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Su “L’arresto” di Gabriele Gabbia

A proposito de “L’arresto”:
Alfredo Rienzi dialoga con l’autore Gabriele Gabbia

A.R. L’arresto (L’arcolaio, 2020) è un’opera di raro rigore. Pur in verso libero e forme aperte, nessun lemma, nessun sintagma, nemmeno accento o punto appare casuale. Ogni respiro o sincope proclama il suo essere necessitante: coerentemente la funzione definitoria del titolo stesso – L’arresto – conficca nel lettore il bisogno di un senso, preciso e inciso che, nel gioco di ossimori che si dipana nell’opera, comprenda quelli di causa ed effetto, di prima e dopo. Una costellazione di indizî («esimersi per riceversi», per «congiungersi | occorre | disconoscersi», «l’ora | della cenere», «la morte della mente», «cesura da te») fino alla densità del «vuoto accumulato» nel testo eponimo mi pare descrivano un primo moto o, almeno, una modalità compresente. Quanto in questo movimento di nullificazione (d’un «nulla incandescente») volge a un tragico senza ritorno e quanto sa di nigredo alchemica preliminare, almeno nelle intenzioni, al rinnovarsi, al «riprincipiare»?

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Gli spostamenti del desiderio

Raffaela Fazio

(Black-out)

Se avessi saputo
quanto è vera la morte
avrei silenziato
l’assalto alle tempie
usato altre armi
avrei in me spogliato
fino all’ultima maglia il nemico.
Se avessi capito
che la morte non rende ciò che porta via
in battaglia
sarebbe stato il colpo
non questo suono bianco
incessante distorto
di corno
nelle retrovie.

*

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