Archivi categoria: musica

Un fondo di risonanze

(da: L’opera non perfetta)

Nell’atto creativo convivono tre stadi: l’enigma del nascondersi, la passione dello svelarsi e la bellezza dell’esserci. In quell’atto nulla è dato per vissuto prima e nulla è mai vissuto per la prima volta. L’artista si fa sismografo che capta non l’indeterminatezza del vuoto ma le vibrazioni emanate dal vuoto stesso. Se Novalis nota che «i rapporti fondamentali del vivente sono i rapporti musicali», Marius Schneider ricorda come «l’abisso primordiale è un fondo di risonanze», quasi a suggerire che ogni arte deve essere pronta a inseguire queste tracce acustiche, che si perdono nella memoria arcaica della mente umana. La mente non è uno spazio statico occupato da facoltà concettuali superiori o ideologie funzionali a qualche potere ma campo attraversato da vibrazioni che sono pensieri o immagini, spesso immagini di pensieri. E il concetto di tono – in senso propriamente musicale l’intonazione con cui una certa melodia viene espressa in quella forma precisa – è in relazione profonda con questa simbolica della mente. Novalis chiamava il tono Luftseele, cioè «anima d’aria», vibrazione. (…)

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Béla Bartók

(da: “La Foce e la Sorgente“, Quaderni, V)

A proposito della musica di Béla Bartók è possibile che l’approfondimento filosofico abbia ancora molto da sondare. Se Igor Stravinskij, nella seconda delle sei lezioni tenute ad Harvard tra il 1939 e il 1940 che comporranno il suo Poétique musicale (1945), ha posto le basi per una fenomenologia dei rapporti tra suono e tempo, esplicitando così i presupposti estetici e ontologici della sua poetica, e se Schönberg, attraverso una serrata dialettica creativa, ha spinto oltre ogni limite le tensioni strutturali ed espressive della tradizione musicale tedesca da Bach a Wagner e Brahms (anche per meglio conservarle, come ha osservato Hanns Eisler), Béla Bartók è arrivato a formulare una dimensione del tempo musicale in cui evenemenzialità del suono e forma dinamica della composizione convergono con naturale energia. Teso, per Adorno e Leibowitz, verso una sorta di compromesso tra le due tendenze più evidenti della musica moderna – la ‘progressista’ di Schönberg e la ‘reazionaria’ di Stravinskij (secondo la loro prospettiva) – e anche in alcuni lavori più capace di Stravinskij per “densità e pienezza”, ma meno ideologicamente emblematico, Bartók sembra vivere, per Boris de Schloezer e Gianandrea Gavazzeni, un’esperienza creativa meno univoca, ma per molti versi più vitale. (…)

(Francesco Denini, Bartók: il tempo come natura naturans)

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Ascoltare Mozart

(da: “La Foce e la Sorgente“, Quaderni, VII)

Ecco perché l’artista non deve diventare narratore di storie. In pittura, l’aneddoto non dovrebbe esistere. Un quadro, un soggetto, si impongono, solo l’artista ne conosce tutte le profondità, tutte le vertigini. Non succede nulla in un quadro, esso è e basta, è per definizione o non è. Baudelaire affermava che una poesia c’è prima di esserci, altrimenti corrisponderebbe a qualcosa di narrativo voluto dall’artista, di modificato. Un quadro, una poesia sfuggono a queste contingenze, c’è una libertà terribile in essi, una violenza selvaggia che non chiede nulla. In questo senso, l’artista è soltanto l’anello di una catena che è cominciata molto lontano nel tempo, a Lascaux per esempio, e certamente molto prima di Lascaux. Non c’è superiorità di Chardin rispetto a Lascaux, non c’è gerarchia. Tutte queste staffette creatrici appartengono allo stesso canto, quello del mondo, del fondo millenario del mondo di cui non so nulla ma che mi invia qualche messaggio, qualche bagliore. E l’artista vuole incessantemente ritrovare il fuoco che ne è all’origine., il  focolare che produce le scintille. Mozart lo sa, trae i movimenti così fluidi della musica da quel fondo misterioso, ha il merito di averli riportati alla luce, alla nostra luce. Ecco perché ascolto Mozart così religiosamente, con un diletto e un giubilo quasi sacri. Ascoltare Mozart come si prega, perché il suo canto ha saputo captare le vibrazioni segrete del mondo. In pittura la stessa grazia deve permeare l’artista. La stessa ricerca di armonia. Il paesaggio, i  bambini, che talvolta conoscono questo stato miracoloso, sono la mia materia: il modellato quasi polveroso di una guancia di bimbo o l’asprezza gessosa di una mela cotogna caduta dall’albero alle prime gelate. Ricordarsi delle analogie, delle corrispondenze enunciate da Baudelaire: «Il est des parfums, frais comme des chairs d’enfants. / Doux comme les hautbois, verts comme les prairies».

