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GIORGIO PODESTA’ RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI ANDREA BREDA MINELLO, “IL TEMPO DELLA GUARIGIONE”. COLLANA PHI DIRETTA DA GIANLUCA D’ANDREA.

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Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello, tra amore e attesa

Recensione di Giorgio Podestà apparsa sul blog Libri e Parole

Mario Praz nella sua indimenticabile La casa della vita ci ricorda come vi siano anime tenaci come piante, pronte a spezzare le pietre, e altre, invece, che sono piuttosto simili a fiori destinati ad avvilirsi se manca loro l’aria e la luce. Nella raccolta poetica Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello, in libreria per i tipi de L’Arcolaio, l’amore diventa – e non potrebbe essere altrimenti – aria e luce e l’anima (quello strano amalgama che ci dà ogni giorno nutrimento e respiro) si fa ora caparbia come un mulo, ora fragile come un mare di cristallo, perché, impossibile negarlo, sempre si è forti e sempre si è vulnerabili di fronte a coloro che più amiamo.

Il tempo della guarigione

Una legge di natura questa immutabile e severa che dalla notte dei tempi ci lega (con rose e spine, mi verrebbe quasi da aggiungere) mani e piedi. Un amore quello di Andrea Breda Minello cadenzato da incontri, da luoghi (siamo prima a Venezia, poi in Sardegna, sulla spiaggia di Torre dei Corsari), da attese che si distendono davanti ai nostri occhi, sotto le nostre dita ansiose, come una quotidiana eppure miracolosa mappa sentimentale. Uno specchio geografico del cuore. Un cuore inevitabilmente nudo. Senza difese. Sospeso in quel reciproco riconoscersi e appartenersi che, d’emblée, ricongiunge le sponde lontane. Diventa grido o, meglio ancora, ponte di luce.

Ecco che allora, nella mistica eterna dell’amore, l’acqua alta di Venezia, dopo un’apparizione e un salto fatato, si muta in sole. In sabbia che brucia. In speranza che diventa certezza. Tutto questo (e altro ancora) sembrano dirci i versi luminosi e conclusivi de Il tempo della guarigione.

Versi, ma non ci sarebbe neanche bisogno in verità di ricordarlo, per chi ama o ha, un giorno, perdutamente amato.

la sabbia è calda,

davanti a me

La spiaggia dei Corsari

il mare

i suoi gigli

“Ora sei a casa”

Mi giro, sento l’eco

spegnersi

La nonna è scomparsa

Sì, sono a casa

Non ho paura

amore

Corro

verso la tua direzione

Eccoci.

Il libro

Andrea Breda Minello

Il tempo della guarigione

L’arcolaio, 2025

L’ARCOLAIO PRESENTA “DI LEGNO, CARTA E DI ALTRE STORIE. MEMORIE DI UN POETA MARANGONE”, di EDMONDO VALPIANI E ANDO FABBRI. UN LIBRO DOCUMENTO DI UNA STORIA TUTTA NOVECENTESCA. POSTFAZIONE DI GABRIELE ZELLI. COLLANA PROSE, DIRETTA DA ENZA VALPIANI.

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E’ LA STORIA DI UNA STRANA EREDITA’, FATTA DI RIME, DI VALORI, DI PASSIONI, CHE IL NONNO HA CONSEGNATO AL NIPOTE, CON IL COMPITO DI CURARNE LA PUBBLICAZIONE. LE POESIE SPAZIANO DAGLI EVENTI FAMILIARI E STORICI (LA SECONDA GUERRA MONDIALE VISSUTA DA EDMONDO IN PRIMA LINEA), ALLO SPORT, AL VOLONTARIATO, ALLE VICENDE DELLA CITTA’, FORLI’, CHE NON C’E’ PIU’ MA RIMANE SCOLPITA NELLE SUE PAROLE. RIME SEMPLICI, CHE IL MARANGONE CONDIVA CON LA SUA CORDA PIU’ SINCERA: IL SORRISO. CON IL SUO STILE PERSONALISSIMO, A VOLTE INCLINE ALL’IRONIA, A VOLTE INTENSAMENTE POETICO, ALESSANDRO HA RIPORTATO ANCHE I RACCONTI ORALI DEI RICORDI DI FAMIGLIA DALLA FINE DELL’OTTOCENTO ALLA META’ DEL NOVECENTO.

LA POSTFAZIONE DI GABRIELE ZELLI RICONDUCE IL NARRATO AD UNA CORNICE STORICA INCENTRATA SUI PERSONAGGI FORLIVESI MENZIONATI NEL LIBRO.

ENZA VALPIANI

Con il patrocinio della FONDAZIONE CASSA DEI RIPARMI DI FORLI’.

Le parole dell’inizio:

I. Di carta, carte, denari, pergamene e soccorsi.

La bicicletta scarta il cancello e silenziosa si accosta al muro verde campodigramigna della casa, in un pomeriggio primaverile. Nel cortile interno, vicino al vecchio dondolo, da una finestra semiaperta risuonano cronache sportive: rombi di motore, tremori di pugili e fremiti di volate ciclistiche. Busso al vetro, che si mette a vibrare. Bisognerebbe cambiare gli infissi, roba da falegname. La risposta è pronta e squillante: Uhe! Bôna pëla! [1] Il Marangone saltellando a mo’ di un grillastro splendido dei cespugli, compare come da dentro uno specchio, sul mio riflesso di diciottenne uscito da scuola. Un secondo dopo il portone si apre e gradualmente avanza un crescendo di rime improvvisate.

A forza di andare su e giù/ pensavo non arrivassi più … Vieni a pranzare con quel che resta/ ho un nipote così alto che mi mangerà sulla testa!

Ebbene sì: Valpiani Edmondo detto ’e Marangòn, zirudellista e rimatore seriale, è mio nonno. Per i profani del dialetto romagnolo è qui necessaria una precisazione. Apriamo il glossario: Marangòn: vocabolo di origine veneta, in dialetto significa falegname. Zirudèla: componimento popolar-dialettale in rima, spesso dal carattere umoristico. Chiuso il glossario.

Come faccia il Marangone con la sua licenza elementare a trattare il verso poetico con tanta naturalità, rimane ad oggi un mistero. Mentre mangiamo un piatto di ravioli burro e salvia, mi spie-ga.

Te non lo sai, ma io ho fatto le Scuole Alte. In sesta elementare stavamo all’ultimo piano.

Il punto è che la sua poesia gode del non essere addomesticata: libera nel flusso creativo, sgorga come una fonte d’acqua sorgente. Poco importa se a volte scivola in strafalcioni grammaticali, a quelli provvede sua figlia Enza (nonché mia madre) che ha studiato tutte le lettere, antiche e moderne, con specializzazione in apostrofi, acca e doppie. In libertà il Marangone, falegname e poeta, compie lo stesso lavoro di cesello e piallatura, con il legno così con le parole.

Rieccoci a tavola, la tovaglia a scacchi e i grissini già aperti, che verranno tocciati a fine pasto in un dito di vino rosso. Buoni i ravioli portati dal servizio comunale. I volontari fanno a gara per consegnare a Valpiani, perché sanno che se ne usciranno con il sorriso e una rima improvvisata. Il Marangone li gradisce (i ravioli, non i volontari) ricoperti da una montagnola di forma (parmigiano), che si dice metta anche sul pesce. Alla fine:

Vuoi una frutta? Una mela, un’arancia, un limone? Uhei, però stai attento coi limoni, non son mica tutti buoni …

Sistematicamente questi sospesi lasciano presagire l’arrivo di una zirudella, che spunta da un cassetto quasi camminando con le proprie gambe.

E’ gòb e e’ limôn

Nô avlé tant bèn a la nòstra Rumâgna,

mo ’l savê ch’la n’ è tóta una cucâgna.

I su abitânt in è tót perfétt,

tra i tant uj’è nénca quelc gubétt.

Coma e’ sgnor Zvân ch’us lamintéva cun Michilón

e’ su amig, che cunsigliép a lò “La cura de’ limón”.

Lò trì caşett ad limón e fasép avnì

e in trì dè u li fasép sparì.

Ad cunseguénza us’era ardót da fé péna,

l’era tant zó ch’un azuvéva pió incióna mingéna.

Alora e’ ciamè Michilón e ui scurep cun un fil ad vôşa:

“Cun e’ tu cunsèj ta m’ê pròpi mèss in crôsa”.

