Mi balzò sull’osso frontale il musical del 2007 “Buccetti alla guerra di Troia”. Feci la sciolta. Intento a concretizzare le tecniche di combattimento giudoka del prode Odisseo sul castigatore di cuori solubili Mister Paride, calibrai male il tempo di riplano e franai il templare sinistro sul plexiglas. Al termine dello spettacolo anziché fiondarmi in day hospital “ancora non ero un ospitalfly” per accertamenti come saggiamente fece Papa Ratzinger quando era ancora precettore del santo uffizio, feci un giro in quel di Via Ascani. A bermi un caffè corretto al limone. Fitoterapia per il mal di testa. Che cazzata! Forse che i miei disturbi sono pronipoti di quella cascata? Chiesi il parere alla mia ex fiamma laureanda in medicamento. “Hai fatto i radiografici?” “Certo, cara, erano negativi.” “Tutti?” “Sì, tutti. E anche qualcuno in più, te lo posso garantire, tac, tic, toc, tuc, risonanza magnetica e encafelogramma, tutto lindo!” “Allora sei okay.” “Ma io non mi sento sano come il pesce manco per gioco, sono a pezzi.” “Se gli esami erano regolari, vuol dire che i malanni stanno nella tua testa, sei psicosemantico!” Riattaccai la cornetta. Pensandoci, la preferivo in verticale, quella mia ex fiamma… Psicosemantico, quanto mi sarebbe toccato risentirmi sto stornello da urbe nel padiglione auricolare. Uscivo, mettevo il naso fuori dal confine domestico e praticamente anche gli sconosciuti con un colpo d’occhio mi fermavano dicendomi “Lei, signore, è psicosemantico, ingolli le fiale.” Ancora brincavo qualche manuale ma niente più teatrume. Pagine medicinali, anatomia, fisiologia, endocrinologia, istologia e altri ia. Tra un ia e un i-o colsi il jolly. Trattato completo di osteopatia craniosacrale e altri pacciocchi sui tessuti molli. Alla voce manipolazione del cranio stava scritto: Una lesione osteopatica sfugge all’occhio della radiografia. Orgasmai, venni letteralmente sulle pagine di quel manuale manco fosse un fotoromanzo erotico. Ecco la bibbia, e quegli idioti in camice bianco mi avevano bollato come pissulin. Un malato immaginario che pensa di possedere il glabbro di John Holmes ma che di lui ci ha solo le basette. Scesi in strada, bloccai il primo taxi con la forza del pensiero. “All’ospedale più lontano, veloce!” “Ma ce n’è uno dietro l’angolo…” “Lì non posso più andare. Hanno la mia taglia, 50 mila euro per l’internista che non mi compila il triage e mi ricovera direttamente alle docce fredde nel semiterrato di psichiatria.” Diedi la mancia al tassinaro, tipica abitudine dell’urbe e mi fiondai al pronto. “Di nuovo qui, Lei. Tolga il disturbo! Qui c’è gente che sta male per davvero.” In effetti il tizio non menava il bull per l’aia in corsia transitavano casi disperati e la mia maledetta cinesi me ne fece sentire i sintomi. Non mi diedi per vinto. Se Ayrton Senna nel ’88 arrivò al traguardo con la sola seconda, io potevo parlare col medico. Minacciai di recitare i versi del Tasso baroccamente se non mi avessero portato nello studio del primario a tempo zero. Gli infermieri sono soliti idolatrare Vasco, mai avrebbero sopportato barocchismi indi fu il medico a venire da me. Non dovetti scomodarmi. “Signor Giovanni Bartolomeo, deve smetterla di dare fastidio in pronto soccorso, adesso chiuderemo un occhio, due occhi, ma alla prossima vez la si chiama la madama.” “Ascolti dottore, credo di aver compreso la natura dei miei disturbi. Ho una lesione osteopatica!!!” In sala vi furono trenta minuti di silenzio. Medico ed infermieri rimasero fermi come statuette di merda. Al minuto trentuno si udì un risolino che si fece risata che si fece sganascio che si fece ghigno che si fece sbellico. Lo sbellico sberleffo lo sberleffo goliardata. L’infermiere mi allungò la camicia di forza e un bicchierino in vetro con disciolte 103 gocce di ansiolin. Anche i degenti mi risero in faccia. Soprattutto uno, in fin di vita, alla verbata lesione osteopatica si fece una unta sbertucciata dopodiché esalò con il tubo dell’ossigeno nell’uscio sbagliato. Il primario mi abbracciò, mi cacciò un biglietto da 100 nella tasca dei calzoni. “Lesione osteopatica, eh… devo chiederti scusa, ragazzo, tu sei il miglior attore comico dai tempi di Jerry Lewis.”
