Era qualcosa tipo come il 2002. o giù di lì. O su di li. O su per giù. Anno infame, che nastava di storto. Di sghimbescio. Già si sentiva il puzzo mefitico della globalizzazione. E della digitalizzazione. E dell’invadenza. E del pollice al culo non richiesto. La morte di Bettino Craxi. In quel di Hammamet. Sanciva la fine del sogno. Del sogno analogico. Le fottute torri gemelle. Erano già cascate. Certo, non per colpa di Bin Laden. Osama. Bin Laden. Lo sceicco del terrore. Che stipato in una grotta. Di Tora Bora. Coll’aiuto di un telefono satellitare. Di quelli grossi. Scomodi. Tipo joestik. Dirotta un paio di bolidi civili. E li stramazza su suolo americano. Senza manco avere la cortesia di lisciarsi la barba. Col proraso. Proraso. Barbiere a domicilio. All’epoca ci cascarono tutti. O quasi tutti. Oggi anche la più testa di ghisa, sa come sono andate realmente le cose. Non c’è stato nessun Bin Laden. così come non c’è stata nessuna arma di distruzone di massa in mano a Saddam Hussein. Cinema. È stata tutta una montatura. Un cinema scope per tenere a freno i gonzi. Che nella fattispecie, eravamo noi. Noi poveri cristi. L’umanità tapina. Era il 2002. c’avevo 20 anni, e gli ormoni che mulinavano. Bivaccavo a Torino. E come ogni vent’enne che si rispetti. Uscivo la notte, in cerca di tinte forti. Tipo come scaricare i coglioni, senza mettere mani al portafogli. Anche perchè già all’epoca. Il dindo scarseggiava. Torino. Anno di grazia, 2002. la sera s’usciva per placare i bollori. E però, già perdevo le bave, per il teatro. All’epoca non ero certo un esperto. Ma un appassionato, alle prime armi. A quel tempo. In Subalpia. Chi c’aveva fame di scena. Bazzicava nei dintorni di Palazzo Nuovo. Litorale D.A.M.S. Fu li che qualche anima pia mi suggerì. Di trascinare il mio ignorante deretano. Al Teatro Carignano. Per ascoltare Carlo Cecchi. -stasera vai a teatro, dammi retta, che ci sta Cecchi. -chi?? io all’epoca, di Cecchi conscevo giusto solo. Quel cialtrone plurivaccinato scentista di Cecchi Paone. Che a dirla tutta. Il teatro. L’ha praticato giusto solo di straforo. A partire da tergo. -Carlo Cecchi. Il grande mattatore. A vent’anni, per chi come me, proviene dalla campagna. anzi, dalla montagna. Torino, pare Nuova Babilonia. Birrerie mai viste. Cinema a Luci Rosse. Parchi con cui imboscarsi colle bagasce. Disco Zamataure. Centri Sociali Okkupati. Curva Maratona. Si insomma, il paese dei balocchi. Quella sera però, niente baccanale. Quella sera scelsi il teatro. Fu, forse la prima sera d’una lunga serie. Un amore, tossico, che fu presto corrisposto. A teatro c’arrivai sobrio. E in anticipo. L’impressione, fu quella, di immergersi, dentro un privè. Ma anziché sorbirsi ore di nauseabonde lap dance. Praticate da tipe anoressiche. Li sul palco. A dettare l’orgasmo. C’era questo bronzo di riace d’antan. Che dava fiato alle trombe. E brio alla vita. Carlo Cecchi. Un gigante. Ricordo che interpretava la parte. Di un vegliardo claudicate. Affetto da lombaggine. E spondilite anchilosante. Il tono di voce, era superlativamente nasale. Come di chi soffre di sinusite cronica. Mista a vizio d’aspirapolvere. Ancora ci masticavo poco di teatro. Ma quel modo sincopato di Cecchi d’emettere la battuta. Mi solleticava l’erezione. Meglio d’una pomiciata all’Ultimo Impero. Ultimo Impero. Mitologica discoteca torinese anni novanta. Cecchi quella sera fu immenso. Il suo fascino scenico. Fu Uno dei primi tasselli che mi imposero di approfondire l’argomento. L’argomento teatro, intendo. Era il 2002. l’incipit della miserabile globalizzazione. La cortina di ferro era cascata da un decennio. E già si sentova olezzo di tramonto. Ma quella sera Carlo Cecchi, mi fece provare moti di spirito. Degni degli anni analogici. Come se Bettino Craxi. Non fosse mai stato travolto. Da quella pagliacciata montata male. Che fu l’improponibile tangentopoli. Carlo Cecchi. Il piacere dell’oggetto. Il puzzo di stantio. Ora declama per altri. Dall’altra parte del velo. Cin cin Maestro!