E cl’êtar: “M’è indispiasù che t’şia drì a la fòşa,

mo me par “limón” a intindêva la Léma Gròşa”.[2]

E gob e é Limon è un truciolato poetico di umorismo da falegname. L’aveva recitata al simposio dedicato ad Aldo Spallicci della rivista La Piê. In questi momenti, quando racconta, mi perdo in un viaggio a ritroso nel tempo. Mi sembra di vederlo davanti a quel pubblico, amante raffinato della cultura romagnola, che forse si aspettava qualcosa di più aulico e meno irriverente. Mi sembra di sentire brusii di dissenso sciolti in una risata e in un lungo applauso finale …

Il gorgoglio della cuccuma mi riporta in casa ed è un crescendo sullo sfumare di quegli applausi lontani nel tempo. Il Marangone con una capriola si fionda ai fornelli e controlla che il caffè sia uscito bene, alzando il coperchio con le quattro dita e mezza della mano sinistra. Sì: e mezza. Ci sarà modo di spiegare.

Mi piace prendere il caffè con lui. Aggiunge un po’ di Sambuca e mi fa sentire definitivamente entrato nel mondo degli uomini adulti. Quello che ne segue è pura ritualità, movimenti che sembrano prestabiliti da leggi fisiche universali. Ci spostiamo dalla cucina al salotto, dove la televisione continua a proporre un Tour de Quelquechose. Primi piani di ciclisti, ruote e asfalto in pendenza parietale. Qui si dà inizio alla liturgia post-pranzo con la frase: Dai va là ca faséma una partída!  Dai, su, che facciamo una partita. Compaiono le carte romagnole, quelle che mio nonno ha sempre usato in casa, che nel tempo hanno preso la forma della tettoria a spiovente di un capannone industriale ed un sapore misto di tovaglia unta, sangiovese e mollica, ad libitum. Me ne trovo dodici in mano, segno che sta per iniziare e pichét. Il picchetto, gioco antico probabilmente importato dai soldati francesi, ad oggi non è quasi più praticato, se non da una sparuta categoria over 90. Dopo i cambi, il Marangone accusa: cenq cherti, quatórz ad Re, quénz ad bastoni, pichét!  Grazie al processore interno di un calcolatore del CERN, ha fatto le somme e conosce già tutte le mie carte da qui al 2020. In due mani mi asfalta, come l’ultimo dei poveri ciclisti sullo schermo. Non capita sempre, beninteso.

Il nostro legame ludico è ormai rodato, da quando all’età di 4 anni venni edotto sulle tecniche di Rubamazzo, Briscola, Scopa Bazzica, Sette Mezzo e infine Tressette, prodromo binario della disciplina olimpica di Romagna: il Marafone. In questo contesto il Picchetto equivale ad un post-dottorato con abilitazione di ricerca e ne vado particolarmente fiero. Col Marangone si gioca per vincere, ma senza agonismo e quasi con curiosità, giusto per vedere cosa succede. Capiti quello che capiti, il bello è passare il tempo in compagnia. Come la vita e la poesia, anche il gioco è per lui convivialità che affina l’ingegno. Grande Maestro di Denari e Cavaliere Insigne della Bazzica, il Marangone ha sfidato generazioni di romagnoli, senza mai scommettere un soldo.

La posta in gioco al Bar delle Poste (appunto) consisteva al massimo in due caramelle, equipollenti ad un caffè. Il tempo di gara era quello necessario per i marafoni di andata, ritorno ed eventualmente per la bella. Il tutto prima di riaprire la bottega, senza fretta. Lucido di quella ragionevolezza artigiana di chi conosce quando un’asse si spezzerà perché troppo lunga, aguzza gli occhi e profetizza: se nelle carte ci metti delle lire / stai sicuro che amici e soldi vedrai sparire. Giusto specificare che falegname Edmondo ha i piedi ben fermi sulla sua terra di Romagna. Non ama il gioco d’azzardo e neanche le tentazioni mistiche di maghi, oroscopi e veggenti. Quando in televisione appaiono cartomanti e sensitivi, lui cita i suoi versi:

le donne van dalle maghesse/ e confuse credono alle loro promesse/ Se il fidanzato le ha lasciate, dicono: in settimana/ tornerà da te, pentito, sotto la sottana/ con aghi introdotti in un bambolotto/ arriverà in quattro e quattr’otto.

La scorsa settimana abbiamo giusto dato alle stampe una zirudella sul lotto, passione di sua moglie Dina, esperta dell’arte del sogno e della Smorfia, che ci lasciò anni or sono.


[1] Te lo sai cosa significa Bôna pëla? Si dice quando qualcuno è benvenuto, perché porta buone notizie. Così me lo spiega di solito il Marangone.

[2] Noi vogliamo tanto bene alla nostra Romagna/ ma sappiamo che non è tutta una cuccagna. / I suoi abitanti non son tutti perfetti/ tra di loro ci sono alcuni gobbetti. / Come Giovannino, che si lamentava con Michelone, / il suo amico che gli consigliava la “cura del limone”. / Lui tre casse di limone aveva fatto venire/ ed in tre giorni le aveva fatte sparire. / Conseguenza fu che si ridusse da far pena, / era tanto giù che non gli giovava nessuna medicina. / Allora chiamò Michelone e sussurrò con un fil di voce: / “Con i tuoi consigli mi hai proprio messo in croce”/ E l’altro: “Mi dispiace che tu abbia un piede nella fossa” / ma io per limone intendevo la Lima Grossa.”

GIAMMARCO DI BIASE RECENSISCE “IL TEMPO DELLA GUARIGIONE” DI ANDREA BREDA MINELLO. COLLANA “PHI” DIRETTA DA GIANLUCA D’ANDREA. ARTICOLO TRATTO DA POETARUM SILVA.

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/Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello, tra amore e attesa
di Giammarco Di Biase

Il tempo della guarigione L’arcolaio, 2025

Le gabbie sono saltate – Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello

24 ottobre 2025

Di Giammarco di Biase

Con Il tempo della guarigione (L’arcolaio 2025) Andrea Breda Minello racconta una storia d’amore. Un’opera destinata ad un’altra voce, quella dell’amato, che soffia e brucia dentro come un poemetto scalzo senza alcuna pretesa e presunzione se non quella di incontrare un “destinatario”. Infatti, è insito nella natura dell’amore il fatto che – come Lucano osservò duemila anni fa e Francis Bacon ripeté molti secoli dopo – esso non possa che significare il consegnarsi in ostaggio al destino. In altre parole, nell’opera di Breda Minello, non è nella brama di cose pronte per l’uso, belle e finite, che l’amore trova il proprio significato, ma nello stimolo a partecipare al divenire di tali cose. In ogni amore ci sono due esseri, ciascuno dei quali è la grande incognita nelle equazioni dell’altro e l’autore sembra violentemente interessato a questo sentimento da farlo apparire come status diverso per eccellenza rispetto agli altri eventi dell’esistenza irripetibili.

Proprio di questa irripetibilità vive Il tempo della guarigione, canto sulla restituzione di un bene, sulla vita più sorprendente di qualsiasi forma d’arte. Libro pulsante, cronistoria, registrazione poetica di un corteggiamento o meglio ancora, poesie che compongono un unico corpus scritto in presa diretta: vicenda semantica ancora prima di essere vissuta nella carne degli amanti, nell’universalità della parola. Da leggere tutto d’un fiato con una coda finale di tre poesie non dipendenti l’una dall’altra, ma legate da apparizioni ed essenze, scandite dal flusso dell’acqua, che lambisce la terra che abitiamo tra visione e corpo. L’eros, afferma Lévinas, è diverso dal possesso e dal potere, non è né una battaglia né una fusione. Non è, soprattutto, conoscenza. L’eros è una relazione con l’alterità, con il mistero, vale a dire con il futuro, con ciò che è assente dal mondo che contiene ogni cosa che c’è. Il pathos dell’amore consiste nella dualità degli esseri (Bauman, L’amore liquido, Laterza).

È proprio qui che ci sembra venire al dunque del concetto di dualità. Quest’amore infatti è fuso geograficamente, un amore che parla due lingue diverse, la lingua sarda e la lingua italiana, la lingua più materna del mondo. Due terre, due canti, due voci che si avvicendano, dialogano tra di loro,  e si appartengono per un giorno o forse per sempre: basterebbero soltanto gli esergo di Antonella Anedda e di Giacomo Noventa, in cui Veneto e Sardegna in un gioco di specchi si corrispondono, per restituirsi all’opera, senza diroccarsi in labirinti, ma perdendosi nell’incanto di queste poesie che sono arie aperte, musica magmatica isolana (quasi morantiana), contrappunto alla Venezia tanto cara all’autore. In realtà i riferimenti, proprio quelli che rappresentano il punto di incontro tra due identità, all’apparenza opposte, sono tanti: Donizetti, Ornella Vanoni (a cui sicuramente Breda Minello dedica il principio, il ciclo circadiano, la genesi di quest’opera, come afferma in nota). Ma ecco slacciarsi tra le pagine come presentimenti la poetica di Nelo Risi, il grande Sergio Atzeni, spesso troppo dimenticato dalla compulsione del mondo letterario. C’è Pasolini, tra le caravelle, la meravigliosa fragilità della seduzione, accanto al suo sciagurato rifiuto di sopportare la vulnerabilità della passione a cuor leggero. Appare difficile credere che oggi un poeta parli ancora così bene d’amore, sentimento bypassato, ormai sempre al limite delle parole.  

