Caro amico ti scrivo

22 marzo 2026 by

Lettera da un giudice sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo

Ricevo questa lettera dall’amico Luigi Riganti, giudice presso il Tribunale di Pavia, e la condivido con voi. Così, tanto per chiarire le idee a chi pensa che, dai “Sì” al referendum, possa venire un sistema giudiziario migliore di prima.

Caro Giovanni,
ti scrivo perché è solo in questa dimensione che riesco a esprimermi. Infatti, come diceva mia madre: «Nelle discussioni la risposta giusta mi viene solo quando poi sono a casa».
Però almeno dallo scritto non posso tirarmi indietro, un po’ perché questo referendum riguarda la sostanza della vita in magistratura, ovvero la dimensione a cui ho dedicato gran parte della mia vita; e un po’ perché occorre andare oltre l’argomento tecnico e illustrare con chiarezza la situazione anche a chi opera in campi del tutto diversi.
Ed ecco ciò che ho elaborato in parte lavorando sulle mie riflessioni e in parte utilizzando le considerazioni e le espressioni di altri colleghi e colleghe con cui mi sono trovato in sintonia di pensiero.
Ti dico subito che questa riforma non ha a che fare con la separazione delle carriere, di fatto già garantita dall’obbligo di trasferimento di regione per chi cambia le funzioni da giudice a Pubblico Ministero e viceversa. L’unico caso a cui ho assistito in questi ultimi dieci anni è quello di una mia amica – che prima era Pubblico Ministero a Pavia – e ora è sì diventata giudice ma a Genova, ovvero in un luogo che nella pratica quotidiana è lontano da Pavia come un altro continente. Io poi non ho certo preclusioni verso la politica e chi si assume l’onere di governare un piccolo paesino piuttosto che un’intera nazione, ma ho dovuto constatare che questa riforma non contiene alcuna previsione volta a migliorare la giustizia, ad accelerare i tempi dei processi o a evitare che vengano compiuti errori giudiziari.
Ti garantisco che per primi noi magistrati desideriamo che questi risultati si realizzino e ciò proprio perché riguardano direttamente il miglioramento dell’ambiente di vita e di lavoro in cui siamo immersi tutto il giorno. Ma la via per migliorare l’andamento dell’apparato giudiziario poteva tranquillamente essere predisposta con leggi ordinarie senza toccare la Costituzione.
Figurati se io o le altre migliaia di colleghe e colleghi come me possiamo essere contrari a norme che vogliano migliorare l’efficienza dei processi, velocizzarne i tempi ed evitare la commissione di errori che compromettano la vita delle persone.
La realtà è che questa riforma incide sul nostro assetto costituzionale, modificando sette articoli della Costituzione non per migliorare la funzionalità del sistema giudiziario ma al solo scopo di garantire un maggior potere della politica e della maggioranza politica di turno sull’andamento della giustizia, a qualunque parte appartenga la preminenza numerica in un dato momento storico.
In tal modo sarà più difficile riuscire a tutelare in pienezza e trasparenza i diritti di tutte e tutti. E ciò perché la riforma che dobbiamo approvare o respingere con il referendum:

– attribuisce alla componente politica nel Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte disciplinare un ruolo preponderante che tramite lo strumento disciplinare potrà influenzare il sereno giudizio dei magistrati quando innanzi a questi vi è una causa – civile o penale – tra una persona comune e un potere forte;

– separa, già dalla formazione di base e non solo nella funzione, i giudici e i pubblici ministeri e trasforma questi ultimi in soggetti che potrebbero finire sotto il controllo dell’esecutivo di turno, mentre oggi il pubblico ministero, in quanto magistrato di formazione, tutela la verità e la collettività ma si occupa anche dei diritti dello stesso imputato per accertare che sia davvero colpevole e che non si rischi di condannare un innocente;

– realizza nell’immediato e come espresso progetto futuro una sorta di supremazia e di direzione del potere esecutivo sul potere giudiziario che rende disarmonico e sbilanciato l’equilibrio dei poteri che, per ben funzionare e tutelare i diritti di tutti, non devono mai prevalere l’uno sull’altro.

Questi sono i motivi semplici per cui mi sembra sbagliato consegnare alla distruzione la casa in cui ho lavorato per tanti anni invece di sistemarla nei suoi difetti con lo spirito costruttivo e nel rispetto delle idee e delle posizioni differenti che i nostri Costituenti hanno sempre mantenuto mentre discutevano e decidevano riguardo ai cardini fondamentali del nostro ordinamento repubblicano.
Ed è per questo che il giorno del referendum voterò NO.

Grazie per l’attenzione, Luigi Riganti

Lipa, Arbe e altri ricordi di giornata

10 febbraio 2026 by

di Giovanni Giovannetti

In questa fotografia, scattata a Lipa nel 1944, si vede il cadavere di una donna istriana. Il suo corpo racconta una storia che agli italiani non piace, anche se ci riguarda. Ci riguarda anche se Lipa è oggi in Croazia. E ci riguarda perché in questo borgo istriano – e quindi italiano dal Trattato di Rapallo nel 1920 a quello di Parigi nel 1947 – di questa brutta storia gridano anche le pietre. Raccontano le atrocità patite dai suoi trecento abitanti, italiani di cultura slovena e croata, in un molto vicino 30 aprile 1944. Quel pomeriggio i nazisti tedeschi, le camicie nere italiane e un manipolo di nazionalisti e anticomunisti filo-monarchici in prevalenza sloveni prima cannoneggiano il paese, poi vi irrompono incendiando case e stalle. Sanno di trovare solo donne, vecchi e bambini, e con inaudita violenza li torturano e li massacrano senza pietà.

I nudi numeri vedono Lipa al quarto posto tra i cinquemila eccidi compiuti dai nazifascisti nel nostro Paese (una strage, Lipa, da porre subito dopo quelle di Marzabotto in Emilia, di Sant’Anna di Stazzema in Toscana e delle romane Fosse Ardeatine). Ma ci riguarda anche più di altre, perché Lipa mostra il lato oscuro, razzista e criminale, del fascismo italiano del ventennio, di quel loro modo spiccio di trattare gli “allogeni”, gli sc’iavi, quasi fossero “non umani”.

E di conseguenza ci riguarda il rancore deflagrato, a fine guerra, nella resa dei conti degli “allogeni” soprattutto con chi tra gli italiani d’Istria – era la classe dominante – indossa una divisa o è partecipe di una qualche funzione pubblica. E ci riguarda perché tutto questo è anche storia di oggi: di come la negligente destra italiana dipinge gli immigrati. Oppure, in ben altro orizzonte, di come in Cisgiordania, nel poco distante medio Oriente, i coloni Haredim – gli ultra ortodossi ebrei – sfacciatamente trattano gli “allogeni” palestinesi: anche loro “razza inferiore”, anche loro “non umani”. Dopo due guerre nel cuore d’Europa e dopo lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti (una tragedia nella tragedia) si era detto “mai più”. Invece a Gaza, in anni a noi vicini, uno degli eserciti più potenti al mondo – quello d’Israele, le vittime di allora – dimentico del proprio dramma e senza alcun freno inibitorio ha perseguito un altro brutale genocidio, questa volta in diretta Tv, arrivando persino a tirare alla testa o ai testicoli di bambine e bambini (la denuncia è di Francesca Albanese, relatrice Onu per i diritti nei Territori palestinesi).

L’8 settembre di tre anni fa il presidente Sergio Mattarella ha declinato l’invito ufficiale sloveno e croato di presenziare alle celebrazioni ad Arbe-Rab, in ricordo di oltre diecimila civili “allogeni” deportati su quell’isola, in un maldestro campo di internamento, dall’Italia di Mussolini e di Vittorio Emanuele. Costretti in tende nel gelido inverno, 1.477 detenuti morranno di freddo e fame, molte le donne e i bambini. Alla presidente slovena Nataša Pirc Musar non resta che rilevare che «per Roma i tempi non sono ancora maturi».
Del resto, come ha scritto Eric Gobetti, nel nostro senso comune «un italiano può essere solo puro e innocente, vittima e mai carnefice. Come mostra anche l’abuso politico della tragedia delle foibe, dalla quale si vuole forzatamente escludere tutto il contesto che la rende comprensibile, tra cui decenni di violenze portate in quella regione proprio dall’Italia. Questo approccio identitario e nazionalista al nostro passato più prossimo può essere considerato un colossale passo indietro per la nostra democrazia e per la convivenza civile nel cuore dell’Europa».

Incantatori di serpenti

5 febbraio 2026 by

di Giovanni Giovannetti

Che il nuovo “decreto sicurezza” voglia pitturare l’erba di verde e si presenti in più punti anticostituzionale, l’ha capito persino l’ex capo della Polizia e del Sisde (i servizi segreti civili) Franco Gabrielli, che lo ha definito “propaganda securitaria”: «Penso che questo sia il momento di difendere chi indossa una divisa non solo dai violenti, ma anche, dagli incantatori di serpenti. Ovvero tutti quelli che usano gli operatori di polizia come bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie e soluzioni miracolose che, alla prova dei fatti, non proteggono proprio nessuno. A cominciare da chi indossa la divisa». Lo si legge su “la Repubblica” del 3 febbraio. Per Gabrielli, il fermo di polizia non serve a nulla e anzi «rischierà di radicalizzare ulteriormente lo scontro, di irrigidire ancora di più i rapporti già tesi nelle piazze, di comprimere in modo significativo altri spazi di libertà».
Aggiunge poi che la Polizia è al servizio dei cittadini. Sono parole sacrosante. Ma quanto ai rapporti già tesi nelle piazze e agli spazi di libertà (compreso il diritto al dissenso), se tanto orribile è parsa la selvaggia aggressione del “branco” al solitario poliziotto, che dire allora del “branco” che qui vediamo accanirsi con feroce violenza su una solitaria ragazza inerme. Nessuno di loro verrà identificato e perseguito, quindi tuttora la legge non è uguale per tutti i violenti.

 

Dalla Shoah tzigana a noi

27 gennaio 2026 by

di Giovanni Giovannetti

La grande poetessa svizzera Mariella Mehr, zingara, riteneva che bisognasse favorire l’ascesa in Europa di una élite culturale propria, così da ridare voce e credito al popolo Romanì. Per esempio, quando nei media e nel senso comune si parla dell’Olocausto, istintivamente si pensa agli ebrei e solo agli ebrei, dimenticando che anche gli zingari, fra gli altri, furono dai nazifascisti derubricati a non-umani. Ad ogni 27 gennaio, ricorrenza della Giornata della Memoria, prevale quindi il ricordo della Shoah, termine che vuole indicare lo sterminio di sei milioni di esseri umani di religione ebraica. Un’enormità che va a eclissare la memoria di altri genocidi, come appunto quello del popolo zingaro (Rom, Sinti, Jenisch). Per tacere di anche più recenti genocidi.

