Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello, tra amore e attesa
Recensione di Giorgio Podestà apparsa sul blog Libri e Parole
Mario Praz nella sua indimenticabile La casa della vita ci ricorda come vi siano anime tenaci come piante, pronte a spezzare le pietre, e altre, invece, che sono piuttosto simili a fiori destinati ad avvilirsi se manca loro l’aria e la luce. Nella raccolta poetica Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello, in libreria per i tipi de L’Arcolaio, l’amore diventa – e non potrebbe essere altrimenti – aria e luce e l’anima (quello strano amalgama che ci dà ogni giorno nutrimento e respiro) si fa ora caparbia come un mulo, ora fragile come un mare di cristallo, perché, impossibile negarlo, sempre si è forti e sempre si è vulnerabili di fronte a coloro che più amiamo.
Il tempo della guarigione
Una legge di natura questa immutabile e severa che dalla notte dei tempi ci lega (con rose e spine, mi verrebbe quasi da aggiungere) mani e piedi. Un amore quello di Andrea Breda Minello cadenzato da incontri, da luoghi (siamo prima a Venezia, poi in Sardegna, sulla spiaggia di Torre dei Corsari), da attese che si distendono davanti ai nostri occhi, sotto le nostre dita ansiose, come una quotidiana eppure miracolosa mappa sentimentale. Uno specchio geografico del cuore. Un cuore inevitabilmente nudo. Senza difese. Sospeso in quel reciproco riconoscersi e appartenersi che, d’emblée, ricongiunge le sponde lontane. Diventa grido o, meglio ancora, ponte di luce.
Ecco che allora, nella mistica eterna dell’amore, l’acqua alta di Venezia, dopo un’apparizione e un salto fatato, si muta in sole. In sabbia che brucia. In speranza che diventa certezza. Tutto questo (e altro ancora) sembrano dirci i versi luminosi e conclusivi de Il tempo della guarigione.
Versi, ma non ci sarebbe neanche bisogno in verità di ricordarlo, per chi ama o ha, un giorno, perdutamente amato.
E’ LA STORIA DI UNA STRANA EREDITA’, FATTA DI RIME, DI VALORI, DI PASSIONI, CHE IL NONNO HA CONSEGNATO AL NIPOTE, CON IL COMPITO DI CURARNE LA PUBBLICAZIONE. LE POESIE SPAZIANO DAGLI EVENTI FAMILIARI E STORICI (LA SECONDA GUERRA MONDIALE VISSUTA DA EDMONDO IN PRIMA LINEA), ALLO SPORT, AL VOLONTARIATO, ALLE VICENDE DELLA CITTA’, FORLI’, CHE NON C’E’ PIU’ MA RIMANE SCOLPITA NELLE SUE PAROLE. RIME SEMPLICI, CHE IL MARANGONE CONDIVA CON LA SUA CORDA PIU’ SINCERA: IL SORRISO. CON IL SUO STILE PERSONALISSIMO, A VOLTE INCLINE ALL’IRONIA, A VOLTE INTENSAMENTE POETICO, ALESSANDRO HA RIPORTATO ANCHE I RACCONTI ORALI DEI RICORDI DI FAMIGLIA DALLA FINE DELL’OTTOCENTO ALLA META’ DEL NOVECENTO.
LA POSTFAZIONE DI GABRIELE ZELLI RICONDUCE IL NARRATO AD UNA CORNICE STORICA INCENTRATA SUI PERSONAGGI FORLIVESI MENZIONATI NEL LIBRO.
ENZA VALPIANI
Con il patrocinio della FONDAZIONE CASSA DEI RIPARMI DI FORLI’.
La bicicletta scarta il cancello e silenziosa si accosta al muro verde campodigramigna della casa, in un pomeriggio primaverile. Nel cortile interno, vicino al vecchio dondolo, da una finestra semiaperta risuonano cronache sportive: rombi di motore, tremori di pugili e fremiti di volate ciclistiche. Busso al vetro, che si mette a vibrare. Bisognerebbe cambiare gli infissi, roba da falegname. La risposta è pronta e squillante: Uhe! Bôna pëla! [1] Il Marangone saltellando a mo’ di un grillastro splendido dei cespugli, compare come da dentro uno specchio, sul mio riflesso di diciottenne uscito da scuola. Un secondo dopo il portone si apre e gradualmente avanza un crescendo di rime improvvisate.
A forza di andare su e giù/ pensavo non arrivassi più … Vieni a pranzare con quel che resta/ ho un nipote così alto che mi mangerà sulla testa!
Ebbene sì: Valpiani Edmondo detto ’e Marangòn, zirudellista e rimatore seriale, è mio nonno. Per i profani del dialetto romagnolo è qui necessaria una precisazione. Apriamo il glossario: Marangòn: vocabolo di origine veneta, in dialetto significa falegname. Zirudèla: componimento popolar-dialettale in rima, spesso dal carattere umoristico. Chiuso il glossario.
Come faccia il Marangone con la sua licenza elementare a trattare il verso poetico con tanta naturalità, rimane ad oggi un mistero. Mentre mangiamo un piatto di ravioli burro e salvia, mi spie-ga.
Te non lo sai, ma io ho fatto le Scuole Alte. In sesta elementare stavamo all’ultimo piano.
Il punto è che la sua poesia gode del non essere addomesticata: libera nel flusso creativo, sgorga come una fonte d’acqua sorgente. Poco importa se a volte scivola in strafalcioni grammaticali, a quelli provvede sua figlia Enza (nonché mia madre) che ha studiato tutte le lettere, antiche e moderne, con specializzazione in apostrofi, acca e doppie. In libertà il Marangone, falegname e poeta, compie lo stesso lavoro di cesello e piallatura, con il legno così con le parole.
Rieccoci a tavola, la tovaglia a scacchi e i grissini già aperti, che verranno tocciati a fine pasto in un dito di vino rosso. Buoni i ravioli portati dal servizio comunale. I volontari fanno a gara per consegnare a Valpiani, perché sanno che se ne usciranno con il sorriso e una rima improvvisata. Il Marangone li gradisce (i ravioli, non i volontari) ricoperti da una montagnola di forma (parmigiano), che si dice metta anche sul pesce. Alla fine:
Vuoi una frutta? Una mela, un’arancia, un limone? Uhei, però stai attento coi limoni, non son mica tutti buoni …
Sistematicamente questi sospesi lasciano presagire l’arrivo di una zirudella, che spunta da un cassetto quasi camminando con le proprie gambe.
E’ gòb e e’ limôn
Nô avlé tant bèn a la nòstra Rumâgna,
mo ’l savê ch’la n’ è tóta una cucâgna.
I su abitânt in è tót perfétt,
tra i tant uj’è nénca quelc gubétt.
