La Biblioteca di RebStein
XCVI. Dicembre 2024

Dieter Schlesak
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Poesia, malattia pericolosa
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La Biblioteca di RebStein
XCVI. Dicembre 2024

Dieter Schlesak
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Poesia, malattia pericolosa
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La Biblioteca di RebStein
XCIV. Dicembre 2024

Giuseppe Zuccarino
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Da un’arte all’altra
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La Biblioteca di RebStein
XCIII. Dicembre 2024

Marco Ercolani
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Vertigine e misura
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La Biblioteca di RebStein
XC. Settembre 2024

AA. VV.
(a cura di Giuseppe Zuccarino)
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Immagini durevoli, immagini fuggevoli.
Un seminario su Georges Didi-Huberman
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Giuseppe Zuccarino
La carne dell’immagine
1. L’ammirevole racconto di Balzac Le chef-d’œuvre inconnu ha avuto una gestazione complessa, essendo passato attraverso tre diverse stesure. Appare una prima volta nella rivista «L’Artiste» nel 1831; la seconda versione, con modifiche al testo, viene pubblicata lo stesso anno nella raccolta Romans et contes philosophiques, mentre la terza, molto ampliata, si legge in Études philosophiques nel 1837, come pure nell’omonima sezione della Comédie humaine nel 18451. Nel racconto agiscono sia personaggi storicamente esistiti – gli artisti François Porbus (si tratta del fiammingo Frans Pourbus il Giovane) e Nicolas Poussin –, sia personaggi di fantasia, come il pittore Frenhofer, cui spetta il ruolo di maggior rilievo.
Continua a leggere La carne dell’immagineQuaderni delle Officine
CXXXIII. Gennaio 2024
Elisabetta Brizio
"Amori ac silentio sacrum" di Adolfo De Bosis
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Elisabetta Brizio
LIBERTÀ – «Libertà» è una parola magniloquente e impegnativa: a che tende l’esortazione di De Bosis «operare, soffrire, amare, combattere» (si confronti d’Annunzio, nel vitalismo di Maia: «Volontà, Voluttà, / Orgoglio, Istinto»), a conclusione della Prefazione a Amori ac silentio? Qual è lo scopo reale di questa spinta ad agire in nome della libertà? Un falso scopo che scherma un’assenza di finalità e che si risolve come inizio e termine del discorso, o qualcosa di più, qualcosa di effettivo? È un po’ il limite dell’estetismo, del quale già Croce indicava la genericità degli assunti, riconducibili a un contegno, emotivo e intellettuale, verbalistico, intemperante, narcisistico. Una «fabbrica del vuoto», un movimento senza obiettivi – scevro com’era di reali o giustificabili motivazioni all’infuori di una smaniosa ed esaltata insofferenza, di un «dilettantismo di sensazioni» – e votato pertanto a perseguire null’altro che «una parvenza di scopo». L’estetismo non si concretizzava né in una reazione alle estenuazioni romantiche, giacché a liquidare certe forme epigoniche del romanticismo aveva già provveduto la restaurazione carducciana; né, in un Paese qual è il nostro, dalla salda e per certi aspetti retriva tradizione umanistica e classicistica, aveva molto senso (malgrado le pesantezze e la rigidità deterministiche e mimetiche, già lamentate da d’Annunzio a proposito di certo verismo) temere istanze positivistiche avverse alla purezza e all’autonomia del fatto artistico. (…)
Tratto da Lemmi simbolisti e progressivi in
“Amori ac silentio sacrum” di Adolfo De Bosis,
ora in “Quaderni delle Officine”,
vol. CXXXIII, gennaio 2024.
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Giuseppe Zuccarino
Essere Dianus, essere Oreste
1. Non di rado i libri di Georges Bataille presentano un carattere composito, mescolando vari stili e generi di scrittura, ma ciò accade in maniera particolarmente accentuata in un volume apparso nel 1962, L’impossible1. Esso infatti comprende parti narrative, poetiche e riflessive. Non si tratta di un’opera nuova, dato che la sua prima edizione era apparsa nel 1947, col titolo La haine de la poésie2. Allora, però, la disposizione dei testi era diversa da quella definitiva, in quanto la sezione L’Orestie precedeva Histoire de rats e Dianus, mentre nell’edizione del 1962 viene posta al termine. Può essere interessante ricordare che nel 1947 Bataille attribuiva a se stesso soltanto L’Orestie, mentre fingeva di essere l’editore e non l’autore delle altre due parti. Scriveva infatti nell’avvertenza iniziale: «Sulla pubblicazione, in uno stesso libro, di poesie e di una contestazione della poesia, del diario di un morto e degli appunti di un mio amico prelato, avrei difficoltà a fornire spiegazioni. Questo genere di capricci non è tuttavia senza esempio, e vorrei dire qui che, se devo giudicare in base alla mia esperienza, essi possono anche esprimere l’inevitabile»3.
Continua a leggere L’impossibileStefano Lanuzza
Era il 10 febbraio del 1990 quando Margherita, moglie di Ferruccio Masini, rispondeva così alla giornalista di “la Repubblica” Mara Amorevoli: “[Ferruccio,] transfuga da una Firenze difficile da amare, quando vi tornò [dopo studi in Germania e l’insegnamento a Potenza, Arezzo, Parma e Siena] scoprì che non era più tanto legato a questa città”.
Sempre su “Repubblica”, il filosofo di formazione fiorentina Giacomo Marramao ricorda Masini in questi termini: “Il mio legame con Ferruccio era tra due fiorentini particolari, dell’altra Firenze, che amavano autori non amati dalla cultura ufficiale […]. Con Giorgio Colli e Mazzino Montinari egli era il polo eccentrico, [a completare] l’imprescindibile triade nietzschiana della cultura italiana ed europea”. (…)
(Leggi l’intero articolo su Retroguardia.)
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