Anche con la pioggia che ci accompagna
potrei enumerare cieco i masegni che come
filo d’Arianna mando a memoria
per accogliere sa oghe de su entu e de su mare

***

Sono arrivato prima per stare con te,
per il nostro caffè, e procedi lungo la via, dimentichi,
ancora senza di me ti perdi
ti abbandoni, lasci che ti guidi 
o forse è perché quando siamo insieme 
ogni luogo non è più necessario al tempo che abitiamo 

***

Con te le gabbie sono saltate

Con te sono libero per la prima volta 

Senza di te avrei paura di non poter più riconoscere
il mondo nella sua interezza volatile 

Per questo perdonami se dubito, se ho il terrore
che tutto possa apparire al vero un sogno di un falco demente  

perso tra le pagine dei secoli e dei suoni di un’isola
che non è mai stata così vicina alla parola amore

***

Le mani sfiorano il tuo corpo
che conosco come il mappamondo
che tenevo acceso per paura dell’uomo nero
Riconoscerei la tua figura anche ora che
senza occhiali mi sento nudo e vero


Andrea Breda Minello (1978) vive e lavora a Venezia. È poeta, drammaturgo, scrittore e si occupa di letteratura comparata e di studi di genere. Suoi racconti sono usciti per Empirìa, su “Nazione Indiana” e “Narrandom”. In poesia ha esordito in X quaderno di poesia contemporanea e ha pubblicato: Del dramma, le figure (Zona, 2015), Yellow (Oèdipus, 2018), Catechesi dell’abbandono (Industria&Letteratura, 2025), Il tempo della guarigione (L’Arcolaio, 2025). Ha pubblicato l’atto unico Black Russian (Blonk, 2023).  Ha curato la traduzione di Se solamente di Julien Burri (Kolibris, 2010) e Poesie d’amore di Anna de Noailles (ArcipelagoItaca, 2019). A livello critico si occupa di Antonella Anedda, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Rossana Ombres e Marisa Sannia.

IL NUOVO LIBRO DI VERSI DI ANDREA DI SILVANA. COLLANA L’ARCOLAIO GIALLA.

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Ecco le parole dell’autore:

Se leggerai queste mie ‘parole senza mercato’ – e immagino che ciò potrà avvenire solo in una biblioteca -, penserai che io usi la cultura in modo impressionistico. Macchie che sembrano case; ma se le guardi da vicino, solo macchie. Ammetto che lo stesso penso io della natura di questo mescolare al folle dripping delle mie frasi che ho preso da Nietzsche, da Walser, da Joyce, da Piovene, da Campana. Sì, è così, non sono che macchie ingannevoli: sembrano case. ( Dall’avvertenza).

Con queste idee da filosofo nichilista dilettante, indirettamente, senza averne avuto l’intenzione, ti ho parlato anche – e forse soprattutto – di un mio costante disagio, che a volte è paura del mondo. (Dalla prefazione)

Alcuni testi:

Un po’ di ragione, dice Zarathustra, un grano di saggezza disperso di stella in stella, questo lievito è mescolato a tutte le cose; solo a causa della follia, la saggezza è mescolata a tutte le cose. Un po’ di saggezza è possibile; ma io ho trovato in tutte le cose questa certezza felice: esse preferiscono danzare sui piedi del caso.

(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Non mi vengono parole

         le parole

eppure sono qui per parlare

quando sono scritte

piatte

         ma profonde

nere

         ma di mille colori

silenti

         ma assordanti suadenti … enti

e naturalmente senza mercato – inutili?

sta piovendo

         per me

         qui sul palco

non per voi

         in platea galleria

non vedo facce conosciute

tutti nuovi?

tutti ignari?

         meglio

no?

         lo stesso

l’altra passeggiata

         l’altra sì

sì è vero

splendeva il sole

         sole d’inverno

lucido asfalto qui adesso

         ma sono pozze d’acqua

non c’è più quella

tensione

        quella dell’altra volta intendo

adesso è diverso

un’esplorazione con altre

caratteristiche

         luogo diverso anche se uguale

         vedete?

il verde s’accende sotto

la pioggia che batte che batte che batte

         illuminato

da sotto

la strada è la stessa ma diversa

non cambio itinerario

vogliano perdonarmi

coloro che

        in platea galleria

ricordano

         sanno

quello di camminare solo poi

è un bisogno

         che provo ancora

l’Olympus a cui parlo

mi sta comodo nella mano

         non mi chiede spiegazioni

                  docile ai miei comandi

frastuono liquido intanto

delle macchine che passano che passano

che passano

nell’asfalto lucido

si specchiano le case le cose

quel malinconico dehors anche

una cliente che beve

questo è un periodo

in cui sono stanco

dopo un lungo

         romanzo

che mi ha impegnato

per anni

ora finito

         il romanzo

ma quei personaggi

sono ancora con me

torneranno

credo

molto presto

a riempirmi di parole

tutto fradicio però

tutto umido qui

qualche colore

         pensate

qualche disegno su

         non so

una costruzione beige

di fronte a me

eh sì l’altra volta c’era il sole

avete ragione

c’è qualcuno quindi che

l’altra volta era con me

io sono qui

voi siete lì

io su questo palcoscenico

         sotto l’ombrello

voi sotto il tetto di un teatro

questo è bisogno di parole in libertà

         parole di libertà

dopo tanta disciplina

dopa tanta attenzione

         nel raccontare

obbedendo a una sintassi

ordinata corretta

io voglio libertà

un po’ di libertà

pazienza per gli errori

e poi

non ricordate quel che ha scritto James Joyce

a man of genius makes no mistakes

his errors are volitional and

are the portal of discovery

perdonate la presunzione

in fondo anche questo

         pasticcio di parole

non è forse presunzione?

infatti presumo che qualcuno tra voi

mio pubblico

lo possa trovare interessante

sto attraversando un paesaggio

interiore

ciò che vedono

         cioè

i miei occhi

fuori e dentro

lo stesso

         identici

si può dire che mi piove

anche dentro

piove dentro di me come in una casa

dal tetto sfondato

e mi chiedete perché lo faccio

e perché non dovrei?

perché non dovrei farlo?

e voi cosa fate?

non vorreste farlo anche voi?

         fatelo!

io sto camminando

         come l’altra volta

camminate anche voi

parlate anche voi

parlare parlare parlare

le parole sono piatte

ma così profonde

sono nere

ma così piene di colori

ma forse l’ho già detto

non esiste immagine

che regga il confronto

con le parole che vengono

impiegate per

descrivere l’immagine

la descrizione di un’immagine

ne produce mille

se mille sono le persone

che la leggono

perché le parole hanno a che fare

col nostro dentro

per quello sono più espressive

di qualsiasi immagine

un attimo fa nessuno

in questa via

adesso

qualcuno in fondo

due cani e padroni (Thomas Mann)

uno sfogo

         come ho detto

parole inutili

         cioè utili a me

esercizio di rilassamento

dopo tanta disciplina

come ho detto

romanzo di 700 pagine

che forse non leggerà nessuno

chi volete che legga 700 pagine

di un autore nessuno!

la mia vita

vissuta ai margini

         non della legalità

della ragionevolezza

intanto uno fa jogging

         sotto la pioggia

non meno irragionevole

to’ qui hanno rifatto

l’asfalto

non fino in fondo ma

questo pezzo è liscio

         direi morbido

sulla panchina un disegno

         curioso

bello come un quadro di

         Pollock

a proposito di Pollock

         non è questo mio un dripping di parole?

signora con ombrello e cane

non mi ha guardato

         non che ci tenessi

signora anziana in cappottino rosso

con due cani in cappottino giallo

un paio di cornacchie dall’aria perplessa

         no non è un’immagine

proprio cornacchie

         di quelle che volano

manifesti intrisi di pioggia

staccati a brani sanguinosi

sì sì sanguinosi

come pezzi di carne

         sanguinosi

il manifesto è blu

blu mare

blu cielo

con uno squarcio rosso su un lato

da cui si affaccia il viso

d’una bimba le sue treccine

bionde

la manina sembra indicare qualcosa

rimasto sotto quel mare

quel cielo

un altro brano di quella carne azzurra

togliendosi

rivelerà il segreto

il rumore della pioggia sull’ombrello

che bello!