Coma e’ sgnor Zvân ch’us lamintéva cun Michilón
e’ su amig, che cunsigliép a lò “La cura de’ limón”.
Lò trì caşett ad limón e fasép avnì
e in trì dè u li fasép sparì.
Ad cunseguénza us’era ardót da fé péna,
l’era tant zó ch’un azuvéva pió incióna mingéna.
Alora e’ ciamè Michilón e ui scurep cun un fil ad vôşa:
“Cun e’ tu cunsèj ta m’ê pròpi mèss in crôsa”.
E cl’êtar: “M’è indispiasù che t’şia drì a la fòşa,
E gob e é Limon è un truciolato poetico di umorismo da falegname. L’aveva recitata al simposio dedicato ad Aldo Spallicci della rivista La Piê. In questi momenti, quando racconta, mi perdo in un viaggio a ritroso nel tempo. Mi sembra di vederlo davanti a quel pubblico, amante raffinato della cultura romagnola, che forse si aspettava qualcosa di più aulico e meno irriverente. Mi sembra di sentire brusii di dissenso sciolti in una risata e in un lungo applauso finale …
Il gorgoglio della cuccuma mi riporta in casa ed è un crescendo sullo sfumare di quegli applausi lontani nel tempo. Il Marangone con una capriola si fionda ai fornelli e controlla che il caffè sia uscito bene, alzando il coperchio con le quattro dita e mezza della mano sinistra. Sì: e mezza. Ci sarà modo di spiegare.
Mi piace prendere il caffè con lui. Aggiunge un po’ di Sambuca e mi fa sentire definitivamente entrato nel mondo degli uomini adulti. Quello che ne segue è pura ritualità, movimenti che sembrano prestabiliti da leggi fisiche universali. Ci spostiamo dalla cucina al salotto, dove la televisione continua a proporre un Tour de Quelquechose. Primi piani di ciclisti, ruote e asfalto in pendenza parietale. Qui si dà inizio alla liturgia post-pranzo con la frase: Dai va là ca faséma una partída! Dai, su, che facciamo una partita. Compaiono le carte romagnole, quelle che mio nonno ha sempre usato in casa, che nel tempo hanno preso la forma della tettoria a spiovente di un capannone industriale ed un sapore misto di tovaglia unta, sangiovese e mollica, ad libitum. Me ne trovo dodici in mano, segno che sta per iniziare e pichét. Il picchetto, gioco antico probabilmente importato dai soldati francesi, ad oggi non è quasi più praticato, se non da una sparuta categoria over 90. Dopo i cambi, il Marangone accusa: cenq cherti, quatórz ad Re, quénz ad bastoni, pichét! Grazie al processore interno di un calcolatore del CERN, ha fatto le somme e conosce già tutte le mie carte da qui al 2020. In due mani mi asfalta, come l’ultimo dei poveri ciclisti sullo schermo. Non capita sempre, beninteso.
Il nostro legame ludico è ormai rodato, da quando all’età di 4 anni venni edotto sulle tecniche di Rubamazzo, Briscola, Scopa Bazzica, Sette Mezzo e infine Tressette, prodromo binario della disciplina olimpica di Romagna: il Marafone. In questo contesto il Picchetto equivale ad un post-dottorato con abilitazione di ricerca e ne vado particolarmente fiero. Col Marangone si gioca per vincere, ma senza agonismo e quasi con curiosità, giusto per vedere cosa succede. Capiti quello che capiti, il bello è passare il tempo in compagnia. Come la vita e la poesia, anche il gioco è per lui convivialità che affina l’ingegno. Grande Maestro di Denari e Cavaliere Insigne della Bazzica, il Marangone ha sfidato generazioni di romagnoli, senza mai scommettere un soldo.
La posta in gioco al Bar delle Poste (appunto) consisteva al massimo in due caramelle, equipollenti ad un caffè. Il tempo di gara era quello necessario per i marafoni di andata, ritorno ed eventualmente per la bella. Il tutto prima di riaprire la bottega, senza fretta. Lucido di quella ragionevolezza artigiana di chi conosce quando un’asse si spezzerà perché troppo lunga, aguzza gli occhi e profetizza: se nelle carte ci metti delle lire / stai sicuro che amici e soldi vedrai sparire. Giusto specificare che falegname Edmondo ha i piedi ben fermi sulla sua terra di Romagna. Non ama il gioco d’azzardo e neanche le tentazioni mistiche di maghi, oroscopi e veggenti. Quando in televisione appaiono cartomanti e sensitivi, lui cita i suoi versi:
le donne van dalle maghesse/ e confuse credono alle loro promesse/ Se il fidanzato le ha lasciate, dicono: in settimana/ tornerà da te, pentito, sotto la sottana/ con aghi introdotti in un bambolotto/ arriverà in quattro e quattr’otto.
La scorsa settimana abbiamo giusto dato alle stampe una zirudella sul lotto, passione di sua moglie Dina, esperta dell’arte del sogno e della Smorfia, che ci lasciò anni or sono.
[1]Te lo sai cosa significa Bôna pëla? Si dice quando qualcuno è benvenuto, perché porta buone notizie. Così me lo spiega di solito il Marangone.
[2] Noi vogliamo tanto bene alla nostra Romagna/ ma sappiamo che non è tutta una cuccagna. / I suoi abitanti non son tutti perfetti/ tra di loro ci sono alcuni gobbetti. / Come Giovannino, che si lamentava con Michelone, / il suo amico che gli consigliava la “cura del limone”. / Lui tre casse di limone aveva fatto venire/ ed in tre giorni le aveva fatte sparire. / Conseguenza fu che si ridusse da far pena, / era tanto giù che non gli giovava nessuna medicina. / Allora chiamò Michelone e sussurrò con un fil di voce: / “Con i tuoi consigli mi hai proprio messo in croce”/ E l’altro: “Mi dispiace che tu abbia un piede nella fossa” / ma io per limone intendevo la Lima Grossa.”
/Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello, tra amore e attesa di Giammarco Di Biase
Il tempo della guarigioneL’arcolaio, 2025
Le gabbie sono saltate – Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello
24 ottobre 2025
Di Giammarco di Biase
Con Il tempo della guarigione (L’arcolaio 2025) Andrea Breda Minello racconta una storia d’amore. Un’opera destinata ad un’altra voce, quella dell’amato, che soffia e brucia dentro come un poemetto scalzo senza alcuna pretesa e presunzione se non quella di incontrare un “destinatario”. Infatti, è insito nella natura dell’amore il fatto che – come Lucano osservò duemila anni fa e Francis Bacon ripeté molti secoli dopo – esso non possa che significare il consegnarsi in ostaggio al destino. In altre parole, nell’opera di Breda Minello, non è nella brama di cose pronte per l’uso, belle e finite, che l’amore trova il proprio significato, ma nello stimolo a partecipare al divenire di tali cose. In ogni amore ci sono due esseri, ciascuno dei quali è la grande incognita nelle equazioni dell’altro e l’autore sembra violentemente interessato a questo sentimento da farlo apparire come status diverso per eccellenza rispetto agli altri eventi dell’esistenza irripetibili.
