
Dai fuochi capitali, dal patto tra preghiera e roccia, estasi e dolore, portàti alla volta di cielo e inferno alle mani, le mani del compianto, la bocca senza morte, non le lascio dice Maddalena, non vi lascio. Chiusa la conchiglia e la sua gemma, fine della terra. Trionfa l’antico in sola opera di vento e scarna pietra. Tutto morde questa luce e in poco strepito si perde che non sia nulla vuoto assenza, la donna di notte cura le ferite da una luce nera che lui riconsegna al martirio, perché questo è stato scritto.
Scandire, scandire bisogna o neanche mangiare, essere docili e pregare.
Che il cielo promesso è grigio per il bisogno del mondo e di ciascuno, o tu che mi hai sedotto e io lasciato sedurre, occhi di Lotto nel viso del Cristo compianto.
Il vulcano tuona non lontano, la pietra ha conservato nero il suo calore.
San Nilo, frusta di giubilo il tuo nido in lastre stoppini umido e preghiere, e cinghia non di corda ma di cuoio, perché più alta è la promessa.
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Doveva essere questa la luce del principio con pioggia a gloria di rovine e fiamme, mandorli e ciliegi da un gesto di silenzio indicare il vicolo, il giardino dove qualcosa si è impigliato e cammina nel tempo con un suono di brecciolina e odore di pini e eucalipti, polvere che sale da scarpette bianche guidate da mani grandi e forti fino al cancello della villa dove la strada si ferma e noi torniamo indietro.
Il viale baciato da chiarori sacri fissa la fontana del cominciamento annerita e di nuovo lucente per le alterne fortune umane, e la tregua a volte con le poche cose che sappiamo, in levare sempre e da un invisibile orlo celeste.
Tu già cucivi le rotte dei fuochi a un passo da altre glorie, tra uomini dèi e pacifici laghi.
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Quest’acqua creduta quieta, tra rocce sotterranee tenuta, custodita, quest’acqua dei cammini sbiaditi che aria purissima benediva e sole di aprile, chiusa nei carsici bauli, innocua, stante fregio tatuato nella pietra, nei toraci stretti, graffito dell’incanto arso dove tutto riposa in specchio di arcadia dormiente, riemersa da sacro speco piena più della luce e in gloria, in bramito d’autunno giunto fino alle Tre Fontane, alla primavera di San Nilo.
Ecco, non si raccolgano i palchi dei sovrani, i loro doveri non sono i vostri.
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E nero e luce, raggi nel mantice oro e zolfo di questa segreta alba di primavera atlantica, braccio di Cristo su spalla di madre, mani su mani di Maddalena, perdonato ogni male spalancata grazia, e questo fiume d’Appennino senza nome e quello che si muove dentro e moltiplica di sé nell’aria senso e odore così che non lo tiene parola e non la vuole. E tu lontano pieno d’ogni cosa eterna contate grazie sul palmo come monetine per l’ingresso nella luce merisiana, pioggia di barbare lance nel cuore di Teresa, nella pancia sacra e scura di Roma.