprimente; così come risulta oltremodo sconfortante, in alcuni contesti o occasioni di dialogo, vedere con quanta facilità passino, quasi come un vanto e un segno distintivo, la presunzione della propria unicità, che non esiste, da una parte, e il disconoscimento del valore di alcuni autori e di alcune opere dall’altra. (“Carte nel vento”, gennaio 2010, anno VII, n. 11)

Tratto da: “La Biblioteca di RebStein”,
vol. LXXXIV, aprile 2022.

Pedro Xisto 3 : Denudamento

Pedro Xisto
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Quanto segue è un estratto (mai pubblicato) di una conversazione di più o meno un’ora, avvenuta nel 1986, in una casa di riposo dove Pedro Xisto si trovava ricoverato. La sua salute – aggravatasi da tempo, dopo un intervento chirurgico – necessitava attenzioni particolari. Anche se con qualche mancanza di memoria, Xisto poté trasmettere un poco della sua visione delle cose, contrassegnata, negli ultimi tempi, da un denudamento dalle regole, da un disinteresse per certi valori – un riflesso, forse, d’una visione del mondo con cui aveva familiarità, come comunica la sua poesia “zen”. Ma rivela anche, sorprendentemente, un disinteresse per questioni come la definizione di poesia, nel tentativo di non imprigionare cosa gli sembrava trascendente i nostri sforzi. Parteciparono alla conversazione i poeti Luis Dolhnikoff, Luiz Sergio Modesto, Philadelpho Menezes e Marcelo Tápia.

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Le interviste (im)possibili

“Sono quell’uno che vi ha capiti, il primo che ha colto la vostra definizione essenziale: siete gli esseri eterni in attesa della Perfezione, ridotti quotidianamente a semplici elogiatori della rilegatura, costretti dalla frustrazione, uno dopo l’altro, giorno dopo giorno, del poema, del romanzo, del libro; siete i soli che amate e concepite la Perfezione; gli scrittori tutt’altro, pubblicatori di brutte copie, di libri dettati dalla fretta, dall’opportunismo, dall’euforia. La Perfezione giungerà un giorno o l’altro in un libro, proprio come l’avete giustamente attesa e concepita: fino a ora non si è vista Perfezione alcuna se non nella grazia e nel potere morale di alcuni uomini e donne che noi tutti arriviamo a conoscere, prima o poi, e che non raggiungeranno mai una notorietà storica né quotidiana. Eppure fate bene ad aspettare e sono sicuro che il giorno in cui apparirà in Libro applaudirete tutti insieme, infinitamente grati.”

Macedonio Fernandez, Lettera ai critici

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