Giovan Bartolo Botta

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Brasile, qualcosa di terapeutico

In calcio, polverie o poesie on dicembre 10, 2022 at 11:21 am

Ho sempre

tifato brasile

sai com’è, essendo

nato a belo horizonte

capitale del minas gerais

petalo di rododendro

della pampulia

e città a forte trazione

di catena di montaggio

mai visitata

in quanto c’ho strizza

di pigliare il volo

e prendere l’aereoplano

essendo nato li

tra quelle terre

che si resero indipendenti

per i fatti loro

da una famiglia

di perfetti sconosciuti

non c’è nessun motivo

che mi induca a tifare

altre nazionali

tipo chessò

san marino seborga

lichenstain lussemburo o isole far oer

ecco, il brasile

come i miei amici di vecchia data

sanno, tipo i cuneesi

o i torinesi

il brasile calcio dicevo

ha sempre tirato fuori il peggio di me

specie quando perdeva

ricordo ancora

dei veri e propriii sfoghi di rabbia

tipo come nella finale del ’98

che vidi alla festa dell’unità

che si faceva in un grosso parco

a cuneo

ero giovincello

e in tema di brasile

parecchio fumantino

c’avevo la mia maglietta

il mio bandierone

e a fine partita

dopo le tre sberle serviteci

garbatamente dai transalpini

ricordo l’arma della beneamata

che faceva fatica a tenermi a bada

il brasile m’ha sempre toccato

sul vivo, sul nervo scoperto

non so perchè, ma so che è così

e all’epoca a chi mi

turlupinava il brasile

per molto meno ci toglievo

il saluto, ma non basta

per il mondiale teutonico

del 2006, quello post calciopoli

tanto per intenderci

decisi di prendere qualche repetita

di portoghese da una vecchia

conoscenza brasiliana

che soggiornava sotto la mole

così, giusto per

gustarmi la canarinha

in compagnia della comunità

brasiliana di torino

e non fare la figura

del tipo oriundo che va li

a fare l’animale da rimorchio

cioè, ci tenevo

perché mi sentivo uno di loro

per la cronaca anche quel mondiale

andò in vacca

che ci stavano il fenomeno e adriano

sovrappeso, roba tipo wrestling o sumo

ricordo però con gaudio

la finale di copa america del 97

vista in un noto pub a confreria

di quelli che ci stavano i giochi da tavolo

la davan su tmc, tipo a mezzanotte

il brasile ebbe ragione della bolivia

si giocava a lima, alta quota

per la bolivia, là davanti

ci stava el diablo etchaverry

e il fortissimo portiere trucco

il brasile tra gli altri c’aveva edmundo

che gli partì la sgomitata

e fu espulso, a fine partita

mario jorge lobo detto zagalo

tecnico della selesao

punto l’indice dritto in camera

tipo come una madonna pellegrina

che si rivolge alla folla di devoti

e col pianto trattenuto a stento disse

-pra voce! Che in portoghse stretto

significa -suka!

Ci sono stati certi brasili

che vederli all’opera

era qualcosa di sopraffino

che poi dico, io manco

la ci ho visto i migliori

tipo che nelle notti magiche

a italia 90, il pibe de oro

mise gocce di lexotan nel thè caldo

a claudio branco che

dopo un primo tempo sontuoso s’appisolò

così che dieghito lanciò in porta

il biondissimo sbambone claudio caniggia

ahahah, emozioni senza pari

ma era tutta un altra italia

analogica con totò schillaci che ruba le gomme

e craxi e de michelis

e de mita e andreotti

e luca cordero di montezemolo

il figlio manco troppo celato

dell’avvocato agnelli

e gianna nannini e edo bennato

e “ciao” quella mascotte brutta rachitica

e pure un tantino pedofila

e poi i pupazzetti dell’ip

il calendario di valeria marini avvolto nel tricolore

che agli adolesenti allupati

faceva andare le polluzioni su di giri

si insomma la vecchia scuola

stadi che parevano vimana

tanta tanta roba

ma tornando a bomba sul brasile

roma fringe festival 2014

il brasile gioca in casa il suo attesissimo torneo

siamo agli sgoccioli

semifinale colla germania

anche per me, finale

nella sezine stand up

all’epeoca facevo ancora teatro

non c’erano gli stupidi tamponi

lo stupido nazista green pass

gli stupidi vaccini del caxxo

e la gente non s’era ancora bevuta

del tutto la cerveza

ecco, m’esibivo alle 22.30 sul palco b

mentre sul palco c alle 22.00 davano la partita

le ho tentate tutte

ho provato a isolarmi in tutti i modi

con la musica nelle orecchie

ma non ce lo fatta

dopo venti minuti il brasile stava già sotto

di cinque gol, ero a pezzi, ma dovevo esibirmi

ecco il segnale, tocca a me

dunque, chi fa teatro chi è avvezzo alla scena

sa cha la sola e unica regola per portare

a casa la serata e che ti diverti tu

se tu ti diverti spacchi il palco

altrimenti spacchi i coglioni

ecco, non ce lo fatta, stavo

colle lacrime agli occhi

e colla platea debordante

ho mandato tutto affanculo

e mi sono fatto squalificare

ed è li che ho pensato

che una semplice banalità tipo

il brasile col pallone ai piedi

mi suscita (va) una tale emotività

che non, non sono mai stato

un perfetto professionista

ma vabbè, sti caxxi

quello è il passato

e quel giovan bartolo botta

non esiste più

il covid e il vax, la psicosi del siero genico

hanno contribuito

a calare il sipario

su tanta di questa merda

e ha sollevare veli

veli e maschere e va bene e va bene e va bene così

perché forse è così che doveva andare

il teatro mi manca

e mi mancherà sempre

quel teatro quei tempi, proprio no

e come diceva sua maestà o ray pelè -obrigado!

paleo storia bonsai della juventus

In attualità, calcio on ottobre 16, 2022 at 10:37 am

La juventus non è una squadra qualunque. Di calcio intendo. Ma pure di pallavolo. O di basket. La juventus è la cosa più bella che gesù ci ha lasciato. Prima di tirare le cuoia. E tornare a sedersi alla destra del padre. D’altronde alla sinistra del padre, i posti a sedere erano esauriti. Pure quelli in piedi. la juventus è manna dal cielo. La juventus è grazia di dio. La juventus è l’arca. L’arca di noè. L’arca dell’alleanza. Durante il diluvio. Quello universale. Noè raccolse attorno a se tutti i tifosi della juventus. Li fece montare a forza sull’arca. -anduma sù, forsa, bugia nen! Le acque fecero carne di porco. Ma si riuscì a perpetrare la specie. Le sacre scritture. Quelle antico testamentarie. Pullulano di fede bianco nera. Il dio gianni. Detto l’avvocato. Quello col setto nasale in fiamme. Costruì la squadra in sette giorni. Prima uomo. Con tanto di acqua di colonia. E orologio sul polso. Della camicia. Poi dalla costola, nacque la vecchia signora. Che accolse la mela. Tra le natiche. Durante il periodo della merla. Tentata dalla serpe. E partorì il divino codino. E il pinturicchio. Che si contesero l’affetto dell’anziano genitore. Offrendogli in olocauso puttane & cocaina. L’avvocato mostrò di gradire il dono. Ma il divino codino, primogenito, maturò la ferita narcisistica. E con la forza bruta obbligò il pinturicchio a ingollare cisterne d’acqua uliveto. Quella gassata. Sino al deflagrarsi delle reni. Col decesso del pinturicchio giunse il buio nella vita affettiva del passero giallo. A cui il pinturicchio glielo schiaffava volentieri sotto l’ala. Nel mondo arcaico, la tribù del bianco nero c’aveva la fama di essere la più simpatica. Che accettava sconfitte e dipartite col sorriso sulle labbra. Nella stra cittadina spesso il popolo contiguo a villar perosa, si scordava la fionda. E arrivarono. I tempi grami. Dell’esodo. Dalle terre infauste dell’antico egitto. Faraone continuava a negare loro la gioia della coppa. Dalle grandi orecchie. Fu così che, offeso, luciano moggi detto il mosè, ordinò alla sua gente di montare sull’alfa sud. E fare baracche e burattini. -via, verso la terra promessa. Furono necessari quarnt’anni. A piedi. Ma si tastò la terra di calciopoli. Le si posò il labbro sul deretano. E luce fu!

