Lettera da un giudice sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo
Ricevo questa lettera dall’amico Luigi Riganti, giudice presso il Tribunale di Pavia, e la condivido con voi. Così, tanto per chiarire le idee a chi pensa che, dai “Sì” al referendum, possa venire un sistema giudiziario migliore di prima.
Caro Giovanni,
ti scrivo perché è solo in questa dimensione che riesco a esprimermi. Infatti, come diceva mia madre: «Nelle discussioni la risposta giusta mi viene solo quando poi sono a casa».
Però almeno dallo scritto non posso tirarmi indietro, un po’ perché questo referendum riguarda la sostanza della vita in magistratura, ovvero la dimensione a cui ho dedicato gran parte della mia vita; e un po’ perché occorre andare oltre l’argomento tecnico e illustrare con chiarezza la situazione anche a chi opera in campi del tutto diversi.
Ed ecco ciò che ho elaborato in parte lavorando sulle mie riflessioni e in parte utilizzando le considerazioni e le espressioni di altri colleghi e colleghe con cui mi sono trovato in sintonia di pensiero.
Ti dico subito che questa riforma non ha a che fare con la separazione delle carriere, di fatto già garantita dall’obbligo di trasferimento di regione per chi cambia le funzioni da giudice a Pubblico Ministero e viceversa. L’unico caso a cui ho assistito in questi ultimi dieci anni è quello di una mia amica – che prima era Pubblico Ministero a Pavia – e ora è sì diventata giudice ma a Genova, ovvero in un luogo che nella pratica quotidiana è lontano da Pavia come un altro continente. Io poi non ho certo preclusioni verso la politica e chi si assume l’onere di governare un piccolo paesino piuttosto che un’intera nazione, ma ho dovuto constatare che questa riforma non contiene alcuna previsione volta a migliorare la giustizia, ad accelerare i tempi dei processi o a evitare che vengano compiuti errori giudiziari.
Ti garantisco che per primi noi magistrati desideriamo che questi risultati si realizzino e ciò proprio perché riguardano direttamente il miglioramento dell’ambiente di vita e di lavoro in cui siamo immersi tutto il giorno. Ma la via per migliorare l’andamento dell’apparato giudiziario poteva tranquillamente essere predisposta con leggi ordinarie senza toccare la Costituzione.
Figurati se io o le altre migliaia di colleghe e colleghi come me possiamo essere contrari a norme che vogliano migliorare l’efficienza dei processi, velocizzarne i tempi ed evitare la commissione di errori che compromettano la vita delle persone.
La realtà è che questa riforma incide sul nostro assetto costituzionale, modificando sette articoli della Costituzione non per migliorare la funzionalità del sistema giudiziario ma al solo scopo di garantire un maggior potere della politica e della maggioranza politica di turno sull’andamento della giustizia, a qualunque parte appartenga la preminenza numerica in un dato momento storico.
In tal modo sarà più difficile riuscire a tutelare in pienezza e trasparenza i diritti di tutte e tutti. E ciò perché la riforma che dobbiamo approvare o respingere con il referendum:
– attribuisce alla componente politica nel Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte disciplinare un ruolo preponderante che tramite lo strumento disciplinare potrà influenzare il sereno giudizio dei magistrati quando innanzi a questi vi è una causa – civile o penale – tra una persona comune e un potere forte;
– separa, già dalla formazione di base e non solo nella funzione, i giudici e i pubblici ministeri e trasforma questi ultimi in soggetti che potrebbero finire sotto il controllo dell’esecutivo di turno, mentre oggi il pubblico ministero, in quanto magistrato di formazione, tutela la verità e la collettività ma si occupa anche dei diritti dello stesso imputato per accertare che sia davvero colpevole e che non si rischi di condannare un innocente;
– realizza nell’immediato e come espresso progetto futuro una sorta di supremazia e di direzione del potere esecutivo sul potere giudiziario che rende disarmonico e sbilanciato l’equilibrio dei poteri che, per ben funzionare e tutelare i diritti di tutti, non devono mai prevalere l’uno sull’altro.
Questi sono i motivi semplici per cui mi sembra sbagliato consegnare alla distruzione la casa in cui ho lavorato per tanti anni invece di sistemarla nei suoi difetti con lo spirito costruttivo e nel rispetto delle idee e delle posizioni differenti che i nostri Costituenti hanno sempre mantenuto mentre discutevano e decidevano riguardo ai cardini fondamentali del nostro ordinamento repubblicano.
Ed è per questo che il giorno del referendum voterò NO.
Grazie per l’attenzione, Luigi Riganti
























