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da morti gli artisti hanno più possibilità di sopravvivere con il loro lavoro / lorenzo ciccarelli. 2026

da morti gli artisti hanno più possibilità di sopravvivere con il loro lavoro

(Lorenzo Ciccarelli)

link a saggi e materiali – dopo l’incontro alla libreria luce

23 feb. 2026

nell’incontro di sabato 21 a Napoli, per il quale ringrazio ancora l’invito e la generosità della Libreria Luce, e gli amici in dialogo Ciro Russo e Federica Iodice, ho citato due interventi, da cui ho tratto dei (temo tristemente esplicativi) elenchi di nomi. si tratta di questi due articoli/saggi del 2022:

“poesia per il pubblico”: generazioni e differenze (in poesia, scrittura, politica), a-k
(anche disponibile in pdf qui)
e
l’italia sommersa e la francia emersa: tre interrogativi e una constatazione
(in pdf qui)

sempre nella stessa occasione napoletana ho accennato a un’idea di postpoesia intesa non tanto come superamento o negazione della poesia, quanto (più ampiamente) come indifferenza sostanziale nei confronti delle segmentazioni/separazioni di genere. da tempo, chi fa un certo tipo di scrittura vede infatti il letterario come un flusso di materiali transgenerici, una iridescenza di testualità. non è casuale la moltiplicazione che il Novecento e questo primo quarto di XXI secolo hanno fatto dei nomi attribuiti e attribuibili alle opere stesse. in questo spero possa venire in soccorso questo post del 2021: https://slowforward.net/2021/06/23/nioques-frisbees-e-altre-deviazioni-differx-2021/

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alcuni link e materiali per leggere alessandro broggi

Alessandro Broggi

Noi _ https://ticedizioni.com/products/noi-broggi

Sì _ https://ticedizioni.com/products/si-alessandro-broggi

Idillio _ https://arcipelagoitaca.it/products/idillio-di-alessandro-broggi

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Prosa in prosa _ https://ticedizioni.com/products/prosa-in-prosa
(https://www.lelettere.it/libro/9788860873019)


[ non in ordine cronologico: ]

Testi di Alessandro Broggi

Un intervento di Alessandro Broggi

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Testi di Alessandro Broggi da NOI, sul “verri” n. 72, anno LXIV, feb. 2020, fascicolo “La poesia fa male”: https://slowforward.net/wp-content/uploads/2025/12/alessandro-broggi-nel-verri-n-72-a-lxiv-feb-2020-la-poesia-fa-male.pdf

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total living_ di alessandro broggi_ collana felix_ la camera verde_ 2007

 

 

 

“nelle quartine di Total living è attiva, come oggetto, come installazione, una superficie verbale che, lasciata allo zero assoluto della freddezza pubblicitaria, del vocabolario da rotocalco o soap opera, cade sì in frantumi — ma tirandosi dietro del tutto esplicitamente e strategicamente le retoriche da cui parte” [m.g.]

Total living, La camera verde, collana felix, Roma, 2007

 

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Avventure minime, Transeuropa, Massa, 2013copertina di 'avventure minime', di alessandro broggi, transeuropa 2013

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la scrittura per sé stessi come riflesso del discorso interiore. qualche esempio / lorenzo tomasin

tre tratti di un controsade

la borghesia coloniale di sade e sadici
https://marcogiovenale.me/2025/07/30/la-borghesia-coloniale-di-sade-sadici/

kkkolonialismo
https://marcogiovenale.me/2025/08/10/kkkolonialismo/

la contraddizione come confessione
https://marcogiovenale.me/2025/08/10/la-contraddizione-come-confessione/

nuovo post sul blog ‘esiste la ricerca’: silvia tripodi scrive sul “libro della memoria e del continuo”, di mario corticelli (+ estratti da quest’ultimo)

https://www.mtmteatro.it/silvia-tripodi-nota-sul-libro-della-natura-e-del-continuo-di-mario-corticelli-declic-2024/

notille da un social su “prima dell’oggetto” – reading a villa lais, 28 maggio 2025

grazie a déclic e a Villa Lais Legge per questa occasione di lettura.

