I giardini sul palmo e i canti, fiori venuti da rocce di vulcano, scure.
La pioggia si posa con chiarore dolce amaro, e tutto ciò che muove cadendo. Non porta sé stessa, è il mondo che si muove e gli trema attorno, e trema lo stelo d’edera, sonda esplora, lo troverà il luogo dove abbracciarsi tutta e continuare, come vuole l’unione di suola e tomaia.
È il tralcio più piccolo che trova approdo, dà altezza e rettitudine nell’opale di marzo e il mese dei primi, mondo e leggi cui nulla resta inesausto né trascurato.
Evaso reale, per quanto ricco sei lancio di trapezista.
Tu che doni arche per salpare, fragranze d’Oriente per fare di respiro i cinque oceani.
Le trovo sì, le tue fragranze, custode di Luce. Saliamo, saliremo per lo scrigno di profumi promesso per sempre, oltre le ortiche, la costruzione e la distruzione di torri.
Perché da sempre è, sei, prima del nome e dell’annuncio, prima della conoscenza, lago fermo e scuro dove riposa il mai detto. Occhio che tutto vedi.

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Ti porto dall’Angelo,
ha nuvole bianche il cielo, anche i fumi
di carbone sono fermi e fermo è il mondo.
Ti porto dall’Angelo come promesso,
ti porto i semi dell’intatta veglia, parola
convenuta, nel buio penetrale consegnata.

*

Incompiuta neve eterno altrove
gloria di legni e tradite vette,
carte forre storte mappe. Schiena
al nulla spinta in luogo del giardino.
Chiudi gli occhi: il giglio delle estati
è ancora lì sulle dune.
Il picchio del Nord, lontano lontano,
vòltati: è ancora vivo il suo richiamo.

*

In virtù di lamina e grazia
compiuti frutti ceduti all’oro degli autunni,
segreto che nel tempo duri e mai marcisca
in forma o stato che foglia muove.
Esatta legge il nome visto, conseguito.

*

I tuoi quattro gradi sotto zero
i miei dieci sopra. Né questo
vento del Nord ci avvicinerà
né un perfetto colpo di dadi.
Tu, resta oltre. Bussola di sabbia,
eternità, terrestre asse di marzapane.
La chiave dell’imperduto, eccola.
In cambio, la più pura pietra.

*

Dal freddo aspetto perle colorate
ciottoli bui dal piglio severo.
A Villalta, prima del panettiere
a un isolato da Zamboni il partigiano.
Le mani, la portata trasparente
di quei fiumi, fino all’orlo del mondo.
Accennate corse le rime che non tornano.

*

Ananas salvia carciofi
lista di giorni ancora completi.
Alto il taglio sopra il cielo
in cima alla lama il samurai
nudo equilibrio fedele alla pioggia.

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Dai fuochi capitali, dal patto tra preghiera e roccia, estasi e dolore, portàti alla volta di cielo e inferno alle mani, le mani del compianto, la bocca senza morte, non le lascio dice Maddalena, non vi lascio. Chiusa la conchiglia e la sua gemma, fine della terra. Trionfa l’antico in sola opera di vento e scarna pietra. Tutto morde questa luce e in poco strepito si perde che non sia nulla vuoto assenza, la donna di notte cura le ferite da una luce nera che lui riconsegna al martirio, perché questo è stato scritto.
Scandire, scandire bisogna o neanche mangiare, essere docili e pregare.
Che il cielo promesso è grigio per il bisogno del mondo e di ciascuno, o tu che mi hai sedotto e io lasciato sedurre, occhi di Lotto nel viso del Cristo compianto.
Il vulcano tuona non lontano, la pietra ha conservato nero il suo calore.
San Nilo, frusta di giubilo il tuo nido in lastre stoppini umido e preghiere, e cinghia non di corda ma di cuoio, perché più alta è la promessa.

***

Doveva essere questa la luce del principio con pioggia a gloria di rovine e fiamme, mandorli e ciliegi da un gesto di silenzio indicare il vicolo, il giardino dove qualcosa si è impigliato e cammina nel tempo con un suono di brecciolina e odore di pini e eucalipti, polvere che sale da scarpette bianche guidate da mani grandi e forti fino al cancello della villa dove la strada si ferma e noi torniamo indietro.
Il viale baciato da chiarori sacri fissa la fontana del cominciamento annerita e di nuovo lucente per le alterne fortune umane, e la tregua a volte con le poche cose che sappiamo, in levare sempre e da un invisibile orlo celeste.
Tu già cucivi le rotte dei fuochi a un passo da altre glorie, tra uomini dèi e pacifici laghi.