Gli indifferenti

L’élite culturale zingara invocata da Mehr tuttora fatica a manifestarsi e, di conseguenza, la memoria dell’Olocausto – la più grande tragedia del Novecento, una delle più cupe pagine della storia dell’umanità – parrebbe un affare che riguarda i soli ebrei. Lo dico con tutto il garbo e il rispetto che un argomento così delicato richiede: chi è in condizione di farlo – e cioè tutti coloro che, a differenza del mondo zingaro, hanno accesso ai media – dovrebbe ricordare quanto meno la “Shoah zingara”, ovvero l’altrettanto efferato massacro di centinaia di migliaia di “zigeuner” nei lager nazisti di Auschwitz e Treblinka, in quelli balcanici di Jasenovac in Croazia (con il pieno appoggio dell’Italia fascista) e di Semlin presso Belgrado. Erano anche loro usati come cavie negli esperimenti “scientifici”; e molti zingari (uomini, donne, bambini) nemmeno videro i campi di sterminio perché, fuori da ogni contabilità, vennero uccisi davanti a casa loro.
Tutto questo è potuto accadere nello stesso clima di colpevole silenzio, nella stessa apatia morale e con la stessa ammorbante indifferenza di chi, in Italia come nel resto d’Europa, ha lasciato che si discriminassero, si deportassero e si uccidessero milioni di ebrei. In Romania, nel biennio 1941-42, il governo filo-nazista di Ion Antonescu deportò 25mila zingari in Transdniestria, una zona compresa tra la Moldavia e l’Ucraina sovietica occupata dai tedeschi. In pochi hanno fatto ritorno e quasi tutti i Rom rumeni oggi in Italia hanno in famiglia uno di questi lutti.
Si ritiene che almeno 700mila zingari siano stati massacrati dentro e fuori i campi di sterminio, il 70 per cento dell’intera popolazione. Questo genocidio i Rom serbi lo chiamano Porajmos: un percorso di morte condiviso, assieme agli Ebrei, con circa 9mila omosessuali e transessuali, 1500 testimoni di Geova e un numero imprecisato di disabili, malati di mente, comunisti e pentecostali. Di questi ultimi (una declinazione del protestantesimo) il sottosegretario all’Interno di allora, Guido Buffarini Guidi, sosterrà che erano pratiche religiose «contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza». A loro aggiungeremo altri “indesiderati”, come i circa 45mila militari italiani che, deportati nei campi di lavoro coatto in Germania, da questi luoghi infami non usciranno vivi.
Come è potuto accadere? Per derubricare l’altro a nemico servono uno sguardo deumanizzante (così da negare i tratti costitutivi dell’umano, direbbe Chiara Volpato) e la menzogna della conflittualità che vede l’altro relegato a non-umano alieno e inanimato, tanto da legittimare il peggiore arbitrio: ieri con zingari, omosessuali e soprattutto ebrei; oggi con ebrei, omosessuali, gazawi e soprattutto zingari.

Un popolo di troppo

Se nella Germania nazista e nell’Italia fascista gli zingari erano considerati l’emblema dell’asocialità, le discriminazioni ai loro danni si prolungheranno comunque nel dopoguerra. Il 5 settembre 2022 si è spenta Mariella Mehr, una delle voci più alte della poesia europea del nostro tempo, nonché luminoso punto di riferimento per chiunque tra noi abbia mosso anche solo un dito in favore dei diritti delle minoranze etniche e degli oppressi. Mariella Mehr, di etnia Jenisch, apparteneva infatti alla minoranza più discriminata e vessata del suo Paese. Sì, perché dal 1926 al 1974 (avete letto bene: 1974!) nella socialisteggiante Svizzera, 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate nell’ambito dell’operazione “Kinder der Landstrasse”, che si proponeva l’estirpazione del «fenomeno zingaro». Questa attività ha avuto fra le ultime vittime proprio Mariella: nata nel 1947 e sottratta bambina alla madre, ha subìto – come la madre e la nonna – l’allontanamento del figlio ed è stata resa sterile. Un tormentato percorso tra orfanotrofio, istituti psichiatrici, violenze, stupri ed elettroshock di cui troviamo traccia nei romanzi della “trilogia della violenza” (Il marchio, Labambina, Accusata). Tutto questo ha avuto fine solo dopo la denuncia pubblica da parte di Mariella, sostenuta da alcune femministe.
Non più forni crematori, ma «fosse stato per il sindaco, i Rom li avrebbe messi sopra un treno e mandati via». Sono parole di un primo cittadino italiano, già membro della Commissione etica di un partito “progressista” che, nel 2008, nuovo secolo, parlava di sé in terza persona. L’anno prima, lo stesso sindaco – un dirigente scolastico – aveva sentenziato che «nessuno di questi bambini verrà prossimamente inserito nelle scuole perché farlo costituirebbe un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio», disdegnando così la Costituzione, i diritti universali dei minori e il buonsenso. Un popolo “di troppo” si aggira per l’Europa e anche a sinistra vi fu chi sconsideratamente minacciò deportazioni «sopra un treno».

Vecchi e nuovi pregiudizi

Nel maggio 1945, lacera, sporca e incattivita, Liliana Segre faceva ritorno a Milano, reduce dall’inferno di Auschwitz-Birkenau (è tra i pochi sopravvissuti). Ma il portiere della sua abitazione al numero 55 di corso Magenta non la riconosceva e la allontanava: «Via, via le zingare…», dirà. Incredibile, ma l’anti-ziganismo e la romofobia – il pregiudizio razziale oppure quello dettato da istintiva paura – abitano in noi, nel falso conflitto con stranieri, diversi e poveracci, o con chi semplicemente la vede in modo diverso, trasformati in valvola di sfogo, per dirla con Bauman, «delle nostre inquietudini, della nostra insicurezza, del nostro disagio verso i problemi autentici».
E non da ora. Gli anni Cinquanta e Sessanta sono infatti decenni in cui in Italia (limitiamoci al nostro Paese) assistiamo al lento processo di sedentarizzazione e di perdita delle identità culturali zigane; un percorso che ha portato al progressivo avvicinamento alle città degli zingari italiani e balcanici (fuggiti in Italia dopo la presa del potere da parte di Tito in Jugoslavia e di nuovo negli anni Novanta, per salvarsi dal conflitto), con la loro ghettizzazione in enormi, periferici «campi per i nomadi». Si tratta di aberranti luoghi di convivenza forzata che hanno limitato i processi di inclusione e il pieno accesso al sistema dei diritti: una grande occasione sprecata. Finita l’epoca romantica del nomade giostraio o dedito al riciclo dei materiali di recupero, si sarebbe dovuto investire su scuola e lavoro, e su patti di reciprocità. Invece hanno avuto spazio i pregiudizi e i processi di marginalizzazione più autodistruttivi (nei campi si registrano forme elevate di violenza e di tossicodipendenza). La strategia del rifiuto e dell’abbandono, insieme allo sgombero dei campi-ghetto senza disegnare un’alternativa, ha potuto solo spostare il problema, poiché sospinge Sinti e Rom tra i «perdenti radicali» di cui ci ha parlato Enzensberger, con il pericolo di vederli reclutati dalla criminalità.
Ecco, a superare i vecchi e i nuovi steccati potrebbe concorrere un maggiore coinvolgimento dei Sinti e dei Rom nei riti della sfera pubblica, specie quelli che, come il Giorno della Memoria, li riguardano più direttamente e in profondità. Un degno passo lo ha fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso del 27 gennaio 2023. Si spera che a lui possano accodarsi altri, anche dalle Sinagoghe, nel comune vincolo al ricordare che lega tutti, proprio tutti i popoli e le minoranze perseguitate e discriminate di questa nostra Terra.