Daniele Capaccio God save the king

In asma di poesia/prove per un romanzo, attualità, Bio Asma di Poesia, biografie parallele, calcio, Poetry urban story, teatro on aprile 24, 2021 at 10:27 am

Daniele Capaccio God Save The King (Monologo)

aaaa Daniele Capaccio. Sentite come suona bene nella cavità orale la parola Daniele Capaccio. Daniele Capaccio, non è poesia, è racconto. Daniele Capaccio se ne fotte d’andare a capo. La sua esisenza è un esistenza fuori dall’utero. Solo i geni possono permettersi di sbagliare. Daniele Capaccio è un genio. Daniele Capaccio può permettersi di sbagliare. Ed è quello che successe nel 1992. Non un anno qualunque. Ma l’anno di Mani Pulite. Il Crollo della Prima Repubblica. Il Prelievo forzato sui conti correnti dei risparmiatori italiani. Di Pietro che si mette la toga. Di Pietro che si toglie la toga. Capaci, Via d’Amelio. I Giudici saltano per aria come tappi di spumante. 20 maggio 1992. Appuntamento con la storia. E con la Geografia. Londra. La perfida albione. Wembley. Lo stadio del mito. L’Inghilterra. L’inghilterra inventa gli sport per lasciare vincere gli altri. Succede spesso. Col calcio ad esempio. L’Ighilterra lo inventa. Ma i mondiali li vincono gli altri. Li vince l’italia, li vince il brasile. Come diceva l’ottimo attaccante inglese Gary Lineker -le partite durano novanta minuti e alla fine vince sempre la germania. I mondiali li vince la germania, l’uruguay, l’argentina. L’ighilterra prima ancora dell’ultimo giro di giostra, se la prende la, dove il sole…batte a stento. Ma ora siamo a Wembley. A Wembley i Queen deflagrarono il Live Aid. A Wembley Frddie Mercury s’esibì l’ultima volta dal vivo. O forse era la penultima. Forse, può darsi, ma pure sti cazzi! A Wembley i sudditi in calzoncini corti di sua maestà sollevarono la loro unica Coppa del Mondo. Che era ancora Coppa Rimet. Poi solo più lacrime, schiaffi, sputi, sfiga, sfortuna, scalogna, colpi di testa, arbitraggi sfavorevoli, pessime figure e si batte in ritirata. Ma la regina Elisabetta Seconda non è umana. è Rettiliana. È Rettile, lucertiforme dal sangue blu. A tratti celeste. Del calcio terrestre se ne sbatte le squame! Wembley. Appuntamento con la storia. E la geografia. E la biologia. E il trattamento testi. Barcellona-Sampdoria. Finale di Coppa dei Campioni. Capaccio c’è! Gioca nella Samp. O nel Doria. A seconda dei punti di vista.Se sei di Ponente è Samp. Se sei di Levante è Doria. Se sei del Genoa, è l’incubo! Samp in finale! Capaccio c’è. Con la maglia numero 17! Pompieri. La mitica squadra 17! Banfi, Roncato, Villaggio, Tognazzi, De Sica, Sammarchi…e Luc Merenda! Capaccio c’è! Fa panchina. Parecchia. All’oratorio di Pegli, dove è cresciuto a colpi di focaccia di Recco, libri e pallone, lo chiamano Zavatta. Che in dialetto ligure significa ciabatta. Un paracarro insomma! Un animale da rimorchio! Ma per le delicate articolazioni dei fuoriclasse Romario e Stoickov va più che bene. Il Barcellona è un orchestra di fuoriclasse. Allena il sagace Bobby Robson. Inglese. Ma repubblicano! Il vice!? Un giovanissimo Mourigno! Il futuro special One! Giovane si, ma già spocchioso. Carrierista e baciapile. Col mento spesso sporco di Merda. Capaccio calca il manto erboso di Wembley. Inizialmente può accomodarsi in panchina. Capaccio c’ha la fissa della Union Jack. Ascolta solo i Queen. è devoto a sua maestà. Cià la fissa di James Bond, i gingilli di Scotlad Yard. In squadra condivide la cuccetta con il funambolo David Platt. Inglese. I due sono amici. Molto. Anche troppo. Spesso s’appartano. Si isolano. David insegna a Daniele i trucchi della marcatura a zona. Poi a uomo. E poi…un po di inglese…che non fa mai male…caso mai in futuro ci scappasse un ingaggio con quelle mezze seghe violente del Millwall. O con quegli esaltati del Wimbledon. Meglio conosciuti come Gli Animali. Fischio d’inizio. La partita in sintesi. Come da copione i catalani producono trame offensive. I blucerchiati giocano di sponda, di rimessa. I genovesi sono guidati dall’astuto Vujadin. Vujadin Boskov. Detto il nonno. Una vecchia volpe del calcio giocato. Un catenacciaro. Ha allenato ovunque. Spagna compresa. Sa come tranciare i sogni di gloria della froceria blaugrana. -tutti dietro, quasi sulla linea di porta, tacco poco, punta molta, rinvio lungo alla cieca e si trotta alla “spera in dio”. Nonno Boskov è già vecchio. Con patologie pregresse. Meglio portare la coppa ad Albenga, altrimenti un emozione negativa potrebbe risultargli fatale. I ragazzi italiani reggono botta. Reti inviolate. Si va ai supplementari. Ancora trenta miunuti d’agonia. Poi…l’infame lotteria dei calci di rigore. Tocca arrivare ai penalty dagli 11 metri. Li la Samp può farcela. Pagliuca è un portiere col senso della posizione. Lui si può ipnotizzare il mirino impeccabile dei funamboli iberici. E poi ci sono i Vialli, i Mancini, I Lombardo, i Cerezo, i Katanec. Gente capace di buttarla dentro. Forza allora! Serve lo sforzo finale! L’Ultimo Sforzo! Ultimo giro d’orologio! Siamo oltre la zona cesarini! Marco Lanna. Detto il “mastino al pesto” è stremato. Ha crampi che scorrono dal cervello al culo. Zoppica. Suda oltremodo. Va fatto uscire. Boskov osserva la panchina. A parte il secondo portiere Giulio Nuciari, detto il saponetta, gli altri sono tutti acciaccati. All’epoca le rose erano contenute. E le panchine corte. Cortissime. Stile Pipino il Breve. -ragazzo scaldati, entri tu! L’ordine è perentorio! Capaccio c’è! A parte pubblicare con Mondadori, prefazione di Bruno Vespa, è una vita che il giovanotto attende questo momento. Tifoso blucerchiato fin da quando era ancora semplice sperma nello scroto del padre. -pensaci tu! Gli sussurra amabilmente Vujadin nell’orecchio, leccandoglielo, e lasciandogli nel padiglione il giusto zampillo di fiato all’aglio. La squadra s’è portata le trenette da casa! Daniele si leva la giacchetta e si tocca i coglioni colla sinistra. Entra in campo con l’aria di chi ha le idee chiare. Anzi limpide! Va subito a piazzarsi davanti alla difesa. In posizione d’interdizione! Due passaggi e il Barca sosta già in zona rossa. Sono passaggi rasoterra. Effettuati col goniometro. Capaccio prende la rincora e vola. Sembra la sintesi dei gemelli Derrick. A gamba tesa stile Karate Kid colpisce il centrocampista Guardiola alla cervice facendogli perdere i sensi. Il respiro si ferma! Sia quello di Guardiola che quello dei tifosi doriani! Cartellino giallo e punizione dal limite. Pagliuca fiuta il pericolo e schiera tutti in barriera! Tutti! Li vuole tutti! Punte comprese! Se potesse ci schiafferebbe pure massaggiatori, dirigenti, portantini e raccattapalle. Capaccio al centro. La raccoamdazione è di rimanere compatti. Blindati come una linea Maginot. Uniti. Ronald Koeman accarezza la sfera e osserava. La sua è una rincorsa da salto con l’asta. Ci va giù di collo pieno. È una fucilata. Una rasoiata micidiale! Con un riflesso incndizionato dettato probanbilmente dall’stinto primordiale Capaccio si volta aprendo la barriera, la palla glisbatte contro le natiche e vola sotto l’incrocio spiazzando l’incolpevole Pagliuca. In quel preciso istante Boskov ha un Ictus. Sua moglie Irina, che segue la partita da casa, osserva la scena in televisione e viene colpita a sua volta da Ictus. La partita finisce coi giocatori doriani che inseguono il compagno con il chiaro intento del linciaggio. Sentendosi in colpa col destino, Daniele sconterà il contrappasso facendo da badante all’allenatore che quella sera gli dette l’opportunità di balzare agli onori della cronaca. Boskov. Capaccio si dimostra essere un badante accudente e premuroso. Anche troppo. Gli fa spesso il pane casereccio. Tonnellate di pane. Si procura personalmente il grano saraceno, la farina tipo 0 e il lievito…getta tutt nella fornace…e poi mette le pagnotte a surgelare. Nonno Boskov vive di pane. Solo di pane. E così dopo l’ictus arriva pure la glicasi…ma un giorno durante l’ennesima sessione di pane…Capaccio si dimentica d’inserire il freno della carrozzina…Boskov sbraccia, sbava, mugugna…cerca d’attirare l’attenzione del pupillo….ma Capaccio c’ha le cuffiette nelle orecchie…sta facendo il pane…il pane casereccio…con sottofondo di Queen…e allora BOSKOV lentamente cade in fornace…lentamente…molto lentamente…osservano la parola fine negli occhi…fine primo tempo…fine secondo tempo…fine dei tempi supplementari…the show must go on…