è stato il battesimo dell’aria per il libro Prima dell’oggetto, bizzarro meccano entropico di prose 2004-2024 il cui assemblaggio devo al (come sempre generoso) ascolto e invito di Carlo Sperduti.

durante la one-man session di lettura mi sono prodotto in varie verbigerazioni critiche autocritiche, nelle quali ho fatto sfacciato ricorso alle parole “David” e “Lynch” unite insieme.
ho in definitiva cercato di spiegar(mi) perché l’anticlimax creato (soprattutto p. es. in Inland Empire) con certi modi di gestire un lentissimo movimento di macchina (tipo quando svoltando un angolo ci si rivela nientepopodimenoche un comodino, azzerando ogni horror) siano in qualche maniera legati per me a tre cose, nelle lettere che assemblo:

(1) l’inserimento nelle microprose di micromeccanismi di inceppamento o deviazione;
(2) la parallela defezione dello spettacolo in letteratura; e
(3) il non meno parallelo sgambetto che lo scrittore si autoimpone per schivare l’effetto e l’effato.

insomma un’altra strada stradina stradicciuola per non essere assertivi.

e poi: faccenda forse interessante è che questo libro è pure ahimé una complicata sfida che mi infliggo sul piano dell’esecuzione orale. non posso leggerlo come faccio con Oggettistica, salvo in qualche caso (brano).
è di fatto un aggeggio che si fa ‘scandire’ meno con la voce che con gli occhi. gli occhi, loro, percepiscono quello che i movimenti di macchina (cfr. sopra) implicano, non solo nella costruzione della visione testuale, ma anche nei dettagli e nanodettagli grammaticali e tipografici. le parentesi, gli incisi; e le ipotesi, i ritorni o echi tra pagina e pagina, …

ma il discorso qui si fa lungo e così i lettori scappano gettando grida. perciò pace, punto. qui il link al libro: https://www.declicedizioni.it/prodotto/prima-delloggetto/

diretta della puntata del ‘club del libro’ dedicata a “figurina enigmistica”, di mariangela guatteri

Massimiliano Manganelli e Antonio Francesco Perozzi, con Antonio Syxty, parlano di Figurina enigmistica, di Mariangela Guatteri (ikonaLíber, 2013), nel contesto del Club del libro, incontro periodico della Finestra di Antonio Syxty.

l’incontro su youtube: https://www.youtube.com/@MTMTeatroMilano/streams

l’incontro su facebook: https://www.facebook.com/lafinestradiantoniosyxty

per acquistare il libro: https://www.ikona.net/mariangela-guatteri-figurina-enigmistica/

dip 048

su fakebook e in giro leggo di tanto in tanto i materiali, le poesie stracringe che vengono recitate in questi giorni in un festival che si svolge in città. e mi domando quanta imbarazzante rumenta alfabetica il famoso “pubblico della poesia” sia infine in grado di reggere prima di esplodere o implodere. quanto disastro antropologico stia nelle penne di (ormai) tre forse quattro generazioni di bardi

dalla (ventura) ‘ahida’: due ritorni di interviste ad alberto grifi

● ahida – comparto «selfie da zemrude»: Due interviste ad Alberto Grifi

● Prima intervista di Carlo Silvestro ad Alberto Grifi, in «Re Nudo», gennaio-febbraio 1976

47 film con la stessa storia

Carlo Silvestro: Intanto sarà bene che tu ci metta su uno straccio di biografia, tipo: com’erano i film che hai fatto prima di realizzare con Gianfranco Baruchello «Verifica incerta»?

Alberto Grifi: Allora: fotografo, operatore, effetti speciali, pittore, regista di caroselli, sceneggiatore, fotografia agli aeroplani e tutti i mestieri che fanno gli schiavi dell’industria dello spettacolo. Poi, dopo i cortometraggi con Maulini per Zavattini, primo film che è andato in giro «Verifica incerta», realizzato con Baruchello, film che ha girato tutto il mondo per dieci anni e adesso è stato reinventato, non mi ricordo da chi… hanno inventato il film-collage… due o tre giorni fa…
Ah… scusa, tu sai tutto del film, ma molta gente no. Allora «Verifica incerta» era un rimontaggio di circa 47 vecchi film di Hollywood che in pratica avevano sempre la stessa storia, erano tutti uguali e perfettamente intercambiabili, c’era perfino un eroe ricorrente, tale Eddie Spanier che si trovava a lottare con i vichinghi, con gli etruschi, con i faraoni, con i ladri giapponesi, con i marines, con la claque del principe Filippo, con gli indiani, con tutti.
L’idea di Baruchello sul film era diversa dalla mia, lui ha scritto un bellissimo libro di ipotetiche lettere che i personaggi si scrivevano tra di loro, mano a mano che io cambiavo il montaggio. Una specie di epistolario impossibile, non so, per capirci, Toro Seduto che scrive ad Attila ecc. Invece dal mio punto di vista il film era una specie di autoterapia. Ero pieno di anfetamina a quei tempi e usavo questi pezzi di film come test reattivi per fare un certo tipo di trip sulla falsariga di quello che succedeva «realmente»; per esempio affidavo a una persona vera che conoscevo un certo personaggio del film cercando poi di inventare un montaggio che gli corresse appresso nelle sue avventure reali, per cui tutti gli amici erano magicamente manipolati in moviola. Poi il film è diventato un’avventura di stile e come terapia è fallito, anzi lo hanno preso per un film comico…