Archive for the ‘Un attore qualunque’ Category
Un attore qualunque – saga ipocondriaca 10
In Un attore qualunque, Uncategorized on giugno 13, 2013 at 10:41 amUn attore qualunque – saga ipocondriaca 9
In Un attore qualunque on Maggio 23, 2013 at 1:29 PMNumero QuizQuiz, quella che non salda l’altrui sgobbata, stava lavorandosi il traverso del suo guascone. Quel di Francia. Si era scordata di calare il sipario avvolgibile così piombai in stanza senza premere di maniglia. “Sentite, forse che potrei essere affetto da tampone sinusoidale cronico?” “Santa Maria da Ripetta! Giò, non hai un minimo di rispetto, di tatto, non vedi che sto cercando di farlo venire? Credi che siano sforzi semplici? Vuoi provare tu?!” “Effettivamente noto che sta avvenendo la monta finale ma a me pare di avere la polio, voi pensate a venire, ma io ho paura di andare…” “Ma se la polio è stata debellata decenni or sono da Gregorio Magno.” Il guascone e il suo randello se la ridevano prendendosi beffe del nostro dialogo degno del peggior Beckett. Ma non vi era nulla di assurdo. La mia ipocondria era assolutamente reale. Anzi, veniva prima lei di me, era in me. Li lasciai continuare i loro giochini erotici in santa pace con tanto di benedizione papista, non pensai manco di origliare. Quando hai paura della malattia, tutte le altre passioni si azzerano compresa quella del palcoscenico. Non mi pareva vero un tempo di essere stato attore professionista, di aver calcato la scena e compilato patturnie ENPALS, stentavo a credere che quelle pratiche CUD fossero le mie. Rileggendo i testi che qualche buon diavolo mi pregava di mandare a memoria per compiacere il pubblico di Subalpia, quasi le lacrime non sentivano freno. Anche la mia articolazione temporo mandibolabra non era più vispa teresa come ai bei tempi. Pareva incrostata, i muscoli tiravano come la corda quando viene manipolata dai bambocci dell’oratorio che si dilettano allo sparviero. Il mio diaframma poi, compagno di mille battaglie, repliche, matinée, pomeridiée e altre ritmate pareva ormai essere passato dalla parte del nemico. Un diaframma a strisce bianconere. Limpai la fialetta dell’elopram e cominciai a discorrerci insieme…
Un attore qualunque – saga ipocondriaca 8
In Un attore qualunque on Maggio 19, 2013 at 1:07 PMIn un lustro ho cambiato più coinquiline io che Ron Jeremy partner sul set. Nemmeno le ricordavo. Tutte. Mi ci sforzavo. Come quando siedi sul WC e ti sforzi di abbattere la stipsi che da giorni ti rende l’esistenza una merda. Ricordo la coinquilina carina, la scorbutica, la paranoide, quella pulita, quella sporca, quella di destra e quelle di sinistra. Tutte in me hanno lasciato qualcosa. Io mai in loro. Per esempio una di loro mi ha lasciato in custodia vinili originali dei Dikdik. “Mi raccomando, trattali come se fossero fratelli tuoi.” Chetati! La rassicurai. Il primo pomeriggio già stavo al mercato del ciglio ricavanza decioni. Attualmente le mie coinquiline erano troppe. Per distinguerle assegnavo loro dei numeri. Numero 5 e numero 7 spesso e volentieri si asseragliavano in stanza per rifinitura d’appello universitario. Alle 16 sbafavano la merenda a quattro ganasce. Uova, latte macchiato, patate al formaggio, due mele e mezzo litro di gasettume. Numero 5 umiliava la grande abbuffata di Ferreri. Numero 7 lavorava meno di mandibola ma studiava medicume. Fu la sua rovina! Le piallavo addosso come un’ombra subissandola di domande sui sintomi delle più svariate malattie. La seguivo financo al cesso e se necessitava le lustravo pure il pus. Purché mi illustrasse l’intera enciclopedia medica questo sia chiaro. Il suo genitore era medico. Generico. Sinfonia per il mio udito. “Solleva la cornetta e fammi parlare col babbo!” “Ma a quest’ora sta sicuramente visitando i malati e…” “Basta cazzate, io sono malato ergo componi il numero e passami il babbo se non vuoi che prenda la boccetta di echinacea e te la versi nell’ombelico del mondo” Il babbo era apprensivo, gentile, soffocante quasi nell’illustrarmi l’allopatia. Le prime volte… successivamente si rese desaparecidos. Almeno due o tre volte alla settimana minuscoli futuri internisti cocorsisti della mia coinquilina si presentavano a casa per svolgere i compitini. Indossavano il grembiulino azzurro, la mascherina verde ed erano tutti maschietti tranne una pluribocciata. Sembrava di assistere a quei giochi di poppanti che imparano a diventare adulti. Macchina del gelato, macchina per cucire, macchina stoviglia, forno giocattolo e altre stupidaggini. Le loro madri li riempivano di tupperware contenenti l’insalata di riso per le pause studio. Un bel quadretto da mulino bianco se non fosse che irrompevo io con l’interrogatorio a mo’ di Scottland Yard. Lampade in faccia, guanto di pelle sul palmo destro e schiaffo repentino a chi non collaborava. Non “dov’eri la sera del 15 maggio 1993” ma “quali sono i sintomi dei calcoli biliari?”. I pulcini non lo sapevano. Erano al primo anno. “Fanculo, merdine, cosa vi insegnano a scuola, brutte teste di cuoio, io al primo anno già sapevo ciò che i terzini ignorano!!!” “Ma con tutto rispetto, tu studiavi al DAMS mentre noi…” “Mentre voi siete un grumo di fringuellini perbenisti degni solo di consumare crepes alla banana in una cremeria degli anni 80!” Gli animi si surriscaldavano. Io rivolgevo a loro quesiti di prima elementare, spiegazioni sulla sintomatologia dell’elicobapter pilori e loro nastavano nei calzoni. Io mi incarognivo e i miei acciacchi impennavano sino all’attacco di panico. Le mezze seghe, non sapendo tenere un termometro in mano, chiamavano la guardia medica ed erano tutti cazzi miei. Nel frattempo il mondo andava avanti.