Archive for the ‘teatro’ Category
Storie di teatro – Carlo Cecchi, la mia frecciata di Eros per il teatro
In attualità, biografie parallele, Possibilità biografiche teatrali, teatro on febbraio 11, 2026 at 5:26 PMstorie di teatro – Dina Galli
In Possibilità biografiche teatrali, teatro on settembre 11, 2025 at 3:53 PMDina Galli, la più grande attrice comica italiana nacque a Milano il 6 dicembre del 1875, e morì a Roma il 4 marzo 1951. figlia d’arte, iniziò a recitare fin da bambina con la madre, e poi, nel 1980, passò insieme a lei, con Ferravilla, a Milano, dove successivamente recitò a fianco di Emma Ivon e di E. Giraud. Iniziata la sua esperienza teatrale in dialetto, ad esso tornò al termine della sua carriera. Nel suo repertorio, che non escluse il drammatico, Dina Galli portò tutta la sua mobilità espressiva ad una grande eleganza formale, riscosse vasti successi impegnandosi in testi di Feydeau, di Hannequin e Weber, di Vernuil. Fu con Ferrero, con Gandusio e con Calò. Durante la grande guerra ottenne successi memorabili in Scampolo e nella Maestrina di D.Niccodemi. Fra le due guerre interpretò molte commedie di autori italiani tra cui L.Chiarelli, A.Fraccaroli, G.Cantini, G.Adami, A. De Stefani. Il cinema la vide operante tra il 37 e il 44, brillante interprete tra l’altro di una delle vecchiette in “Arsenico e vecchi merletti”.
Storie di teatro – Paola Borboni
In Possibilità biografiche teatrali, teatro on settembre 6, 2025 at 4:42 PMPaola Borboni è nata a Golese di Parma il 1 gennaio del 1900. calcò le scene sin da adolescente, interpretando, ammiratissima per la bellezza e la disinvoltura ruoli brillanti a fianco di Irma Gramatica e Alberto Falconi. Col passare del tempo mostrò un inclinazione sempre più viva per il repertorio drammatico, che approfondì dapprima con R.Lupi e N.Pescatori, coi quali formò poi compagnia con Ruggero Ruggeri. Riscosse vari successi con Pirandello, con Deval e con Shaw. Poi, nel 42 – 43 con la compagnia pirandelliana, interpretò nuovamente il grande autore siciliano con penetrante intensità, nel 45 con Salvo Randone mise in scena Vento Notturno di Ugo Betti e Viaggio Senza Fine di O’Neil. Il temperamento vulcanico e l’inesausta vivacità hanno portato Paola Borboni, personalità sia artistica che umana tra le più anticonformiste, ad una pratica di teatro di straordinaria comunicativa, di impeto aggressivo ed irriducibile.