noto con disappunto che non mi vengono riflessioni

profonde

mi escono solo scemenze

è tutto così assurdamente casuale

avete sentito cosa dice

         Nietzsche

le cose preferiscono danzare

         sui piedi del caso

che strani animali siamo noi

esseri umani

pensiamo pensiamo

         scriviamo perfino

per spiegare a noi stessi

         agli altri

ciò che non sappiamo capiamo

non capiremo mai

         e tutto perché

siamo i cugini lenti

ad arrampicarsi sugli alberi

a poco a poco diventa scuro

s’accendono i lampioni

si tingono di giallo i rettangoli delle finestre

tanti piccoli occhi gialli

che sfavillano sui casamenti

succede insomma quello che tanti scrittori

hanno descritto un milione di volte

però

         quando accade

ci fa sentire profondi così profondi

         che neanche Nietzsche

e increduli di avere cugini così pelosi

e abili ad arrampicarsi sugli alberi

e intanto la pioggia

tamburella

sul mio ombrello

         dita liquide impazienti

anzi meglio

liquide dita impazienti

tamburellano

         sul mio ombrello

gli scoiattoli sono tanti

         una volta erano pochi

         ed erano simpatici a tutti

adesso sono tanti

e qualcuno

         comincia a trovarli

antipatici

a me continuano a essere

simpatici

una nebbia leggera vela il fondo

di quest’ampia via

         quasi un corso

ma non lo è

liquido frastuono

         incessante

m’accompagna.  

JEAN-CHARLES VEGLIANTE TRADUCE ALCUNI TESTI TRATTI DAL LIBRO “QUADERNO A RIGHE” DI JEAN SOLDINI. COLLANA “I CODICI DEL ‘900” DIRETTA DA GIANFRANCO FABBRI.

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Jean Soldini, Quaderno a righe, L’arcolaio, I Codici del ‘900, 2023.

Traduzioni di Jean-Charles Vegliante

Jean-Charles Vegliante è nato a Roma nel 1947, vive a Parigi. È professore emerito di lingua e letteratura italiana all’Università Sorbonne Nouvelle e traduttore in francese di Dante (Vie nouvelle per le Éditions Classiques Garnier nel 2011 e 2024, La Comédie da Gallimard in edizione bilingue nel 2012 (terza ed.: 2021), Leopardi, D’Annunzio, Montale e di poeti italiani del secondo Novecento come Franco Fortini, Giovanni Raboni, Amelia Rosselli, Vittorio Sereni, Mario Benedetti. Del 2018 è Giovanni Pascoli, L’impensé la poésie

Choix de poèmes (1890-1911), Mimésis, Paris-Sesto San Giovanni e del 2025 è Paul Éluard, L’amore la poesia, curato con Stefano Serra, Interno poesia, Latiano 2025. Nel 2009 gli è stato assegnato il Premio G. Leopardi per l’insieme della carriera, nel 2018 il Premio internazionale C. Betocchi-Città di Firenze e il premio poesia Piero Bigongiari del 2021. Tra le sue pubblicazioni: Vers l’amont Dante (1986, prefazione di Jacqueline Risset), Ungaretti entre les langues (1987, prefazione di A. Pieyre de Mandiargues), Les Oublies (1994), Rien commun (2000), Urbanités (2015), Où nul ne veut se tenir (2016, Prix Heredia de l’Académie française nel 2018), Sonnets du petit pays entraîné vers le nord et autres jurassiques (2019), Trois cahiers avec une chanson,suivi de Source de la Loue (2020), Fragments de la chasse au trésor (proses, 2021), Territoires de Philippe Denis (2021). In italiano o edizioni bilingui: Nel lutto della luce, Le deuil de lumière, ed. bilingue, trad. di Giovanni Raboni, Einaudi, Torino 2004, Rauco in noi un linguaggio, En nous des fois un rauque langage, ed. bilingue, trad. di Mia Lecomte, Interno poesia, Latiano 2021, Incontri, seguito da Altre Babeli, Interno poesia, Latiano 2023.

Entre deux choses

À quel lignage appartient

l’espace entre deux choses? 

Il s’attarde, des millénaires ou quelques instants,

attendant un sursaut

qui l’affecte à d’autres seuils.

Tra due cose

A che stirpe appartiene

lo spazio tra due cose?

Indugia millenni o pochi istanti,

aspetta un sussulto

che lo assegni ad altre soglie.

Cahier ligné

Cahier ligné,

chaque ligne une injonction.

Pourtant elles ne s’arrêtaient pas

aux bords de la feuille.

Elles allaient faire des cartes au bout du monde,

d’aléatoires grammaires. Au dehors.

Des histoires d’affinités,

une plume derrière le mont

un navire un merle des nuances de blanc

neige et chaux sous le soleil,

variations dans l’air réécrites par l’air. 

Quaderno a righe

Quaderno a righe,

ognuna un’ingiunzione.

Eppure non s’arrestavano

ai limiti del foglio.

Andavano a far mappe in capo al mondo,

grammatiche aleatorie. Là fuori.

Storie di affinità,

una piuma dietro il monte

una nave un merlo sfumature di bianco

neve e calce sotto il sole,

variazioni per aria riscritte dall’aria.

Ciel

Quand le monde dans le sommeil

avec toi s’évanouit,

un ciel rassemble des oiseaux

des branches des pensées

le sourire d’une femme,

jusqu’à ce qu’arrive le matin

et ce ciel retrouve sa terre.

Cielo

Quando il mondo nel sonno

con te svanisce,

un cielo raduna uccelli

rami pensieri

il sorriso di una donna,

finché non giunga mattina

e quel cielo ritrovi la sua terra.

Sans tristesse

Petites maisons s’amoncellent

se frottent l’une l’autre

engloutissent ruelles ombres et épines.

Se regroupant forment des maisons plus grandes.

Minimes variations d’un même son

blanc-rosé maculé par d’ardentes persiennes,

du linge séché en un éclair.

Elles ont perdu leur couleur, et sans tristesse

sont là

– clarté lunaire, douleur indéchiffrable –

dans la lumière du soleil.

Senza tristezza

Case piccole s’addensano

si sfregano l’un l’altra

inghiottono stradine ombre e spine.

Aggruppandosi fanno case più grandi.

Variazioni minime di uno stesso suono

biancorosato maculato da persiane roventi,

da panni asciugatisi in un baleno.

Hanno perso colore, e senza tristezza

stanno

– chiarore lunare, dolore indecifrabile –

nella luce del sole.

Vite le mot

Vite le mot arrive aux lèvres,

à la main: dégringoler revigoré

de leur mélancolie.

Trop d’engouement

au lieu de s’effleurer avant de se reconnaître,

curieuses d’exulter sans raison, 

d’un frisson sans avantage. 

Arriva in fretta

Arriva in fretta la parola alle labbra,

alla mano: ruzzolare rincuorato

dalla loro malinconia.

Infatuazione troppa

invece di sfiorarsi prima di riconoscersi,

curiose d’esultanza senza ragione,

d’un fremito senza vantaggio.

ESORDISCE IN CASA ARCOLAIO IL POETA ANDREA BREDA MINELLO CON IL SUO LIBRO “IL TEMPO DELLA GUARIGIONE”, PUBBLICATO DALL’EDITORE GIAN FRANCO FABBRI NELLA COLLANA PHI, DIRETTA DA GIANLUCA D’ANDREA.

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La casa editrice Arcolaio ospita da oggi il poeta Andrea Breda Minello. L’opera che ci presenta è “Il tempo della guarigione” del quale ci darà buona nota l’eccellente autrice in versi e in prosa che risponde al nome di Maria Grazia Calandrone. L’amore trattato come sinfonia di stati d’animo, siano essi gli attimi energetici di lietezza, siano i malesseri che recano sofferenza ma pure, talvolta, crescita, maturità e consapevolezza.

Eccovi la bella nota della Calandrone. Seguiranno poi alcuni testi del nostro poeta.

Buona lettura.

Un amore è un amore. Un amore negato è un amore, sovraesposto e negato come in una scala interiore di Escher. Il mondo stesso viene esposto e descritto dall’amore, coi suoi luoghi quotidiani che, a favore degli occhi dell’amato, vengono visti da chi scrive come appena riemersi dal fumo della fucina originaria, perché «tutto è nuovo e tutto si ripete», nel libro e nelle storie delle nostre vite, fatte di attese che sono più che vivere. L’attesa dell’amore è più che amore, distilla la sua luminosa procedura fino a permetterci di ascoltare, con orecchie di vivi, le parole dei morti che visitano in sogno e parlano dalla scabra solidità dei muri, promettendo e affidando al futuro questo presente insieme, incerto e iridescente come un frutto ancora appeso al ramo della pienezza, della sua propria, viva, felicità.