Un attore qualunque – saga ipocondriaca 7
In Un attore qualunque on Maggio 18, 2013 at 9:04 amAllopatico e olistico sono come popolo delle libertine e partito democristo. Ognuno di loro pensa di avere ragione su tutto e di conseguenza uno dei due deve tenere per forza torto. Al termine della disputa risulta chiaro che chi se la stonfa sempre in base bassa è il paziente, il quale da malato diviene moribondo senza che le due discipline mediche possano aver trovato un punto d’incontro. Come sulla commissione di vigilanza della tv pubblica italica. Ma tutto doveva ancora succedere come diceva verso la fine degli anni novanta quel gruppo musicale di comunisti napoletani. Un amico di amici mi consigliò rapide sedute con il meditatore, una specie di allievo dell’allievo dell’allievo che con la sola imposizione delle mani avrebbe potuto lavorarsi il mio sistema neurovegetativo al pari di un micino domestico. Contattai il grande saggio, mi convocò nel suo studio prima ancora di rispondere al telefono. Poster di Vishnu appesi alle mura, ovunque foto di lui con gli sherpa sull’Himalaja sorseggiando dal termos. Vi era anche una foto sua, curiosa, mentre faceva lingua in bocca con il Dalai Lama sotto la doccia. Pensai: “Questo qui non perde tempo”. Tappetini in stile Marco Polo sui quali giganteggiava un obesissimo illuminato. Non un illuminato qualunque. Proprio lui. Il grande saggio era piuttosto tappo per essere grande. Un fottuto nano tipo ex premier. Saggio lo era sicuramente poiché come incipit si fece pagare la seduta prima ancora di iniziare a sedere. Mi allungò una tisana al sapore di virtù e mi fece scalzare all’ingresso. Cazzo, mica mi farà pregare pensai. I suoi gesti erano pacati. Posati. Ambulava scalzo per sentire sotto i piedi le saggezze dei popoli antichi. Comunicava con occhi serrati a mo’ di veggente. Colui che vede e che sa prima ancora di udire. Tra i suoi piedi bonzi un trucciolones antistress tipo quelli che si trovano nei negozi per rincoglionimento cagnolini la faceva da padrone. La targhetta sul citofono scolpiva “Dott. Lavinio Neruda specializzato nel punto di svolta” e per lui la svolta ci fu sicuramente. Le prime quattro sedute mi fracassò gli zebedei con la cialtronata delle meditazioni. Tentai di meditare, di stare fermo ma più meditavo più mi innervosivo. Meglio sarebbe stata una solleticata ai coglioni. Non da lui, ovvio… Alla quinta seduta si scoprirono gli altarini e le sedute dovetti tenerli io a lui. Mi parlò dei suoi crucci, dei suoi guai con la finanza perché al termine delle sedute non rilasciava fattura. Dal 1982. Giocava ancora Tardelli. Ed era magro. Sua moglie se la faceva con un ufficiale gentiluomo mentre la figlia primogenita era incinta di un tunisino senza passato né futuro. Inoltre la sua secondagenita rischiava l’anno a scuola. La sua vita era a pezzi, uno schifo, e solo abbondanti dosi di benzodiazepina lo aiutavano a tenersi su. Di meditazione manco a parlarne. Io gli dissi: “Dottore, adesso mettiamo il disco per la meditazione della montagna, proviamo a rilassarci e vediamo come va…” Dopo due minuti di rilassamento stava già in astinenza da benzodiazepine. Se le ficcava ovunque, ‘ste maledette benzodiazepine, nell’acqua, nel latte, nella tisana, le producessero in supposte, se le sarebbe ficcate pure in gluck. Lo consolai con un buffetto. Meglio che niente. Al termine delle sedute gli lasciavo 5 gingilli di mancia. Una volta ricordo gli feci pure la spesa al rionale e si lamentò che alcune mele avevano il bruco. Notare che le avevo pagate con i miei soldi. Non volli nulla da quel mentecatto, nemmeno le ricevute. Dopo mesi mi arrivò all’orecchio la notizia che il coglione aveva dato fuoco al suo studio per ottenere il rimborso dall’assicurazione. Le telecamere da lui stesso installate per pescare eventuali ladri con le dita nella marmellata lo avevano smascherato lavorare di brutto con tanica e accendino. Adesso eventuali persone che desiderassero meditare con lui si devono rivolgere a San Vittore. Cella numero 103.