Storie di teatro – Duse, la divina Eleonora
In Possibilità biografiche teatrali, teatro on settembre 4, 2025 at 2:51 PMFortunata, disperata, fidente. A Pittsburg, dove si era recata quasi rispondendo alla chiamata del destino, si spegneva il 21 aprile 1924 Eleonora Duse, la più grande attrice del secolo, l’unica, di cui l’azione vive ancora nel principio che la informò e nelle espressioni che assunse. È di ieri la pubblicazione della conferenza di Jacques Copeau sui Piccoli Teatri, con quell’assiduo riferimento alla Duse ed alla sua pervicace e disperata avversione ad ogni forma di vanità e di mestierantismo scenico, che fu la caratteristica fondamentale della sua arte. (…) morto l’attore, nasce il mito. Nessun altro attore, nessun altra attrice può vantare una tale monografia così ricca come la Duse. Vidi l’attrice una volta al Costanzi di Roma nella Città Morta di D’Annunzio e nella Donna del Mare di Ibsen. Ebbene, io non riordo l’attrice, ricordo la donna. Ricordo la donna che parlava con voce d’angelo, e che venne a ringraziare con le lacrime agi occhi, esausta, affranta, al proscenio, i mille e mille più spettatori plaudenti, deliranti nell’urlo d’amore che li sconquassava. Nata a Vigevano il 3 ottobre del 1858, da Alessandro Duse e Angelica Cappelletto, attori girovaghi, Eleonora conobbe presto la miseria e la sofferenza dell’arte. Vita di stenti. Bambina. La fanno recitare nei Miserabili di Victor Hugo. Nel personaggio di Cosetta. A una prova il capocomico Luigi Pezzana le dice – ma perchè perseguitate a fare l’attrice?! Lo capite che non è per voi!? La grande attrice Giacinta Pezzana invece, ne intuisce il genio. E le cede il passo nella Teresa Raquim di Emilè Zola. Inaugura il verismo sulla scena. E trionfa in Russia, in Italia, a Vienna e a Parigi. In gara con Sarah Bernardt. Altra divina interprete. La chiamano trentasei volte al proscenio per gli applausi. E poi l’America dove trionfa col suo repertorio D’annunziano. Poi, un silenzio decennale. Quando torna in scena al Balbo di Torino la sua apparizione è salutata da una ovazione interminabile al grido di -Viva l’Italia! La guerra l’ha macerata, l’ha ricondotta a Dio, alla necessità di parlare, come solo lei sa, con la sua arte. Partire, la sua vita. Un grande estremo addio alle folle alle quali per quarant’anni aveva recato conforto con la sua arte. Due fermenti lievitarono il genio della Duse. La povertà e il dolore. E metodo. Imparava le sue parti a memoria, formava il carattere del personaggio, lentamente, dettaglio dopo dettaglio. Da quel momento si appartava dalla vita reale. Trattando già gli altri attori come personaggi del dramma. Perchè recitare vuol dire soffrire. Sposa a Tebaldo Marchetti. A Napoli muore Martino Cafiero, sfortunata passione amorosa della Duse. Dal Cafiero ebbe un bimbo, spentosi prematuramente. Lei si getta nel lavoro, recita Dumas assieme al grande Cesare Rossi. Sul palcosecnico del Valle ogni sera, piangeva, amava, soffriva, delirava una creatura umana figlia d’Italia, la Duse. -Viva la Duse, Viva la nostra Duse! Un trionfo! È sorta l’attrice che avrebbe incarnato l’irrequietezza del suo tempo.