L’Amore è Alex Del Piero

In calcio, polverie o poesie, Regina Bianca Atto Patologico on settembre 5, 2019 at 4:16 PM

 

che costringe il passero giallo a bere infinite cisterne d’Acqua

fino a scoppiare!
L’Amore

non è Altruismo

L’Amore è Alex Del Piero

che sbronzo d’acqua Uliveto

costringe il passero giallo ad un rapporto

sessuale senza goldone

o col presevativo rimediato al Discount

quello “Gravidanza Sicura”

quello a prova di Freddie Mercury

poi però si pente del gesto

ma ormai è tardi, il passero è incinto

e va portato in Messico ad abortire

perchè nel contratto del pennuto

sta scritta la clausola di licenziamento

nel caso di sospetta

o acclarata maternità

ma l’uccellino

non ne vuole sapere

ama Del Piero

e lo vorrebbe sposare

e rendere padre di un uovo alla coquè!

O strapazzato o all’Occhio di Bue

“Vola via! Non so che farmene di te io amo

solo la Vecchia Signora!”

queste parole

per il passero giallo

sono un uncino sotto le ali

da quel giorno

il suo ultimo volo

sarà una discesa lenta verso il supplizio

bacinelle d’acqua gasata tracannate

fino alla resa incondizionata delle reni

una fine lenta un addio precoce

alle luci della Ribalta

Eppure questo amatore ferito

rifarebbe tutto d’accapo poiché…

Ci piace stare MALE PER AMORE

massì…diciamocele le cose

come stanno

è un abbondante pentolone

di brodo di Giuggiole nel quale sguazzare

fa bene alla salute stare male per amore

Non subito! Non sia mai!

Ma alla lunga fa bene alla salute

stimola sostanze nel cervello

che manco il cervello sospettava di possedere

stimola la diuresi la creatività l’apnea notturna

combatte la stipsi meglio del Guttalax

quando stiamo male per amore

ci monta dentro

come uno spudorato desiderio

di fare del bene a cazzo di cane

occupandoci di cose tipo…la fame in India

Ci viene voglia di pittare il Mondo di Blu

di dare una mano di vernice alla tazza del cesso

di portare il gatto da 89 veterinari scelti a Random

di fare gite al Pronto Soccorso

di titillare le zecche che tormentano i cani randagi

Quando stiamo male per amore

siamo tutti un tantino più Stalinisti con noi stessi

e brutte copie di Madre Teresa con gli altri

Stare male per amore

ci costringe a versare cascate di lacrime

vedendo prostituita

La Raccolta Differenziata

Ma cosa fai! Sei Pazzo!?

L’Umido Qui! La Plastica li! Il Vetro laggiù!

L’indifferenziato lassù! Ma non ci pensi mai ai

poveri tonni nel Mar dei Sargassi

costretti ad inghiottire la tua Merda!?

E be ineffetti, non ci ho mai pensato…

passami la palla chiodata

che me la scaglio qualche decennio sui coglioni

per espiare la Colpa, tipo Paola Binetti

La sofferenza del QUORE amici

è il vero motore dell’economia sommersa

ma anche di quella reale

si arricchiscono tutti

dal bombarolo all’arrotino

dall’esorcista allo strizza cervelli

dal domatore di leoni alla Saponificatrice di Correggio

se non ci fossere le pene d’amore

la vita sarebbe un tantino più brutta

triste come la nebbia

ladra impunita

quanto

la Juve…

Pistola

In calcio, poemas em portugues, Uncategorized on luglio 7, 2019 at 3:34 PM
viver
de amores sem esperança
amores truncados truncados de rede
cortado nas mais belas
ama amores de carne interrompida amores
guilhotina ama
executado sem o devido processo
festa no amor
na maior parte imigrantes ilegais
aqueles que podem ser ditos
com um sopro de voz
Eu vivo no amor
onde tudo isso entre nós
parecia imperfeito
maldito imperfeito
amores para alugar
aqueles que o prior aconselha contra
aqueles que “estão preocupados
para a sua saúde ”
saúde mental saúde física
vivo com amores que amigos
na frente das esposas eles tiram sarro de você
mas quando a cortina cai
quem quer que tenhamos visto foi visto
os corpos nus habituais que falharam
os cheiros de sempre que stomacano
as respirações que se tornaram muito familiares
a contagem regressiva começa
e liberar tudo para sair novamente abaixo de zero
curvar a cabeça os mortos os feridos os desaparecidos
todo o amor entre nós foi desperdiçado
Eu vivo no amor que poderíamos nos alimentar da África
Eu vivo no amor que “é melhor falar sobre isso com um bom”
Eu vivo no amor com memórias difusas
aqueles que o papai não aprova
aqueles que a mãe fica com raiva de
sofre grita arranhões e às vezes toca
porque ninguém se atreve
engolir o pássaro dele
porra bebê
Eu vivo no amor
oposição à mãe natureza
consumido rapidamente e cegamente
viva de cerimônias falsas
meias verdades caretas mentiras descaradas
Eu vivo em amores que gosto de mijo
urina de gato
estremecer terror e horror
o jato de esperma está furioso
ele tem medo de enfrentar a vida sozinho
o fluxo de esperma procura o den
o jato de esperma é agressivo
mas o cum
ela é tímida, silenciosa
cheio de educação tato sobre boas maneiras
porquinho-da-índia de laboratório
inofensivo quase autista
Eu vivo com amores que eles sonham
extinção em massa
todos apaixonados por todos
tudo no mesmo dia
ao mesmo tempo
pistola