Un attore qualunque – saga ipocondriaca 6
In Un attore qualunque on Maggio 17, 2013 at 4:50 PMD.A.P. e G.A.D. Come Tim e Roth. Tom & Jerry. Wile & Coyote. Ciccio e Coione. Joe Smith Sam e Dinamite Bla. Topolino e Pippo. Tiepolino e Piciu. Gamba di legno e occhio di vetro. Ma con un differenziale. Anzi due. Non sono simpatici, e non fanno ridere manco per il ka. D.A.P. e G.A.D. viaggiano sempre in coppia. Paghi uno prendi tutto. Menage à trois. Son due snuffi? Chi fa la feffia tra i due? Chi inocula chi? Nessuno ingloba nessuno, a parte te ovviamente. Disturbo da attacchi di panico con inserto di ansia generalizzato. Ve pure il supplemento? Hai voglia, dicesi ipocondria ma siccome sei un modello particolare, un cliente affezionato, eccoti in abbonamento una valanga di somatizzazioni corporee di origine psichica, un’enorme intoppo dei lavori sull’asse ipotalamo-ipofisi. La turba neurovegetativa del pentu. Come se si trattasse di un ingorgo causa rifacimento carreggiata sulla Subalpia-Reggio di Calendula. Ma che è in concreto? La domanda è rivolta al punto di vista olistico o allopatico della scemenza medica? Allopatico. Beh… diciamo che per quanto riguarda il sapere della medicina tradizionale, Lei è matto. O per dirla in modo collegiale deficiatorio serotoninico. Volevo sapere anche il parere dell’olista. Olisticamente parlando Lei si trova lontano anni luce da una ottimale condizione omeostatica. Guardi che io ho fatto il Dams a Emilia, nasto di Cimino, e certe menate verbali non le mastico, quindi Doc, sia più chiaro o Le infilo il mignolo nel naso. Il medico lavorò di diaframma, e iniziò la blaterata: il suo equilibrio biologico è stato minato da un mutamento delle sue consuetudinarie abitudini alimentari che possono aver scatenato in Lei una reazione allergenica di origine spastica che potrebbe aver dato forma a tipologie di miceti e/o canditi che una volta preso possesso del suo apparato endocrino digerente hanno contribuito a minare attraverso un complesso sistema vasomotore… ma che fa? Mi tolga il mignolo dal naso! Vede, ragazzo, Lei non conosce nulla, non sa e sa di non sapere e non vuole imparare ed è meglio così, la medicina olistica ritiene che se Lei per esempio teneva l’abitudine di sbaffarsi numero 3 panini bresutto e provola al giorno, una volta sconvolta questa usanza anche il suo equilibrio epigastrico ne risulterà umiliato, ma non basta, siccome i saggi mandarini ci hanno sapientizzato lacerandoci i coglioni con la storia che l’essere umano è un unico compendio di plessi e non un agglomerato di apparati distinti, ecco che la mancanza di un equilibrio gastrico potrebbe nuocere al suo equilibrio psichico e scatenare in Lei ansia, panico, male ai piedi e prurito al culo. Ma non dica stronzate, dottore! È Lei che non mi vuole capire, ragazzo, olisticamente predicando il nostro complesso sistema istologico di nervi e gangli potrebbe aver trasmesso il disturbo biliare direttamente al apparato cardio-circolatorio che a sua volta attraverso una complicata azione a macchia d’olio extra vergine d’oliva ha ridotto la funzionalità dell’intero sistema paese. Ma Lei è medico o un economista aziendologo politicante? Io sono naturopata con simpatie omeopatiche, mi ceda la mano che le fo il test delle intolleranze! Ma sono io che non tollero Lei. E allora vada a farsi rubare i soldi da un medico specialista che ti cura l’unghia perché capisce solo di dita ma già di mano non sa nulla, talmente è specializzato! Io invece sono erborista botanico, un po’ sinologo, amo Mao e Indira, odio Hollywood e tifo Bollywood. Sono 100 Euro. Le do cento schiaffi e il resto mancia. Ma caro Giovan Barattolo, posso darti del tu? Puoi darmi quello che vuoi ma giù le mani dal mio ginocchio! Caro, fino adesso ti sei fatto culatellare i sintomi. Sì, e allora? Grave errore. Noi omofloritopici naturopatici ignoriamo i sintomi e combattiamo le cause. Ma sedate qualcosa? Nada. Niet, sedare è da vigliacchi, il paziente deve vivere il sintomo, affrontarlo, carpirne la natura e sfancularne la causa. Ma almeno Lei naturopata conosce la causa dei miei disturbi? Non ne ho la più pallida idea ma possiamo andare per tentativi, adesso io Le do una soluzione fitoterapica per le emorroidi, 50 gocce di artiglio del furetto da ingerire dopo i pasti principali e vediamo se così Le passano i mal di testa e gli attacchi di panico. Ma che c’entrano le pustole al culo col mal di testa? Ma allora non mi ha capito, ho tenuto sermone a un sordo, io non sono un allopata che per il mal di testa ti schiaffa l’analgesico contro l’emicrania, io me ne fotto del sintomo… E ma io no, se permette. E allora si curi le emorroidi, e si ricordi che la causa di un sintomo è sempre lontana dal territorio dove il sintomo si sfoga. Ma che vuol dire, scusi. Niente, ma suona bene.
Un attore qualunque – saga ipocondriaca 5
In Un attore qualunque on marzo 21, 2013 at 2:07 PMTutti noi abbiamo un patarino di cresima. Io ne ho addirittura due. Uno dei quali purtroppo è medico. Filai da lui. Non prima di aver occupato la degenza del pronto intervento 70 volte 7. I sintomi? Tutti. O meglio l’intera enciclopedia medica. Cefalaggine. Ma non ordinaria, anomala, palline, biglie, incudine nella crapa. Pseudoinfarti. Formiche rosse negli arti periferici. Mucosità in ogni dove, spasticamento visivo, gozzo alla pedemontana e altre hit dell’estate ’96. I camici bianchi espressero il loro verdetto come oracoli nelle tragicità elleniche. Psicosomantico! Pardon? Lei è psicosomantico, si ingerisca le goccine e buona notte al secchio! Diedi una pacca sulle spalle all’internista e gli promisi una cartolina da Laigueglia: sole, mare e fantasia. Fu il padrino a basilarmi. Mi recai da lui con i diagnostici in zaino. Uno zaino gialloverde con etichetta nera. Anni ’80. Venti minuti di ciance: amore, lavoro, denaro, pareva il mago Otelma. La sua diagnosi ancora la si può scorgere sulla ruota di Palermidda. Tu sei psicosomantico. Con allegato di attacchi di strizza. Di paniko. Necessitavo goccine, e lui non si risparmiò di certo nel prescrivermele. Quando prescriveva mi guardava e sorrideva. Non sapevo il perché, quel che sapevo è che ho visto amiche curate da goccine. Stavano bene. Prima di ingerire le goccine. Ma il fatto era che io… non ci credevo, cioè adesso mi spiego. Il patarino mi bolla come somatizzatore deprimido. Ma cos’è sta deprimida? Non è una specie di tristezza, di disfiammellazione? Tipo quando ti va di cacca, ti gira storto, hai un amore non corrisposto o prendi un brutto voto a scuola? E la somatizzazione psichica che cacchio è? A me la cabesa fa un male crino! Gli attacchi di panico poi. Nemmeno li consideravo. Come fanno i castisti stronzi ai provini illudendo attori privi di raccomandazione. Non li considerano. Il patarino dispose il menù sul vassoio argentato del servizio da thé. Trenta gocce di delorazepan, una fiala neorinol (punture), tre compresse sarginor più quindici gocce elopram da 40ml. Il delorazepan era da moltiplicare per tre. Quindi le gocce balzavano da trenta a sessanta. Il pranzo è servito. E non c’è neppure Mengacci.