Proprio di questa irripetibilità vive Il tempo della guarigione, canto sulla restituzione di un bene, sulla vita più sorprendente di qualsiasi forma d’arte. Libro pulsante, cronistoria, registrazione poetica di un corteggiamento o meglio ancora, poesie che compongono un unico corpus scritto in presa diretta: vicenda semantica ancora prima di essere vissuta nella carne degli amanti, nell’universalità della parola. Da leggere tutto d’un fiato con una coda finale di tre poesie non dipendenti l’una dall’altra, ma legate da apparizioni ed essenze, scandite dal flusso dell’acqua, che lambisce la terra che abitiamo tra visione e corpo. L’eros, afferma Lévinas, è diverso dal possesso e dal potere, non è né una battaglia né una fusione. Non è, soprattutto, conoscenza. L’eros è una relazione con l’alterità, con il mistero, vale a dire con il futuro, con ciò che è assente dal mondo che contiene ogni cosa che c’è. Il pathos dell’amore consiste nella dualità degli esseri (Bauman, L’amore liquido, Laterza).
È proprio qui che ci sembra venire al dunque del concetto di dualità. Quest’amore infatti è fuso geograficamente, un amore che parla due lingue diverse, la lingua sarda e la lingua italiana, la lingua più materna del mondo. Due terre, due canti, due voci che si avvicendano, dialogano tra di loro, e si appartengono per un giorno o forse per sempre: basterebbero soltanto gli esergo di Antonella Anedda e di Giacomo Noventa, in cui Veneto e Sardegna in un gioco di specchi si corrispondono, per restituirsi all’opera, senza diroccarsi in labirinti, ma perdendosi nell’incanto di queste poesie che sono arie aperte, musica magmatica isolana (quasi morantiana), contrappunto alla Venezia tanto cara all’autore. In realtà i riferimenti, proprio quelli che rappresentano il punto di incontro tra due identità, all’apparenza opposte, sono tanti: Donizetti, Ornella Vanoni (a cui sicuramente Breda Minello dedica il principio, il ciclo circadiano, la genesi di quest’opera, come afferma in nota). Ma ecco slacciarsi tra le pagine come presentimenti la poetica di Nelo Risi, il grande Sergio Atzeni, spesso troppo dimenticato dalla compulsione del mondo letterario. C’è Pasolini, tra le caravelle, la meravigliosa fragilità della seduzione, accanto al suo sciagurato rifiuto di sopportare la vulnerabilità della passione a cuor leggero. Appare difficile credere che oggi un poeta parli ancora così bene d’amore, sentimento bypassato, ormai sempre al limite delle parole.
Anche con la pioggia che ci accompagna potrei enumerare cieco i masegni che come filo d’Arianna mando a memoria per accogliere sa oghe de su entu e de su mare
***
Sono arrivato prima per stare con te, per il nostro caffè, e procedi lungo la via, dimentichi, ancora senza di me ti perdi ti abbandoni, lasci che ti guidi o forse è perché quando siamo insieme ogni luogo non è più necessario al tempo che abitiamo
***
Con te le gabbie sono saltate
Con te sono libero per la prima volta
Senza di te avrei paura di non poter più riconoscere il mondo nella sua interezza volatile
Per questo perdonami se dubito, se ho il terrore che tutto possa apparire al vero un sogno di un falco demente
perso tra le pagine dei secoli e dei suoni di un’isola che non è mai stata così vicina alla parola amore
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Le mani sfiorano il tuo corpo che conosco come il mappamondo che tenevo acceso per paura dell’uomo nero Riconoscerei la tua figura anche ora che senza occhiali mi sento nudo e vero
Andrea Breda Minello (1978) vive e lavora a Venezia. È poeta, drammaturgo, scrittore e si occupa di letteratura comparata e di studi di genere. Suoi racconti sono usciti per Empirìa, su “Nazione Indiana” e “Narrandom”. In poesia ha esordito in X quaderno di poesia contemporanea e ha pubblicato: Del dramma, le figure (Zona, 2015), Yellow (Oèdipus, 2018), Catechesi dell’abbandono (Industria&Letteratura, 2025), Il tempo della guarigione (L’Arcolaio, 2025). Ha pubblicato l’atto unico Black Russian (Blonk, 2023). Ha curato la traduzione di Se solamente di Julien Burri (Kolibris, 2010) e Poesie d’amore di Anna de Noailles (ArcipelagoItaca, 2019). A livello critico si occupa di Antonella Anedda, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Rossana Ombres e Marisa Sannia.
Se leggerai queste mie ‘parole senza mercato’ – e immagino che ciò potrà avvenire solo in una biblioteca -, penserai che io usi la cultura in modo impressionistico. Macchie che sembrano case; ma se le guardi da vicino, solo macchie. Ammetto che lo stesso penso io della natura di questo mescolare al folle dripping delle mie frasi che ho preso da Nietzsche, da Walser, da Joyce, da Piovene, da Campana. Sì, è così, non sono che macchie ingannevoli: sembrano case. ( Dall’avvertenza).
Con queste idee da filosofo nichilista dilettante, indirettamente, senza averne avuto l’intenzione, ti ho parlato anche – e forse soprattutto – di un mio costante disagio, che a volte è paura del mondo. (Dalla prefazione)
Alcuni testi:
Un po’ di ragione, dice Zarathustra, un grano di saggezza disperso di stella in stella, questo lievito è mescolato a tutte le cose; solo a causa della follia, la saggezza è mescolata a tutte le cose. Un po’ di saggezza è possibile; ma io ho trovato in tutte le cose questa certezza felice: esse preferiscono danzare sui piedi del caso.
Jean Soldini, Quaderno a righe, L’arcolaio, I Codici del ‘900, 2023.