storie di Teatro – il soldato Schweyck di Tino Buazzelli
In teatro on agosto 11, 2025 at 3:24 PMse non fossimo oppressi dalle condizioni di un teatro sempre meno sollecito della parola, la rappresentazione di Schweyck nella seconda Guerra Mondiale” di Bertold Brecht, curata dal Piccolo Teatro di Milano e offerta anche a Roma, al Teatro Eliseo, dovrebbe confortarci. Per l’interpretazione che ha ribadito ancora una volta l’eccellenza di un attore straordinariamente concreto e scaltro come Tino Buazzelli. (…) il “Soldato Schwryck” non è un dramma pieno in tutte le sue parti, benchè la vena sia più ricca del solito, e meno stanca la formula. Ma il lavoro di penetrazione e di analisi espresso da Buazzelli, è stato così sottile da portare ad un risultato positivo. Lasciamo stare le discussioni sul valore della teoria e della pratica di Brecht, non è questa la sede per discussioni di natura così tecnica. Concentriamoci sulla presenza d’attore del Buazzelli. Eppoi si dice in italia che si, c’è la regia, ma l’attore non c’è! Prendiamo questo Schweyck dove gli applausi compatti hanno premiato fra tutti, il lavoro di Buazzelli. Perchè la chiave dello spettacolo, è stata proprio Buazzelli. Dal principio alla fine abbiamo visto torreggiare sul palcoscenico l’umile efficienza di quel grosso corpo tagliato con l’accetta, e tuttavia così pieghevole. Abbiamo visto muoversi quelle labbra e uscire fuori un fiume di parole mirabilmente incongrue, perfettamente consone al momento, radicate nel senso comune più cordiale. Abbiamo capito il perchè di quella lotta impari tra oppressori e oppressi. Quando il sipario si è chiuso, abbiamo capito il perchè, malgrado le ineguaglianze di un testo non sempre sorretto dall’ispirazione, avevamo comunque partecipato alla vicenda. E nel bilancio complessivo, l’impercettibile senso di stanchezza, era stato vinto da un interesse e da una commozione assidui. C’è stato un filo che aveva legato il tutto, un personaggio che si è imposto per se stesso, per il suo solo essere sulla scena, e quel personaggio è stato Tino Buazzelli.
Brevissimo sunto
tratto dal libro
“Sipario Aperto” Trevi Editore
di Achille Fiocco (giornalista/critico teatrale)
Storie di teatro – Giancarlo Sbragia, il folle Caligola
In teatro on luglio 11, 2025 at 2:12 PMCaligola. Vedere Giancarlo Sbragia rimbalzare da un punto all’altro del palcoscenico del Quirino, in una frenesia di balletto sgangherato, e rendersi conto del filo sottilissimo che lo lega all’umanità, è tutt’uno. Ma il carattere del personaggio, la sua vera identità è dichiarata a tutte lettere nell’altra scena, in cui dinnanzi ai senatori succubi, esterefatti, una maschera verde serve di schermo a Caligola per nascondere il volto di un uomo caduto in preda alla più atroce follia – quella di ritenersi il solo uomo libero dell’impero, detenendone il potere, e perciò in grado di attuare in terra l’impossibile, ridotti gli uomini a pedine di un giuoco, la cui posta, la vita, non ha valore e, poiché non vale, la morte è il miglior dono che si possa fare loro. Il personaggio ha cambiato animo, dal momento in cui ha visto l’amata e incestuosa sorella trapassare, divenire nulla, e questo nulla lo ha convinto di una verità molto semplice, banale – che gli uomini muoiono e non sono felici. Si guarda intorno e vede che, pure, gli uomini seguitano a vivere, a desiderare, operare, brigare anche, mangiare. Possibile!? Con la morte intorno alle spalle, dappertutto, ad ogni attimo, mangiare!? E allora Caligola decide di non farli riposare più, e lo spettro della morte sarà sempre dinanzi a loro. (…) Caligola vuole le luna, quel che per lui, anche se fosse astronauta, sarebbe impossibile – la libertà assoluta. E allora semina il mondo di morti, manda a morte un senatore che ha bevuto un rimedio contro l’asma, sovverte le leggi morali prostituendo le mogli dei senatori, si diverte a far correre i senatori intorno al suo letto. Ha anche un’amante