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Canto del guardare lontano
Giuliano Scabia
da Canti del guardare lontano
Torino, Einaudi, 2012
[…]
DICE L’ANNO NUOVO
Possiamo passare?
DICE IL CAVALLO
Siamo qui per aprirvi la strada.
DICE L’ANNO VECCHIO
Benché cieco, pieno di ferite, vecchio
io ho l’esperienza – e posso confortare.
DICE IL CAVALLO, CANTANDO
Chi è il conforto? Chi è l’andare?
O gente in attesa: lontano
arriva il guardare ma noi
sino alla fine dello sguardo
sapremo un giorno arrivare?
(Leggi l’intero testo qui)
Robert Lax, “So bird, so spirit…”
Qualche tempo fa su “Vengo dal mare” è stato pubblicato uno fra i più sentiti, vissuti, partecipati omaggi a un poeta, Robert Lax nella fattispecie. Le poche parole, giustamente essenziali, che accompagnano le poesie rivelano lo stupore che questa eccezionale lettrice, Marina, ha saputo concentrare nella parola “vastità”. La ringrazio per “come” ha letto, come ha “raccolto” e come, infine, ha “donato”. E’ da pochi. C’è bisogno di chi sa leggere, oltre di chi sgomita per farsi leggere.
the
earth
the
earth
in
all
its
seasons
in
all
its
seasons
in
all
its
seasons
the
earth
the
earth
the
earth
Fuga in lilla
Se tu vedessi quella che dorme senza te in un giardino in rovina nella memoria. Io, là, ubriaca di mille morti, parlo di me con me solo per sapere se è vero che sto sotto l’erba. I nomi non li so. A chi dirai che non sai? Ti desideri altra. L’altra che sei si desidera altra. Che cosa succede nel verde sentiero? Succede che non è verde e che non esiste il sentiero. E ora giochi a essere schiava per nascondere la tua corona, consegnata da chi? Chi ti ha unto? Chi ti ha consacrato? L’invisibile popolo della memoria più vecchia. Perduta per tua scelta, hai rinunciato al tuo regno per le ceneri. Chi ti fa dolorare ti ricorda antichi onori. Eppure piangi funestamente ed evochi la tua follia e vorresti perfino estrarla da te come se fosse una pietra, lei, il tuo solo privilegio.
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Immagini, suoni, visioni, parole qui.
Il circo del sole
[…]
In principio (in principio del tempo, a dir
poco) c’erano i compassi: roteando nel
vuoto i loro piedi tracciarono principi e fini,
principio e fine in una sola linea. La saggezza danzava
in circoli perché questi erano il suo regno: il sole
ruotava, i mondi vorticavano, le stagioni si susseguivano, e
le cose tutte seguivano il loro corso: ma in principio,
il principio e la fine erano uno.
E in principio era amore. Amore formava una sfera:
e in essa tutto cresceva; la sfera poi abbracciava
principi e fini, il principio e la fine. Amore
aveva un compasso la cui danza vorticosa tracciava una
sfera d’amore nel vuoto, dal centro della quale
scaturiva una sorgente.
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Traduzioni di Graziano Krätli e Renata Morresi.
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Qui altri testi e una nota critica di Giacomo Cerrai.
Questi fiori, questa lingua
Svanisci di giorno in giorno
ti trasformi in storie che si ripetono, ma
non si accrescono più.
Troneggiano rinsecchite come i pini sulla roccia.
Senti le grida di tua madre da qualche parte.
Sogni di tuo padre,
che viene ad abbracciarti,
e lo credi figlio di tuo padre, tuo fratello,
colui che si è congelato sulla neve,
al quale amputarono i piedi
e che in seguito fu trovato
per terra nel suo monolocale la canna della pistola in bocca
come un’affermazione confessatasi dentro di sé.
Al mattino prepari la pappa d’avena
condendola con un’occhiata burrosa.
È talmente tanto tempo che sei solo
che hai lasciato entrare i morti nelle tue stanze.
Si muovono mentre mangi, dormi, respiri
ormai deceduti e sempre qui.
(Traduzione di Antonio Parente
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