***

Quest’acqua creduta quieta, tra rocce sotterranee tenuta, custodita, quest’acqua dei cammini sbiaditi che aria purissima benediva e sole di aprile, chiusa nei carsici bauli, innocua, stante fregio tatuato nella pietra, nei toraci stretti, graffito dell’incanto arso dove tutto riposa in specchio di arcadia dormiente, riemersa da sacro speco piena più della luce e in gloria, in bramito d’autunno giunto fino alle Tre Fontane, alla primavera di San Nilo.
Ecco, non si raccolgano i palchi dei sovrani, i loro doveri non sono i vostri.

***

E nero e luce, raggi nel mantice oro e zolfo di questa segreta alba di primavera atlantica, braccio di Cristo su spalla di madre, mani su mani di Maddalena, perdonato ogni male spalancata grazia, e questo fiume d’Appennino senza nome e quello che si muove dentro e moltiplica di sé nell’aria senso e odore così che non lo tiene parola e non la vuole. E tu lontano pieno d’ogni cosa eterna contate grazie sul palmo come monetine per l’ingresso nella luce merisiana, pioggia di barbare lance nel cuore di Teresa, nella pancia sacra e scura di Roma.

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Un capannone bianco e rosso immagina un altro punto cardinale, lui mangiato da foglie di fico ruggine ragni fazzoletti. Implode la parola, darla è pentimento.
Il pensiero vuole ritrovare cosa, voce, promessa, verbo, intanto solo colpa tonfo abisso nemmeno detta sbirciata filosofeggiata. Vuota fiacca, pentita sempre. Quanto durano le vacche magre e se fanno ancora latte. Nessuno sa il vero di nessuno sola verità congetture feroci fuor di fratellanza dickat imperiali. Non un problema mio, i puntini del lumbard, tutto il mondo li ha seguiti. Quello non sono io tu non sei me. Quanto durano le vacche magre e se fanno ancora latte. Viola e bianco di orchidea libro sui tabù che vietano sapere, bacche rosse da natale a ferragosto l’edera si è fatta casa. Beata.
Tutto lo sbraitare fin qui, diritti bombe rivoluzioni carbone penicillina arrivati senza voce scampo scalpo, appena un gioco di parole che nessuno legge un artiglio del gatto sul ginocchio unico umano unico che dorme il sonno dei giusti unico sazio unico senso. Pentimento e parola. Dire potevo tacere, il tenore. Ma pure questo passerà.
Si respira meglio nell’acqua che fuori.
Quanto durano le vacche magre e se faranno latte.
La finestra è aperta, lui sgranchisce zampe e artigli.
Quando sarà sigillata le rondini avranno cominciato il viaggio, qualcuno sarà triste intonerà una vecchia canzone di marinaio poi dirà o si farà dire: basta malinconia e deciderà di sopravvivere o forse no. E non canterà perché quel canto dà tristezza e gli altri non la vogliono.
La lingua del vecchio saggio, del capo tribù, del villaggio. I cerchi attorno al fuoco preghiere danze. Sentenze oracoli profezie. L’ultimo fuoco prima dello sterminio. Fino all’ultimo giorno non tardo di menzogne e morte.
In limine è una bestia strana come la spianata di silenzio dopo la festa, dopo le vacche grasse. I tordi continuano ombrosi a cercare sottobosco bacche e frescura.
Il tempo che venga il tempo, il tempo di dire guarda, la magnolia è fiorita.

***

Aria bianca di magnolia nel quartiere popolare, a ogni passo un dono, mano nei capelli al crescere di Diana, pedone che ringrazia, senso di giustizia dell’adolescente, l’invisibile manifesto, abbraccio che tutto tiene, nessuna perdita interrompe né abbandono allontana, dissolta frontiera di lingua e spazio, buona volontà, nulla lasciare nulla tenere, modi di ragnatela tra pale di fichi d’India, ostinata verticalità di albero e fiore, principio celeste del respiro. Camionisti suonano il clacson senza apparente motivo sulla via delle rotatorie dove abbiamo fatto pace con le antenne e guerra al resto.
Coperta bianca di nostro secolo tremendo e santo, anonime mani che fanno la storia, respiro di tenda tra cementine mare agrumi. Mai inosservata morte del riccio e della volpe, odori di avena e latte, fiori di arancio e di cotone, neve.
Mai inosservati guerrieri, angeli, i senza riparo. Ripartiamo per il dove mai lasciato.