Razza colona 3

16 gennaio 2026 by

Le elezioni del ’48 e le superkazzole vaticane
di Giovanni Giovannetti

1947. Dopo quasi due anni di unità nazionale, Il 2 febbraio Alcide De Gasperi getta la maschera e avvia un rimpasto del governo (i ministri scendono da 21 a 16; il Pci perde il Ministero delle Finanze, che va al democristiano Pietro Campilli, e i socialisti quello degli Esteri, che Nenni deve cedere a Carlo Sforza). E quattro mesi dopo – altro rimpasto – è bell’e pronto il primo esecutivo “tecnico” senza le sinistre. Ne fanno parte democristiani e liberali, cui a dicembre aderiranno i repubblicani e i socialdemocratici. A pensar male ci si azzecca, e forse l’azzecca Togliatti nel ritenere che la crisi dell’esecutivo sia stata «suggerita dall’esterno, cioè da quei circoli politici americani che si sono affollati intorno a De Gasperi» (il segretario comunista allude al finanziamento – 150.000 dollari – accordato agli scissionisti socialisti dall’Italian-American Labor Council, una delle principali sigle sindacali americane).
Marginalizzati i due principali partiti operaisti, l’ormai modesto Partito liberale, che a loro più si contrappone, viene ad assumere un rilevante peso politico. Ne conseguirà una sorta di congelamento della Costituzione, entrata in vigore dal 1° gennaio 1948; verrà cioè rimandata l’introduzione di istituti come la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, le regioni e i referendum, rendendo lo Stato più simile al sistema liberale prefascista che a quello democratico parlamentare disegnato nella Costituzione (sta a dimostrarlo la violenta repressione scelbiana delle lotte operaie e contadine di quegli anni, costate decine di morti; un comportamento da Stato di polizia).
In assenza di contrappesi come la Corte costituzionale – inaugurata solo nel 1956 – il controllo sulla legittimità delle leggi viene al momento esercitato dai giudici filofascisti della Corte di cassazione, secondo i quali «la Carta costituzionale non s’ha da applicare, perché sulle sue disposizioni, sprovviste di efficacia immediata, prevalgono le norme dell’ordinamento fascista».
Il 29 giugno 1947 si dovrebbe anche votare, ma la nascente Guerra fredda, i disastrosi risultati conseguiti dai democristiani alle elezioni amministrative del novembre 1946 e il timore di una affermazione elettorale delle sinistre unite alle “politiche” faranno slittare la chiamata alle urne all’autunno dello stesso anno e infine al 18 aprile 1948.
A quel voto si arriva in un clima da apocalittica “caccia alle streghe” e da “crociata anticomunista”. Per l’arcivescovo di Genova Giuseppe Siri chi non vota per la Dc «commette peccato mortale». Per monsignor Giovan Battista Montini (il futuro papa Paolo VI) manifestare sentimenti progressisti è addirittura «antireligioso». È poi un continuo apparire della Madonna a beneficio di ciechi che tornano a vedere o di paralitici che d’incanto si mettono a correre come gazzelle. E si vocifera di comunisti molto affamati che «avrebbero mangiato bambini vivi» come l’orco cattivo della fiaba.
Dagli Stati Uniti arrivano alla Dc milioni di dollari, passati «la maggior parte attraverso canali clandestini». Anni dopo lo ammetterà il segretario di Stato americano Henry Kissinger. Sono fondi che provengono in primo luogo da «industriali e banchieri con interessi in Europa» e transitano «su un conto speciale dell’Istituto opere religiose vaticano presso la National City Bank», come si legge in una missiva Top secret dell’ambasciata americana di Roma al Dipartimento di Stato (19 febbraio 1948).
«Siete pronti?», urla dai balconi vaticani papa Pio XII all’adunata dell’Azione cattolica in piazza San Pietro, ottenendo per risposta un roboante «Siii!», degno di ben altri balconi e piazze. E dire che l’articolo 45 del Concordato, recepito nella Costituzione, proibirebbe al clero di darsi alle attività politiche.
Si vota, e stravincono i democristiani. Le sirene del Piano Marshall – tempestivamente approvato il 31 marzo 1948 – e una astuta campagna elettorale («Nel segreto della cabina Dio ti vede, Stalin no», recita una efficace vignetta di Giovanni Guareschi) decreteranno la dura sconfitta dei comunisti e dei socialisti nenniani uniti nel Fronte democratico popolare. Non da meno, la propaganda di comunisti e socialisti si dimostra palesemente inadeguata: contestano il Piano Marshall, minacciano nazionalizzazioni e plaudono alla indebita presa del potere da parte dei filosovietici quell’anno in Cecoslovacchia.
Alla sconfitta delle sinistre alle elezioni politiche del 1948 farà seguito l’estromissione dei prefetti nominati subito dopo la Liberazione, l’allontanamento degli ex partigiani dai corpi di polizia e la dura repressione delle lotte operaie e contadine. Senza dimenticare che il peggioramento dei rapporti tra Mosca e Belgrado (con la cacciata il 28 giugno 1948 della Jugoslavia dal Cominform, l’organizzazione internazionale che accoglie i partiti comunisti europei) derubrica a periferico il confine del nordest.
Ma serve prudenza, e quindi serve avere un nemico comunista da combattere. Così, nei mesi che precedono le prime elezioni politiche della storia repubblicana, a Torino il cardinale Maurilio Fossati organizza squadre paramilitari anticomuniste e a Milano la Dc promuove un comitato per la raccolta non di fondi ma di armi, affidandole al futuro ministro del Lavoro Achille Marazza – l’ex rappresentante democristiano in seno al Clnai – e all’ex partigiano “bianco” ragionier Pietro Cattaneo. La notizia circola (ne scrive l’inglese “Catholic Herald”) e in Italia trova spazio il 28 marzo 1948 sul foglio comunista udinese “Lotta e Lavoro”, che prende scelleratamente a ironizzare sul Movimento avanguardia cattolica italiana (Maci), gruppo a carattere nazionale molto radicato in Lombardia, armato di «moschetti, esplosivi e altri ninnoli del genere, per fronteggiare – armata manu – l’assalto comunista». C’era poco da scherzare, poiché Andreotti e De Gasperi già finanziavano con i fondi dell’Ufficio zone di confine i gruppi paramilitari che presto confluiranno in Gladio.

Razza colona 2

16 gennaio 2026 by

Il gladio sul cappello. Patrioti finto-nazionalisti al soldo di potenze straniere
di Giovanni Giovannetti

Nei primi anni del dopoguerra il nordest del Paese fu attraversato da quel composito mosaico di bande armate catto-nazionaliste poi confluite nel 1956 in Gladio, la struttura militare e paramilitare segreta voluta da Mi-6 (la supersegreta intelligence britannica), Cia e Sifar per combattere il comunismo interno e internazionale, fuori da ogni controllo parlamentare. E Gladio italiana era una struttura illecita anche perché il suo atto istitutivo venne vergato da soggetti – la Cia e il Sifar – che non erano autorizzati a firmare trattati internazionali (il presidente della Commissione stragi Libero Gualtieri ha parlato di una «illegittimità costituzionale progressiva»). Peggio, non diversamente da oggi la Cia era una sorta di organizzazione terroristica dedita ai colpi di Stato e all’omicidio politico, in concorso con i pistoleri nella criminalità organizzata; e il Sifar, il nostro Servizio segreto militare, rispondeva sottotraccia a loro, ovvero al Servizio segreto di una potenza straniera, disdegnando il Parlamento nazionale. Per costoro, più di un terzo dei deputati democraticamente eletti al Parlamento nazionale erano il nemico. Nel caso di Gladio e del Sifar, l’asservimento atlantico prevaleva dunque sulla Costituzione.
A proposito di teocrazie – all’indice in questo momento – che dire allora del Vaticano: se l’Unione sovietica foraggiò il Pci, tra il 1948 e il 1972 la Cia spese in Italia 75 milioni di dollari, quasi tutti versati alla Dc per tramite dell’Istituto opere religiose (Ior) vaticano; 800mila dollari anche al Msi «per tramite dell’on. Turchi». Come scrivono Ennio Caretto e Bruno Marolo in Made in Usa. Le origini americane della Repubblica italiana (Rizzoli, 1996), «il Vaticano è una cinghia di trasmissione monetaria ideale tra gli Stati uniti e De Gasperi: elude i controlli finanziari di Stato, ha un bilancio dalle innumerevoli voci in cui si può nascondere di tutto, è insindacabile».
Il generale Gerardo Serravalle (a capo di Gladio dal 1971 al 1974) ricorda che Stay Behind era «una forma di lotta accettata dalla dottrina militare» e dunque in Gladio (edizioni associate, 1991) si domanda «che senso aveva la tutela da parte di un Servizio alleato straniero?» Una risposta parrebbe semplice: almeno fino al 1972 l’hanno quanto meno armata e finanziata loro, coprendo anche le spese, nel 1954, per la costruzione della base di Capo Marrargiu (300 milioni di lire, quasi 5 milioni di euro attuali) e pagando le diarie ai frequentatori dei corsi. Ma a quale scopo?
Formalmente, a Gladio era demandata la “guerra non ortodossa”, da intendere come lotta partigiana e servizio di intelligence a fronte di un’invasione straniera, sul modello di guerriglia nelle retrovie: la cosiddetta “difesa arretrata e manovra di ritirata” come l’hanno combattuta i sovietici contro l’Esercito tedesco (e i partigiani croati e sloveni contro gli italiani) nella seconda guerra mondiale, con le armi e le munizioni dei partigiani occultate in luoghi noti solo a loro (quelli di Gladio sono i cosiddetti Nasco). Le unità corazzate di pronto intervento schierate lungo la frontiera avrebbero intanto dovuto avanzare nella conca di Lubiana, così da logorare il nemico sul suo territorio in attesa dell’intervento alleato.
Tutto questo nella teoria: in realtà, come ammette Serravalle, una eventuale «aggressione sovietica avrebbe esercitato il suo sforzo principale nell’Europa centrale» e pare «realistico pensare che l’Italia non potesse costituire un obbiettivo strategico di una guerra limitata. Escludendo per motivi di buon senso un attacco da parte dell’Austria e della Jugoslavia, nelle valutazioni dello stato maggiore del Patto [di Varsavia] il nostro fronte era considerato secondario, con obbiettivi del tutto sussidiari e sempre nel contesto di eventi bellici di respiro globale». A destare timori non era dunque il comunismo «eretico, deviazionista e nazionalista» di Josip Broz Tito poiché, paradossalmente la Jugoslavia – candidandosi a capofila dei Paesi non allineati – non era poi così nemica. Anzi, come persino il gladiatore Francesco Cossiga seppe ammettere, «noi dobbiamo essere eternamente grati alla Jugoslavia per averci evitato il contatto diretto con il Patto di Varsavia. Se non vi fosse stata la Jugoslavia avremmo dovuto destinare ben altra quota del nostro reddito alle armi, a spese del benessere generale».
No, lo scopo principale di Gladio era quello di impedire l’ascesa democratica delle sinistre al governo del Paese. Lo ha ammesso uno stretto collaboratore del generale golpista Giovanni de Lorenzo come Luigi Tagliamonte («la eventuale invasione del nostro Paese, a proposito della necessità della struttura ove era incardinato il Cag, era un pretesto»); e lo ha ribadito il generale dell’Aeronautica Antonio Podda, vice-capo del Sid (il servizio segreto militare riformato) durante il mandato di Eugenio Henke: Secondo Podda, Gladio era una struttura anti-Pci che «avrebbe dovuto funzionare anche rispetto a moti di piazza rilevanti». A ulteriore conferma, valga quanto ha detto Vittorio Andreuzzi, gladiatore, al pubblico ministero militare di Padova: ci «fu spiegato dagli istruttori che la nostra organizzazione, che doveva rimanere segreta, sarebbe dovuta entrare in funzione per contrastare moti di piazza comunisti. Non fu detto, se non con brevi cenni, che la struttura doveva servire anche per contrastare una invasione straniera. Ricordo con certezza che più che altro si parlò, da parte degli addestratori, della necessità di prepararci a fronteggiare i comunisti italiani e le loro iniziative sovversive».