Un attore qualunque – saga ipocondriaca 4
In Un attore qualunque on marzo 2, 2013 at 2:03 PMNeanche il tempo di capire se quel team di controllori da mezzo pubblico pronti a stanare il prossimo era intento a colpire duro che mi imbecco in un’amica dei tempi che furono. E che non tornano più. Com’è, come non è, cazzi, mazzi di a, da, in, con, su, per, tra, fra e comincia a smenarmela con i soliti problemi mascherati da questioni esistenziali, ho le perdite, non so se dare il culo, mio fratello mi ha messo piena e non so se tenerlo, mio padre mi palpa e mio zio sta a guardare. La tranquilizzo perché non è uno zio autentico ma uno zio acquisito e di conseguenza la peccaminosità si riduce. Inizio a sentirmi strano. A non sentirmi. Tutto bene? Mi domanda. Ma non con interesse, con desiderio autentico di darti uno strappo in ambulatorio, no, durante l’apertura di bocca il suo pensiero è alle mestruazioni, al suo fottuto ciclo. Rifletto. Tutto bene? ripete senza pensare. Divento cianocifero. Ittoso. Come non mai. Neanche ai tempi delle tre pinte quotidiane. Non sudo. Bolsisco. La teenager paranoica si prende paura e anziché chiamare aiuto fugge, lasciandomi lì. Lo ammetto, lì, quasi in apparente fin di vita ma con il tasto duro. Comincio a capire che lo scherzo si sta facendo pesante e retrocedo al triage e giù di registrazione. Questa volta per guadagnare tempo lasciai all’infermiere il portafoglio con tutto dentro. Quindi con solo documenti. Per sbaglio gli infilai in tasca pure la mancia come se si fosse trattato di uno stornello romano. Tra i primi documenti che il ragazzo chiappò ci fu il mio passaporto brasiliano. Scaduto. Grazie a quello avevo aggirato il servizio militare. Il figlio di puttana se ne accorse. Ci guardammo. Anche lui era brasiliano. L’avevo capito subito. Non da come parlava. Ma da come palpava. Cercò di sentirmi il polso. Ma sbagliò polso. Non afferrò né il destro né il sinistro. Ma il centro. Disturbi? Mi sembra di avere Dumbo sul torace. Prego? Ho Dumbo che caga sul mio sterno. Scusi? Ho un infarto, Dio fane! A quel punto scattò l’operazione intubatio. Mi monitorarono anche il più insulso pelo del pube. Altro giro, altre lastre. Come nei baracconi. Fu Blood Tapes in persona a farmi gli esami del sangue. Un efebo terapista biondiccio quasi albino mi stese in brandella. Si tolga tutto, ordinò. Mi tolsi anche la pelle pur di continuare a vivere. Pazienti gravi, alcuni già morti mi guardavano compatendomi. Eccolo il tossico figlio di puttana che da reitto diplomato viene a farsi curare a spese del contribuente. Bastardi pensai. Loro stavano passando a miglior vita con una media di sessantamila orgasmi più del sottoscritto. Mi rodeva. Un ciarlatano fiancheggiava un reverendo. Quest’ultimo era pronto ad impartire l’estrema unzione. Il vecchio cencio mi ridicolizzò. Mettiti l’anima in pace, figliolo, saranno solamente dolori intercostali. E giù a sbellicarsi come foche ammaestrate. Dopodiché il vecio morì. Il prete venne da me. vuoi dirmi qualcosa, ragazzo, qualcosa che ti turba, qualche peso sulla coscienza? Pussa via, e mi tastai i coglioni. Cambiai idea. Don Mauro, venga qui, ho peccato… Io sono Don Giorgio. Salesiano? No, gesuita! Ah, vecchio sporcaccione. Come si permette?! Tranquillo, Don, siamo tra buongustai, anche io mi sono ammazzato di seghe aspettando i bimbi uscire dalle elementari. Anche il prete morì. Alla destra di Dio padre onnipotente c’è sempre qualcuno. Alla mia destra anche. Qualcuno. O meglio qualcosa. Un signore che aspettava il trapianto di cuore, fiducioso, dal 1986. Giocava ancora Pileggi nel Barletta. Anche lui mi rise in faccia nonostante avesse un tubo spesso come un anaconda infilato nel giugulo. Saremo costretti a tenerla qui stanotte, sa… accertamenti. Solo stanotte? ribattei sfiduciato. Sì, solo stanotte, coglione, perché sono pronto a scommettere che gli ematici da qui al sorgere del sole prima che il gallo canti e Socrate abbia ingerito la cicuta, saranno ok. Scommessa vinta. Mi scusi, Doc, ma allora io che ci ho? Lei, attore dei miei stivali, ci ha il D.A.P…. E che è sto D.A.P.? Si mangia?
