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Shalechet

Giuseppe Zuccarino

L’edificio realizzato da Daniel Libeskind per il Museo Ebraico di Berlino è ammirevole non solo per l’originalità della sua struttura esterna (stretto e lungo, si sviluppa a zigzag e sulle facciate, al posto delle tradizionali finestre, presenta sottili aperture rettilinee disposte in obliquo), ma anche per l’allestimento interno. Esso prevede tre lunghi corridoi. Il primo, l’asse dell’Olocausto, conduce a una torre vuota e buia, alta ventiquattro metri: chi entra in questo luogo angusto avverte un senso di freddo e di oppressione, dovuto alla mancanza di appigli visivi sulla pareti lisce. Il secondo asse è quello dell’Esilio, che porta a un «giardino» quadrato, il cui pavimento, essendo non piano ma inclinato, costringe a procedere con cautela. Lì si ergono numerose e alte stele, sulla cui cima sono stati piantati degli olivagni; dal basso, però, gli alberi si intravedono appena, quasi appartenessero a una Terra Promessa destinata a rimanere irraggiungibile. Il terzo asse è quello della Continuità, incentrato sull’idea della ritrovata convivenza fra ebrei e tedeschi. Che questo esito sia però non scontato lo suggerisce un altro spazio del museo, il più inquietante di tutti. Chi lo percorre si trova a calpestare rumorosamente spesse e tonde formelle d’acciaio che raffigurano facce stilizzate. È come se anche lui fosse chiamato a sentirsi, almeno in parte, responsabile della violenza inflitta alle vittime della Shoah. Non vi è dunque vera riconciliazione senza la memoria delle morti ingiuste.

Tratto da Intermittenze (2017-2022),
a breve in “Quaderni delle Officine”,
volume CXXVII, luglio 2023.

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Un angelo come candelabro

Giuseppe Zuccarino

Nel 1921, Paul Klee esegue un disegno a penna dal titolo Un Angelo come candelabro. Il foglio, purtroppo, è andato perduto, dunque risulta difficile immaginare con precisione cosa raffigurasse. Ma, per strano che possa sembrare, esiste un racconto di Kafka che verte sullo stesso tema. Lo si trova in una pagina diaristica, datata 25 giugno 1914, e – considerando che i Diari kafkiani sono apparsi postumi solo nel 1950 – Klee non ha avuto la possibilità di leggerlo. Il personaggio narrante spiega di aver visto il soffitto della propria camera spaccarsi gradualmente, fino a lasciar passare «un angelo vestito di panni d’un viola azzurro, cinto di cordoni d’oro, con grandi ali bianche dal fulgore di seta, la spada vibrata orizzontalmente nella mano sollevata». Questa apparizione lo entusiasma, poiché spera che l’angelo sia latore di un messaggio per lui. Tuttavia si verifica subito un cambiamento: «L’angelo c’era bensì ancora e si librava parecchio di sotto al soffitto che si era richiuso, ma non era più un angelo vivo, bensì solamente una polena di legno dipinto, come si vedono appese al soffitto delle osterie dei marinai. Nient’altro. L’impugnatura della spada serviva da candeliere e doveva accogliere il sego liquefatto». Invece di cedere alla delusione, il personaggio si mostra capace di adeguarsi: «Montai su una sedia, infilai la candela nell’elsa della spada, la accesi e rimasi poi seduto fino a tarda notte sotto il lieve bagliore dell’angelo».

Tratto da Intermittenze (2017-2022),
a breve in “Quaderni delle Officine”,
volume CXXVII, luglio 2023.

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Fragmenta

(da: Grafemi)

Ciò a cui tende il frammento è a fissare ogni volta qualcosa di fuggevole, che si mostra solo quando è sul punto di svanire: questo tipo di scrittura, dunque, è strettamente legata ad una apparizione momentanea, ovvero ad una sparizione imminente (Caproni univa i due concetti in un solo vocabolo, quando parlava di «asparizioni»).

Capita a volte al critico di ammirare dall’esterno l’opera di un autore, al modo in cui apprezzerebbe un edificio bello ma privo di porte. Poi, però, continuando l’esplorazione, delle aperture si rivelano di colpo nei muri, per lo stupore di chi era già passato una prima volta di fronte ad esse senza notarle. La sorpresa e il piacere aumentano quando ci si accorge che le porte non immettono in un unico ambiente, ma che ognuna dà accesso ad una stanza diversa. Solo allora il visitatore comprende quanto poco avrebbe potuto conoscere dell’effettiva bellezza dell’edificio se si fosse limitato a osservarne, come pure gli era parso di dover fare, l’aspetto esteriore.

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