Razza colona 1

9 gennaio 2026 by

Piazza Fontana e dintorni
di Giovanni Giovannetti

Diamo pure addosso quanto ci pare a un criminale come Trump, ne abbiamo validi motivi. Ma senza dimenticare che l’attuale presidente degli Stati uniti non fa altro che dire e fare alla luce del sole, e sfacciatamente, ciò che i suoi predecessori hanno SEMPRE fatto di soppiatto.
In un post precedente ho ricordato l’operazione Blue Moon (l’annichilimento di una generazione di militanti politici imbottendoli di eroina e di droghe psichedeliche). Ma come dimenticare, in Italia, la regia americana – e, per estensione, dei Servizi nostrani – nella stagione stragista e golpista degli anni Sessanta e Settanta, volta a impedire l’ascesa elettorale, quindi democratica, delle sinistre al governo del Paese.
Ad esempio, l’esplosivo per piazza Fontana a Milano proveniva da una base americana in Germania. Per Carlo Digilio detto “Zio Otto” – l’infiltrato degli americani in Ordine nuovo (o l’infiltrato di Ordine nuovo negli americani: invertendo l’ordine dei fattori…) – che lo prepara, il depistaggio sugli anarchici fu «una mossa strategica studiata dai Servizi segreti al momento in cui era stata concepita l’intera operazione» (a Guido Salvini, interrogatorio del 17 maggio 1997).
Su questo e altri attentati tornerà più avanti nel tempo l’ordinovista padovano Gianni Casalini. Questo neofascista era la “fonte Turco” dei Servizi, arruolato nel 1972. Ma nel 1975, il capo del controspionaggio militare Gian Adelio Maletti scarica l’informatore, dopo le sue prime scarne ammissioni sulle imprese dei bombaroli (non solo al Sid ma anche ai giudici), scarne e comunque sufficienti a confermare il coinvolgimento dell’ambiente ordinovista veneto negli attentati nonché – orrore – dello stesso Sid.
E siamo al settembre 2008: di fronte a Salvini finalmente Casalini, ormai vecchio, «si vuol scaricare la coscienza» (sono parole di Maletti), accollandosi fra l’altro la paternità materiale, assieme all’ordinovista padovano Ivano Toniolo, di due dei dieci attentati ai treni dell’agosto 1969 (dodici feriti).
E che dire delle stragi mancate. Per citarne solo alcune, il 2 giugno 1969 (festa della Repubblica) a Padova in Prato della Valle, una devastante bomba collocata proprio dall’ordinovista Casalini avrebbe dovuto falcidiare folla, autorità e militari in parata, mietendo più vittime che a piazza Fontana sei mesi dopo. L’attentato fallirà solo per un banale cortocircuito del temporizzatore. Al solito, l’intento era quello di far ricadere la colpa sulla sinistra e provocare la reazione degli ambienti militari; il 7 aprile 1973 Nico Azzi (un neonazista che si finge “rosso”) rimane ferito mentre tenta di armare una bomba nella toilette del treno Torino-Genova-Roma, esplosivo gentilmente avuto dai carabinieri della divisione Pastrengo; il 29 gennaio 1974 nei pressi di Silvi Marina lungo la linea ferroviaria Pescara-Ancona un’altra bomba non esplode per un errore tecnico nella sua preparazione; il 21 aprile dello stesso anno su un viadotto ferroviario della Firenze-Bologna, tra Vernio e Vaiano saltano per aria i binari proprio mentre sta per arrivare il treno Palatino. Il segnale automatico di allarme eviterà una catastrofe di proporzioni inimmaginabili.
Che dire infine del progetto, poi rientrato, di versare letali dosi di cianuro in un qualche acquedotto cittadino. Solo a pensarlo vengono i brividi, eppure gli ordinovisti padovani Franco Freda e Marco Pozzan sono stati a un passo dal farlo.
Interrogato dal giudice Salvini il 14 dicembre 1996, l’ordinovista veneto Carlo Digilio riferisce che sin dal 1966 il militare americano capitano Theodore Richard fornisce agli ordinovisti Elio Massagrande e Roberto Besutti fucili, bombe a mano, mine anti-uomo, tritolo e altro esplosivo: «Il contesto delineato», scrive Davide Conti, «configurava una collaborazione di ufficiali americani nella fabbricazione delle bombe utilizzate da On per gli attentati sui treni dell’8-9 agosto nel quadro, dopo le bombe del 25 aprile alla Fiera Campionaria e alla stazione centrale di Milano, di un aumento della tensione politico sociale in Italia che avrebbe dovuto determinare, con il supporto di settori militari e politico-economici nazionali e internazionali, una riformulazione in chiave conservatrice del sistema democratico-repubblicano, facilitata dalla funzione “detonatrice” di On» (Davide Conti, L’Italia di piazza Fontana. Alle origini della crisi repubblicana, Einaudi 2019, p. 54).

Chi ricorda l’operazione Blue Moon?

5 gennaio 2026 by

Quando negli anni Settanta la Cia ha annichilito una generazione
di Giovanni Giovannetti

Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro, sua moglie Cilia Adela Flores e il loro figlio Nicolas Ernesto Maduro Guerra sono accusati dal Dipartimento di giustizia degli Stati uniti di aver gestito un’impresa criminale internazionale dedita al narcotraffico. In particolare, Maduro si sarebbe macchiato di narco-terrorismo per aver favorito l’introduzione negli Stati uniti di notevoli quantitativi di cocaina. Come dire: quando il bue dà del cornuto all’asino.

Eroina di Stato

Deponendo il 7 gennaio 2010 al processo bresciano per la bomba in piazza della Loggia del 1974 (8 morti e 102 feriti), l’ex squadrista nero, sindacalista Cisnal e uomo dei Servizi militari “paralleli” Roberto Cavallaro riferì di aver presenziato con altri italiani a un seminario formativo ad alto livello tenuto nell’autunno 1972 sulle montagne dei Vosgi in Francia; in quella sede venne illustrata l’operazione Blue Moon e le relative modalità di introduzione, anche in Italia, di eroina e allucinogeni per marginalizzare i movimenti della nuova sinistra.
Cavallaro lo ripeterà in tv da Gianni Minoli (https://www.youtube.com/watch?v=lPs3XOvOvj8), precisando che alla riunione «erano presenti più soggetti, sia dell’Europa occidentale sia, con nostra grande sorpresa, persone appartenenti all’area opposta del Patto di Varsavia» (la rivolta generazionale deflagrata nel Sessantotto era invisa ai sistemi di potere sia dell’Est sia dell’Ovest), chiamati a confrontarsi su come «annientare» gli avversari e qualunque forma di dissidenza.
“Annientare”? «I servizi di sicurezza» chiarisce Cavallaro «non sono fondati su princìpi di cavalleria, ma sull’idea che il nemico va comunque eliminato». E se in Unione sovietica e in Cina a quel tempo si fucilavano i dissidenti o li deportavano nei gulag, in manicomio e nei campi di rieducazione, in Occidente, ammette Cavallaro, li annichilivano, favorendo lo “sballo”.

Le belle bandiere

Che cos’è allora Blue Moon? Il programma Blue Moon – pianificato dal capo dell’Fbi Edgar Hoover di concerto con la Cia – venne messo a punto negli Stati uniti nell’intento di sedare la nuova sinistra americana, trasformando così l’opposizione in devianza. Lsd ed eroina erano quindi usate come antidoto all’impegno politico di chi, dal 1967, manifestava contro la guerra in Vietnam (e ai combattenti americani in Vietnam si somministravano anfetamine e altri additivi chimici).
Basti ricordare – lo si legge in alcuni documenti governativi “declassificati” – che sui “Chicago riots” (gli scontri dell’agosto 1968 a margine della Convenzione del Partito democratico, contro il crescente impegno americano in Vietnam, i tanti morti e il ricorso alla leva obbligatoria) un sesto degli hippy partecipanti ai disordini apparteneva ad agenzie federali e a organismi di intelligence: una percentuale elevatissima di provocatori e infiltrati lì a spingere questi giovani sulla strada dello scontro fisico e della violenza.
È la stessa sinistra americana che tanto affascinava Pier Paolo Pasolini. Nel suo primo viaggio negli Stati uniti lo scrittore viene infatti sedotto dall’«urgenza rivoluzionaria» disperata, mistica e libertaria dei giovani americani: quel loro «gettare il proprio corpo nella lotta» che su “Paese Sera” paragona al clima clandestino, di lotta e di speranza della Resistenza europea del 1944-’45: «Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista, oggi, possa scoprire» confiderà a Oriana Fallaci, paragonando «gli studenti che vanno nel Sud a organizzare i negri» ai primi cristiani: «v’è in loro la stessa assolutezza per cui Cristo diceva al giovane ricco: “Per venire con me devi abbandonar tutto, chi ama il padre e la madre odia me”. Non sono comunisti né anticomunisti, sono mistici della democrazia: la loro rivoluzione consiste nel portare la democrazia alle estreme e quasi folli conseguenze».
Nel volgere di qualche anno ogni accensione vitale della nuova sinistra Nord americana che scende in piazza contro la «sporca guerra» in Vietnam verranno letteralmente sedati a forza di eroina.
Ma, lo si è detto, Blue Moon non ha solo finalità interne agli Stati uniti: non va poi dimenticato che l’avversione alla guerra in Vietnam è il collante che unisce, ha scritto Guido Crainz, «le tensioni etiche e le utopie che attraversano le giovani generazioni del mondo occidentale».

L’infiltrato

Nel febbraio 1975 (è l’anno della conclusione del conflitto vietnamita, con il trionfale ingresso il 30 aprile dei Vietcong a Saigon) all’hotel Baglioni di Bologna la polizia arresta uno strano personaggio che ha con sé tanti milioni in valuta estera e notevoli quantità di Lsd. E nella cassetta di sicurezza di una agenzia romana della Banca commerciale verranno trovate tracce dei suoi mai chiariti rapporti con l’ex presidente dell’Ente minerario siciliano Graziano Verzotto, con il luogotenente di Andreotti in Sicilia Salvo Lima, con il principe piduista siciliano Giovanni Alliata di Montereale (indicato tra i mandanti della strage di Portella della Ginestra) e con l’ex capo del Sid Vito Miceli da Trapani (gli ultimi due coinvolti nel tentativo di colpo di Stato di Borghese e nelle trame della P2 e della Rosa dei venti).
Questo narcotrafficante e produttore in proprio di acido lisergico è Ronald Stark, un agente della Cia a contratto, infiltrato negli ambienti della sinistra italiana (con la falsa identità di Khoury Ali – un «esule palestinese» – tra il 1968 e il 1971 Stark avrebbe frequentato i gruppi dell’estrema sinistra milanese).
Apparirà chiaro ai giudici che Stark è uno dei principali fautori europei di Blue Moon. Condannato a 14 anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti, in carcere Stark conobbe Renato Curcio e altre figure apicali del “partito armato”, raccogliendo informazioni che diligentemente trasferì ai funzionari dell’antiterrorismo e ai magistrati, per accreditarsi. Questo comportamento darà i suoi frutti: l’11 aprile 1979, dopo soli quattro anni, Stark evenne messo in libertà provvisoria, con l’ordine – ovviamente disatteso – di non lasciare l’Italia.

Dipendenza, morte, annichilimento

Quali sono le conseguenze di questa criminale guerra sottotraccia ai ragazzi della nuova sinistra è presto detto: nel 1970 in Italia l’eroina era sconosciuta e non si contavano tossicodipendenti; nel 1985 erano più di 300mila! Tra il 1974 e il 1975 l’offerta illegale di eroina a buon mercato improvvisamente soppiantò quella delle droghe leggere, che vennero tolte per qualche tempo di circolazione e criminalizzate artatamente da stampa e istituzioni.
Negli anni a seguire avremo dipendenze, morte, annichilimento nonché la creazione di un mercato – passato dalla cocaina all’eroina – che ha consentito il salto di qualità della malavita tradizionale e, dal 1978, l’ascesa della criminalità mafiosa legata al narcotraffico (con un fatturato di tremila miliardi di lire annui).
L’eroina venne dunque usata come dispositivo biopolitico che agiva sui corpi per stordirli, paralizzarli, renderli dipendenti e neutralizzarli. Particolarmente colpite furono le regioni del Triveneto e la Lombardia. La prima vittima per overdose fu infatti un ragazzo di Udine nel 1974.
Non resta che meditare sulle tante morti, in Italia, legate al consumo di eroina e allucinogeni negli anni bui della Repubblica tra il 1974 e il 1985 (e in quelli a seguire). I tossici che morirono sono martiri, e i loro nomi andrebbero ben scolpiti sulla tragica lapide delle morti di Stato – quello Stato o parte di esso che, anziché proteggerli, ne ha deliberatamente provocato il martirio – accanto ai nomi dei morti ammazzati in piazza Fontana a Milano, in piazza della Loggia a Brescia, sull’Italicus a San Benedetto val di Sambro, a Ustica, alla stazione di Bologna, ecc.