Un attore qualunque – saga ipocondriaca 3
In Un attore qualunque on febbraio 14, 2013 at 12:10 PMStrette di manica. Pacchette sulle spalle. Spondilite anchilosante. Circonvallazione francese. I camici bianchi si congratularono con me quanto la giuria del festival cinematografico di Sponderville si congratulò in tempi di magliette strappate e giacche di pelle riverniciate con l’attore fobico-teatrale Grigno Scioscià per l’ennesima versione rallenty de “l’orto dei cavolfiori” di Anton Cistacov, il poeta botanico bielorusso. Ero sano come un pesce. Di più. Come un frutto di mare. Con scorzetta di limone. Potevo anche andare a fare in culo. Per loro. O essere servito in tavola a una famiglia di turisti tedeschi. O meglio ancora a gareggiare in lancio del giavello con il fuoriclasse miceneo Miskia Karikate. Esami del plasma da condirci una bratwurst. L’astra cranica regolare. Raggi toracici al dente più di una tortillata aglio e olio… ECG holtr (una specie di timbra ticket per parcheggiatori abusivi atta a pedinare il movimento del muscolo cardiaco” grandiosa, nonostante il mio cratere lavico dovuto a un’operazione al corazon in data 1995. Risonatura magnetizzante encefalobasale negativa più di un centravanti granata non pervenuto. Ero that’s alright sia nella materia grigia che in quella nera che in quella bianca che in quella mista se ce ne fosse stato bisogno. Insomma mi diedero un emerito pedatone là dove il sole fatica a dire la sua e mi consigliarono di farmi più seghe. Io stavo bene. Per loro. Per il servizio sanitario nazionale. Ma il mio feedback parlava un’altra lingua. Sentivo le incudini del peggior nemico di He-Man falcidiarmi le tempie. Le palline da tennis di Martina Navratilova erano adagiate allo cipite senza manco scusarsi per il disturbo. Sudavo né freddo né calorifico. Due negazioni per un’affermazione. Sudavo più dell’Etna e di Pompeij messe insieme. Se ci fosse stato Tacito ne avrebbe annotato le gesta. Meno male che non diedi orecchio al consiglio degli OTA di smenarmi l’uccello con maggior vigore altrimenti avrei fatto la figura del ipoparatiroideo. O iper meglio ancora… insomma, ero da gettare come un preservativo usato davanti al portone di un cimitero di un paesino del Menga.
Un attore qualunque – saga ipocondriaca 2
In Un attore qualunque on gennaio 3, 2013 at 4:16 PM“Sa, Signor Trotta” “Botta.” “Eh?” “Botta, io mi chiamo Botta, non c’è nessun Trotta in questa sala degenza.” “Errore, io fo Trotta di cognome.”, disse l’ivoriano in camice bianco. “Sa, Signor Dotta, anche la mia primigenia si diletta di ‘ste ciarlatanate, teatro e simili, io non ci capisco nulla, ma l’ho vista sul palco un par de anni fa.” “Very interesting.” Replicai in lingua con un occhio al monitoraggio cardiaco e una mano sui cuchet. “Già, interessante.” (E intanto sbadigliava come un Eldoleo dell’El Dorado). “Mi pare fosse il saggio di diploma dell’accademia di danza… qualcosa come Il lago dei paperi o delle anatre.” “Magari dei cigni.” “Dio di una madonna, giusto! Dei cigni… Beh, comunque sempre pennuti sono.” “Sì, si nutrono di granaglie.” “Dottore, anche gli struzzi sono pennuti, no?” “Fottiti, Sam e lasciami continuare con il paziente, Le stavo dicendo, Signor Bolla, che mia figlia mi ha confessato di voler entrare alla scuola di arte lì, sul quinto canale, quella presentata da quella donna bionda con l’uccello fra le cosce e il marito piduista, ecco, mi chiedevo essendo Lei dell’ambiente, non potrebbe… ci siamo capiti, no?” E giù a strizzarmi l’occhio. Mi diede pure un buffetto. “Dott. Pascutti, io non faccio televisione, io sono un teatrante.” Ci fu un lungo silenzio. Desolazione eterna. Un’aroma di deserto. Il dottore mi spedì all’RX toracico senza degnarmi più del nulla, il suo sguardo si fece torvo, severo… i suoi movimenti frenetici, sostenuti, come se si fosse sentito preso per il bavero. Al termine della visita lo ringraziai. Di cuore. Non rispose. Tra l’aula degenza e la sala radionica vi era lo spazio di un corridoio infinito e tubolare. Riflettei sulla commedia dell’arte. In fondo io nella vita non sapevo fare altro che il ciarliero. Lazzi, scoregge, rutti, queste le cose a me care. Riuscirò ancora a metterle in pratica? Non ebbi il tempo di soprassedere sui miei che il portatile trillò. “Ciao Bartolo Botta, come va? Sono il regista, senti ci sarebbe bisogno di te per una parte nel…” Riattaccai. Il teatro è tutto nella vita di una persona. Ma per farlo bisogna essere vivi. Giunse la mia compagna di gran carriera. Chiese di me. La mandarono da un altro. Dopo un’oretta circa capì che quel cinquantenne itterico con un occhio di vetro non potevo essere io. In ogni caso l’abbracciai e mi misi a piangere come un infante. Tra un dai e vai il mio pensiero era giunto a prendere seriamente in considerazione l’aldilà. Fottuto pensiero, pensai. Tirare le cuoia prima del mio vecchio poi… tutto ciò non era assolutamente credibile, nemmeno nella più stupida delle situazioni stanislavskiane. Se io fossi deceduto, mio padre si sarebbe auto-deceduto a sua volta dal dispiacere e noi saremmo divenuti una famiglia deceduta essendo rimasti gli ultimi esemplari della “gens Botta”. Tremolavo, mai amai la vita come in quei fottuti istanti e tentai di rimanerci attaccato con i denti quanto un pitbull alla giugula di un rottweiler. La vita, ma prima di tutto la vita sul palco che poi per me era l’unica vita possibile. Sarei stato ancora in grado di eseguire quelle capovolte e quei monologhi da ascensore di palazzo di finanza? Fu l’ultima delle riflessioni dopodiché persi conoscenza mettendomi nelle mani dei miei santi creditori.