                                                                                                                    Maria Grazia Calandrone 

Alcuni testi

Dichiarazione

Un intero ritmo

circadiano

per quasi mezzo

secolo

passato a

nascondersi,

a non farsi

trovare

per non sentirsi

inadeguato

non visto

per provare meno

dolore

sul punto della

separazione

Lavorare

di sottrazione,

restare in guardinga

all’erta

di un pericolo

imminente

per non svelare

la sofferenza

                   del corpo

esposto

a carenza d’amore

E poi,

quasi infastidito,

in una giornata di fine

novembre

ho accettato la tua

presenza

sei entrato nella mia vita

facciamo la stessa strada…

no, io giro sul viale,

non in riva,

ti accompagno, il percorso

è quasi lo stesso

no, guarda, non serve, non

ti disturbare

non ti preoccupare di tempo

ne abbiamo…

(è colpito dall’uso spontaneo

del plurale)

(aveva evitato con cura

fino ad allora

di rimanere solo

con lui,

lo irritava se lo salutava,

lo studiava,

non voleva essere

notato,

non voleva sentirsi

una cavia

solo di sfuggita,

qualche volta,

si sorprendeva a considerarlo…)

Il percorso è quasi lo stesso,

me lo ripeto spesso ora,

quando ti accompagno

                            all’imbarcadero

o non visto

mi prendi per mano e

mi salvi

da pozzanghera sicura

o quando percorri la via

in diagonale

per arrivare a casa

quando ti accarezzo

lungo il confine

della schiena

o ci diamo appuntamento

tra la serra e la statua

dell’eroe dei due…

a Caprera coltivava il suo

giardino,

è distante, ma se vuoi

ti ci porto…

quando vorremmo stare

da soli

e la gente non comprende

la nostra intesa, quando

per salutarci mi offri

il viso

lungo il solco del padiglione 

auricolare,

quando a cena, come il ragno

di Rimbaud, percorro

con innocenza

il disegno geometrico

del tuo collo

con il piede delimito

il perimetro delle radici

quando rispettiamo il rito

dell’innamoramento

e in un locale per

sedurmi

come fosse la cosa

più naturale

da dirmi

sorridendo, in sardo,

pronunci

ogus braxiusu

come quando

scrutiamo

i corpi e ci

soffermiamo

sul nostro desiderio

reciproco…

come quando dal pacchetto

che a turno compriamo

estrai due sigarette,

aspetti che

io ne prenda una

apri le labbra

e lasci che la introduca…

mentre tu prendi

l’accendino

fai schermo

tra il fuoco e le mie dita

solo per toccarti…

Noi due siamo interscambiabili, mi dici,

in tutti i sensi…

Aggiungi…

(che tu sia fidanzato è irrilevante, si dice,

bevendo il terzo calice di sur lie…)

***

*

Ti chiedo di parlarmi in sardo, ti chiedo di dirmi

cosa vorresti da questo marzo

Logos immesu e sa natura, cosas nodidas de pappai…

Luoghi immersi nella natura, piatti tipici mai assaporati…

Te lo prometto, ti renderò felice

Io lo sono, quando mi porti con te

nell’armonia scontrosa e arcaica della lingua

*

E non penso ad altro: al sentiero naturale del Sile

ai boschi sacri e amati, al fiume femminile

che trattiene la memoria, la rende presente,

alle osterie e ai canali trevigiani dove i nostri passi

calcheranno la storia

Anche in questo sei riuscito: a farmi far pace con le radici

*

Quando dubito, quando la mente impazzisce

quando torna il timore della perdita, quando la paura solo

di aver sognato, o compreso male, prevale

chiudo gli occhi, respiro, ti vedo, sento la tua voce:

Quando siamo insieme il fine settimana passa diversamente

Quando siamo insieme ci divertiamo, stiamo bene

Da quando ti conosco anche questa città l’apprezzo e la scopro come fosse nuova…

E penso al dopo pranzo, domenica, noi che scendiamo                                                                                              le scale,

non siamo soli, ma l’amica comune non ci vede,

distendo il braccio lungo la schiena, muovo la mano,

tu ti allunghi, me la stringi, mi accarezzi

Anche questa è una promessa, primo gesto di guarigione

*

Forse per il troppo vino, forse perché

quando siamo insieme

parliamo di quello che siamo

l’uno per l’altro

Percorriamo a memoria Via Garibaldi,

giriamo a destra per Ca’ di Dio,

mentre discorriamo di quello

che desideriamo

Arriviamo a San Marco,

come un bambino dichiari

la volontà

di vedere l’acqua alta

sommergere le nostre

pretese di crederci

                               immuni all’amore

Non provo attrazione per gli uomini eppure

non so dire

della nostra intesa, del nostro cercarci…

Per essere amanti dovremmo poi…

Non saprei gestire la situazione,

credo… sarebbe troppo…

Forse per te è diverso…, no?

Tu provi pulsione

verso di me?

Vieni, saliamo, percorriamo

la passerella, per me è la prima

volta…

Sì, sarei pronto a fare l’amante…

Ma poi vorresti anche…?

Essere amanti presuppone…

Non so se sarei capace

di gestire due relazioni

In fondo

Le parole sono sempre

un riflesso,

mancanti della realtà

che siamo…

Stasera,

a modo tutto nostro,

tu non finisci mai le frasi,

stasera ci siamo dichiarati,

stasera a modo tutto nostro

ci siamo rivelati

                             innamorati

*

Sono arrivato prima per stare con te,

per il nostro caffè, e procedi lungo la via, dimentichi,

ancora senza di me ti perdi

ti abbandoni, lasci che ti guidi

o forse è perché quando siamo insieme

ogni luogo non è più necessario al tempo che abitiamo

*

Quando parli del mare, il tronco della quercia

si illumina cristallino riflesso nello specchio

del tuo sguardo resosi bambino:

Voglio tornare a fare immersioni, quando sono

nelle profondità il mio corpo sembra volare leggero

è uno stato di allegria piena

Come il mio ieri notte, quando nuotavo senza peso

in piscina e risalivo in superficie felice

*

Sì, ho sognato, forse un incubo a dire il vero…

Quasi perdevo il battello, c’era una donna prima di me

una ragazza bionda, capelli lunghi, bella…

finita dritta in acqua…

D’istinto volevo salvarla, mi sono spogliato,

mi sono tuffato, ma poi mi sono accorto che

tutto sarebbe stato inutile, non l’avrei salvata

L’ho lasciata andare a picco, come una zavorra penso

io ma non proferisco parola…

Chissà cosa direbbe Freud a riguardo, aggiungo…

*

L’acqua liquido amniotico, l’acqua elemento primordiale

l’acqua limpida e sabbiosa dell’isola, l’acqua verde

della laguna, l’acqua chiarificata dal cloro della piscina…

Dovremmo trascorrere un’intera vita come anfibi o animali fantastici tra i fondali della nostra dimensione

*

Quando sono con te

non sento la stanchezza

mi preme farti

conoscere

le anse, i ponti di legno,

il cimitero dei burci,

a destra le folaghe,

a sinistra in alto la stanza

del pediatra, la fisioterapia,

una vita ad allenarsi

a farsi da parte

e poi tu qui con me

per scelta,

le case affrescate, pittate,

quattrocentesche,

il pino dell’Himalaya,

i vini che assapori

per la prima volta,

nomi francesi, vini friulani e

trentini,

una grotta a contenere

il sentimento

che non può, questi, avere nome…

Una cena, dici,

da dieci e lode, il pinot,

ti arruffo i cappelli,

se leggesse quello che ci

scriviamo

sarei single in un frammento…

Lo stesso che ti affascina

quando la proprietaria

dell’osteria

racconta delle tradizioni, delle grappe

locali, della mosca, del padre…

————- ————-

Andrea Breda Minello (1978) vive e lavora a Venezia. È poeta, drammaturgo, scrittore e si occupa di letteratura comparata e di studi di genere. Suoi racconti sono usciti per Empirìa, su “Nazione Indiana” e “Narrandom”. In poesia ha esordito in X quaderno di poesia contemporanea e ha pubblicato: Del dramma, le figure (Zona, 2015), Yellow (Oèdipus, 2018), Catechesi dell’abbandono (Industria&Letteratura, 2025). Ha pubblicato l’atto unico Black Russian (Blonk, 2023).