Un giornale longevo

13 dicembre 2025 by

di Giovanni Giovannetti

Pavia è ormai senza fabbriche, senza lavoro e senza tante altre cose, ma quanto meno vanta uno dei giornali più longevi d’Italia. Correva l’anno 1870, e il 7 luglio in città esce il primo numero de “la Canaglia”, un foglio diretto dal “carducciano” Contardo Montini, un patriota che ha combattuto a Mentana tra le fila garibaldine. Nel 1879 “la Canaglia” si trasforma nel trisettimanale d’impronta radicale e cavallottiana “la Provincia Pavese” diretto da Achille Bizzoni. E a Pavia dal 1864 già si pubblica “il Patriota”, un foglio liberale e moderato a cui presto si affiancheranno il clericale “il Ticino” (1890) e il redivivo e socialisteggiante “la Plebe”.
Doveroso quindi festeggiare una tale longeva testata nella degna cornice del Teatro Fraschini, il “salotto buono” cittadino, ripercorrendone le gesta. Tante le parole, e qualcuna era forse di troppo: inni alla rinata indipendenza della testata dopo il recente passaggio di proprietà (la Sae Lombardia sarà anche un editore “puro”, ma cospicue quote appartengono ai Fedegari, industriali, e alla Fondazione Monte di Lombardia, la stessa che investe sulle residenze nell’ex area Neca).
E poi scivoloni, come l’ascrivere il più che destrorso quotidiano del pomeriggio “la Notte” al gruppo “Corriere della Sera” (caro Bedeschi, “la Notte” era semmai in quota al gruppo cementifero Pesenti); oppure il millantato «sequestro» della “Provincia Pavese” da parte dei fascisti per rinominarla “il Popolo” e così farne l’organo ufficiale della locale Federazione del Partito nazionale fascista.
Sequestro una fava, caro Svelto (l’ex rettore dell’Ateneo pavese Francesco Svelto): il 1° gennaio 1926 l’Associazione democratica pavese – proprietaria della testata – rimarca la sua adesione al fascismo e quindi cede il giornale al partito. Quanto al seguito, è una storia forse ancora da scrivere, magari a partire da talune singolari incongruenze.
Eh si, perché nel dopoguerra, mentre si occupano le proprietà immobiliari del passato regime (il Broletto – l’ex Camera dei Fasci – diverrà la sede della federazione pavese del Partito comunista), un privato cittadino come Abele Boerchio (già proprietario e direttore della testata, dal 1910 affiliato e poi Maestro venerabile della loggia massonica “Cardano”) alla chetichella e gratuitamente ne diverrà il “proprietario”. Vedere per credere: fino al 1° giugno 1945 Boerchio figura quale “direttore responsabile”; dal numero successivo ne diventa il “proprietario” (ma non era una proprietà del Pnf?, ma non era quindi da ritenere un bene pubblico?).
Di certo erano altri tempi. Tempi in cui tra le mura della massonica loggia “Cardano”, bardato del grembiulino e del compasso d’ordinanza l’Abele può pasteggiare con il socialista liberatore Alcide Malaguigini (massone dal 1912) e con tanti altri illustri accademici dell’Ateneo pavese (a quel tempo vanne a trovare uno che non fosse massone…).
Ciò detto, cara “Provincia”, che tu possa campare altri centocinquant’anni.
Baci. G.

Pasolini, un omicidio politico

12 novembre 2025 by

di Giovanni Giovannetti

Ormai è acclarato: a uccidere Pasolini la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 non è Pino Pelosi o il solo Pelosi (indotto ad auto-accusarsi, semmai a lui viene ordinato di condurlo all’appuntamento con la morte); e le prime indagini sul delitto sono costellate da «omissioni particolarmente gravi» negli «accertamenti immediati che si sarebbero dovuti svolgere». A dirlo non è il “complottista” di turno ma la Commissione bicamerale antimafia nella sua Relazione finale del 13 settembre 2022. Quindi non dal solo Pelosi, come invece, nel 1976, recita la sentenza di appello (nel primo grado si ammette che «Pasolini subì una aggressione da parte di persone rimaste sconosciute»; nella successiva Pelosi trasfigura a solitario omicida).

Raccontano i testimoni

Ma già poche ore dopo l’omicidio, all’Idroscalo, Furio Colombo sente un pescatore: «“Il mio cognome si scrive co’ ddue ti: Salvitti Ennio. E lei tanto pe’ correttezza?” Lavoro per ‘La Stampa’, mi chiamo Furio Colombo. “’La Stampa’, ah, Agnelli”. Sì, Agnelli. “Lo scriva che è tutto ’no schifo, che erano in tanti, lo hanno massacrato quel poveraccio. Pe’ mezz’ora ha gridato mamma, mamma, mamma. Erano quattro, cinque”. Ma lei questo lo ha detto alla Polizia? “Ma che, so’ scemo?”».
Del testimone Salvitti per molto tempo non si è più saputo nulla. Fino a quando Claudio Marincola del “Messaggero” rintraccia un nipote, Olimpio Marocchi, anche lui presente, quella notte, insieme al nonno, in una delle baracche all’Idroscalo. Una testimonianza decisiva, che viene pubblicata dal “Messaggero” il 31 maggio 2010. Eccone un passo: «“Pasolini è morto davanti a tutti, ci fu anche chi quella notte prima dell’arrivo della Polizia andò lì a vedere il cadavere”, rivela il figlio dell’uomo che allo scrittore di tanto in tanto affittava una baracchetta». Al campetto dell’Idroscalo Pasolini ci andava di tanto in tanto con Ninetto Davoli per qualche partita di pallone; e un anno prima proprio qui aveva ambientato alcune scene del film Il fiore delle Mille e una notte.
Il 21 luglio 2010, cinquanta giorni dopo l’intervista di Marincola, Marocchi muore in un incidente stradale tra Fiumicino e Roma. Al volante dell’auto, ben curioso è il destino, c’è Pino Pelosi.
Nelle baracche costruite abusivamente all’Idroscalo di Ostia, quella notte sembra ci fossero dodici persone ma solo due vengono interrogate. A questa lacuna nel 2010 porrà tardivo rimedio il nucleo investigativo dei Carabinieri, dopo la riapertura delle indagini, rintracciando molti tra quelli che avevano casetta all’Idroscalo. E tra loro interrogano Anna Salvitti, figlia di Ennio, all’epoca ventiquattrenne: «Quella notte le condizioni atmosferiche erano pessime e tirava un forte vento. Ero coricata sul letto a parlarne con mia sorella, saranno state le 00.30, quando ho udito un’auto sopraggiungere a forte velocità nella zona dove era posizionato un campetto dove i ragazzi giocavano al pallone, auto che frenava bruscamente. Subito dopo udivo la voce di più persone discutere animatamente, senza capire cosa dicevano. La discussione tra queste persone, sicuramente più di due, durava circa 10 minuti e in questo lasso di tempo la stessa era sempre animata. A un certo punto udivo la partenza di un’autovettura che accelerava bruscamente e subito dopo andava a urtare contro un ostacolo facendo un forte tonfo. Immediatamente dopo udivo la voce di una persona invocare aiuto, aiuto… Subito dopo udivo un’altra accelerazione di una macchina, che andava nuovamente a urtare contro un ostacolo facendo un forte tonfo. A questo punto non ho sentito nulla tranne il lamento continuo di una persona che chiedeva, manifestando sofferenza, aiuto aiuto. Questo lamento è durato circa 20-30 minuti, dopodiché non ho sentito più nulla. Ricordo che ciò avveniva verso le 01.00 perché guardai l’orologio di casa che indicava tale orario».
Altra fonte “autorevole” si rivela Laudavino De Sanctis, detto Lallo lo zoppo. In un colloquio con Massimiliano Coccia (che va raccogliendo i materiali preparatori per il film di Federico Bruno Pasolini. La verità nascosta), questo ben informato criminale vicino ai marsigliesi segnala che all’Idroscalo quella notte c’erano i fratelli Borsellino detti Braciola e Bracioletta («erano du’ bestie»), assieme a Giuseppe Mastini detto Johnny lo zingaro («il più pericoloso») «e pure a qualcun altro». Sono manovali agli ordini di qualcuno, soldatini che, per quanto fascisti, «non te ammazzano pe’ politica ma pe’ i sordi» (in Simona Zecchi, Pasolini massacro di un poeta, Ponte alle Grazie 2015).
Il racconto di Lallo lo zoppo è ampiamente sovrapponibile a quanto rivela il cronista Rai Diego Cimara in Stragi di Stato 1968-2008 (Editing, 2008). Il giornalista di Radio 1 – tra i primi quel giorno a giungere all’Idroscalo assieme a un fonico – apprenderà da alcuni ragazzi testimoni dell’omicidio che fra i massacratori loro hanno riconosciuto i Braciola e Johnny lo zingaro (e Pasolini, poveretto, «sapessi come strillava, era per terra, sembrava un’aquila», diranno a Cimara). Questi ragazzi hanno visto anche arrivare una Giulietta Sprint bianca, un’auto molto simile all’Alfa GT 2000 di Pasolini (come si è visto, di un’auto sopraggiunta «a forte velocità» parla anche Anna Salvitti).
Il Gr1 non trasmetterà il servizio di Cimara. Al giornalista non resta che riferire le sue importanti notizie ai Carabinieri di Ostia, e qualcosa succede: qualche giorno dopo l’omicidio cinque baracche dell’Idroscalo verranno misteriosamente visitate nottetempo da sconosciuti, forse per avvertimento. Comunque sia, all’Idroscalo da quel momento, per oltre vent’anni, nessuno aprirà più la bocca.