Traduzioni di Jean-Charles Vegliante
Jean-Charles Vegliante è nato a Roma nel 1947, vive a Parigi. È professore emerito di lingua e letteratura italiana all’Università Sorbonne Nouvelle e traduttore in francese di Dante (Vie nouvelle per le Éditions Classiques Garnier nel 2011 e 2024, La Comédie da Gallimard in edizione bilingue nel 2012 (terza ed.: 2021), Leopardi, D’Annunzio, Montale e di poeti italiani del secondo Novecento come Franco Fortini, Giovanni Raboni, Amelia Rosselli, Vittorio Sereni, Mario Benedetti. Del 2018 è Giovanni Pascoli, L’impensé la poésie
Choix de poèmes (1890-1911), Mimésis, Paris-Sesto San Giovanni e del 2025 è Paul Éluard, L’amore la poesia, curato con Stefano Serra, Interno poesia, Latiano 2025. Nel 2009 gli è stato assegnato il Premio G. Leopardi per l’insieme della carriera, nel 2018 il Premio internazionale C. Betocchi-Città di Firenze e il premio poesia Piero Bigongiari del 2021. Tra le sue pubblicazioni: Vers l’amont Dante (1986, prefazione di Jacqueline Risset), Ungaretti entre les langues (1987, prefazione di A. Pieyre de Mandiargues), Les Oublies (1994), Rien commun (2000), Urbanités (2015), Où nul ne veut se tenir (2016, Prix Heredia de l’Académie française nel 2018), Sonnets du petit pays entraîné vers le nord et autres jurassiques (2019), Trois cahiers avec une chanson,suivi de Source de la Loue (2020), Fragments de la chasse au trésor (proses, 2021), Territoires de Philippe Denis (2021). In italiano o edizioni bilingui: Nel lutto della luce, Le deuil de lumière, ed. bilingue, trad. di Giovanni Raboni, Einaudi, Torino 2004, Rauco in noi un linguaggio, En nous des fois un rauque langage, ed. bilingue, trad. di Mia Lecomte, Interno poesia, Latiano 2021, Incontri, seguito da Altre Babeli, Interno poesia, Latiano 2023.
Entre deux choses
À quel lignage appartient
l’espace entre deux choses?
Il s’attarde, des millénaires ou quelques instants,
La casa editrice Arcolaio ospita da oggi il poeta Andrea Breda Minello. L’opera che ci presenta è “Il tempo della guarigione” del quale ci darà buona nota l’eccellente autrice in versi e in prosa che risponde al nome di Maria Grazia Calandrone. L’amore trattato come sinfonia di stati d’animo, siano essi gli attimi energetici di lietezza, siano i malesseri che recano sofferenza ma pure, talvolta, crescita, maturità e consapevolezza.
Eccovi la bella nota della Calandrone. Seguiranno poi alcuni testi del nostro poeta.
Buona lettura.
Un amore è un amore. Un amore negato è un amore, sovraesposto e negato come in una scala interiore di Escher. Il mondo stesso viene esposto e descritto dall’amore, coi suoi luoghi quotidiani che, a favore degli occhi dell’amato, vengono visti da chi scrive come appena riemersi dal fumo della fucina originaria, perché «tutto è nuovo e tutto si ripete», nel libro e nelle storie delle nostre vite, fatte di attese che sono più che vivere. L’attesa dell’amore è più che amore, distilla la sua luminosa procedura fino a permetterci di ascoltare, con orecchie di vivi, le parole dei morti che visitano in sogno e parlano dalla scabra solidità dei muri, promettendo e affidando al futuro questo presente insieme, incerto e iridescente come un frutto ancora appeso al ramo della pienezza, della sua propria, viva, felicità.
Maria Grazia Calandrone
Alcuni testi
Dichiarazione
Un intero ritmo
circadiano
per quasi mezzo
secolo
passato a
nascondersi,
a non farsi
trovare
per non sentirsi
inadeguato
non visto
per provare meno
dolore
sul punto della
separazione
Lavorare
di sottrazione,
restare in guardinga
all’erta
di un pericolo
imminente
per non svelare
la sofferenza
del corpo
esposto
a carenza d’amore
E poi,
quasi infastidito,
in una giornata di fine
novembre
ho accettato la tua
presenza
sei entrato nella mia vita
facciamo la stessa strada…
no, io giro sul viale,
non in riva,
ti accompagno, il percorso
è quasi lo stesso
no, guarda, non serve, non
ti disturbare
non ti preoccupare di tempo
ne abbiamo…
(è colpito dall’uso spontaneo
del plurale)
(aveva evitato con cura
fino ad allora
di rimanere solo
con lui,
lo irritava se lo salutava,
lo studiava,
non voleva essere
notato,
non voleva sentirsi
una cavia
solo di sfuggita,
qualche volta,
si sorprendeva a considerarlo…)
Il percorso è quasi lo stesso,
me lo ripeto spesso ora,
quando ti accompagno
all’imbarcadero
o non visto
mi prendi per mano e
mi salvi
da pozzanghera sicura
o quando percorri la via
in diagonale
per arrivare a casa
quando ti accarezzo
lungo il confine
della schiena
o ci diamo appuntamento
tra la serra e la statua
dell’eroe dei due…
a Caprera coltivava il suo
giardino,
è distante, ma se vuoi
ti ci porto…
quando vorremmo stare
da soli
e la gente non comprende
la nostra intesa, quando
per salutarci mi offri
il viso
lungo il solco del padiglione
auricolare,
quando a cena, come il ragno
di Rimbaud, percorro
con innocenza
il disegno geometrico
del tuo collo
con il piede delimito
il perimetro delle radici
quando rispettiamo il rito
dell’innamoramento
e in un locale per
sedurmi
come fosse la cosa
più naturale
da dirmi
sorridendo, in sardo,
pronunci
ogus braxiusu
come quando
scrutiamo
i corpi e ci
soffermiamo
sul nostro desiderio
reciproco…
come quando dal pacchetto
che a turno compriamo
estrai due sigarette,
aspetti che
io ne prenda una
apri le labbra
e lasci che la introduca…
mentre tu prendi
l’accendino
fai schermo
tra il fuoco e le mie dita
solo per toccarti…
Noi due siamo interscambiabili, mi dici,
in tutti i sensi…
Aggiungi…
(che tu sia fidanzato è irrilevante, si dice,
bevendo il terzo calice di sur lie…)
***
*
Ti chiedo di parlarmi in sardo, ti chiedo di dirmi
cosa vorresti da questo marzo
Logos immesu e sa natura, cosas nodidas de pappai…
Luoghi immersi nella natura, piatti tipici mai assaporati…
Te lo prometto, ti renderò felice
Io lo sono, quando mi porti con te
nell’armonia scontrosa e arcaica della lingua
*
E non penso ad altro: al sentiero naturale del Sile
ai boschi sacri e amati, al fiume femminile
che trattiene la memoria, la rende presente,
alle osterie e ai canali trevigiani dove i nostri passi
calcheranno la storia
Anche in questo sei riuscito: a farmi far pace con le radici
*
Quando dubito, quando la mente impazzisce
quando torna il timore della perdita, quando la paura solo
di aver sognato, o compreso male, prevale
chiudo gli occhi, respiro, ti vedo, sento la tua voce:
Quando siamo insieme il fine settimana passa diversamente
Quando siamo insieme ci divertiamo, stiamo bene
Da quando ti conosco anche questa città l’apprezzo e la scopro come fosse nuova…
E penso al dopo pranzo, domenica, noi che scendiamo le scale,
non siamo soli, ma l’amica comune non ci vede,
distendo il braccio lungo la schiena, muovo la mano,
tu ti allunghi, me la stringi, mi accarezzi
Anche questa è una promessa, primo gesto di guarigione
*
Forse per il troppo vino, forse perché
quando siamo insieme
parliamo di quello che siamo
l’uno per l’altro
Percorriamo a memoria Via Garibaldi,
giriamo a destra per Ca’ di Dio,
mentre discorriamo di quello
che desideriamo
Arriviamo a San Marco,
come un bambino dichiari
la volontà
di vedere l’acqua alta
sommergere le nostre
pretese di crederci
immuni all’amore
Non provo attrazione per gli uomini eppure
non so dire
della nostra intesa, del nostro cercarci…
Per essere amanti dovremmo poi…
Non saprei gestire la situazione,
credo… sarebbe troppo…
Forse per te è diverso…, no?