TORNA QUEST’OGGI IN CASA ARCOLAIO ANTONIO PIBIRI CON LA SUA ULTIMA OPERA: “IL SORRISO DI JOHN CAGE”. COLLANA L’ARCOLAIO ROSSA DIRETTA DA GIANFRANCO FABBRI.

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E’ di nuovo con noi Antonio Pibiri con il suo ultimo libro intitolato “Il sorriso di John Cage“. Anche stavolta svetta, di questo nostro autore, la raffinatezza dello stile e l’impegno eccellente della tematica. Speriamo che questo lavoro provochi presso i lettori un senso di piacere e di attenzione. Pubblichiamo qui sotto alcune poesie di Antonio; in quarta di copertina potrete leggere una breve nota editoriale del noto poeta Antonio Fiori.

Una buona lettura, quindi.

la Redazione de L’arcolaio.

Alcuni testi:

C’ è un’altra luce in cui perdere le tracce

lingua-luce deserto, vento austro, neutro

sotto i punti sovraordinati dalle stelle?

Non darti pena di essere visto

Lo Spirito in cerca di carne attraversa

fasi murarie, più irrorata, pineale

E proprio agli assalti ripetuti

degli squali selvatici, grida: “uomini in mare!”

guardia aperta, branchi e branchi

le tagliole scattanti da ribollio di sangue

da carni stracce acuto lo strazio

ad altra stirpe, rive sconosciute

rinascono

***

a Viktor, fotografo

Il fotografo naturalista, corpo immobile

fermo in mente è cecchino di Finlandia

zolletta di neve in bocca, vena profonda

pulsa di lepre e cervi sorgivi dal nulla

stai lì scelto da quel luccichío lontano

il corpo aderente, mimetico

in basso ti scorre più lento il sesso

di calco alla terra (nemmeno Dio sa)

il mento poggia sull’Età della pietra

sulla minore della neve, poi raffica

di vento, tibie tese, silenzio, dal tuo

occhio preferito ti godi tu solo

                                                 miracolo
***

Anche l’argenteria celeste

passata a polveredi smeriglio

come fa gli occhi

una fitta boscaglia

***

Erano lì da prima

ma fu solo dopo l’angoscia

di andar lontano

l’affacendarsi

il verdebruno farsi sera

quando la vecchia campana

richiuse il pianto

apparvero lungimiranti le montagne

in lontananza

                     lì

da sempre

                come noi siamo

(Salzburg)

***

Questo prussiano fallire

queste vite dei cesari

per il moto dei corpi rallenta

artemisia, euforbia, lascia

illuminare

la felicità della nostra rovina

e manda lampi azzurri il colombo

manda un segreto – in segreto

da sotto il piumaggio l’azzurro

(c’è una sartoria delle piume?)

che subito ripiega nel ventaglio

nello suo spettro d’ali

il trascolore che non sa

e non dispone

***

ANTONIO FRANCESCO PEROZZI, SUL BLOG “LA MORTE PER ACQUA”, RECENSISCE IL LIBRO “BIANCO TIPOGRAFICO” DI FABIO POGGI. EDITORE L’ARCOLAIO, COLLANA “IL LABORATORIO” DIRETTA DA LUCIANO NERI.

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DAL BLOG “LA MORTE PER ACQUA

ARTICOLO DI ANTONIO FRANCESCO PEROZZI

SUL LIBRO “BIANCO TIPOGRAFICO” DI FABIO POGGI

EDIZIONI L’ARCOLAIO – COLLANA “IL LABORATORIO” DIRETTA DA LUCIANO NERI

***

in ca

so di fumo

di fiam

me avvicinare un fazzoletto

senza fermarsi

senza creare

proteggere la presenza o meno attar

darsi piégati o di cotone toglier

si le porte calde

per nessun motivo fornire informazioni

per nessun motivo

acquistare oggetti

qualora fossero

con tacchi alti

(da Bianco tipografico, L’arcolaio, 2024)

*

Come si nota subito, fin dal livello visivo, il testo di Poggi si basa sulla frantumazione: un uso spregiudicato (e non segnalato da trattini) della tmesi («in ca / so di fumo»), nonché dell’enjambement («qualora fossero / con tacchi alti»), spezza i versi della poesia e li trasforma in tasselli, rovine sillabiche. Il dato più interessante, però, è come questa scelta stilistica si alleghi all’argomento affrontato: ricopiando (o prelevando) il linguaggio della cartellonistica e degli avvisi di sicurezza (si riconosce quello relativo all’emergenza da incendio), e rompendolo in più punti, se ne fa affiorare il tono perentorio, ora però straniato e parodiato, in grado di slittare un frammento alla volta nell’ironia e nell’assurdo («per nessun motivo fornire informazioni»).

A.F.P.

MAURO GERMANI PUBBLICA SU IN- CERTI CONFINI UNA PANORAMICA CRITICA SULL’OPERA DI GABRIELE GABBIA: “LA TERRA FRANATA DEI NOMI” E “L’ARRESTO”, EDIZIONI DE L’ARCOLAIO DI GIAN FRANCO FABBRI.

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Nel sangue delle sillabe – Sulla poesia di Gabriele Gabbia

Articolo tratto da in-certi confini, blog di Mauro Germani

Recensione di Mauro Germani

Nella prima raccolta di Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi (L’arcolaio, 2011), il nominare poetico è contraddistinto dalla frana e dalla maceria. C’è nei versi una profonda lacerazione colta nel suo manifestarsi, in un movimento spezzato e scisso che segnala la tensione di un dire che reca in sé il senso di una perdita, di una pienezza mancata. Il poeta invoca ed evoca i nomi, ma si scontra sempre con qualcosa di inafferrabile dentro e fuori di sé. Ciò che l’esistenza scuote e grida appare sulla pagina come la traccia di una scomparsa, di un’assenza o di un lutto. Una frana ab origine è infatti avvenuta, esponendo la parola alla propria solitudine e alla propria resa al cospetto della vita. Nella lettura noi veniamo coinvolti da questo evento tragico che implica appunto una terra franata e un Io frammentato e multiplo, scomposto da un destino rovinoso, che trascina nel proprio abisso ogni nome. E se il nome è – o dovrebbe essere – ciò che è in grado di assegnare una precisa realtà alle cose e al mondo, la frana che subisce si configura come una disgregazione che mina l’esistenza e in specifico il fare poetico. Ecco allora che l’impulso creativo della scrittura, con la sua urgenza e con il suo bisogno di totalità, s’infrange contro le rovine del linguaggio. La terra franata dei nomi pare proprio denunciare questa consapevolezza, questa aspirazione mancata, ed è chiaro come al centro vi sia qui una sconfitta primordiale, che coinvolge anche il poeta stesso, nel suo duplice ruolo di vittima e carnefice all’interno della contesa estrema tra l’esistenza e la poesia. Vengono in mente le parole di Maurice Blanchot quando afferma che la poesia dipende da chi scrive, dalla sua ricerca, tuttavia questa dipendenza «non lo rende padrone di ciò che egli cerca, ma lo rende incerto di sé stesso e come inesistente». In questo senso l’identità del poeta pare il risultato di un doppio smarrimento: quello propriamente umano e quello relativo alla scrittura.