I negativi rubati del film Salò come esca

Come dimenticare a questo punto l’inchiesta condotta “a caldo” da Oriana Fallaci e dal collega Mauro Volterra poco dopo il delitto (Pasolini ucciso da due motociclisti?, “l’Europeo”, 14 novembre 1975, in edicola il 6 novembre, e Il testimone misterioso, ‘l’“Europeo”, 21 novembre 1975, in edicola il 13 novembre). Ma sono versioni anonime e qualche volta riportate de relato, per sentito dire. Solo nel 2010 le notizie raccolte trentacinque anni prima da Colombo, Cimara, Fallaci e Volterra troveranno punti d’incontro nelle ricerche del giornalista Marincola, di Coccia e, buona ultima, della polizia giudiziaria. Tutte quante a specchiarsi nelle inedite quanto tardive ammissioni dello stesso Pino Pelosi alla giornalista Franca Leosini nel corso della trasmissione Ombre sul giallo, andata in onda il 7 maggio 2005 su Rai 3 previo esborso di pecunia e senza fare i nomi.
Pasolini viene attirato all’Idroscalo di Ostia la sera del 1° novembre 1975 con la promessa che avrebbe riavuto i negativi del film Salò, rubati mesi prima alla Technicolor di Roma. Ascoltato dalla Commissione antimafia, Maurizio Abbatino, banda della Magliana, ha ammesso di essere stato uno degli esecutori materiali di quel furto, su mandato di tale Franco Conte, un ricettatore, il gestore di una bisca clandestina nel quartiere romano della Magliana, persona legata agli ambienti della destra eversiva. Aggiunge che nel locale di Conte avvenivano le riunioni dei membri della nascente banda della Magliana (Abbatino a Raffaella Fanelli: «la banda c’era fin dai primi anni Settanta e nell’ambiente era già chiamata così»).
Abbatino non ha mai fatto i nomi dei suoi complici nel furto delle “pizze” cinematografiche alla Technicolor, nomi che probabilmente conosce. Intervistato da Fanelli precisa però che “loro” si mossero «come se sapessero già dove andare», consapevoli cioè di «quello che era da rubare […]; di certo era un furto commissionato» (La verità del Freddo, Chiarelettere 2018).
Sempre a detta di Abbatino «Conte conosceva Pasolini in quanto questi, occasionalmente, aveva frequentato il suo locale». L’ex criminale dice di aver visto l’Alfa Romeo GT 2000 dello scrittore parcheggiata di fronte alla sua bisca: un ricordo vivido, perché lui stesso ne possedeva una, sia pure di cilindrata inferiore e manifesta interesse, si capisce quale, per quell’auto ben foderata e accessoriata: «Mi piaceva, anzi mi ero domandato di chi fosse questa macchina, per poterla rubare e montarmi i pezzi sulla mia…», ma «mi dissero “no, no, questa macchina non se po’ toccà…”». Sì, Pasolini era in cerca del suo film trafugato e l’amico Sergio Citti, legato a quegli ambienti, può aver fatto da tramite con il biscazziere.

Tracce ematiche e pilifere «di ignoti»

Dalla notte in cui ammazzano Pasolini a oggi, le pratiche analitiche in criminologia hanno fatto enormi passi in avanti, consentendo accertamenti tecnicamente impossibili nel 1975. E nelle mani degli investigatori scientifici gli abiti di Pelosi e Pasolini hanno preso parola, rivelando altri profili genetici oltre a quello di Pasolini, forse ascrivibili agli assassini. Nel maggio 2010 la sezione di Biologia del Reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri romani ha saputo infatti isolare tre tracce ematiche e pilifere maschili «di ignoti»; due erano sugli abiti indossati da Pasolini e una terza traccia su di un plantare per scarpa destra numero 41 – né dello scrittore né di Pelosi ma di “MT” (Mastini?) – ritrovato nell’auto (auto che la cugina Graziella Chiarcossi aveva ripulito la mattina del 31 ottobre). E la traccia biologica di “3° soggetto ignoto” si trova sia sulla maglia intima di lana del Pelosi che sulla camicia di Pasolini. Al dunque, finalmente, testimonianze e analisi scientifiche convergono nell’indicare che a uccidere lo scrittore è stato un nutrito commando.
Altro che “lezione al frocio”: è un omicidio premeditato e il movente sessuale viene semmai adombrato, con successo, a copertura. Secondo una informativa del Nucleo investigativo dei Carabinieri (5 giugno 2011) «gli aggressori» si osservi l’uso del plurale «hanno voluto uccidere deliberatamente Pier Paolo Pasolini poiché le tracce dell’automobile rilevate sul terreno evidenziano inequivocabilmente che il conducente ha puntato il corpo del regista agonizzante a terra accelerando fin dall’inizio della corsa come a voler impattare il corpo dell’uomo al massimo della velocità e della potenza».
Arrotare qualcuno dopo averlo ridotto in fin di vita a pugni e bastonate è un deliberato segno di spregio e qualche volta persino una “firma”. Abbatino racconta che quando il 25 luglio 1978 all’ippodromo di Tor di Valle i maglianesi ammazzano Franco Nicolini detto Franchino il criminale («un prepotente che guadagnava decine di milioni con le corse truccate e disturbava i nostri affari»), uno di loro, Renzo Danesi, dopo averlo massacrato «passò sul corpo di Nicolini con la sua auto» (a Raffaella Fanelli ne La verità del Freddo).
Quanto all’“esca” Pelosi c’è dell’altro: non è vero che lui e Pasolini si incontrano la prima volta solo qualche ora prima del delitto, come il ragazzo lì per lì ha detto e come recitano le sentenze del 1976: i due si frequentano da mesi e molti amici e parenti di entrambi lo sapevano. Lo sapeva anche Laura Betti, che qualche tempo prima del delitto una testimone ricorda seduta al tavolo di un ristorante con Pasolini e… Pelosi. Trent’anni dopo lo stesso Pelosi ammetterà che “quel signore” lui lo frequentava da luglio («Come ti chiami? Io mi chiamo Pier Paolo»).
Interrogata il 3 dicembre 1975, la cugina di Pasolini Graziella Chiarcossi ammetterà d’aver forse incrociato il Pelosi, «certo comunque non in pranzi o in riunioni, né a casa mia». Ma né Betti né altri, forse per paura, se la sentiranno di smentire le prime dichiarazioni del giovane e quindi correggere la bugia di quel loro “primo” incontro verso le dieci di sera davanti alla stazione Termini. E tanto meno – penso a Franco e Sergio Citti – di contribuire a fare luce sul furto alla Technicolor di Roma dei negativi del film Salò usati come esca. L’avessero fatto, o fatto per tempo, oggi non saremmo qui a lamentare, come si legge nella Relazione finale della Commissione antimafia, le «omissioni particolarmente gravi» negli accertamenti immediati che, subito dopo il delitto Pasolini, «si sarebbero dovuti svolgere».

Gli assassini e i mandanti

Che dire di più sui veri esecutori materiali? I loro nomi – uno in particolare, tuttora vivente – oggi stanno sulla bocca (quasi sempre cucita) di coloro che a quel tempo hanno frequentato gli ambienti neofascisti della capitale. Erano risaputi anche da taluni funzionari “emeriti” del Dipartimento affari riservati. E ovviamente li sapeva Pelosi: conosce i Borsellino, conosce Johnny lo zingaro ma dice di non conoscere quello «alto, grosso e con la barba folta» (il suo nome lo avrebbe appreso in carcere). Al dunque e senza voler attribuire responsabilità – non spetta a noi, ma ai magistrati: non sarebbe il momento di andare più a fondo sul ruolo che nel massacro forse “rituale” di Pasolini (era la “notte delle streghe”, quella dei sacrifici cruenti), stando a queste voci concordi, potrebbe aver avuto l’ambiente di Avanguardia nazionale; magari sentendo i non più giovani fratelli Bruno e Serafino Di Luia e qualche altro attempato avanguardista (penso ad Adriano Tilgher e penso a Saverio Ghiacci, due tra i fondatori di An) quali persone ipoteticamente informate sui fatti?
Restano tuttavia nell’ombra i mandanti. Ma desta sconcerto il ruolo che in questo delitto potrebbe aver avuto il colonnello dei Carabinieri (e dei Servizi) Michele Santoro, un militare il cui nome emerge con preoccupante frequenza dalle indagini sulle trame eversive della “strategia della tensione”. Santoro rispondeva al comandante della “Pastrengo” generale Giovanni Battista Palumbo, piduista. Ma era anche amico fraterno di un altro membro della P2, il criminologo nazifascista Aldo Semerari, quel teorico dell’alleanza tattica fra criminalità comune e destra eversiva poi arrestato – e assolto – per la strage alla stazione di Bologna nell’agosto 1980. Ebbene, stando a una nostra “fonte”– un ex dei Nar che da Santoro avrebbe avuto protezione e favori («mi ha tolto d’impiccio un sacco di volte», ha detto) – nel febbraio 1976 il colonnello avrebbe favorito la fuga all’estero di Antonio Pinna, chaffeur dei marsigliesi, frequentatore di Pasolini, altro possibile componente del commando di neofascisti e criminalità romana che a Ostia, la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, ammazza lo scrittore («Il giorno dopo la morte di Pasolini, questo qui mi portò una macchina da riparare. Era sporca di fango e di sangue…», dirà il carrozziere Marcello Sperati al giornalista di Rai 3 Valter Rizzo che lo intervista per la puntata del 19 aprile 2010 di Chi l’ha visto; Pinna sarebbe poi morto a Bahia in Brasile nel 2020).
Si torni allora alla teoria degli anelli concentrici – sempre utile per indicare il possibile perimetro dei delitti “eccellenti” – e per quella via sondare l’orbita superiore a quella degli esecutori materiali (picchiatori fascisti e delinquenti di borgata) ovvero l’orbita di chi (Franco Conte) verosimilmente lo attira nella trappola dell’Idroscalo di Ostia promettendo la restituzione della pellicola, e di chi (il colonnello dei Servizi Michele Santoro) nel febbraio 1976, poco dopo l’attentato, organizza la fuga di uno dei massacratori.

(su “Finzioni”, supplemento mensile del quotidiano “Domani”, 8 novembre 2025)

TOMASO KEMENY (1939-2025)

5 novembre 2025 by

I poeti non muoiono e dunque Tomaso vive nella sublime bellezza di molti suoi versi.
Di questo grande anglista, traduttore e poeta sono stato uno degli editori.
Lo voglio ricordare con una poesia, che mi riguarda, tratta da Una scintilla d’oro (Effigie, 2014). “Antonio” è Antonio Moresco.
Ciao Tomaso.

Tomaso Kemeny - Agli uomini liberi

Sì, Pasolini a vent’anni era fascista. E allora?