Tu provi pulsione
verso di me?
Vieni, saliamo, percorriamo
la passerella, per me è la prima
volta…
Sì, sarei pronto a fare l’amante…
Ma poi vorresti anche…?
Essere amanti presuppone…
Non so se sarei capace
di gestire due relazioni
In fondo
Le parole sono sempre
un riflesso,
mancanti della realtà
che siamo…
Stasera,
a modo tutto nostro,
tu non finisci mai le frasi,
stasera ci siamo dichiarati,
stasera a modo tutto nostro
ci siamo rivelati
innamorati
*
Sono arrivato prima per stare con te,
per il nostro caffè, e procedi lungo la via, dimentichi,
ancora senza di me ti perdi
ti abbandoni, lasci che ti guidi
o forse è perché quando siamo insieme
ogni luogo non è più necessario al tempo che abitiamo
*
Quando parli del mare, il tronco della quercia
si illumina cristallino riflesso nello specchio
del tuo sguardo resosi bambino:
Voglio tornare a fare immersioni, quando sono
nelle profondità il mio corpo sembra volare leggero
è uno stato di allegria piena
Come il mio ieri notte, quando nuotavo senza peso
in piscina e risalivo in superficie felice
*
Sì, ho sognato, forse un incubo a dire il vero…
Quasi perdevo il battello, c’era una donna prima di me
una ragazza bionda, capelli lunghi, bella…
finita dritta in acqua…
D’istinto volevo salvarla, mi sono spogliato,
mi sono tuffato, ma poi mi sono accorto che
tutto sarebbe stato inutile, non l’avrei salvata
L’ho lasciata andare a picco, come una zavorra penso
l’acqua limpida e sabbiosa dell’isola, l’acqua verde
della laguna, l’acqua chiarificata dal cloro della piscina…
Dovremmo trascorrere un’intera vita come anfibi o animali fantastici tra i fondali della nostra dimensione
*
Quando sono con te
non sento la stanchezza
mi preme farti
conoscere
le anse, i ponti di legno,
il cimitero dei burci,
a destra le folaghe,
a sinistra in alto la stanza
del pediatra, la fisioterapia,
una vita ad allenarsi
a farsi da parte
e poi tu qui con me
per scelta,
le case affrescate, pittate,
quattrocentesche,
il pino dell’Himalaya,
i vini che assapori
per la prima volta,
nomi francesi, vini friulani e
trentini,
una grotta a contenere
il sentimento
che non può, questi, avere nome…
Una cena, dici,
da dieci e lode, il pinot,
ti arruffo i cappelli,
se leggesse quello che ci
scriviamo
sarei single in un frammento…
Lo stesso che ti affascina
quando la proprietaria
dell’osteria
racconta delle tradizioni, delle grappe
locali, della mosca, del padre…
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Andrea Breda Minello (1978) vive e lavora a Venezia. È poeta, drammaturgo, scrittore e si occupa di letteratura comparata e di studi di genere. Suoi racconti sono usciti per Empirìa, su “Nazione Indiana” e “Narrandom”. In poesia ha esordito in X quaderno di poesia contemporanea e ha pubblicato: Del dramma, le figure (Zona, 2015), Yellow (Oèdipus, 2018), Catechesi dell’abbandono (Industria&Letteratura, 2025). Ha pubblicato l’atto unico Black Russian (Blonk, 2023).
E’ di nuovo con noi Antonio Pibiri con il suo ultimo libro intitolato “Il sorriso di John Cage“. Anche stavolta svetta, di questo nostro autore, la raffinatezza dello stile e l’impegno eccellente della tematica. Speriamo che questo lavoro provochi presso i lettori un senso di piacere e di attenzione. Pubblichiamo qui sotto alcune poesie di Antonio; in quarta di copertina potrete leggere una breve nota editoriale del noto poeta Antonio Fiori.
EDIZIONI L’ARCOLAIO – COLLANA “IL LABORATORIO” DIRETTA DA LUCIANO NERI
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in ca
so di fumo
di fiam
me avvicinare un fazzoletto
senza fermarsi
senza creare
proteggere la presenza o meno attar
darsi piégati o di cotone toglier
si le porte calde
per nessun motivo fornire informazioni
per nessun motivo
acquistare oggetti
qualora fossero
con tacchi alti
(da Bianco tipografico, L’arcolaio, 2024)
*
Come si nota subito, fin dal livello visivo, il testo di Poggi si basa sulla frantumazione: un uso spregiudicato (e non segnalato da trattini) della tmesi («in ca / so di fumo»), nonché dell’enjambement («qualora fossero / con tacchi alti»), spezza i versi della poesia e li trasforma in tasselli, rovine sillabiche. Il dato più interessante, però, è come questa scelta stilistica si alleghi all’argomento affrontato: ricopiando (o prelevando) il linguaggio della cartellonistica e degli avvisi di sicurezza (si riconosce quello relativo all’emergenza da incendio), e rompendolo in più punti, se ne fa affiorare il tono perentorio, ora però straniato e parodiato, in grado di slittare un frammento alla volta nell’ironia e nell’assurdo («per nessun motivo fornire informazioni»).