Andrade (L’Amore è Pazzo, L’Amore è Sifilitico) di Giovan Bartolo Botta

In calcio, teatro on ottobre 9, 2018 at 4:33 PM

Posso nascere già novantenne ed essermi buscato la sifilide da neonato. Posso essere frutto di fatture, incantesimi, rituali magici, catenei, sputi, schiaffi, soprusi, schiavitù. Sono il figlio che la mia terrà di confine ha partorito. Sono lo sbaglio della mia generazione. Sono l’avamposto, il pioniere, il perdigiorno, lo sfaticato, lo sfiancato, lo sfacciato, l’imbroglione, l’inetto, l’interrotto, l’indisponente, l’infetto. Quello sono, sono l’infetto. Tiro calci al pallone, assaporo la vita e sono l’infetto. Sono il germe, il virus, l’infezione, il contagio. Sono affamato di tutto. Sono la patologia. Sono la musica, la danza, la percussione corrosa, la corda scordata. Andrade. Che nome! Sentite che nome! Che protervia! Che potenza! Che supponenza! Che fucileria! Andrade! Andrade non è un debole! Andrade è bello! Andrade è robusto! Andrade non è un pappa molla! Andrade non è fragile! Andrade non è stato partorito da un ventre di cristallo! Andrade! Andrade i tuoi piedi sono oro. Grasso, grasso che cola, sugna, manna, manna dal cielo! Andrade non è pongo! Il suo cuore non è burro! Andrade! Andrade! Il suo calcio tiene il tempo, lo scavalca, lo cavalca, lo stordisce, lo doma. Andrade! Il suo passo sul campo è ritmo. Ritmo che accompagna la melodia! Uno spartito solo. Il suo! Si gioca a modo suo! Potenza, Sortilegio e Fantasia. Potenza, Sortilegio e Fantasia. Andrade. Acrobatico, Pazzo, Dissociato, Paranoico. Andrade è sifilitico. Primo Stadio, Secondo Stadio, Terzo Stadio. Pazzo. Andrdae colpisce, serve, rifila, rifinisce. Andrade sei pazzo! Andrade è sifilitico. Andrade ha i piedi storti. Alluce valgo. Unghia incarnita. Andrade è pazzo. Andrade è sifilitico. Olè! Matto, Pazzo, Come un personaggio del Teatro Ibseniano. Pazzo. Sifilitico. La Sifilide è subdola. Sembra Talco, ma non è, serve a darti l’allegria. La Sfifilide si maschera. Si nasconde la sifilide. Gioca a nascondino. A rimpiattino. Quella Bella purulenta ulcerazione. SETTE giorni,tipo febbre, poi sparisce. Ricompare ti saluta, poi sparisce nuovamente. Andrade è matto. Pazzo. Andrade è sifilitico. Vuole giocare a calcio. Pungolare sul pallone. Guadagnarsi da vivere con la sua passione. Andrade è pazzo. Andrade è sifilitico. Matto, Pazzo, il Pallone è un utopia. Sei schiavo, figlio di schiavi, il pallone per quelli come te, è utopia. Balla, balla disinvolto amico mio. Non c’è trippa per gatti come te. Pelo nero. La Celeste non li vede a quelli come te. Andrade, Andrade, Andrade è pazzo, Andrade è sifilitico. Animale incatenato. Scatenato. Scatena L’Inferno, Solfeggia il Pandemonio. Andrade è pazzo, Andrade è sifilitico. Velocissimo. Colpisce la palla con la guancia. Butta dentro tutto ciò che è marcio. Andrade è pazzo, Andrade è sifilitico. Il Sole al rovescio, la Luna pare Blu, Il Cielo piange vino, sei venuto da lontano. Freddo, mare grigio, sei venuto da lontano, stadio pieno. Delirio. Andrade è pazzo, Andrade è sifilitico. Andrade serve gli assist, non segna, ma salva sulla linea. Perché Andrade è pazzo. Andrade è sifilitico. Nel sesso spalancato di Parigi ami tutto. Dal tanfo dell’alloro al profumo della fogna. Ami lei, splendida pantera di barbarie. Andrade è pazzo, Andrade è Sifilitico. Andrade vince tutto, Andrade vuole tutto, ma l’amore, l’amore Andrade non puoi, non puoi tacerlo del tutto. Andrade è pazzo. Andrde è sifilitico. Pazzo, pazzo come Amleto, pazzo, folle, matto, tocco, pitocco, squilibrato, matto, strano, stravagante, eccentrico, lunatico, pazzo, insensato, forsennato, scriteriato, stravagnate, innamorato. Andrade è pazzo! Andrade è sifilitico! Andrade è innamorato. Ma lei, è lontana, in terra straniera. Accarezza altri corpi, bacia altri baci. Andrade l’amore taciuto non può essere mai del tutto taciuto altrimenti sarebbe un amore perfetto! Andrade Andrade Che cazzo vuoi da me Andrade! L’Amore è pazzo, L’Amore è sifilitico!