5 novembre 2025 by

di Giovanni Giovannetti

Leggo in ritardo alcuni interventi a margine della polemica suscitata da una intervista al “Foglio” di Federico Mollicone (Fdi), là dove il presidente della commissione cultura della Camera “rivela” (e sai la novità…) che Pasolini è stato fascista.
Sì, nel ventennio come tanti, quasi tutti, Pasolini è stato fascista, e lo fu almeno sino al 1943; lo ha ammesso lui stesso («Ero nato nell’era fascista, in un mondo fascista, e non mi accorgevo del fascismo, come un pesce non si accorge di trovarsi nell’acqua», dirà nel 1969 a Jon Halliday). E se ne vergognava. Nel Poeta delle ceneri sostiene infatti di essere diventato antifascista nel 1938, sedicenne, dopo aver letto Le bateau ivre, una poesia di Rimbaud. E dire che che a quel tempo, annotando i Poemi in prosa del francese, li aveva definiti «lo sfogo di un adolescente, senza la minima chiarezza interiore»; e nell’agosto 1941, da Casarsa scrive a Luciano Serra che Rimbaud è tra «quei poeti venerati come dei, e considerati venerandissimi padri della poesia moderna, che io non riesco a digerire». Insomma, quel che lui stesso ci riferisce sul suo precoce antifascismo andrebbe, diciamo, assunto con prudenza. Senza dimenticare che un progetto come quello della rivista “Eredi” (siamo nel 1941) nasceva sì in un clima di fronda ma era fronda culturale, del tutto interna al regime. S’intende tralasciando le fascistissime collaborazioni al “Bollettino” (1942), al sansepolcrista “Architrave” e al “Setaccio” (1942-1943).
Pasolini se ne vergognava, ma faceva male a vergognarsene. Nel cammino generazionale attraverso il fascismo e il progressivo formarsi di una cultura nell’Italia del regime, questi ragazzi cresciuti nel ventennio (lui nasce nel 1922, l’anno della “marcia su Roma”) sono in cerca di un qualche involucro libero, seppure dentro al sistema. E comunque la si giri, la collaborazione alle riviste del ventennio e l’adesione rituale al fascismo accomunano buona parte dell’intellighenzia politica e culturale a venire.
Altri semmai avrebbero qualcosa di più concreto da farsi perdonare. Nell’immediato dopoguerra si registreranno infatti inedite e peraltro comprensibili aperture a destra da parte dello stesso Partito comunista italiano in cerca di voti, con il suo segretario politico nonché ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti a ritenere che un linguaggio comune tra i comunisti e questi ragazzi era in fondo praticabile, e andava usato per avvicinare «quei giovani che furono fascisti nel passato ma che oggi si trovano nell’incertezza». E poi l’“amnistia Togliatti”, quel liberi tutti che, a partire dal giugno del 1946, consentirà il reintegro dei burocrati più compromessi con il passato regime e soprattutto il progressivo ritorno in libertà dei maggiorenti fascisti in galera.
Su questo fronte la dirigenza comunista si spese molto e per molto tempo. Parlando a Roma il 10 dicembre 1950, l’allora segretario della Federazione giovanile comunista italiana Enrico Berlinguer (classe 1922, come Pasolini) ribadiva l’apertura ai giovani missini in nome del comune sentire anti-borghese e anti-occidentale a sommarsi con eguali intenti patriottici e sociali: «noi e voi, giovani neofascisti» sottolinea Berlinguer «siamo più vicini di quel che sembra» su argomenti quali la critica al capitalismo e l’anti-americanismo. E ben se lo ricorda Pino Rauti, uno dei giovani a cui Berlinguer si era rivolto. Quindi, per i vertici del partito era forse meglio essere fascisti che omosessuali. E la risoluta espulsione di Pasolini dal Pci nell’ottobre 1949 subito dopo i “fatti di Ramuscello” sta a indicarlo. Ma a Togliatti e Berlinguer oggi si può perdonare tutto, a Pasolini no.

Pasolini soldato per un giorno

2 novembre 2025 by

di Giovanni Giovannetti

Dal Fondo Betti presso la Cineteca di Bologna riemergono le pagine autobiografiche dimenticate del militare Pasolini

Anno 1943. La guerra si trascina malamente. L’11 giugno gli angloamericani hanno preso Pantelleria e si dispongono a invadere la Sicilia.
A Bologna Pasolini frequenta l’Università e trascorre il tempo libero giocando al pallone, una passione che per lui è seconda soltanto alla poesia. Come tanti, Pier Paolo è un giovane fascista tutto “libro e moschetto”, e lo sarà almeno sino all’estate del 1943: collaborando alle riviste bolognesi “Architrave” e “il Setaccio”; coltivando patriottiche «glorie militari»; contribuendo al fascismo nelle forme e nei modi abituali in quella sua generazione («Ero nato nell’era fascista, in un mondo fascista, e non mi accorgevo del fascismo, come un pesce non si accorge di trovarsi nell’acqua», dirà nel 1969 a Jon Halliday); e semmai librandosi in una intelligente opposizione letteraria del tutto interna al sistema. Certo, alcuni suoi amici e professori erano ormai, loro sì, a-fascisti o antifascisti vicini al movimento clandestino di Giustizia e Libertà. Ma comunque la si giri, la collaborazione alle riviste del ventennio e l’adesione rituale al fascismo (da Malaparte a Bilenchi, da Lajolo a Cesarano) accomunano buona parte dell’intellighenzia politica e culturale a venire.

Nessun torna

Da qualche tempo l’amico Ermes Parini detto Paria risulta disperso in Russia. Era partito volontario con il reggimento di fanteria “Vicenza”. Non di meno, a Gondar in Etiopia il padre Carlo Alberto, maggiore di fanteria, è fatto prigioniero degli inglesi e ora si trova in Kenia. Di lui non si avranno notizie, e Pier Paolo le cerca presso l’Ufficio informazioni del Vaticano.
La guerra – ormai è chiaro – non sarà di breve durata, men che meno trionfale; e per Pasolini non è più il tempo di “fantasticare glorie militari”. Ai suoi occhi il conflitto assume ora i contorni dei volti «di mio padre e del mio più caro amico che la guerra mi ha portato via», come scrive in Ultimo discorso sugli intellettuali (“il Setaccio”, marzo 1943): «Il primo son due anni che non lo vedo. Del secondo non so più nulla, e passo le mie più tristi ore a immaginarlo, in Russia, ferito, disperso, prigioniero… E qui davanti ho il doloroso sguardo di mia madre, e vorrei esprimere tutto questo ma non è possibile: è troppo vivo, violento, doloroso».
Quell’anno la politica irrompe nella vita di Pasolini; la vediamo anche nella filigrana di alcune lettere: «La guerra non mi è mai sembrata tanto schifosamente orribile come ora: ma non si è mai pensato cos’è una vita umana?» scrive Pasolini il 19 giugno a Franco Farolfi. E a Luciano Serra, in agosto: il Friuli «ha bisogno di una dilagazione di sangue – o di lacrime – che distrugga tutto un secolo di errori monarchici liberali, fascisti e neoliberali. […] Ho sentito in me qualcosa di nuovo sorgere e affermarsi, con una imprevista importanza: l’uomo politico che il fascismo aveva abusivamente soffocato, senza che io non ne avessi la coscienza».

Costretto a digiunare

L’8 settembre 1943 la notizia dell’armistizio sorprende Pasolini a Pisa, lì per un corso di addestramento militare. Nei mesi e negli anni a seguire tornerà più volte su quel suo particolare momento: in alcune lettere agli amici Serra e Cavazza e ne Il ponte del ’43, sul “Tempo illustrato” del 16 agosto 1969. Ma ben più puntualmente lo ha fatto in Sono stato soldato per una settimana, un dimenticato testo autobiografico uscito su “T7 – I sette giorni della Tribuna” il 21 settembre 1969 (Armando Stefani che lo firma, di suo non aggiunge un rigo): «Sono stato soldato dall’uno all’otto settembre 1943. Soltanto una settimana, ma una settimana piuttosto particolare!», racconta Pasolini. «Arrivata la cartolina, mi presentai al distretto militare di Bologna, città dove risiedevo e dove studiavo, il primo settembre, come disposto. Mentre attendevo con altri che qualcuno ci chiamasse, ecco passare il colonnello che era stato sino al giorno prima mio insegnante di cultura militare. Era lui il comandante del distretto. Mi riconosce subito, mi fa grandi feste e mi invita a seguirlo in ufficio. Qui cominciamo a chiacchierare del più e del meno, il tempo passa e si avvicina il mezzogiorno. Il colonnello deve tornare a casa a pranzo e io dovrei andare a prendere il gavettino. Ma lui molto gentilmente mi prega di restare assicurandomi che avrebbe provveduto a farmelo portare nel suo ufficio. Infatti sento che dà ordini in questo senso allontanandosi. Aspetto fiducioso un paio d’ore, poi vengo a sapere che non c’è più rancio. Così cominciai a capire come funzionava l’Esercito. Il trasferimento al luogo di destinazione, cioè Pisa, era fissato per il pomeriggio. Mi dissero che avrei mangiato all’arrivo».
Giunto a destinazione, «la prima volta che andai all’appello fu appunto l’otto settembre, per l’armistizio, Direi che ho un ricordo quasi solenne di quel momento. Non ci diedero spiegazioni, ci dissero solo che dovevamo essere pronti a combattere», non è dato sapere contro quale nemico «perché nessuno ci aveva detto niente, ma non era difficile capire che si trattava di un tedesco. La direzione in cui procedevamo era Livorno. Alla fine arrivammo ad un fiume e ci schierammo lungo l’argine, dentro una fitta boscaglia che quasi raggiungeva la riva. Ci schierarono in ordine di combattimento, pronti a sparare. Quei momenti mi sono rimasti infissi nella memoria. Rammento la terribile tensione, ma anche che tutti eravamo pronti per il combattimento. Fu quello il mio unico contatto fisico con la guerra, con una guerra che poi non si fece o meglio si fece in altra forma. Però ne intuivo il senso in quegli uomini ormai risoluti. Accanto a me stava un compagno di scuola bolognese, Piero Castiglioni, con cui c’eravamo incontrati in caserma e mi ero inserito nel plotone dove si trovava in forza. Rappresentava l’antimilitarismo allo stato puro. Io altrettanto antimilitarista ero almeno sportivo e di carattere aggressivo. Lui no: pacifico e pacioccone, quasi imbelle. Eppure era lì pronto a giocarsi serenamente la vita».