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A volte la vita si stringe in un atto
perfetto come un nodo alla cravatta,
un pezzo di pane, un abbraccio,
un sorriso leggero, senza peso
come gli occhi del bambino
rivedendo la palla perduta
portata da un’alacre ragazzina
che forse sa il peso dell’assenza.
Si torna poi all’usuale consistenza,
corpi condannati a dense ombre.

***

Questo il grigio che alle sei faceva
d’oro il tuo balcone come incensiere
di moschee o sospese lanterne,
i rettangoli sacri delle nostre case
meneghine, il balcone di cemento
sul viale per i miracoli più belli,
i soli in cui credevi. E resistono
nel deserto li vedo li visito oltre
le persiane serrate continuano,
senza voce senza fumo senza versi
senza attenzione. È come già sapevi,
unica fedeltà fiori cose sconosciuti,
razze senza primogenitura.

***

Dal freddo aspetto perle colorate
ciottoli blu dal piglio severo:
A Villalta, prima del panettiere
a un isolato da Zamboni il partigiano.
Le mani, la portata trasparente
di quei fiumi fino all’orlo del mondo.
Accennate corse le rime che non tornano.

***

Quanto avete spremuto per cavare
il vostro vero da un ufficio grigio
da parole secche, date, fascicoli
codice fiscale. Il luogo di nascita
ripetuto più volte, da lì quel suono
di impermeabili su gentili autunni
pareva esotico.
È tutta letteratura avresti detto,
dal tuo vero senza radiazione,
vero austero di sole rose e sole.

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Eterna cacciata

                      a Romano Sambati

Per il canto senza suono
San Giovanni ritrovato
non pero o pioppo
alberità piuttosto
occhi di Masaccio, boschi
un suppedaneo un ritornello
salvezza indaffarata il dolore
di questa eterna cacciata.

***

Il latte che ti sgorga dint’e vene
in faccia all’eterno immortalato
bianco crocefisso immacolato
spuma prima del creato
aurora senza nome, cratere
rincorrersi di fiori angeli
stagione orfana accecata
nevaiola muschio miserere
alba senza tempo luna magra
rose senza stelo della sposa
del fanciullo della casa
poi scirocco fantasmi stinchi
accavallati senza volontà,
materia, intento all’opre
dell’eterna glaciazione.

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Terrarium

Avanti, cose fragili inutili
lombrichi funghi talpe
operose gallerie sotterranee,
fate sorella anche morte
compagni di Dio piccolissimi.
Nelle pareti trasparenti
selaginella, asplenium nidus,
edera e muschio, sperato convivio.
Precoce fioritura del pesco
volpe eterna sul ciglio della via
eterni gatti ricci vive gazze
sul dorso di pecore bianchi volatili,
vecchietta all’ingresso del paese
scarpe di feltro, santi in dono.
Avanti, cantico più che mai vivo,
cose fragili verdi inutili.
Avanti Piero, Masaccio, Beato,
immutato fisso mutamento.
Avanti silenzio.

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Diamante che eri vanto del creato
tua assenza fa sacro il mondo
linfa grezza sangue d’animale
villaggi vegetali figlio senza qualità
calamo senza inchiostro senza patria
fiato in vece pietre occhi di bestia
miserere, miserere stelle, compiuto
oltraggio. Cala ritorna fai silenzio,
uggia nelle stanze fioche, polveri
di pergamo, libri d’ore breviari salteri
pigmenti, solfato di mercurio ceselli
fiamminghi, remiganti d’oca e cigno
cinereo odore sabbie incandescenti.
Diamante che eri, vanto del creato
su una cattedrale di parole soffiamo,
morte pietre agli occhi tuoi caini e spenti.

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Verde amore

Un giardino di sole foglie
verde di salvia petrolio acqua
muschio trifoglio pino
sotto un tetto di chiome chiuse
e un canto che diventa foglie
le muove le soffia le tiene.
Chi ama quel canto di statua
nel giardino senza morte, lo dice.
Nessuno ascolta. Il vero capovolto
nemico all’invisibile che ci tiene,
con amore, muto.

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Promessa

Il melograno ha toccato il rosso
ed è per sempre, mentre fili ciechi
muovono umani e l’ala verde
è custode di fiati volti al cielo.
Può tornare buono il respiro
il pensiero riprendere le altezze.
Così gennaio consegna una promessa
aprirsi di legni e tane, albeggiare di nidi
patto di semi e dardi su futuri eterni.
Per questo vento sia tutto perfetto
sia tutto come è stato.
E costruisce disegna, divina:
è questo il tempo, giochiamo
questo il segreto, andiamo.

 

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