Nel sangue delle sillabe – Sulla poesia di Gabriele Gabbia
Articolo tratto da in-certi confini, blog di Mauro Germani
Recensione di Mauro Germani
Nella prima raccolta di Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi (L’arcolaio, 2011), il nominare poetico è contraddistinto dalla frana e dalla maceria. C’è nei versi una profonda lacerazione colta nel suo manifestarsi, in un movimento spezzato e scisso che segnala la tensione di un dire che reca in sé il senso di una perdita, di una pienezza mancata. Il poeta invoca ed evoca i nomi, ma si scontra sempre con qualcosa di inafferrabile dentro e fuori di sé. Ciò che l’esistenza scuote e grida appare sulla pagina come la traccia di una scomparsa, di un’assenza o di un lutto. Una frana ab origine è infatti avvenuta, esponendo la parola alla propria solitudine e alla propria resa al cospetto della vita. Nella lettura noi veniamo coinvolti da questo evento tragico che implica appunto una terra franata e un Io frammentato e multiplo, scomposto da un destino rovinoso, che trascina nel proprio abisso ogni nome. E se il nome è – o dovrebbe essere – ciò che è in grado di assegnare una precisa realtà alle cose e al mondo, la frana che subisce si configura come una disgregazione che mina l’esistenza e in specifico il fare poetico. Ecco allora che l’impulso creativo della scrittura, con la sua urgenza e con il suo bisogno di totalità, s’infrange contro le rovine del linguaggio. La terra franata dei nomi pare proprio denunciare questa consapevolezza, questa aspirazione mancata, ed è chiaro come al centro vi sia qui una sconfitta primordiale, che coinvolge anche il poeta stesso, nel suo duplice ruolo di vittima e carnefice all’interno della contesa estrema tra l’esistenza e la poesia. Vengono in mente le parole di Maurice Blanchot quando afferma che la poesia dipende da chi scrive, dalla sua ricerca, tuttavia questa dipendenza «non lo rende padrone di ciò che egli cerca, ma lo rende incerto di sé stesso e come inesistente». In questo senso l’identità del poeta pare il risultato di un doppio smarrimento: quello propriamente umano e quello relativo alla scrittura.
Nella seconda raccolta, L’arresto (L’arcolaio, 2020), possiamo cogliere un’ulteriore fase, l’ultima, quella in cui la parola poetica in qualche modo si pietrifica, non è più travolta da alcuna forza tellurica, ma appare gettata in una fissità quasi marmorea. I movimenti e le dissociazioni precedenti, con le loro voci spezzate e multiple, qui si arrestano, si concentrano in forme prosciugate. I versi diventano più assertivi, più severi e più limpidi, anche nella loro raggelante bellezza. Essi, estremamente stratificati – si tratti di ricordi, di riflessioni, di squarci descrittivi o di episodi quotidiani – consegnano al lettore la testimonianza di un destino, una vera e propria incisione della memoria come su una lapide. La frana assume ora le sembianze di un congedo ripetuto, che parla con l’ultima voce, quella che Gabbia intende lasciare alla pagina in modo definitivo. È l’esigenza di ritornare ai testi della precedente raccolta per assegnare loro un valore aggiunto, una forma in qualche modo incancellabile e immutabile, chiudendo così il cerchio del dettato poetico. E ciò non può che essere interpretato come un continuo ritorno, ossessivo e quasi maniacale, ai temi già affrontati (la perdita, il lutto, il nulla, la solitudine, i limiti della condizione umana) in una revisione tormentata e ripetuta dei versi, affinché la parola sia fissata sulla pagina una volta per sempre. La poesia di Gabbia, in questo senso, tende ad avvicinarsi al sacro, nella ricerca di un assoluto, che è di anima e di sangue, e del quale i versi recano i segni, come tagli o ferite non rimarginabili. Si tratta di una passione, di un sangue rappreso, che si è coagulato dentro le sillabe dei versi e che è testimonianza di una necessità ulteriore, una concentrazione maggiore e un’ostinazione verso una parola in qualche modo postuma, fermata. L’arresto è dunque il momento decisivo e ultimo, in cui l’autore cerca di imprigionare «questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza», per dirla con il Leopardi del Cantico del gallo silvestre. Ed è proprio nell’impatto con quanto di misterioso e di ossimorico c’è nell’esistere che risiede per Gabbia, in questa sua seconda silloge, il confronto con la dimensione del sacro, intendendo quest’ultima non solo come epifania e prossimità, ma anche come ritiro e lontananza, custodia di una parola perentoria e potente, che è e vuole essere segno di contraddizione, non certo un semplice flatus vocis destinato a dissolversi. Non si può non pensare, a questo punto, alla bellezza sconvolgente e ineguagliabile che troviamo nei libri poetici e sapienziali dell’Antico Testamento – nei Salmi, nel Qoelet, nel Cantico dei Cantici –, oppure nei libri profetici come quello di Isaia, ma soprattutto nella straordinaria intensità dei discorsi e delle parabole di Cristo nei Vangeli. Questo sguardo della poesia verso il sacro – indipendentemente dalle credenze personali di ciascun poeta – si può intendere come la volontà di incidere sulla pagina i segni dell’esistenza in una tensione incessante, un lavoro caparbio e continuo, che sa però di essere sempre esposto alla possibilità del fallimento e dell’afasia. Ed è così che l’inquietudine di chi scrive appare inevitabile, perché la sacralità cercata nei versi è per il poeta un orizzonte in cui luce e tenebre si confondono, anche se è bene precisare che è proprio questa condizione di attesa e di pericolo che caratterizza il fare poetico, la sua sfida estrema, ardua, ai limiti dell’indicibile. Da qui nasce per Gabbia la necessità della parola, la quale – pur contornata dal nulla che l’assedia – afferma tenacemente il proprio spessore e la propria ferita. Piaga o graffio, essa diviene significativamente nei versi la testimonianza di una religiosità in qualche modo franata, senza trascendenza, i cui simboli, attinti dal cristianesimo, sembrano esercitare una sorta di seduzione violenta (antropologica, linguistica, iconografica), che però non ha sbocco e resta pertanto tragicamente interrotta. Gli elementi cruenti rinvenibili nella poesia di Gabbia lo attestano inequivocabilmente nelle varie fasi: nel prima (ciò che è all’origine della frana), e nel dopo (ciò che la scrittura, come atto ultimo, ci consegna, nel sangue trattenuto delle sillabe). Ma – a ben vedere – è proprio in questo passaggio e in questo sangue che risiede, a nostro avviso, un mistero più grande, un’interrogazione che non smette di interpellarci.
Mauro Germani
L’immagine «Preghiera» e il ritratto scattato all’autore sono opere del fotografo Claudio Rizzini.
Nota bio-bibliografica:
Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio dell’anno 1981 a Brescia e ivi vive.
Nel 2011 ha editata – nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per l’edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri – la silloge di liriche La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani (vincitrice – in ex aequo con Clery Celeste – della seconda edizione del Premio di Poesia «Solstizio» 2015 e premiata con “segnalazione” alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia «Lorenzo Montano»; premio, quest’ultimo, che s’è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione “Una poesia inedita”).