(Balthus, Memorie, traduzione di Fabrizio Ascari)

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Rimbalzi/Rebonds (2)

Yves Bergeret

R I M B A L Z I
Vita e metamorfosi di otto poemi di montagna

REBONDS,
Vie et métamorphose de huit
poèmes de montagne.

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

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Rimbalzi/Rebonds (1)

Yves Bergeret

R I M B A L Z I
Vita e metamorfosi di otto poemi di montagna

REBONDS,
Vie et métamorphose de huit
poèmes de montagne.

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

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Mal di terra

Claudio Sanfilippo

PRIMA
Nota dell’autore a ‘Mal di terra’

Non so esattamente cosa mi accade quando scrivo poesie e non lo so nemmeno per le canzoni, nonostante ne abbia composte molte. So che in entrambi i casi, quando l’ascolto si trasforma in ispirazione, avverto qualcosa che somiglia a ciò che ritengo sia vero, ma non è niente di più che un generico “sentire”, un avviso più sensoriale che razionale.
Un po’ come quando appena sveglio sei certo di aver sognato, ma percepisci solo il sapore interrotto di qualche frammento sbiadito, in lontananza.
Nasce tutto da lì, da uno spazio indefinibile in cui ti riconosci e che ti chiama a dire, un porto franco dalle coordinate vaghe e imminenti.

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Bitches brew


(Cliccando sull’immagine si può ascoltare “Sanctuary”)

Mezzo secolo fa Miles Davis pubblicava Bitches brew, un’opera collettiva, senza tempo, che spazzava via per sempre i confini e le barriere tra i generi musicali. Il messaggio era chiaro allora e lo è ancora di più oggi, non solo per quello che riguarda la musica e l’arte in generale: le radici del futuro, dell’unico futuro ancora possibile, sono in Africa.

Aprirsi all’erranza: su “Non abbastanza per me” di Stefano Scodanibbio

È sempre promessa (puntualmente mantenuta) di un entusiasmante viaggio intellettuale prendere in mano uno di quei volumi bianchi sul cui dorso, in basso, si riconosce l’umile figura di Robert Walser con il cappello in una mano e l’ombrello nell’altra: proviene da una fotografia scattata durante una delle quotidiane Wanderungen dello scrittore di Bienne ed è una sorta di presenza tutelare, comunque di promessa, come dicevo, e d’impegno intellettuale che la Casa editrice Quodlibet di Macerata si è assunta nei confronti dei propri lettori; il volume di cui desidero scrivere qui s’intitola Non abbastanza per me (scritti e taccuini) di Stefano Scodanibbio e regala gioia e il gusto della scoperta a chiunque, con atteggiamento appunto walseriano, desideri attraversare paesaggi di pensiero e di scrittura non scontati, non banali, non dozzinali.

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Nell’esilio / “Fin de partie” di György Kurtág

Il 15 novembre 2018 viene rappresentata al Teatro alla Scala in prima mondiale assoluta l’opera di György Kurtág Samuel Beckett: Fin de partie, scènes et monologues, opéra en un acte – il pubblico presente in sala saluta la messinscena (e a piena ragione) come un capolavoro.
Ma qui non discuterò Fin de partie né dal punto di vista musicale, né da quello teatrale, ma celebrerò la fecondità creatrice e l’energia spirituale di György Kurtág, sottolineandone la luminosa presenza nella cultura e nell’arte contemporanee.

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Leggere, oggi

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Quaderni di Traduzioni (XXXIX)

Quaderni di Traduzioni
XXXIX. Marzo 2018

Yves Bergeret

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Bégayer/Balbettare (2018)
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