fidata, Cesonia, ha un amico devoto, Elicone, ha i carnefici fidati, ma verrà anche la sua ora, e lo sa. Ed ha paura quando arriva. Ma deve andare sino infondo, soccombere sotto il pugnale dei congiurati. E morrà, ma l’ultimo grido sarà -nella storia, nella storia vivo ancora! Qui il problema della libertà si intreccia con quello del potere. L’errore di Caligola consiste nel credere che il potere possa sostituire la libertà, essere la libertà stessa, e non riconoscere che la libertà, così concepita, è arbitrio. Grida di vivere ancora, ma è già morto. Ha ucciso l’amante, strangolandola. Strangolandola, ha ucciso se stesso nell’amore di lei, così come aveva ucciso se stesso uccidendo gli altri uomini. Giancarlo Sbragia, nel momento in cui mima la fine di Calogola, ha il ghigno impotente di chi affiora dalla follia per riaffondarvi per sempre. Ha negato gli dei, ha negato gli uomini (…)
breve sunto tratto dal libro
“Sipario Aperto” Trevi Editore
di Achille Fiocco (giornalista/critico teatrale)
Dario Fo – i Tre Bravi (farsa/prologo)
In teatro on luglio 9, 2025 at 4:47 PMsiam tre sorelle anemiche linfatiche ma nubili
per via che non sappiam cos’è l’amor
siam figlie plurigeniche di un padre univedovo
che fa per lucro il bachicultor
Quanti sospiri ci fuggono dall’esofago
per i singhiozzi abbiamo la raucedine
che prigioniere noi siam in questo maniero
lungi dal mondo pagano mondano e leggero
il nostro capostipite da uomo senza scrupoli
vendendo i bachi a rate s’arricchì
comprò il castello a credito da un duca pien di debiti
che si impiccò nel giorno che fallì
il padre che truffandolo del fatto fu colpevole
a far razziare i bachi continuava
ottenne un maschio pallido che amava come un pargolo
al punto che impazzì quando spirò
certo quel baco maschio era un romantico
se per amor tradito s’ammazzò
brucando foglie di menta e fagioli da muro
che per i bachi e per i bruchi son come il cianuro
per via di quel fanatico il nostro capostipite
nemico dell’amore diventò
per tema che fuggissimo ci ha nascosto gli abiti
ed ora strane monache noi siam
a render più crudel la solitudine
la notte appaion spettri in moltitudine
son gli spettri del duca e dei suoi antenati
che tiran moccoli al padre che li ha bidonati.
Tentativo famelico di Locandiera – un laboratorio
In teatro on giugno 15, 2025 at 4:24 PMGoldoni. Locandiera. Processo alle intenzioni. Le intenzioni mancate. Quelle mancanti. Quelle manchevoli. Goldoni. Locandiera. Un procedere a tentoni. Per tentativi. Ed errori. Un operare, a passo di gambero. Ma pure spediti. Goldoni. Locandiera. Un ispezione all’interno. Della infame matrice goldoniana. Una matrice invertita. A tratti pervertita. A tratti, perversa. Sicuramente artificiale. Oserei dire, inorganica! Goldoni. Locandiera. Una prova provata. Un laboratorio infinito. Infinitesimale. Infido. Ispido. Infingardo. Irretito. Irritante. Goldoni. Locandiera. L’Officina della manipolazione. Goldoni. Locandiera. Tutto il gaslighting dell’universo mondo. Riportato in due semplici atti. Olezzanti teatro. O qualcosa. O qualcuno. di contiguo. Goldoni. Locandiera. Il ricamo, la traversina, della vampirizzazione energetica. Goldoni. Locandiera. L’impossibilità di difendere, il proprio spazio. Vitale. Goldoni. Locandiera. L’invasione, a gamba tesa, del campo morfico. Goldoni. Locandiera. Prima il love bombing. Subito dopo, il ghosting. Goldoni. Locandiera. Nulla per cui valga la pena travestirsi. Infiocchettarsi. Truccarsi, trattenersi, mascherarsi. Incipriarsi il viso. Niente. Nulla. Goldoni. Locandiera. Cesellare, centellianare, ma pure arraffare, rimorchiare, morsicare, quelle fottute dannatissime parole. Goldoni. Locandiera. Il disastro. Il diluvio. L’armageddon. L’apocalittico tragitto. Il martirio di San Sebastiano. Goldoni. Locandiera. Moto degli arti negli sapazi. Bramando. Quel processo alchemico. Che ti consente. La via, della fuga. Da un certo qualche bagno. Cartonato. Di sangue!
la mia emotività!