Sue poesie e | o interventi critici sono apparsi all’interno di riviste cartacee, antologie di premi, blog, website.
Intorno al suo lavoro in versi hanno scritto: Sebastiano Aglieco, Amedeo Anelli, Alessandro Bellasio, Luciano Benini Sforza, Gianluca Bocchinfuso, Giorgio Bonacini, Roberto Carifi, Giacomo Cerrai, Diego Conticello, Maurizio Cucchi, Anna Maria Curci, Milo De Angelis, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Francesco Filia, Marco Furia, Mauro Germani, Stefano Guglielmin, Giuliano Ladolfi, Giorgio Linguaglossa, Piera Maculotti, Gian Ruggero Manzoni, Mario Marchisio, Lorenzo Mari, Fabio Michieli, Federico Migliorati, Luca Minola, Marco Molinari, Elisabetta Nicoli, Giancarlo Pontiggia, Alfredo Rienzi, Jonata Sabbioni, Nevio Spadoni, Maria Zanolli, Camilla Ziglia.
L’arresto – L’arcolaio, 2020 (finalista ai premi Gozzano e Montano) – è la sua seconda raccolta di liriche.
Si conclude così il lungo tracciato del Ciclo dell’acqua che Michele Miccia ha steso in diversi anni. Lasciamo la parola al prefatore di questo tomo conclusivo (Ciclo dell’acqua – Parte del ritorno, introduzione di Camillo Bacchini) che intende dar commiato all’intera opera, dandone il senso generale. Complimenti a Miccia per questo sforzo notevole costruito con zelo ed efficacia.
Buona lettura.
Prefazione di Camillo Bacchini
Quest’ultima fatica di Michele Miccia conclude l’esperienza, che altrove ho definito bioletteraria, de IlCiclo dell’acqua – poema in più sezioni in più volumi raccolte – in cui l’essere umano intraprende, sviluppa e porta a compimento la propria vicenda esistenziale e ontologica di immanenza e trascendenza. In questa Parte del ritorno, dopo aver sperimentato le varie fasi dell’esistenza, si dirige, nel suo regresso ad uno stadio di purezza pressoché amniotico, risalendo a ritroso dal mare attraverso il letto di un torrente disseccato dalla temperatura estiva, verso un punto in cui alfa e omega si toccano, si sovrappongono fino a coincidere. Nel corso del suo cammino allegorico, si libera, viepiù spogliandosi, degli accidenti racchiusi nel fardello che l’umana gravezza del corpo e delle sovrastrutture gli ha messo addosso, come una seconda pelle. Pure, lo sforzo di Miccia, la fatica del verso (che come vedremo si lega indissolubilmente alla struttura del significante), la scrittura del poema insomma, sarebbe vana se si perdesse nell’aneddoto d’una sola vita. La vita del personaggio che ritorna dall’acqua lungo la grossa vena secca e pietrificata del torrente – deve essere chiaro – è infatti tutte le vite; è l’esistenza stessa dell’uomo e della donna, in cui le anime vegetativa, sensitiva e razionale coesistono. Man mano procede, questo personaggio totale, ermafrodito nel racchiudere i due principi di femminile maschile (né giovane né vecchio, né unicamente uomo né pienamente dio), emette da sé l’acqua che si è in lui raccolta durante gli stadi delle precedenti esperienze (che già abbiamo letto nelle altre sezioni del Ciclo), e che si è confusa con il suo stesso sangue. In questa perdita emorragica nutre e diluisce la siccità sclerotica del letto del fiume, dando luogo ad una innaffiatura fertile e corroborante, che ad ogni passo fa emergere una rigenerazione delle parti aride:
«per qualche mese come ogni erba/respira anche il torrente./ L’acqua smussa gli spigoli/dei sassi il loro aspetto/aggressivo nel corpo a corpo».
Questa rigenerazione, tuttavia, non si esaurisce in metafora paesaggistica tout court, perché il paesaggio di Miccia esula dalle forme della consuetudine: è un paesaggio che definirei demiurgico (un po’geologico, un po’ liquido, un po’ pietrificato, un po’ della consistenza duttile e perennemente movimentata della plastilina). Questa rigenerazione, dicevo, che s’esprime nei versi suddetti, è solo l’inizio d’una rigenerazione più complessa, un’esperienza totalizzante, per quanto costituita da passaggi di fase ognuno effimero e momentaneo. Mi spiego: durante il cammino del nostro neo-Adamo (un Adamo opposto al primo, perché dotato di passato), si verifica una rifioritura della Storia, un episodico ritorno de «le morte stagioni» e de «le magnifiche sorti e progressive», che emergono durante questa feconda promenade e la affiancano nei suoi immediati dintorni, come evocate, come parvenze o iscrizioni su pietre miliari, o, addirittura, come visioni ologrammatiche:
Sul litorale falange di opliti/emergono dal sottosuolo/per riprendersi il territorio/che ingrassa intorno al tempio dorico,/le colonne tengono ancora saldi/i detriti portati da acque/estinte legandoli in una piana/che nutre file di aranceti,/terra cielo s’incrociano a formare/tra i marmi un microclima/favorevole a cardi capre.
Il passato, racchiuso nelle esperienze dei precedenti stadi di nascita, crescita e maturazione, dunque ritorna, o, perlomeno, accompagna il ritorno del protagonista (il suo regressum ad uterum), lottando con l’oblio. Intorno, ai margini del percorso, si manifestano, in una dialettica tra tumulto e stasi, anche gli altri elementi, sempre in fermento: la terra, il fuoco e l’aria. È come se, in sogno, il camminatore sfogliasse un albo di fotografie da cui scaturiscono macroeventi, reminiscenze, sensazioni, emozioni stratificati – sia privati sia corali – sepolti, certo, ma non rimossi o dimenticati. Un ritorno che si verifica in momentanee manifestazioni epifaniche; ed è come se, sempre sfogliando, quest’uomo se ne liberasse, restituendoli di nuovo all’oblio. Durante questa operazione, tuttavia, il protagonista ne acquisisce una volta per tutte coscienza piena. È questo il culmine del processo, della fatica del vivere. La consapevolezza.