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pod al popolo, #052, “quant si poet”

Un’annotazioncina sul clima tanto poetico che si respira. Detox grazie a Pod al popolo. Il podcast irregolare, ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto.

forzare i limiti: i tensori extranarrativi

quella che segue, condivisa in rete da Gianluca Gigliozzi, mi sembra una lettura perfetta della ‘prassi Lynch’, che personalmente ritengo incarnabile/realizzabile (anzi: già ampiamente esemplata) dal piano letterario sperimentale al livello delle microstrutture, e di quel legante strutturale che chiamiamo sintassi.

L’intensità della figurazione che contraddistingue il cinema di Lynch ricade nell’intensità della cooperazione richiesta sul piano narrativo in modi assolutamente inscindibili. È su questo piano che si genera anche una feconda circolarità tra fascinazione spettatoriale e investimento analitico, chiamate qui a misurarsi non solo con l’attività interpretativa ma anche e soprattutto con l’intrinseca necessità dell’innesco di tale processo. A questo luogo originario si affidano anche la dimensione e il carattere del racconto di Strade perdute. La domanda «perché dovrebbe esservi una storia?» va cioè qui intesa in modo originario e profondo, pienamente filosofico. Se la comprensione del racconto si impone come uno dei nodi rilevanti per l’analisi e l’interpretazione dei film, i lavori di Paul Ricoeur hanno anche mostrato come vi sia una stretta relazione tra la configurazione degli eventi narrativi, le pratiche di figurazione del tempo, e la stessa esperienza vissuta del soggetto. Se il tempo si lascia comprendere (solo) assumendo una forma narrativa, la centralità del racconto si assume nella necessità dell’esperienza umana di «potersi narrare» al fine di acquisire un senso. Detto in altri termini, «la vita è certamente più simile all’Ulysses che ai Tre moschettieri, e tuttavia noi siamo più propensi a leggerla come se fosse un racconto di Dumas che non come se fosse un racconto di Joyce». Dunque è nel tentativo di interrogare e forzare i limiti di questa intrinseca necessità dell’esistenza che si inscrivono configurazioni narrative come quella di Strade perdute. Non si tratta di annullare il racconto in quanto tale, quanto di «far ritornare sull’istanza del racconto la complessità della prestazione immaginativa originaria». Ed è questa indubbiamente l’intensità che si percorre attraverso Strade perdute, come una forza che gira a vuoto e non riesce a indirizzarsi verso il proprio oggetto, ma si inabissa lungo una «strada perduta». Non vi è schema plausibile in grado di dar conto dello sdoppiarsi nello stesso di prologo ed epilogo, se non assumendo la prospettiva di uno scacco del tentativo di Fred di configurare narrativamente la propria esperienza estrema – il compimento dell’uxoricidio per gelosia. Sotto la spinta irresistibile della pulsione di morte che innesca la coazione a ripetere e spinge a ripercorrere sempre le stesse vie e a cercare lo stesso oggetto, il meccanismo narrativo che porta il soggetto a eliminare le tensioni e a generare un racconto viene così a trovarsi sotto scacco. Com’è noto il concetto di pulsione è uno tra i più difficili della psicoanalisi, una sorta di concetto-limite. In riferimento ai rapporti tra l’attività del raccontare e l’esperienza umana, potremmo parlare in questo caso di una sorta di pulsione narrativa (che rientrerebbe così tra quelle autoconservative) che qui fallisce nel suo tentativo di rimuovere o ordinare ciò che accaduto. Come nota Montani, «il racconto – che pur si produce – fallisce infatti nel suo obiettivo più prezioso, vale a dire quello di concludersi». Ma qui si crea anche uno stretto legame tra il desiderio di «redenzione narrativa» di Fred e quello di comprensione dell’ordine degli eventi proprio dello spettatore. Infatti secondo una tradizione narratologica, il finale di un testo narrativo non si fa soltanto carico di verificare l’ultima previsione compiuta dal lettore, ma «anche certe sue anticipazioni più remote, e in generale pronuncia una implicita valutazione sulle capacità previsionali manifestate dal lettore nel corso dell’intera lettura». La paradossale coincidenza tra emittente e ricevente del messaggio «Dick Laurent è morto» va dunque intesa come un enunciato metaforico sulla neutralizzazione del tentativo narrativo/autoconservativo di Fred, nonché sulla comprensibile «attesa di chiusura» da parte dello spettatore.


Andrea Minuz, Strade perdute, in: Paolo Bertetto, David Lynch, Marsilio 2008