Manè Garricha (Anche questo è amore) di Giovan Bartolo Botta

In calcio, teatro on ottobre 9, 2018 at 2:53 PM

C’è il ritornello di una canzoncina brasiliana. Fa più o meno così. Didì, Vavà, Pelè, Didì, Vavvavvà, Peppepelè. Edson Arantes Do Nascimento detto Pelè. Genio e Regolatezza. L’Uomo del Sistema. Il Ragazzo Giudizioso con la testa a posto. Appoggiata regolarmente sul collo. Colui che incarna alla perfezione lo spirito Apollineo. Un filo-governativo, un’aziendalista, uno yes man l’uomo della pacca sulla spalla. Dove lo metti sta. Leggi le sue biografie ufficiali e ti cala la palpebra. Leggi quelle ufficiose caschi dal sonno. Mai un errore, mai una sbavatura, mai una svista, mai una gaffe. Sempre pulito, perfetto, lucidato, inamidato, educato. Scopa solo con la moglie. Forse nemmeno con lei. Beve solo succo di frutta. Mangia moderato, fuma moderato, canta moderato, suona moderato,dorme moderato, non balla, Barba fatta, baffi fatti, basette corte. Le sue preferenze politiche? Sconosciute. Ideologicamente malleabile, ammicca al Palazzo. Vorrebbe scalare le gerarchie del potere. Sa riciclarsi se serve. Cade sempre in piedi. I Brasiliani lo rispettano. Rispettano questo fuoriclasse dal temperamento tiepido capace di regalare al suo popolo la bellezza di tre trofei mondiali. E con quali prodezze. Rovesciate, Dribling, Colpi di tacco,Arabeschi, Stacchi di testa, Gol di destro, gol di sinistro, insomma il repertorio completo. Fisico levigato. Ogni muscolo al posto giusto. Un talento puro alimentato dall’impegno dall’abnegazione. I Brasiliani provano gratitudine. Ecco, Pelè rappresenta la gratitudine. Ma se desideriamo parlare di Tempesta e Assalto, di grido, urlo, sudore, sconceria e amore incondizionato, allora parliamo di Manoel Garrincha, detto Manè. Un nome dei tanti. Un cognome leggendario. Figlio qualunque di una nidiata di figli. Nato a Pau Grande, nello stato di Rio De Janeiro il 28 ottobre del 1983 sotto il segno zodiacale dello Scorpione. Quadro Astrale particolare il suo. Ascendente Scorpione, Sole in Scorpione, Venere in Scorpione, Luna in Scorpione, Mercurio in Scorpione, Nettuno in Scorpione, Marte in Scorpione, Giove in Scorpione, Saturno in Scorpione, Plutone in Scorpione. Può bastare così. Un quadro astrale sbilanciatissimo. Gli Astrologi professionisti parlerebbero di un predestinato. Un predestinato ad autoinfettarsi con la sua stessa cuspide scarlatta. Ad avvelenarsi il corpo con una cicuta prodotta da se medesimo. Dalla sua anima buona, inquieta, tormentata, fragile, assetata di vita. Figlio qualunque di una nidiata di figli. A quei tempi le famiglie figliavano come conigli. Manè era un numero. Un semplice miserabile numero. Registrato all’angrafe per grazia di Dio. Dio è misericordia. Il Brasile è il paese a più alta concentrazione cattolica del globo. Certo, un cattolicesimo maccchiato, maculato, imbastardito dalle credenze popolari misticheggianti. Il Condomblè, le Orixas. Maghi, maghetti, fate, spiriti volubili. Forse uno di questi è sceso sulla terra sotto forma di Dio del Pallone. Si è incarnato in Garrincha per provare un’ esperienza terrena. Una discesa di coscienza. O ampliamento di coscienza. Dipende da che parte dello spioncino si osseva la parabola. Il rendimento scolastico di Manè fa pietà. Lui non vuole essere il bastone della vecchiaia di nessuno. Lavora. Lavora duro. Fa di tutto e di più. Spugnetta per francobolli. Grattacheccaro sulla spiaggia di Ipanema. Strimpella L’Ukulele. Non gli basta. L’estasi è il Calcio. Il culmine, L’acume. Calcia sempre, senza sosta, qualunque cosa. Frutti esotici, conchiglie, scatolette, lattine d’alluminio. Manè sente il richiamo del pallone. È amore. Un amore ricambiato. Manè caccia i passerotti con la palla, nuota con la palla, mangia con la palla, dorme con la palla, fa l’amore con la palla e ci litiga e poi ci fa la pace e poi l’amore e poi solo sesso e poi ancora amore. Fa tre provini da scalzo. Irride con le sue finte i mostri sacri del calcio. Manè è storpio. Come Riccardo Terzo. Ma a differenza del sovrano inglese, non porta rancore. Non cerca vendette o ascese sociali. Lui vuole solo massacrare di calci il pallone. L’amore vero è un paradosso. L’Amore vero è un massacro di calci. Calci che poi sono carezze, baci , buffetti, amplessi, interminabili amplessi. Manè caccia osteopati, chirprtaici, craniosacralisti, fisioterapisti, chirurghi e fisiatri. Il suo bacino è storto come la Torre di Pisa. E tale deve restare. Perché se madre natura ha deciso così, un motivo ci deve pur stare. E il motivo c’è. Anzi ci sono un milione di motivi. Un miliardo. Come i miliardi di gol che Manè fa indossando la casacca dello Sport Club Amèrica. I gol chiamano danari.Soldi. Certo, mai abbastanza. Ma non conta. Ciò che conta è giocare a calcio. Forse. Il Calcio è più importante della Vita stessa. Forse. La vita o la si vive o la si scrive. Forse. Forse si forse no. Forse non lo so. Nessuno lo sa. Fatto sta che Ora Manè non è più un numero. Ora Manè è Dio. Ed essendo Dio, arrivano gli apostoli, i discepoli, gli adepti. Arrivano e si inginocchiano ai tuoi piedi per avere da te risposte che tu non possiedi, a domande che nemmeno conosci. Gli adepti arrivano trascinandosi dietro un carico di vizi. Sigarette, sigari. Acquavite. Birra a fiumi. Whisky. Molto. Donne. Tantissime. Forse il calcio non è più l’unica cosa che conta. Manè beve, beve sodo, si culla sugli allori, scopa, scopa tantissimo. Senza nessuna precauzione. Ingravida una donna e la sposa, poi divorzia, poi ne ingravida un’altra e la sposa poi divorzia. E avanti così, imitando la condotta privata del grande Vinicious De Moraes. Il suo poeta prediletto. Poi, poi arriva l’amore. Quello che ti disintegra gli intestini. Quello che ti uccide tre volte. Quello che ti lascia senza fiato. Come un duro allenamento. L’Amore passionale. L’anima compagna, più che gemella. Un amore che poggia le basi sulla medesima maledizione. Stesse psicosi, stesse nevrosi. Stesse dipendenze. Elza Soares canta. Canta per non sentire la fame. Canta per non sentire la sete. Canta per non vendere il suo corpo. Canta. Ad un certo punto la notano. La Salvezza su questa Terra si è accorta di lei. Ora le paltee dei maggiori teatri del paese le praticano la lavanda dei piedi. Gli impresari la cercano. Manè se ne innamora. Amore a prima vista, anzi, seconda. Manè promette come un marinaretto. Vinco la Coppa Del Mondo e ti sposo. Ti porto via con me. Succede. Non si sa che fa l’amore quando arriva. Non si sa che fa l’amore quando se ne va. Fatto sta che il calcio è passato in secondo piano. Da tempo. MA l’AMORE non basta a colmare il vuoto. Manè è scomodo. Il Regime Militare lo stana. Lui fugge. Via. Con il suo amore. E beve. Beve per dimenticare, forse per ricordare. Elsa canta, canta per pagargli da bere, canta per vederlo smettere di bere. Canta. Lontano dal suo paese Elasa Soares canta per fame. Canta per sete. Canta per tornare a sentirsi un qualcuno, un qualcosa. Manè beve. Beve perché il disagio, il vuoto ormai non può essere colmato. Non può essere colmato mai. Nemmeno su un campetto di periferia, lontano dai riflettori, dove Manè dribbla se stesso e la butta dentro dalla bandierina del calcio d’angolo. Manè beve, e anche questo è amore.