Come un salmone che risale un torrente nordamericano (ma in secca) la fatica del ritorno, lo sforzo della purificazione sono improbi. L’acqua non è (non è stata) un dono del cielo di francescana memoria. Non è nemmeno la benedizione pagana su un uomo già predisposto alla potenza superomistica metamorfica e panica, come nel D’Annunzio de La pioggia nel pineto. Non è, tantomeno, un miracolo che provenga da qualche deus ex machina, come credevano gli antichi – e come troviamo ad esempio scolpito in un tratto della Colonna coclide di Marco Aurelio a Roma (penso all’episodio del Miracolo della pioggia, in cui un genio alato, con le ali d’acqua, fa cadere il benefico liquido sui legionari). Qui il protagonista cade, si rialza si ferisce. È in attesa della bocca vorace del-l’orso come i salmoni selvaggi? In virtù dell’acqua, fluido dalle proprietà quasi magiche, la materia inorganica diventa organica, dall’inanimato può sorgere l’animato (che poi è stato il miracolo indecifrato della vita):
«Sfrega un sasso per vederselo tra/le mani consumare/se lasci alla fine un residuo/dell’era magmatica, se/
ripeta ancora se stesso all’interno/o contenga un nucleo attrattivo, /guscio o uovo che si prodighi/nel desiderio di mutare/in carne pulsante su cui/si posi uno sguardo indulgente».
Ed è in questo procedere, in questa operazione di spoliazione e insieme di richiamo dell’accessorio, (come in una serie di evocazioni visionarie) che l’essere umano compie la sua esperienza – oltre che conoscitiva, come si diceva – morale, già peraltro iniziata nel corso degli altri tomi.
«Non percepisce più la fame /la sete la fatica /si disperde nei ciottoli, gli bastano /i profumi a ricaricarsi / non dubita del suo progetto /di risalire nudo /il torrente, la carne /esposta sudore campo di pollini / è un’arma che lo rende / inaccessibile al giudizio /l’unica che lo tiene in vita, / protetto dal biancore della pelle / che riflette una luce dagli / occhi pietrificanti».
Così, in questa liberazione, le imperfezioni e le debolezze delle strutture sociali, umane, culturali si ricompongono per un attimo come in un muretto a secco (per un momento ancora e prima del successivo crollo), in cui si assesta uno dei mondi possibili e, forse per un istante, perfetto:
«Muretti a secco un nugolo/d’insetti forma tra le connessure/una società con le proprie/gerarchie, sassi a incastro/si adattano ad un equilibrio /primordiale rinsaldano/la fragilità del terreno/, accompagnano linee magiche/conosciute soltanto /da uno sciamano per un ordine /divino che collima/con il rispetto della proprietà».
Mentre l’uomo procede nel suo cammino di spoliazione e di purificazione, la vena secca del torrente si anima per caricarsi di nuova fertilità, in modo da dare vita successivamente ad altre esistenze (specie umane, animali e vegetali), in quello che appunto si va determinando definitivamente come un vero e proprio ciclo.
Si noti peraltro che l’uso frequente dell’enjambement (il ποιεῖν di Miccia s’esprime in metrica d’endecasillabi e settenari) avvolge a spirale il verso, esprimendo così la fatica del processo in atto anche a livello formale. Significato e significante dunque si fondono perfettamente; e lo fanno proprio in un periodo storico in cui ciò non è più scontato: la deriva della forma e della disciplina del verso oggi ha staccato e sta staccando in una violenza innaturale significato e significante, riducendo il tutto ad un contenuto slegato da qualsiasi ritmo, anche interiore e, dunque sterile.
Allora, l’uomo-pellegrino di Miccia somiglia forse di più ad una declinazione più prettamente simbolica e spirituale delle sculture di Henry Moore, in cui l’essere umano cerca di nascere (o ri-nascere) in una sua forma stabile che va cercando. Certamente più pura, meno gravata dagli accidenti e dalle zavorre che affliggono la nostra valle di lacrime.
Nel frattempo, Miccia si pone il dilemma della salvezza e della dannazione. Dove porta questo risalire? A deporre nuove uova come il salmone (si diceva: a nuova vita). A un ricongiungimento con il dio? E se non si riesce a raggiungere la meta piena del ritorno, questo poema del νόστος dove conduce? I dannati, i persi per strada, i rimasti chiedono una nuova possibilità nella reincarnazione:
«Risalendo per l’alveo/recupera ogni volta l’ultimo/passo lasciato indietro/il precedente è/una storia mancata,/cerca l’acqua dispersa/il punto da cui possono/riemergere i morti/per annegamento che tornano/sul luogo delle loro colpe/a cui riconsegnare/un nome, risarcirli/con un’altra vita in prova».
In questo senso Miccia sembra rinnegare l’oblio delle coscienze che fu già nella Death by water di T. S. Eliot, rivolgendosi piuttosto alla reminiscenza d’una reincarnazione di stampo pagano, più comprensibilmente vicina alla sua idea di eterno ritorno dell’energia vivente in un ciclo continuo (da Democrito alla New age), in cui si colloca anche l’umana esistenza. In ogni caso, questo procedere sembra tendere ad una sorta di nirvana, di condizione di equilibrio e di autocoscienza definitivi; per usare un’immagine che il più possibile calzi con l’allegoria stessa della narrazione contenuta in questi ultimi versi del Ciclo: è come se il nostro personaggio in cammino, alfine, si riposasse al margine del fiume che lui stesso ha irrorato nel suo ritorno, e prendesse i ciottoli in mano, per sistemarli in equilibrio perfetto (ma otticamente impossibile) uno sull’altro, come fanno gli artisti che praticano l’arte della Stone balance.
Ecco quindi che con coerenza tetragona, concentrazione ferrea e con una coesione inscalfibile, Michele Miccia continua e conclude il suo ambizioso poema filosofico, un’opera in nove volumi che, con questa terminale Parte del ritorno si congiunge perfettamente alla prima sezione, risalente al 2011. Un poema, certo; un’opera quindi che non rinuncia ad una sua vocazione intimamente narrativa, in cui e su cui convergono simbologie e riflessioni, parole come formule magiche (Pascoli li direbbe suonate da sistri d’argento), spesso allusive ad antiche simbologie di cui s’è perduta financo la traccia, mentre l’acqua si conferma sostanza irriducibile di taletiana memoria, e, pure, medium essenziale (o vettore) che nei suoi passaggi di stato aggroviglia e trasporta gli accidenti, li mescola e li tramuta nelle categorie del tempo e dello spazio, declinandoli nelle varie consistenze materiche («acqua che unisce / pieno a vuoto memoria a oblio»), in un processo seguito ed espresso di pari passo dal linguaggio, cioè dalla scrittura del verso, dal suo timbro percussivo, in quale, benché sia sorvegliato da una metrica di settenari, novenari, endecasillabi sciolti (con varie eccezioni alla «regula»), è in continuo fermento, prodotto com’è da un andamento anch’esso in passaggio di stato continuo dalla narrazione alla descrizione, dalla riflessione all’argomentazione, in una tensione vitalistica ed evocativa che, senza cedere ad alcuna velleità programmaticamente orfica, ermetica o misterica, fa oggi definitivamente di Miccia, nel panorama attuale della letteratura non solo parmense, un poeta di marcata originalità.