All’armi!, anzi no

Vedono arrivare un carro armato tedesco con intorno un drappello di soldati, cinque o sei in tutto: «Rapidamente sopraggiunge l’ordine di non sparare. Perplessità, stupore, attesa. Poi un secondo ordine: consegnare le armi. Piero e io ci guardammo in faccia e ci chiedemmo spontaneamente: perché? Le sotterrammo. Io almeno non le ho mai usate, lui non so, perché ci siamo persi di vista. Ma mi sembra che così altrove sia nata la Resistenza».
I componenti di questo giovane reparto vengono «incolonnati da quei pochi tedeschi ed avviati verso Livorno. Provai cosa vuol dire sentirsi prigioniero: è molto triste. A un tratto scorgemmo degli aerei e prima di poterci rendere conto di quanto stava accadendo cominciarono a mitragliarci e spezzonarci. Ci gettammo in un fossato. Piero ed io assieme. Dopo gli altri si incolonnarono nuovamente. Noi due ci guardammo nuovamente ed una seconda volta ci chiedemmo: perché? Ci nascondemmo meglio nel fossato e andò bene».
Avvedutamente Pasolini eviterà di tornare in caserma a Pisa. Perde quindi il libretto universitario e i primi tre capitoli su Carrà, De Pisis e Morandi della sua tesi di laurea sulla pittura italiana del Novecento. Da questo momento, la storia che racconta prende a somigliare alle tante altre di quei giorni drammatici: «dei contadini mi fornirono abiti civili e così a piedi raggiunsi Casarsa, dove abitava la mia famiglia. Unico particolare degno di nota: ci arrivai con le scarpe scompagnate ma che mi torturavano tutte e due ugualmente i piedi».
La guerra incombe anche sul Friuli e in lui, patriotticamente giubilante per la caduta del fascismo, matura l’idea della “Piccola Patria” friulana. «Poi ci fu la Resistenza / e io / lottai con le armi della poesia».

(“Domani”, 2 novembre 2025)

«Pasolini, più attuale ora che allora»

2 novembre 2025 by

Paolo Morando intervista Giovanni Giovannetti*

«Parlare dell’eredità di Pasolini è complicato, per un semplice motivo: non vedo eredi. Mettiamola così: Pasolini era tutto e il contrario di tutto. Immaginando una possibile eredità, chiunque guardi all’albero dalle radici è un erede di Pasolini. Penso a tutti coloro che fanno cose pratiche in qualsiasi ambito: i ragazzi che scendono in piazza per Gaza, chi si spende a livello locale contro il malaffare. Penso a un’eredità collettiva. Dopo di che, occorre evitare di fare di Pasolini un santino».
Fotografo, saggista ed editore, Giovanni Giovannetti è tra i principali esperti dell’opera di Pasolini, a cui ha dedicato recentemente Pasolini giornalista per la sua casa editrice Effigie, che presenterà giovedì a Rovereto, alle 19 alla libreria Arcadia, in dialogo con chi scrive.
Oggi invece, 50esimo anniversario dell’omicidio del poeta all’Idroscalo di Ostia, sarà a Salò tra i relatori del convegno «Da Salò a Salò. 50 anni senza Pier Paolo Pasolini». E il richiamo è ovviamente al suo ultimo film «Salò o le 120 giornate di Sodoma», uscito postumo.

La «santificazione» è un rischio frequente: Pasolini ormai è diventato un passepartout.

«Ma in questo modo lo si narcotizza. La portata del pensiero di Pasolini viene annacquata da una retorica che lo vuole visionario, profeta… Sono sciocchezze, perché Pasolini era un uomo come tutti noi: aveva le sue contraddizioni, le sue zone d’ombra . E al tempo stesso aveva anche grandi qualità: la principale era quella di tradurre in immagini concetti filosofici. Penso ai capelli lunghi, ai jeans Jesus, alle lucciole… E in questo modo “arrivava”».

Anche però a costo di attirarsi critiche furibonde.

«Non è che Pasolini sia sempre stato così abile nel confezionare immagini e nell’essere un grande comunicatore. Negli anni ’50 ha fatto giornalismo d’inchiesta, per un decennio ha tenuto due rubriche, su “Vite Nuove” e “Tempo”, ma la critica che spesso gli veniva fatta era quella di essere un po’ contorto. Tanto che a un certo punto manifesta il proprio diritto di contraddirsi. Penso al tema dell’aborto: partì dicendo di essere contrario, dopo di che, a fronte di una valanga di critiche che gli rivolsero Manganelli, Eco, Dacia Maraini, Natalia Ginzburg, Laura Betti, ebbe la capacità di negare ciò che aveva scritto senza negarlo fino in fondo».

E come lo fece?

«Occorre sempre ricordarsi che le parole di Pasolini vanno ancorate al momento in cui le scrive o le pronuncia, e siamo nella prima metà degli anni Settanta. Il grande problema di quegli anni sembrava essere la crescita demografica planetaria. E l’unico modo per risolverlo, disse, sono i rapporti omosessuali. Un discorso estremamente contorto, appunto».

Anche la destra da tempo sta cercando di inserire Pasolini nel proprio pantheon.

«Pasolini è stato fascista, al di là di quanto lui stesso era disposto ad ammettere. Nel Poeta delle ceneri, poema autobiografico che verrà pubblicato solo dopo la sua morte, Pasolini si racconta e dice di essere diventato antifascista nel 1938 dopo aver letto una poesia di Rimbaud. Lui era del ’22, quindi andava al liceo. E allora perché nel ’42 ancora collaborava con “Il Setaccio” e “Architrave”, riviste letterarie più o meno di regime? E non solo con un ruolo di collaboratore esterno: era proprio un redattore, pagato in quanto tale. Ma per un ragazzino cresciuto nel ventennio, con un padre per giunta ufficiale di carriera, era normale. Allora sembrava che la guerra dovesse finire di lì a poco. Poi nel ’43 succedono altre cose».

Che cosa?

«Il suo amico del cuore viene dato per disperso in Russia, il padre è catturato dagli inglesi in Africa: sono cose che mettono in discussione il suo modo di pensare. Ma in quella fase lì, chi è senza peccato scagli la prima pietra. E non parlo di gente che nel 1942 aveva vent’anni: penso a Malaparte, Bilenchi, Ungaretti, tutti profondamente fascisti e sansepolcristi e poi altrettanto fieri a scrivere su “L’Unità”».

Il tema pasoliniano di critica al capitalismo da un punto di vista sociale e antropologico è l’aspetto oggi forse più popolare, quello che più ce lo fa apparire come un “santino” buono per ogni occasione.

«Paradossalmente verrebbe da accostarlo a una destra radicale, più che all’attuale destra di governo: quella più radicalmente ambientalista. Ma la grande critica che veniva mossa a Pasolini dai Sanguineti e dai Fortini era quella di non capire nulla della fabbrica e di come si evolvesse la società in quegli anni. E Fortini, che assieme a Pasolini aveva fatto tante cose, disse una volta che Pasolini sa fare tante cose, tranne una: starsene ogni tanto un po’ zitto. Pasolini parla di sviluppo senza progresso. E la critica che gli muovevano era di essere legato a un’idea di Arcadia contadina».

Pasolini in effetti non ebbe nulla a che fare con il pensiero operaista: parlava anzi di omologazione del proletariato al consumismo.

«Ma è anche un pensiero che porta a una industrializzazione stile Porto Marghera, quindi a un impatto con l’ambiente e il territorio devastante. L’idea di sviluppo e progresso che avevano Sanguineti e Fortini era quella di una possibilità di espansione senza limiti. E all’interno di questo schema si doveva cercare di spostare il baricentro del Paese a sinistra. Ma non tenevano conto di una questione che Pasolini aveva percepito: i limiti dello sviluppo».

Quelli denunciati dal Club di Roma.

«Se ne parlava. Dal mio punto di vista, il pensiero ambientalista di Pasolini vi si lega molto. E non è né di destra né di sinistra: è semplice buonsenso».

Oggi Pasolini può sembrare un marziano. Come andrebbe letto e conosciuto, in tutti i suoi aspetti, da parte di un giovane che poco sa degli anni Settanta e del tempo in cui Pasolini si esprimeva?

«Io partirei dai saggi, quindi dagli Scritti corsari o da Descrizioni di descrizioni. Ma il lascito di Pasolini è nel cinema, nella letteratura, persino nella musica: Pasolini ha scritto anche canzoni. Abbiamo tanti Pasolini, ed è un po’ il gioco di immagini che sta nella copertina di Pasolini giornalista, con tanti colori. Si ha a che fare con una figura che è più attuale oggi di quanto lo fosse nel suo tempo».

E Petrolio, il suo libro incompiuto e postumo?

«Sarebbe stato un grande libro politico. Pasolini parla di mutazione antropologica legata al modo di produrre, delineando un’imprenditoria responsabile di tutti i guasti, senza però riuscire a dargli un volto. A un certo punto però, nell’estate del 1974, riesce a dare a tutto questo il volto di Eugenio Cefis. Lo fa pubblicamente il 6 settembre 1974 in un intervento alla Festa dell’Unità a Milano, che poi verrà pubblicato da “Rinascita” con il titolo Genocidio, in cui parla del discorso di Cefis all’Accademia militare di Modena sulle multinazionali. E poi c’è un terzo elemento di cui finora mai si è parlato».

I primi due sono il testo del discorso di Cefis all’Accademia di Modena, che Pasolini riceve da Elvio Facchinelli, e i mattinali dei servizi segreti che Cefis pare ricevesse illegittimamente, pubblicati dall’Espresso. E il terzo?

«Marco Pannella. Si tratta dell’unica intervista che Pasolini fa a qualcuno per un giornale: è sfuggita un po’ a tutti ma uscì per “Il Mondo”, a metà luglio proprio del 1974. E Pannella a un certo punto gli parla di Cefis. Quindi siamo in settimane in cui di Cefis gli parla Elvio Facchinelli, di Cefis scrive L’Espresso, di Cefis gli parla anche Pannella. Nel mio libro vi sono alcuni testi di Pasolini non inediti ma del tutto sconosciuti: uno è appunto questa sua intervista a Pannella» .

Pasolini giornalista: più opinionista o più giornalista d’inchiesta?

«Sapeva utilizzare fonti “basse” e fonti “alte”, orali e scritte, aperte e riservate, documenti e dossier di cui ha fatto largo uso nei suoi articoli e in romanzi come Petrolio. In Pasolini giornalista pubblico per la prima volta l’elenco completo di tutti i suoi articoli: finora non esisteva, è incredibile. E scrivo della sua collaborazione con “Reporter” tra il 1959 e il 1960, una rivista di destra finanziata da Arturo Michelini, allora segretario del Movimento sociale».

Pasolini «cottimista della pagina», lo definisce nel sottotitolo.

«Arriva a Roma squattrinato, raccatta qualsiasi collaborazione e le usa per avere accesso a giornali. Scrive anche sull’organo della Dc “Il Popolo”, allora diretto da Mario Melloni alias Fortebraccio, che poi passerà al Partito comunista. E poi tanti articoli su calcio, ciclismo, pugilato: perché lo sport era una passione della sua vita, seconda solo alla poesia».

*(“il T”, 2 novembre 2025)


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