Moacir Barbosa (il Brasile del Maracanazo) di Giovan Bartolo Botta

In calcio, teatro on ottobre 9, 2018 at 12:51 PM

Il portiere non lo vuole fare mai nessuno. Fateci caso. Parlo a tutti voi che avete avuto un adolescenza analogica, lontana dalla dittatura dei social net work. Per tutti voi che siete cresciuti prendendo a calci un pallone in strada o all’oratorio o in un prato del cazzo o nel cortile del fottuto palazzo dove vi hanno educato a colpi di roncola. Il portiere non lo vuole fare mai nessuno. Di solito all’oratorio in porta ci andavano i coglionotti, i brufolosi, i secchioni, le mezze seghe, gli sfigati. Quelli che limonavano duro si riservavano i ruoli migliori. Attaccante, centrocampista, ala, mezz’ala. I ruoli dove potevi buttarla dentro. I ruoli dove potevi uscirne sempre indenne. Ruoli neutri, dove bene o male non sfiguravi mai. Riuscivi sempre a darla a bere, ad ingannare allenatore, compagni, familiari e tifosi. Ma il portiere no. Il portiere è fottuto. Fottuto in partenza. Il portiere è la condanna ancestrale, atavica. Pensate ai cartoni animati. Chi erano i portieri. Pensate ad Olly e Benji per esempio. La bibbia animata del calcio nipponico. Olly, l’attaccante, diventa famoso,va a giocare in SudAmerica, firma contratti vantaggiosi a cifre interessanti. Scopa tantissimo, più di David Beckam e Antonio Cabrini messi insieme. E si busca un sacco di malattie veneree. Benji, il portiere, dopo poche puntate si infortuna seriamente al ginocchio sinistro e sparisce. Lo ritroveremo adulto, alla fine della serie, invecchiato malissimo, canuto, barba lunga, capello unto, occhio giallo, decisivo però durante la finale mondiale tra il Giappone e la temibile Germania di Karla Haize Schnaider. Il Portiere è un individuo solo. Solo contro tutti. Solo contro se stesso. È la legge della giungla amico. Se vinci il merito è della squadra, se perdi è solo colpa tua. L’Onta, L’Umiliazione, La Vergogna, saranno le tue amanti a vita. Il tuo medoso harem da mantenere a suon di debiti esistenziali. Pensate ai poveri portieri della serie animata di cui sopra. Gli altri. Uomini soli. Anime schive. Semplici Comparse. Anonimi smilzi energumeni. Alan Crocket detto mani di burro. Imbarazzante. Teo Sellers. Un quintale di chewing-gum masticato buono solo a cantare canzonacce care ai suoi padri. Pensate ad Eduard Warner. Chiamato il gatto. Forte coi deboli. Debole coi forti. Il Portiere. Il ruolo della dannazione. Perché tutto questo. Perché esiste nella memoria conscia ed inconscia di chi si appresta ad approcciare il gioco del calcio, esiste dicevo, il ricordo lontano di una disfatta. La disfatta del secolo. E il protagonista, suo malgrado, è proprio un estremo difensore. Il suo nome è Antony Moacir Barbosa. Primo portiere nero nella storia verde oro. Nato il 27 marzo del 1921 a Rio Branco, sotto il segno zodiacale dei Pesci. Partiamo dalla fine. Dal termine della parabola. Dall’unica cosa che conta nella vita. L’Unica cosa che conta nella vita è portare sempre a casa la serata. Moacir, il portiere, non ci riuscì. E non era una serata qualunque quella. Era la finale mondiale del 1950. Il Brasile la giocava tra le mura amiche. Dentro l’imponente stadio Maracanà. 200.000 persone stipate come sardine. Un paese in delirio. Il primo ministro Getulio Vargas seduto in tribuna d’onore oberato della polluzioni. Epiche le parole del generale Angelo Mendes De Moraes ai calciatori carioca : Voi tra poche ore sarete acclamati eroi dal popolo. Angelo Mendes De Moraes. Una Cassandra. Un profeta di sventure. Una specie di Fassino della destra militare Brasiliana. La Coppa Rimet, custodita in bacheca, è agghindata da coccarde gialloverdi. I colori dello Stato Brasiliano. Nulla a che vedere col governo italiano attuale. Il commendatore Rimet ha già ripassato il suo discorso in lingua portoghese da declamare al termine della gara. Tutto pronto fischio d’inizio. La prima frazione di gioco vola. Il tempo non è mai stato così relativo. Siamo sullo 0-0. Reti inviolate. Sugli spalti la gente canta, balla, beve, fuma, forse scopa. Forse per un attimo ci si dimentica di essere ciò che si è. Si vola. Voli pindarici di fantasia. Forse anima e mente viaggiano là dove è più semplice sentirsi liberi. IL CALCIO in teoria era anche un gioco. Una possibilità d’evasione. Una discendenza romantica. Secondo tempo. Il pugnace Zizigno si invola sulla sinistra e serve il buon Friansa che libero come un uccello di bosco insacca. Brasile in vantaggio. Paese in delirio. Basterebbe un pareggio ai brasiliani per rendere felice un popolo. Ma il Brasile non si accontenta. Il Brasile è gioia di vivere. Il Brasile è sesso spinto, Danza contigua, festa continua. Ai Brasiliani non interessa amministrare. Non conoscono il significato di “minimo sindacale”.Per loro è un concetto astruso. Mai risparmiarsi. La vita va consumata velocemente, sino in fondo, senza darsi in pasto alla severa ragione. I Brasiliani alzano il baricentro della manovra. Vogliono il Carnevale.Lo pretendono. Subiranno lo scherzo di carnevale più atroce. L’Uruguay anziché sollevare bandiera bianca reagisce. Il capitano Obdulio Varela, detto il capitano negro, prende in mano le redini della situazione e pareggia. Cazzo. Basterebbe amministrare il pallone. Calciarlo lontano. Chiudersi a riccio. Come quegli innamorati che vogliono mascherare i loro reali sentimenti. Per proteggersi. Ecco, basterebbe proteggersi. A volte basterebbe proteggersi per far felice un popolo. Ma l’animo brasiliano è prepotente. L’Animo Brasiliano è spudorato. L’animo Brasiliano è sfacciato. Poi è fragile. Troppo fragile. Sono le ore 16.33 del 16 luglio 1950. Mancano 11 minuti all’espolosione della festa 11 fottuti minuti di merda. Basterebbe temporeggiare, menare il can per l’aia, spazzare la sfera, tergiversare. I trucchi del mestiere. Ma il Brasile è un caso a parte. Forse disperato. Forse psichiatrico. Ed è per questo che il Brasile ti strega. Ti stramazza la suolo. Ghiggia si mangia ancora la fascia. Al centro dell’area carioca Schiaffino è pronto ad incornare. Ora tocca a lui. Tocca ad Antony Moacir Barbosa. Il portiere. L’uomo solo. Tocca a lui fare la scelta giusta. Tutto è una questone di scelte. Non se ne esce. L’amore, l’odio, l’indifferenza, la merda, la cioccolata, la poesia e la politica. La vita è una questione d scelte. Decidere se si vuole continuare ad essere soli, o se si vuole uscire dall’isolamento è una questione di scelte. Ora Barbosa è davanti al suo bivio. La vita è così. Ti pone davanti al fottuto bivio, quando non le avevi chiesto nulla se non di farsi i cazzi suoi. Se pari, un intero paese è pronto a sommergerti d’affetto. A trascinarti fuori dalla piaga malsana della solitudine. Ghiggia svirgola la traiettoria, Barbosa azzecca l’uscita. È la scure che si abbatte sulla fisica classica. A volte l’imperfezione alla perfezione, glielo butta nel culo. Lentamente, come per sbaglio, la palla termina in rete. L’Uruguay è campione del Mondo. Moacir Barbosa è e sempre sarà un uomo solo. Quel giorno un popolo ha cessato d’esistere. Il Brasile non esiste. Il Brasile è frurtto delle vostre menti malate. È un frutto commestible dalle tendenze suicide. IL Brasile è verità, il Brasile è menzogna, il Brasile è fantasia, il Brasile è Moacir Barbosa. Più forte della Vita. Più selvaggio della Bossa Nova.

Atletico San Lorenzo: Botte di Natale

In attualità, calcio, Cronache Atletico San Lorenziadi, San Lorenzo da delegalizzare on dicembre 4, 2017 at 4:17 PM