Un attore qualunque – saga ipocondriaca 1
In Un attore qualunque on gennaio 2, 2013 at 3:28 PMEro lì a sbeffeggiare, lì, non là, partorendo il mio cerpame di fonemi e grafemi quando a ritmo di pendolino in stazione metropolitana la pompa cardiovascolare comincia a dare segni di cedimento. O meglio. Di eccessivo entusiasmo. Le idee tolgono il disturbo quanto le vecchie zie all’ora della funzione eucaristica, il circondario si fa buio, gli arti di sostentamento fanno la fila per le ferie anticipate, formicolio gratuito con allegato di scossetta si impossessa della mia attenzione quasi quanto un buon quotidiano di carta stampata. Sudo. Anzi niet. Grondo. Se provo ad appoggiare l’arto superiore destro a quello sinistro scivolo dicendo addio all’equilibrio e facendo la brutta fine di un atleta triste. Vagonate di merda infestano i miei calzoni e non solo non è ancora successo niente ma tutto deve ancora succedere. Rasettando il tempo il cordless è già mio. Sbattacchio tasti alla rinfusa. In nome della dea bendata che in realtà ci vede anche troppo bene riesco a mettermi in contatto con quelli di sempre. “Ragazzi, ho la greppia, il mio organismo sta facendo notte”. “Non ci pensare, sarà allergia alle betulle”. Chiamo la fidanzata. Non pervenuta. Chiamo la fidanzata di un altro. Pervenuta solo in parte. Chiamo l’amante. È con il suo amante. A questo punto l’unica via d’uscita è uscire di casa. Non prima di aver chiamato una orientale brancata sul magazin degli affari provinciali. “Buon giolno, massaggi?” “Buongiorno un paio di cazzi! È stato bello cavalcare la muraglia cinese con il risotto alla cantonese su per l’uscio posteriore, spero di rivederti, adesso vo’ a salutare il mondo dei vivi.” “Io non capile.” “Allora vai in mona.” Tra il mio loft e il primo soccorso sono quattro balzi circa. Io sono all’ouverture in due balzi e un quinto. “Affanno, tipo orsetto di peluche obeso e poi la sincopata spiegazione: anf, salve buon uomo, ero lì sul cesso e mi son sentito rabbuiare.” “Dov’è che era?” “Cristo Dio, stavo andando di corpo quando…” “Ah, stava cagando.” Il triagista urlò il verbo ‘cagando’ sottolineandolo con un’urgenza pari solo a quella di Arlecchino servitore di due padroni, l’atrio era colmo di degenti i quali fecero traballare le flebo dal ghigno. “E non urli per la dea Kali!” “Va bene, ricominciamo, Lei si stava pulendo il culo quando ad un certo punto…” “No, ancora non ero giunto al punto del lavaggio orefiziale, il barlone era ancora in rottatoria, origliavo il quotidiano sportivo quando su per giù le mie difese immunitarie subiscono una caporetto e…” “Una caporetto?” “Ma sì, un incaprettamento.” “Ah, lei stava facendo un’orgia con dei boscimani baltici quando ad un certo punto l’intera tribù, animali domestici compresi, le sono entrati in base 5 e lei ha perso conoscenza, is that correct?” “Sì, cazzo, è andata proprio così, tasteggi sul triage, basta che mi diate una controllatina, se è possibile gradirei lastra cervicale.” “Lo decide il curatore quel che veda gradirsi, lei si siliconi la bocca e vada ad occupare il suo posto in sala d’attesa.” Premetti il tacco delle pantofole di una marca al di sotto delle sottomarche e mi recai al loculo. Non avevo niente da leggere. Il cranio aveva assunto il peso di una palla medica, già diversi istanti precedenti all’attacco un muco sinistro faceva le ronde padane tra occipite e castatale. Ma non essendo io abituato per educazione cristiano-occidentale ad ascoltare il mio corpo, avevo aggirato l’ostacolo come le vetture aggirano le buche sull’autostrada. Sarà freddume riflettei tra me e il mio vicino di sdraio. Spesso è meglio non riflettere. Alla consegna del fottuto triage l’infermiera vedendomi retto sulle mie gambe quasi mi apostrofò con il suddetto “a lavorare!” Commisi l’errore di suggerirle la lastrina di cervice. Fu il dito medio la sua risposta. Nei pronti soccorsi per essere preso in esame devi arrivare già morto. Altrimenti non ti visitano. Rubavo ossigeno con affanno e il mio pensiero correva agli amici più cari, ai rari orgasmi e alle innumerevoli sbronze. Dopodiché il tremendismo. Porca loca io voglio rimanere tra i vivi ancora per un po’. Devo sbrigare delle faccende. Pisellare ancora un tanto al, impedire che i poco di buono salgano alla guida del pastrano ma più del resto: voglio, anzi devo fare il teatro. Io, che nel mio nulla, nella mia nullità, nella mia assoluta insignificatezza rappresento un ciccin del teatro della possibilità, la mia possibilità, sentivo il soffio vitale prendere congedo dalla mia carcassa. Le muffe stalattitiche del teatro cimiteriale stavano già stappando le bottiglie e preparando gli striscioni. 