Nella seconda raccolta, L’arresto (L’arcolaio, 2020), possiamo cogliere un’ulteriore fase, l’ultima, quella in cui la parola poetica in qualche modo si pietrifica, non è più travolta da alcuna forza tellurica, ma appare gettata in una fissità quasi marmorea. I movimenti e le dissociazioni precedenti, con le loro voci spezzate e multiple, qui si arrestano, si concentrano in forme prosciugate. I versi diventano più assertivi, più severi e più limpidi, anche nella loro raggelante bellezza. Essi, estremamente stratificati – si tratti di ricordi, di riflessioni, di squarci descrittivi o di episodi quotidiani – consegnano al lettore la testimonianza di un destino, una vera e propria incisione della memoria come su una lapide. La frana assume ora le sembianze di un congedo ripetuto, che parla con l’ultima voce, quella che Gabbia intende lasciare alla pagina in modo definitivo. È l’esigenza di ritornare ai testi della precedente raccolta per assegnare loro un valore aggiunto, una forma in qualche modo incancellabile e immutabile, chiudendo così il cerchio del dettato poetico. E ciò non può che essere interpretato come un continuo ritorno, ossessivo e quasi maniacale, ai temi già affrontati (la perdita, il lutto, il nulla, la solitudine, i limiti della condizione umana) in una revisione tormentata e ripetuta dei versi, affinché la parola sia fissata sulla pagina una volta per sempre. La poesia di Gabbia, in questo senso, tende ad avvicinarsi al sacro, nella ricerca di un assoluto, che è di anima e di sangue, e del quale i versi recano i segni, come tagli o ferite non rimarginabili. Si tratta di una passione, di un sangue rappreso, che si è coagulato dentro le sillabe dei versi e che è testimonianza di una necessità ulteriore, una concentrazione maggiore e un’ostinazione verso una parola in qualche modo postuma, fermata. L’arresto è dunque il momento decisivo e ultimo, in cui l’autore cerca di imprigionare «questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza», per dirla con il Leopardi del Cantico del gallo silvestre. Ed è proprio nell’impatto con quanto di misterioso e di ossimorico c’è nell’esistere che risiede per Gabbia, in questa sua seconda silloge, il confronto con la dimensione del sacro, intendendo quest’ultima non solo come epifania e prossimità, ma anche come ritiro e lontananza, custodia di una parola perentoria e potente, che è e vuole essere segno di contraddizione, non certo un semplice flatus vocis destinato a dissolversi. Non si può non pensare, a questo punto, alla bellezza sconvolgente e ineguagliabile che troviamo nei libri poetici e sapienziali dell’Antico Testamento – nei Salmi, nel Qoelet, nel Cantico dei Cantici –, oppure nei libri profetici come quello di Isaia, ma soprattutto nella straordinaria intensità dei discorsi e delle parabole di Cristo nei Vangeli. Questo sguardo della poesia verso il sacro – indipendentemente dalle credenze personali di ciascun poeta – si può intendere come la volontà di incidere sulla pagina i segni dell’esistenza in una tensione incessante, un lavoro caparbio e continuo, che sa però di essere sempre esposto alla possibilità del fallimento e dell’afasia. Ed è così che l’inquietudine di chi scrive appare inevitabile, perché la sacralità cercata nei versi è per il poeta un orizzonte in cui luce e tenebre si confondono, anche se è bene precisare che è proprio questa condizione di attesa e di pericolo che caratterizza il fare poetico, la sua sfida estrema, ardua, ai limiti dell’indicibile. Da qui nasce per Gabbia la necessità della parola, la quale – pur contornata dal nulla che l’assedia – afferma tenacemente il proprio spessore e la propria ferita. Piaga o graffio, essa diviene significativamente nei versi la testimonianza di una religiosità in qualche modo franata, senza trascendenza, i cui simboli, attinti dal cristianesimo, sembrano esercitare una sorta di seduzione violenta (antropologica, linguistica, iconografica), che però non ha sbocco e resta pertanto tragicamente interrotta. Gli elementi cruenti rinvenibili nella poesia di Gabbia lo attestano inequivocabilmente nelle varie fasi: nel prima (ciò che è all’origine della frana), e nel dopo (ciò che la scrittura, come atto ultimo, ci consegna, nel sangue trattenuto delle sillabe). Ma – a ben vedere – è proprio in questo passaggio e in questo sangue che risiede, a nostro avviso, un mistero più grande, un’interrogazione che non smette di interpellarci.

Mauro Germani

L’immagine «Preghiera» e il ritratto scattato all’autore sono opere del fotografo Claudio Rizzini.

Nota bio-bibliografica:

Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio dell’anno 1981 a Brescia e ivi vive.

Nel 2011 ha editata – nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per l’edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri – la silloge di liriche La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani (vincitrice – in ex aequo con Clery Celeste – della seconda edizione del Premio di Poesia «Solstizio» 2015 e premiata con “segnalazione” alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia «Lorenzo Montano»; premio, quest’ultimo, che s’è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione “Una poesia inedita”).

Sue poesie e | o interventi critici sono apparsi all’interno di riviste cartacee, antologie di premi, blog, website.

Intorno al suo lavoro in versi hanno scritto: Sebastiano Aglieco, Amedeo Anelli, Alessandro Bellasio, Luciano Benini Sforza, Gianluca Bocchinfuso, Giorgio Bonacini, Roberto Carifi, Giacomo Cerrai, Diego Conticello, Maurizio Cucchi, Anna Maria Curci, Milo De Angelis, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Francesco Filia, Marco Furia, Mauro Germani, Stefano Guglielmin, Giuliano Ladolfi, Giorgio Linguaglossa, Piera Maculotti, Gian Ruggero Manzoni, Mario Marchisio, Lorenzo Mari, Fabio Michieli, Federico Migliorati, Luca Minola, Marco Molinari, Elisabetta Nicoli, Giancarlo Pontiggia, Alfredo Rienzi, Jonata Sabbioni, Nevio Spadoni, Maria Zanolli, Camilla Ziglia.

L’arrestoL’arcolaio, 2020 (finalista ai premi Gozzano e Montano) – è la sua seconda raccolta di liriche.

ESCE L’ULTIMO LIBRO DI MICHELE MICCIA, SI TRATTA DELLA TRACCIA CONCLUSIVA DEL CICLIO DELL’ACQUA – IL TITOLO FINALE DI QUESTA SERIE E’: “IL CICLIO DELL’ACQUA – PARTE DEL RITORNO”. LA COLLANA E’ DIRETTA DA GIANFRANCO FABBRI.

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Si conclude così il lungo tracciato del Ciclo dell’acqua che Michele Miccia ha steso in diversi anni. Lasciamo la parola al prefatore di questo tomo conclusivo (Ciclo dell’acqua – Parte del ritorno, introduzione di Camillo Bacchini) che intende dar commiato all’intera opera, dandone il senso generale. Complimenti a Miccia per questo sforzo notevole costruito con zelo ed efficacia.

Buona lettura.

Prefazione di Camillo Bacchini

Quest’ultima fatica di Michele Miccia conclude l’esperienza, che altrove ho definito bioletteraria, de Il Ciclo dell’acqua – poema in più sezioni in più volumi raccolte – in cui l’essere umano intraprende, sviluppa e porta a compimento la propria vicenda esistenziale e ontologica di immanenza e trascendenza. In questa Parte del ritorno, dopo aver sperimentato le varie fasi dell’esistenza, si dirige, nel suo regresso ad uno stadio di purezza pressoché amniotico, risalendo a ritroso dal mare attraverso il letto di un torrente disseccato dalla temperatura estiva, verso un punto in cui alfa e omega si toccano, si sovrappongono fino a coincidere. Nel corso del suo cammino allegorico, si libera, viepiù spogliandosi, degli accidenti racchiusi nel fardello che l’umana gravezza del corpo e delle sovrastrutture gli ha messo addosso, come una seconda pelle. Pure, lo sforzo di Miccia, la fatica del verso (che come vedremo si lega indissolubilmente alla struttura del significante), la scrittura del poema insomma, sarebbe vana se si perdesse nell’aneddoto d’una sola vita. La vita del personaggio che ritorna dall’acqua lungo la grossa vena secca e pietrificata del torrente – deve essere chiaro – è infatti tutte le vite; è l’esistenza stessa dell’uomo e della donna, in cui le anime vegetativa, sensitiva e razionale coesistono. Man mano procede, questo personaggio totale, ermafrodito nel racchiudere i due principi di femminile maschile (né giovane né vecchio, né unicamente uomo né pienamente dio), emette da sé l’acqua che si è in lui raccolta durante gli stadi delle precedenti esperienze (che già abbiamo letto nelle altre sezioni del Ciclo), e che si è confusa con il suo stesso sangue. In questa perdita emorragica nutre e diluisce la siccità sclerotica del letto del fiume, dando luogo ad una innaffiatura fertile e corroborante, che ad ogni passo fa emergere una rigenerazione delle parti aride:

«per qualche mese come ogni erba/respira anche il torrente./ L’acqua smussa gli spigoli/dei sassi il loro aspetto/aggressivo nel corpo a corpo».

Questa rigenerazione, tuttavia, non si esaurisce in metafora paesaggistica tout court, perché il paesaggio di Miccia esula dalle forme della consuetudine: è un paesaggio che definirei demiurgico (un po’geologico, un po’ liquido, un po’ pietrificato, un po’ della consistenza duttile e perennemente movimentata della plastilina). Questa rigenerazione, dicevo, che s’esprime nei versi suddetti, è solo l’inizio d’una rigenerazione più complessa, un’esperienza totalizzante, per quanto costituita da passaggi di fase ognuno effimero e momentaneo. Mi spiego: durante il cammino del nostro neo-Adamo (un Adamo opposto al primo, perché dotato di passato), si verifica una rifioritura della Storia, un episodico ritorno de «le morte stagioni» e de «le magnifiche sorti e progressive», che emergono durante questa feconda promenade e la affiancano nei suoi immediati dintorni, come evocate, come parvenze o iscrizioni su pietre miliari, o, addirittura, come visioni ologrammatiche:

Sul litorale falange di opliti/emergono dal sottosuolo/per riprendersi il territorio/che ingrassa intorno al tempio dorico,/le colonne tengono ancora saldi/i detriti portati da acque/estinte legandoli in una piana/che nutre file di aranceti,/terra cielo s’incrociano a formare/tra i marmi un microclima/favorevole a cardi capre.