Questa domenica di luna piena si infrange sulle fragili spalle dell’Atletico San Lorenzo lasciando in eredità una pesante mazzata. Sei sonori ceffoni. Peggio di uno scossone delle acque in alta marea. La Luna piena si sa è spesso presagio di “presa di coscienza”. Acquisizione di una maggiore “consapevolezza”. Arrivato al giro di boa delle festività natalizie, l’ambiente rossoblù ha ormai decisamente preso coscienza delle proprie possibilità di riuscita. L’obiettivo finale non è più quello sbandierato ad inizio stagione, ovvero la definitiva promozione nel calcio che conta. C’è stato un ridimensionamento dell’ambizione. Un passo indietro. O almeno di lato. L’obiettivo finale ora è quello di riuscire a rimanere aggrappati al treno salvezza. Bisogna mantenere la categoria o ci saranno pesanti ripercussioni nell’intero organigramma aureliano. A cominciare dalla dirigenza. Responsabile di una campagna acquisti eccessivamente friabile. Sia sulla carta che nei fatti. In estate si è congedato lo zoccolo duro. Operazione di mercato necessaria a rimpinguare i forzieri. Che lamentavano misericordia da tempo. Patron Panuccio, messo da parte il fantomatico “tesoretto”, ha deciso di reinvestirne una parte per rivoluzionare copernicamente una rosa che ad inizio ritiro estivo non arrivava al numero legale utile per la partecipazione al campionato. È sbarcato il nuovo allenatore. Stephen King. Un romanziere alcolizzato ed ex cocainomane con la passione per il calcio. Una passione decisamente precaria a giudicare dall’andamento dei risultati. Una volta sceso dal tram numero 19 King ha immediatamente presentato al d.s Andrea Greco la lista della spesa. Venendo accontentato in tutto e per tutto. Sono cosi arrivati dalla “Soccer League” nordamericana i rocciosi difensori Pennywise detto It, Tommynockers, Cujo, Doctor Sleep e Joyland. Raggiunti in un secondo tempo dai centrocampisti Reguletor, Cell, Body e Hazzard e dalle prolifere punte Carrie e Misery. Una campagna acquisti degna di un romanzo horror. E horror è stato sin dal fischio d’inizio della prima giornata. Esordio con sconfitta casalinga. E un ruolino di marcia con appena un punto in dodici giornate. Roba mai vista ne sentita. Nemmeno nel Beneventano. L’ultimo pareggio in trasferta al Nuovo Salario lasciava ben sperare. Sul campo è scesa una squadra motivata, ordinata, quadrata. Decisamente a suo agio con una coperta lunga nella zona arretrata e un centrocampo maggiormente protetto. Questa domenica le mura amiche aureliane ospitavano il Girona. Una squadra professionistica catalana costretta all’esilio per motivi di ordine referendario. I catalani sono mestieranti a dupo. Comandano la classifica. Viaggiano ad una media realizzativa di sette centri a partita. Per un passivo tendente allo zero. Numeri da brivido. Che avrebbero dovuto far drizzare a mister King i padiglioni auricolari della prudenza. E invece no! King ha voluto scaldare l’ambiente rilasciando alla vigilia del match dichiarazioni assai probanti dalle tonalità gradasse! “Sono molto eccitato per questa sfida”. L’eccessiva eccitazione deve avergli obnubilato la trebisonda. Schiera la squadra con uno spavaldo 2-2-6, quasi a voler irridere gli avversari iberici. Poma tra i pali, Caci assente a causa della classica influenza stagionale. Prescritte quantità industriali di echinacea. Il capitano tornerà disponibile nella stagione primaverile. Il solo Julien a fare da collante tra i reparti. Il resto sono parole. Caratteri cubitali su manuali cartacei. King si agita in panchina, sembra essere ricaduto nelle antiche dipendenze. Pretende una squadra a trazione anteriore. Desidera un polmone solo all’arrembaggio, un assalto indecente all’arma bianca, un plotone d’esecuzione che spara alla cieca. Spara a salve però. Scaglia conto gli scafati avversari, degli inoffensivi tamponi di stoppa. Gli atleti rossoblù provano ad imbastire l’offensiva. Offensiva che spesso si spegne in un nulla di fatto. Sotto porta manca il cinismo utile alla realizzazione. Le punte sembrano possedere l’animo nobile del frate francescano. I marcatori, disposti a zona, trasformano i loro tacchetti in baci perugina. Il centrocampo è lasciato perire in balia degli eventi. Poma tra i pali viene chiamato a fare il felino a nove vite. Toglie spesso le castagne dal fuoco, ma non basta ad evitare la resa incondizionata delle reni. I catalani, abituati alla discesa in piazza, cambiano marcia e passano. Da quel momento si brancola nel buio. Il gol della proverbiale bandiera serve solo a lasciare un gusto di genziana sulle papille gustative. A questo punto l’assemblea del lunedì si presume rovente. Serve una correzione di rotta in corsa per evitare un finale già scritto. Mr King si è chiuso in un funereo silenzio stampa. La squadra martedì sera si allenerà al chiuso. Al riparo da telecamere invadenti e occhi indiscreti. In queste ore potrebbero essere prese decisioni importanti. Si sta valutando la situazione a 360 gradi. Sembra che il dirigente Luigi Cartastraccia abbia proposto una fusione delle parti. Soluzione disperata già adotta in un lontano passato. Quando le fromboliere Gaia Mauri, Alessia Tino, Cecilia Strambini, Maria Belen Espinosa e Roberta Bozzetto vennero tesserate in fretta e furia nel campionato di cacio maschile per provare a salvare il salvabile. E riuscirono nell’impresa. A sto giro si potrebbe contare anche su un Angela Del Gesso in più. Ma Sonny Zico sembra voler sollevare la posta in palio. Si pensa di tesserare anche il Basket Femminile e Maschile, Il Volley Femminile e Maschile e i più talentuosi (e raccomandati) elementi in erba del calcio bimbi. Una soluzione interna a basso costo, decisamente a portata di mano, facilmente realizzabile utile anche a mantenere in perfetta salute il bilancio. Ma dall’altro lato, la frangia dissidente dei Pizzuti, Zafari, Apruzzese, Minnetti, Felix Badii e di altri nuovi innesti societari dall’identità celata sta facendo pressioni per arrivare ad un cambio clamoroso della guida tecnica: Giampiero Ventura. Ed allora potrebbe anche essere Calcio Libidine!

 

 

 

 

 

 

 

 

Atletico di Catalogna. Forse un altro tipo di verdura cotta

In calcio, Cronache Atletico San Lorenziadi, San Lorenzo da delegalizzare on ottobre 3, 2017 at 2:48 PM