1 a 0 per loro. Confesso: pregai. Mi rivolsi a Dio con voce teatrale dopo digiuni e digiuni di riferimenti al supremo, pregai con le orazioni che mia nonna mi obbligò ad apprendere da moccioso a colpi di Paluk di ferro. Vicino a me una famiglia di supporter islamici cominciò ad accompagnarmi nell’iter devozionale. Io con l’atto di dolore. Loro con il dolore nell’atto. Io con il senso di colpa. Loro con la colpa nei sensi. Io in italiano. Loro in codice a barre. Io con le lacrime agli occhi, loro no. Avevamo partorito del teatro di narrazione nel pronto soccorso metropolitano più attrezzato di Subalpia. Roba da Premio Ubu al quadrato. Il fonofono fece il mio cognome. Il nome no, troppo lungo e complesso. L’addetto interfono non aveva difficoltà a pronunciare i nomi di battesimo dei ricoverati magrebini. Nomi impossibili, alcuni dei veri e propri esercizi di solfeggio, ma il mio no, non lo pronunziò, forse perché gli scappava da sbellicarsi. Gio Barattolo, che è un nome da ricovero questo? Con un nome così fili dritto a fare operetta nelle frazioncine di provincia. “Botta Gio ecc. convocato in sala visita 3” “3? È il mio numero, oltre che quello di Cristo, forse stavolta porto a casa la corteccia.” “Lei è il Signor Botta?” “Per l’esattezza.” “Botta Gio Barattolomeo?” “Botta Gio Barattolo.” “Gian Bartolomeo appunto, io che ho detto?” “Sì.” “Dunque lei è nato a Belo Orizzaza, che c’è scritto qui?” “Horizonte, dottore.” “E che posto è?” “Non lo sappiamo dottore.” Questi erano gli infermieri. “Dov’è sto posto giovanotto, in Romania?” “In Brasile, dottore.” “Ah, in Brasile… allora sei messicano?” “No, veramente io sarei…” “Eh, che bello il Messico, ci sono stato anche io, sa? Subito dopo essermi maritato, sono stato a Buenos Aires per la precisione, il viaggio era finanziato dall’ordine dei medici, ah… quanti bei culi, quelle messicane, se ci ripenso mi si riabbarzzotta… il guaio era che c’era mia moglie fra i piedi comunque che ci fa qui? Non vede che siamo occupati con i degenti?” “Ma io sto male.” “Ma se è vivo.” “Sì, ma sono stato male prima.” “Prima quando? Ai tempi del mausoleo della bella rosina hahaha!” Grassa risata del dottore e dei suoi segugi. “Va bene, va bene, si spogli e si sdrai su quel lettino, forza.” “D’accordo, dottore.” “E non mi chiami dottore ogni volta che apre il cesso, guardi che con me la baciata di pile non funge, io sono un ex lupetto e…” “Okay, scusi, è che sono un po’ agitato, temevo di morire.” “Non esageri, adesso facciamo l’elettrocardiogramma, che sintomi ha avuto?” “Sono quasi svenuto.” “E’ svenuto sì o no?” “Ero sul punto, poi ho raccolto le forze e son giunto alle vostre grazie…” “Giovanotto, droga?” “In che senso?” “Su, non faccia il finto tonto! Erba? Crack? Bamba? Scioppa? Quanta e con che frequenza?” “Veramente io non faccio uso delle suddette.” Pausa medica e risata, l’internista e i suoi galoppini risero fino alla lacrimanza, ci fu chi si procurò i crampi addominali dallo sganascio. “Avete sentito, Zaza, Mimì, il bricconcello vuole farsi passare per un angioletto finocchiello, va bene, voglio fingere di crederLe, Lei non si buca e non alza di naso, ora si schiaffi disteso che l’assistente preleverà qualche boccetta di plasma per gli ematologici, avrebbe preferito un paio di sventole scandinave, vero? E invece oronzo di moncalè Le misurerà la pressione”. “A me basta che mi curiate, poi allo scarico seme ghe pensi mi”. “Eh… quanta protervia, stavo solo umoreggiando, che diavolo di mestiere fa Lei? Cos’è? Studente universitario?” “Dottore, sarà il solito studente di scienze politiche garantito dai genitori.” “Allora, che fai ragazzino? Sollevi lo zainetto?” “Lavoro.” Altra pausa medica, altra sgnasciata. Il primario volle approfondire il modo in cui occupavo la giornata, a mezza voce dissi all’intero cast medico che facevo l’attore. A parte il solito gruppo di infermieri che non sapeva che volesse dire attorare, i più cominciarono a cambiare atteggiamento. Il capoccia dal camice bianco ordinò ai suoi sottoposti di lasciar perdere gli altri degenti e di avere un occhio di riguardo, se possibile due, unicamente per me. Un codice rosso attraversò la sala, si trattava di un trauma cranico con escoriazione e molteplici fratture toraciche. Venne affidato alla amorevole cura della donna delle pulizie di turno. Ditta “Cavallo Pulimbene”. Come diceva quel personaggio là in quella piece là “C’è del marcio in ospedale”.