In poesie di quarantena, polverie o poesie, teatro on Maggio 14, 2025 at 4:07 PMahhh. So io quello che faccio. Donne!? Alla larga! Costei sarebbe una di quelle che potrebbe farmi cascare più delle altre. Una di quelle capace di farmi franare il terreno da sotto i piedi. Una di quelle abili a farmi cadere nella trappola e a farmi adorare la tagliola con la quale mi segherebbe la gola. Ma la mia emotività. La mia emotività è un grosso cesso intasato. Un gigantesco cesso intasato. La mia emotività è un gas di scarico. Un gas di scarico. Una nube tossica. Una pioggia acida. Una scia chimica. La mia emotività è l’arma psicotronica che mi si intrufola di soppiatto e mette a tacere le zone più impervie e inaccessibili della mia anima. È quel rantolo che stride e che soffoca e che è un bene se te lo lasci alle spalle, questione di sopravvivenza, questione di mera sopravvivenza amore. Sai tesoro, data la tua faccia da schiaffi, data la tua faccia da culo, data la tua faccia di bronzo, dato che ormai non viaggiamo più paralleli sullo stesso binario fantasma, dato che la nostra lingua morta s’è ormai inceppata, credevo che a quelli come me, pensavo che mi volessi sfollare, sfollare dalla tua vita, infoibare, deportare, fucilare sulla pubblica piazza, o catechizzare, catechizzare con la pubblica ammenda, pensavo alla tiratina d’orecchio, al tuo delizioso ditino indice che tante volte in passato t’ho succhiato via avidamente colle labbra, quel tuo dannato ditino indice che me lo sbatti in faccia -eh no bimbo mio così no, così non si fa! Pensavo che mi facessi notare, con tutta quanta la tua proverbiale e spietata onestà che ti distingue, al peggio, pensavo che mi facessi notare tutte le mie marachelle, o che ponessi, diciamo, la tua distratta attenzione, diciamo, mettendo in evidenza, diciamo, tutta quanta la lucidità mentale che m’è stata, fortunatamente concessa, diciamo, magari per grazia ricevuta, diciamo, ma colla quale, ho tirato il fiato, l’ho tirato, l’ho trattenuto, l’ho rilasciato, per lo scampato pericolo diciamo, si quello pensavo, anzi ero certo, mano sul fuoco, che ti saresti spinta oltre, che ti saresti spinta pure più in là, che non avresti mostrato sul tuo occhio sinistro nemmeno un briciolo di pietà, poi però, sai com’è, qui carta canta, tutto arriva a chi sa aspettare, la verità è il prodotto del tempo, il tempo stringe, e la ragione dei vinti è transitata dalla mia parte, e la mia emotività ora è pur sempre ancora un grosso cesso intasato, un gigantesco cesso intasato. ma almeno tu, in tutta questa mia porcilaia, non ci sguazzi più, non ci ridi più, non ci scopi più, non ci fai più parte, e in tutti quanti i casini della mia vita, tu, non c’entri più un beneamato cazzo! E ora basta coll’amore! Domani, a Livorno!
Friedrich Schiller – Intrigo & amore (monologo Luisa)
In teatro on Maggio 5, 2025 at 3:26 PM(…) papà, ma che state dicendo!!!…Mio padre non si rende conto che Ferdinando è mio, creato per me, per la mia felicità, per la felicità del padre degli innamorati…quando l’ho visto per la prima volta m’è andato il sangue alla testa, sembrava che i polsi volessero scoppiarmi, tumulti e risacche si accavallavano in me come onde parlanti, ogni palpito bisbigliava – è lui! è lui! … e il mio cuore riconobbe all’istante l’altra metà che gli era sempre mancata e rispondeva – è lui! Fino ad avvolgere in questa eco il mondo intero che esultava con me. Allora…allora si levò nella mia anima la mia prima alba. Mille nuovi sentimenti mi scaturivano dentro. Come fiori su dalla terra a primavera. Non vedevo più niente, però mi ricordo che niente era stato mai così bello. Non c’era più alcun Dio in me, eppure non avevo mai amato Dio come in quegli istanti.