L’impatto con la prima categoria è un impatto frontale. Di quelli che sconcertano. Come succede nei sinistri automobilistici. Uno schianto. Ma per fortuna si procedeva a bassa velocità. Una velocità talmente pachidermica che ha permesso all’Atletico San Lorenzo di limitare i gol al passivo. Di contenere i danni. D’altronde era prevedibile. Arrivata al quarto anno della sua giovane storia, la società sportiva popolare, nata per volontà celeste, si è vista costretta in estate a cedere i suoi pezzi migliori a squadre ben più blasonate. Sono le leggi del mercato. Un mercato cannibale che non guarda in faccia nessuno. Scevro da ogni tipo di sentimentalismo o romanticheria. Hanno fatto le valigie difensori rocciosi come Lucignani e Parroccini. Ceduti entrambi in Scozia nelle file degli ambiziosi Hearts of Mindlothen. Si sono congedati anche i laterali Giovitta e Scucimmarra. Volati nel gelo moscovita sponda Spartak. Alle dipendenze dell’ex juventino Massimo Carrera. Sono state versate lacrime amare per gli addii in contemporanea di Zofoli e Carocci. Ingaggiati dai turchi del Galatasaray. Commozione c’è stata anche per la rescissione consensuale del contratto di Mimmo Valpurcella. Il biondo attaccante idolo della comunità omosessuale aureliana. Un vero e proprio brocco sul manto in erba, ma un autentico fenomeno nel saper valorizzare il proprio aspetto fisico tacchinando donne mature nelle trasmissioni televisive di Barbara D’Urso. Roba da far impallidire il Cervia targato Ciccio Graziani. Ma la sofferenza maggiore per la tifoseria murelina è stato il dover accettare l’addio di Pablo Serbelloni Postriboli. Il metronomo di centrocampo. Il goniometro della scuderia. Il fantasista capace di materializzare dal cilindro l’assist vincente a servizio dell’ultimo uomo. Era lui la pedina preziosa da sacrificare sull’altare del pareggio di bilancio. Grazie alla milionaria cessione del segugio uruguagio ai baschi della Real Sociedad, i forzieri rossoblù sono riusciti a tirare un momentaneo sospiro di sollievo. Sono arrivati soldi, soldi veri, moneta frusciante, prontamente reinvestita dal patron Francesco Panuccio per rimpolpare una rosa che ad inizio stagione rischiava di essere pesantemente inadeguata. Sono arrivati volti nuovi. Autentiche scommesse. A cominciare dall’allenatore. Forse la scommessa più grande. Lo scrittore cocainomane Stephen King. È stato il dirigente Luigi Cartastraccia ad imporre King sulla panchina sanlorenzina. L’HA fatto per chiudere definitivamente il cerchio con atavici traumi adolescenziali venuti a galla leggendo le memorabili pagine dell’autore americano. Un maestro del Brivido. “Se Misery non deve morire noi non ci dovremo nemmeno ammalare” ha precisato il responsabile aureliano domenica mattina ai microfoni della giornalista sportiva Raffaella Ceres. L’inaspettata assunzione di King alla guida tecnica della squadra, ha portato inevitabilmente l’intera rosa a toccarsi i coglioni. D’altronde il futuro non è scritto. Ma lo si può facilmente immaginare se si pensa al colpo di mercato macinato dall’amministratore delegato Andrea Greco. Volato in Corea Del Nord con la missione impossibile di scovare talenti calcistici a prezzo di saldo. Sapientemente accompagnato dalle preziose consulenze gratuite del parlamentare azzurro Antonio Razzi. Il dirigente silano non è tornato dalla trasferta orientale a mani vuote. Anzi. Il bottino era pieno. Di ben due giovani promesse calamitate dal marasma della dittatura comunista. Il sedicenne Minc-ihoo-hon e il diciassettenne Cogl-ihoo-on. Immediatamente girati in prestito al Perugia, per non avere grattacapi con la nomenclatura nordcoreana. Se verrà pronunziata una parola fuori posto, saranno cazzi degli umbri. Ma la proverbiale ciliegina sulla torta l’ha appositamente confezionata il dirigente Sonny Zico. Profondo conoscitore del calcio giocato. Ramificazioni e conoscenze nell’ambiente. Zico ha saputo approfittare del trambusto politico che intercorre nella federcalcio Brasiliana per far ingaggiare dalla società,ai minimi termini, nente poco di meno che Pelè. 75 anni portati malissimo. Due infarti coronarici. Asportazione del testicolo sinistro. Un bay-pass gastrico. Insomma, L’usato sicuro. Manna dal cielo per le orecchie di coach Stephen King. Il nome di grido. Il blasone. Il fuoriclasse. L’acquisto dispendioso capace di riportare la gente allo stadio. La perla nera utile ad incrementare i numero degli abbonamenti. Televisivi e non. Lo specchietto per le allodole perfetto per invogliare il consumatore a tesserarsi. A sottoscrivere la propria personale identità dentro un progetto calcistico. Progetto calcistico che domenica pomeriggio si è pronunciato sulle magagne della terra catalana. Schierandosi apertamente a sostegno…dell’Espanyol. Un diktat leggermente controtendenza. È la fantasista veneta Ceci Strambini ad argomentare le motivazioni di tale posizione politica. “Dobbiamo fare attenzione a parlare di indipendentismo, già qui ci stiamo abbastanza sul cazzo l’uno coll’altro, se ancora ci mettiamo ad incentivare le autonomie dei popoli finisce che ci si spara nei coglioni, e poi diciamocela tutta, Il Barcellona ha rotto il cazzo! Sta sulla bocca di tutti, tutti lo osannano, lo incensano, gli leccano i piedi, ma la città ha du squadre, c’è anche L’Espanyol, che non se lo caga mai nessuno. Tutto questo è inaccettabile. Tra i valori fondanti dell’Atletico San Lorenzo, oltre agli amori tristi, infelici, non corrisposti e salubri dal punto di vista delle malattie veneree, c’è anche il rispetto per le compagni calcistiche cosi dette minori. Come L’Espanyol. Perciò referendum si, ma con moderazione e forza Espanyol”. Rincara la dose la funambolica Gaia Mauri “io vengo dalle lontane Venezie Giulie, dove quotidianamente si grida all’autonomia, sinceramente mi sono stancata, preferisco leggere i fumetti di Urania e sognare un ‘umanità sufficientemente matura per essere accolta nell’abbraccio affettuoso elargito dalle braccia della sterminata galassia conosciuta col nome di Confederazione Stellare Supersonica”. Dichiarazioni al curaro che hanno immediatamente convinto i parenti più stretti delle due calciatrici a ricorrere al trattamento sanitario obbligatorio per aiutare le loro congiunte ad uscire dal guano. Strambini aggiunge carne sul fuoco. “Io sono veneta, è dai tempi dell’onorevole Miglio che sento parlare di autonomia, seccessione, indipendenza, federalismo fiscale e altre simili puttanate, da adolescente uscivo con le amiche, andavamo in birreria e l’oste ci obbligava a bere l’acqua del Po. Poi andavi a messa e il prete battezzava gli infanti con l’acqua del Po. Avevi il cagotto, ti serviva un clistere, il medico te lo faceva utilizzando nella peretta la fottuta acqua del Po, guardate, per me tutto il mondo è paese, che si vinca o che si perda forza Toro Juve merda!”. Sentenze spiazzanti. Chiosa il dirigente Daniele Minnetti “Con L’Espanyo siamo gemellati, da anni, dunque non rompete il cazzo”. E poi ancora la calciatrice Alessia Tino “Ho molto rispetto per la monarchia iberica, anche perché qualche anno fa io e Re Juan Carlos Navarro Vitorio Maria De Borbone abbiamo avuto una breve ma passionale storia sentimentale, si lo so, lui è vecchio e la sua prostata è irrorata di metastasi, ma come dice Gabo Garcia Marquez, dove c’è da mangiare per sei c’è ne anche per otto”. Annuisce il dirigente Marco Pizzuti, anche lui apertamente schierato a favore dell’Espanyol. Nonchè amico personale del sovrano borbonico. “Ho cominciato ad apprezzare re Jauan Carlos da quando ho scoperto che gli piaceva la caccia al cervo, ci siamo sentiti su What’s Up e ora nei week-end ci diamo appuntamento sui Monti Marsicani e li diamo vita ad una strage degli innocenti. Teste di cerbiatto che saltano come ordigni nucleari, datemi retta, Juan Carlos è un gran figo!”. Sottoscrive il dirigente Stefano Zafari, tra i più accaniti sulla patata bollente catalana “ Ricordo ancora quando nacque L’Atletico San Lorenzo, ognuno voleva dire la sua, assemblee che duravano intere settimane, se non mesi, se non addirittura anni, mettere insieme così tante coscienze differenti era un impresa degna passare alla Storia. C’era chi voleva i vessilli celesti perché era laziale, chi li voleva blucerchiati perché era doriano, chi amaranto perché simpatizzava livorno, chi giallorosso in quanto lupacchiotto, un casino della Madonna, così per non scontentare nessuno abbiamo inserito tutti i colori possibili ed immaginabili, e ora la nostra divisa ufficiale somiglia ad un quadro di Pollock. No, No, datemi retta, l’autonomia dei popoli e l’autonomia in generale sono boiate pazzesche, è il gruppo quello che conta. E il gruppo non può essere autonomo, ma deve somigliare ad un polmone che calpesta e distrugge quelle malefiche sigarette generatrici di blastoma! Insomma vaffanculo al Barcellona e Forza Espanyol!” L’Atletico San Lorenzo affronta i rivali del Giambellino F.C presentando il veterano Poma tra i pali. Seguito come un ombra dal capitano Caci. Che gioca per prudenza addirittura dietro la linea di porta. A protezione del portiere medesimo. Una linea maginot a tre con Lustrini centrale. I terzini sono Bertaccini e Bombicci. Un cerchio di centrocampo affollato con Smerigli, Pompi, Dettagli, Bochicchio e Pusterla. E in rifinitura le due punte Belice e Unguento. A disposizione di mister King il secondo portiere Tortorella, Paciugo, Senestro, Poggiolini, Poggibonsi e Nespolo. Artiglieria pesante costretta all’infermeria con le indisposizioni di Julien, Biglia, Apruzzese (fejoada rimasta sullo stomaco) e l’attesissimo Pelè. Sugli spalti sono presenti circa sedicimila spettatori. 9.867 abbonati. Il resto sono paganti. Il cielo è sereno. Il clima è quello delle grandi occasioni. Il ritmo sul terreno di gioco appare particolarmente lento. Le due compagni preferiscono attendersi l’una coll’altra lasciando la palla ferma a marcire sul cerchio di centro campo. Trascorrono immobili prima e seconda frazione di gioco. Una cristallizzazione del tempo e dello spazio. I giocatori somigliano a statue di sale. È la tattica partorita da quella volpe di Stephen King. Annichilire l’avversario giocando alle belle statuine. Nella fermezza totale si arriva così all’ultimo giro d’orologio. Sembra fatta, quando inaspettatamente, il meccanismo si inceppa. Samaciccia, attaccante obeso del Giambellino F.C decide di dare un calcio al pallone indirizzandolo verso la porta avversaria. Difesa dal duo Poma e Caci. Piazzati l’uno alle spalle dell’altro. Il primo calcio al pallone in assoluto della partita. Mister King ordina ai suoi giocatori di non perdere la calma e limitarsi ad osservare il pallone. Che termina la propria corsa in fondo alla rete. King si esacerba sostenendo che l’azione sia frutto del caso e non della scrittura creativa. E anziché gasare la truppa aureliana alla disperata ricerca del pareggio, ordina ai suoi giocatori di rimanere immobili e ripetere l’esperimento. Risultato? Palla nuovamente al centro, altro calcio, secondo ceffone. Dunque, nonostante la presenza sulle gradinate degli spartiti con su scritti i nuovi cori, la curva si ammutolisce. Raggiunto dai microfoni della giornalista sportiva Raffaella Ceres, il leader dei supporter murelini Vito Goyè Messina, commenta così questo infelice esordio di campionato : Porco Dio! E intanto l’Espanoy ha perso in trasferta…

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