Archivi categoria: memoria

Lucio Zinna (1938-2024)

Migrazioni

Poter migrare
come gru
come cicogne

un balzo
verso l’alto
da un tetto
di tegole rosse
un primo
battito d’ali

e via
in direzione
dell’altrove

fra nuvole e terra
sostando
su un camino
o una torretta
e poi avanti

lontano

portandosi appresso
tutto
vale a dire

se stessi.

(Lucio Zinna, Poesie a mezz’aria, Como, LietoColle. 2009)

(Un ricordo di Antonino Contiliano, qui)

***

Ferruccio Masini

Stefano Lanuzza

Era il 10 febbraio del 1990 quando Margherita, moglie di Ferruccio Masini, rispondeva così alla giornalista di “la Repubblica” Mara Amorevoli: “[Ferruccio,] transfuga da una Firenze difficile da amare, quando vi tornò [dopo studi in Germania e l’insegnamento a Potenza, Arezzo, Parma e Siena] scoprì che non era più tanto legato a questa città”.

Sempre su “Repubblica”, il filosofo di formazione fiorentina Giacomo Marramao ricorda Masini in questi termini: “Il mio legame con Ferruccio era tra due fiorentini particolari, dell’altra Firenze, che amavano autori non amati dalla cultura ufficiale […]. Con Giorgio Colli e Mazzino Montinari egli era il polo eccentrico, [a completare] l’imprescindibile triade nietzschiana della cultura italiana ed europea”. (…)

(Leggi l’intero articolo su Retroguardia.)

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Di cosa parla il silenzio?

Nevio Gambula

La notizia della decisione della poetessa Anne Boyer mi ha fornito l’occasione per scrivere alcune note, quelle che seguono. Trovo interessante l’idea di «rifiuto attivo» espressa dalla Boyer, ossia di non partecipare alla narrazione dominante che “igienizza” il linguaggio sino a rendere accettabile il massacro di Gaza. Dal momento che stiamo assistendo a una carneficina, bisogna contrastare il linguaggio che la tollera o la sollecita con un’azione netta di distacco: «Non posso scrivere di poesia» – afferma la poetessa americana – «tra i toni ‘ragionevoli’ di coloro che vogliono acclimatarci a questa sofferenza irragionevole».

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Omnia et verba pereant

Michele Sovente

(da Per specula aenigmatis, 1990)

… at ego in summo monte ego maneo
cum tinnientibus umbris, cum evanescentibus
siderum laminibus fabulaturus: vidistisne
feretrum cerulum meum? Nonne ventus illud
dirupit et per fluctus fluctuantes disperdidit?
Audivistisne boatum? Et cepistisne hiatum?
At ego vestigia picturus deorum. At ego dearum
vestigia picturus algoris oras ignisque extremum
percurro. Extrema antiquorum verba percurro.
Memini et memini mihi aedes aeneas sedulum fabrum
finxisse. Memini et memini in aetheriis papyris
fabulas vates pinxisse. De Historia deiectus
Historiam deicio. Nec errabundum equitem voco
me ad statuas statuentes laturum. Nonne mei fatum
est in littera obscura? Hanc solum inquiro
et exquiro. Omnia et verba pereant. Et cetera.

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Shalechet

Giuseppe Zuccarino

L’edificio realizzato da Daniel Libeskind per il Museo Ebraico di Berlino è ammirevole non solo per l’originalità della sua struttura esterna (stretto e lungo, si sviluppa a zigzag e sulle facciate, al posto delle tradizionali finestre, presenta sottili aperture rettilinee disposte in obliquo), ma anche per l’allestimento interno. Esso prevede tre lunghi corridoi. Il primo, l’asse dell’Olocausto, conduce a una torre vuota e buia, alta ventiquattro metri: chi entra in questo luogo angusto avverte un senso di freddo e di oppressione, dovuto alla mancanza di appigli visivi sulla pareti lisce. Il secondo asse è quello dell’Esilio, che porta a un «giardino» quadrato, il cui pavimento, essendo non piano ma inclinato, costringe a procedere con cautela. Lì si ergono numerose e alte stele, sulla cui cima sono stati piantati degli olivagni; dal basso, però, gli alberi si intravedono appena, quasi appartenessero a una Terra Promessa destinata a rimanere irraggiungibile. Il terzo asse è quello della Continuità, incentrato sull’idea della ritrovata convivenza fra ebrei e tedeschi. Che questo esito sia però non scontato lo suggerisce un altro spazio del museo, il più inquietante di tutti. Chi lo percorre si trova a calpestare rumorosamente spesse e tonde formelle d’acciaio che raffigurano facce stilizzate. È come se anche lui fosse chiamato a sentirsi, almeno in parte, responsabile della violenza inflitta alle vittime della Shoah. Non vi è dunque vera riconciliazione senza la memoria delle morti ingiuste.

Tratto da Intermittenze (2017-2022),
a breve in “Quaderni delle Officine”,
volume CXXVII, luglio 2023.

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Un lucido occhio di terra

In memoria di Mirko Servetti
(1953-2023)

Le luci ancora sulla carne
negheranno il mondo
ieri come oggi
e privi di vista
non calpesteremo altre strade che queste
nell’ora d’aria, ancora
dispersi come il mito dell’acqua
e le rovine che la contengono.
E’ tardi per scoprire
e visitare la soffitta della torre
il fuoco avanza
e il senso del tatto non ci assolve:
ci vorrà molto tempo
per riavere una visuale così nitida

*