Il passato, racchiuso nelle esperienze dei precedenti stadi di nascita, crescita e maturazione, dunque ritorna, o, perlomeno, accompagna il ritorno del protagonista (il suo regressum ad uterum), lottando con l’oblio. Intorno, ai margini del percorso, si manifestano, in una dialettica tra tumulto e stasi, anche gli altri elementi, sempre in fermento: la terra, il fuoco e l’aria. È come se, in sogno, il camminatore sfogliasse un albo di fotografie da cui scaturiscono macroeventi, reminiscenze, sensazioni, emozioni stratificati – sia privati sia corali – sepolti, certo, ma non rimossi o dimenticati. Un ritorno che si verifica in momentanee manifestazioni epifaniche; ed è come se, sempre sfogliando, quest’uomo se ne liberasse, restituendoli di nuovo all’oblio. Durante questa operazione, tuttavia, il protagonista ne acquisisce una volta per tutte coscienza piena. È questo il culmine del processo, della fatica del vivere. La consapevolezza.

Come un salmone che risale un torrente nordamericano (ma in secca) la fatica del ritorno, lo sforzo della purificazione sono improbi. L’acqua non è (non è stata) un dono del cielo di francescana memoria. Non è nemmeno la benedizione pagana su un uomo già predisposto alla potenza superomistica metamorfica e panica, come nel D’Annunzio de La pioggia nel pineto. Non è, tantomeno, un miracolo che provenga da qualche deus ex machina, come credevano gli antichi – e come troviamo ad esempio scolpito in un tratto della Colonna coclide di Marco Aurelio a Roma (penso all’episodio del Miracolo della pioggia, in cui un genio alato, con le ali d’acqua, fa cadere il benefico liquido sui legionari). Qui il protagonista cade, si rialza si ferisce. È in attesa della bocca vorace del-l’orso come i salmoni selvaggi? In virtù dell’acqua, fluido dalle proprietà quasi magiche, la materia inorganica diventa organica, dall’inanimato può sorgere l’animato (che poi è stato il miracolo indecifrato della vita):

«Sfrega un sasso per vederselo tra/le mani consumare/se lasci alla fine un residuo/dell’era magmatica, se/

ripeta ancora se stesso all’interno/o contenga un nucleo attrattivo, /guscio o uovo che si prodighi/nel desiderio di mutare/in carne pulsante su cui/si posi uno sguardo indulgente».

Ed è in questo procedere, in questa operazione  di spoliazione e insieme di richiamo dell’accessorio, (come in una serie di evocazioni visionarie) che l’essere umano compie la sua esperienza – oltre che conoscitiva, come si diceva – morale, già peraltro iniziata nel corso degli altri tomi.

«Non percepisce più la fame /la sete la fatica /si disperde nei ciottoli, gli bastano /i profumi a ricaricarsi / non dubita del suo progetto /di risalire nudo /il torrente, la carne /esposta sudore campo di pollini / è un’arma che lo rende / inaccessibile al giudizio /l’unica che lo tiene in vita, / protetto dal biancore della pelle / che riflette una luce dagli / occhi pietrificanti».

Così, in questa liberazione, le imperfezioni e le debolezze delle strutture sociali, umane, culturali si ricompongono per un attimo come in un muretto a secco (per un momento ancora e prima del successivo crollo), in cui si assesta uno dei mondi possibili e, forse per un istante, perfetto:

«Muretti a secco un nugolo/d’insetti forma tra le connessure/una società con le proprie/gerarchie, sassi a incastro/si adattano ad un equilibrio /primordiale rinsaldano/la fragilità del terreno/, accompagnano linee magiche/conosciute soltanto /da uno sciamano per un ordine /divino che collima/con il rispetto della proprietà».

Mentre l’uomo procede nel suo cammino di spoliazione e di purificazione, la vena secca del torrente si anima per caricarsi di nuova fertilità, in modo da dare vita successivamente ad altre esistenze (specie umane, animali e vegetali), in quello che appunto si va determinando definitivamente come un vero e proprio ciclo.

Si noti peraltro che l’uso frequente dell’enjambement (il ποιεῖν di Miccia s’esprime in metrica d’endecasillabi e settenari) avvolge a spirale il verso, esprimendo così la fatica del processo in atto anche a livello formale. Significato e significante dunque si fondono perfettamente; e lo fanno proprio in un periodo storico in cui ciò non è più scontato: la deriva della forma e della disciplina del verso oggi ha staccato e sta staccando in una violenza innaturale significato e significante, riducendo il tutto ad un contenuto slegato da qualsiasi ritmo, anche interiore e, dunque sterile.

Allora, l’uomo-pellegrino di Miccia somiglia forse di più ad una declinazione più prettamente simbolica e spirituale delle sculture di Henry Moore, in cui l’essere umano cerca di nascere (o ri-nascere) in una sua forma stabile che va cercando. Certamente più pura, meno gravata dagli accidenti e dalle zavorre che affliggono la nostra valle di lacrime.

Nel frattempo, Miccia si pone il dilemma della salvezza e della dannazione. Dove porta questo risalire? A deporre nuove uova come il salmone (si diceva: a nuova vita). A un ricongiungimento con il dio? E se non si riesce a raggiungere la meta piena del ritorno, questo poema del νόστος dove conduce?  I dannati, i persi per strada, i rimasti chiedono una nuova possibilità nella reincarnazione:

«Risalendo per l’alveo/recupera ogni volta l’ultimo/passo lasciato indietro/il precedente è/una storia mancata,/cerca l’acqua dispersa/il punto da cui possono/riemergere i morti/per annegamento che tornano/sul luogo delle loro colpe/a cui riconsegnare/un nome, risarcirli/con un’altra vita in prova».

In questo senso Miccia sembra rinnegare l’oblio delle coscienze che fu già nella Death by water di T. S. Eliot, rivolgendosi piuttosto alla reminiscenza d’una reincarnazione di stampo pagano, più comprensibilmente vicina alla sua idea di eterno ritorno dell’energia vivente in un ciclo continuo (da Democrito alla New age), in cui si colloca anche l’umana esistenza. In ogni caso, questo procedere sembra tendere ad una sorta di nirvana, di condizione di equilibrio e di autocoscienza definitivi; per usare un’immagine che il più possibile calzi con l’allegoria stessa della narrazione contenuta in questi ultimi versi del Ciclo: è come se il nostro personaggio in cammino, alfine, si riposasse al margine del fiume che lui stesso ha irrorato nel suo ritorno, e prendesse i ciottoli in mano, per sistemarli in equilibrio perfetto (ma otticamente impossibile) uno sull’altro, come fanno gli artisti che praticano l’arte della Stone balance.

Ecco quindi che con coerenza tetragona, concentrazione ferrea e con una coesione inscalfibile, Michele Miccia continua e conclude il suo ambizioso poema filosofico, un’opera in nove volumi che, con questa terminale Parte del ritorno si congiunge perfettamente alla prima sezione, risalente al 2011. Un poema, certo; un’opera quindi che non rinuncia ad una sua vocazione intimamente narrativa, in cui e su cui convergono simbologie e riflessioni, parole come formule magiche (Pascoli li direbbe suonate da sistri d’argento), spesso allusive ad antiche simbologie di cui s’è perduta financo la traccia, mentre l’acqua si conferma sostanza irriducibile di taletiana memoria, e, pure, medium essenziale (o vettore) che nei suoi passaggi di stato aggroviglia e trasporta gli accidenti, li mescola e li tramuta nelle categorie del tempo e dello spazio, declinandoli nelle varie consistenze materiche («acqua che unisce / pieno a vuoto memoria a oblio»), in un processo seguito ed espresso di pari passo dal linguaggio, cioè dalla scrittura del verso, dal suo timbro percussivo, in quale, benché sia sorvegliato da una metrica di settenari, novenari, endecasillabi sciolti (con varie eccezioni alla «regula»), è in continuo fermento, prodotto com’è da un andamento anch’esso in passaggio di stato continuo dalla narrazione alla descrizione, dalla riflessione all’argomentazione, in una tensione vitalistica ed evocativa che, senza cedere ad alcuna velleità programmaticamente orfica, ermetica o misterica, fa oggi definitivamente di Miccia, nel panorama attuale della letteratura non solo parmense, un poeta di marcata originalità.

Camillo Bacchini.

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