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POETICHE NUOVE
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Rada camminava
appestata solo sulle mani
poi la macchina si presentò
puntuale al suo palazzo:
sorrideva a Rada –
Rada sorrideva alla macchina
si guardarono per del tempo
un’infinità di tempo volato
ad osservarsi. poi la macchina
triste senza più sorriso disse:
non posso curarti del tuo cancro!
Rada la osservò e velò per lei
altri sorrisi e velò e disse:
non voglio che tu mi curi
voglio che tu mi uccida!
l’auto uscì dal quartiere
silenziosa mente multipla.
parlarono a Rada dentro l’auto
ma Rada chiuse il finestrino.
come fai a essere sulla macchina
se adesso eri in casa?
da questa domanda
cominciarono a beccarmi;
molti becchini procedevano
seguiti da beccai affilati.
Dissolvenza. Dissolvenza.
Io sono Viveca
da dove vengo
lo dissi a molti uomini…
e da dove venivo loro andavano.
Io mi chiamo Viveca
ero soltanto bassa
oggi sono anche grassa
sembro più bassa…
divarico le gambe
dentro il mio letto
e m’apro al sogno –
scivolando i ginocchi
sulle lenzuola
ruvide gonfie di sporcizia.
questa mattina
ho sporcato la via
e tutti hanno osato guardare!
quando mi sveglio
è questo il mio pensiero.
Nacqui anziché morire
ma recitai la morte
mia allo specchio;
arrivai qui uno di quei giorni
di quei giorni che scordi
che tutti pensavano:
“sarebbe un gioco da bimbi
stringerla fra le braccia.
potrebbe ribellarsi
per finire per cedere…
grassa com’è,
debole dev’essere anche.”
e altri discorsi simili
giacevano sotto i miei piedi
quando passeggiavo
quando arrivai nel ghetto storico
vent’anni fa,
bassa e grassa
ma non deforme come adesso
che la mia gola possente
con la sua obesità gracchia!
Ed è dissolvenza.
Lidia-Tullia era l’acqua vergine
insensibile e mezzo vorace
camminava rovinata da vertigine
gonfia di tisi nel magro torace.
Lidia-Tullia sognava il cielo
mentre uccideva un sano stelo.
Lidia-Tullia crebbe andando a messa
nel velo nero con Viveca e Rada e Vanessa.
Lidia-Tullia protetta dal ghetto nobile
Lidia-Tullia continua a dire:
essendo la regina del cielo
sono come acqua vergine e fresca.
nessuno l’ascoltava,
poiché il vento delle sue parole
era vento e non acqua!
Lidia-Tullia bevve l’acqua
ipersensibile tutta quanta.
Lidia-Tullia mi parve acqua
quando la vidi moscia e santa!
Lidia-Tullia si è vestita
e correndo via si è pisciata.
si è lavata a tarda notte
nel bidè con il piscio e se ne fotte.
Dissolvenza
Quella sera Vanessa
cadde e si confidò:
siccome è stato
come fossi stata squartata
non ho più scordato
il sogno che mi ha spossata!
come dire che non ho più…
Vanessa ha caldo.
Vanessa è nuda!
Vanessa giace
ventre saziato
giace…e si sveglia:
tu hai sognato!
monte sognato.
sogno arrestato.
cosa ti spinge a me? – sì –
cosa mi spinge a te? – sì –
le danzarono intorno i demoni.
Vanessa veniva in auto
veniva a piedi
e veniva e pregava
che io le aprissi…
e piangeva quando mi rivestivo
Vanessa, e gli occhi miei
l’hanno veduta su e giù.
PROLOGO
Ma dove siamo in grotte o case o stalle, piazze di città, dove? l’inverno si è scordato di delineare perché il sole non scalda il mare lineare, sogno l’assurdità parlare camminare ovale. Immersi in centri razziali Vogliamo odiare, la danza si ripete e si ripete per noi vola in stanze illuminate di viola per violare. ….. Ed uscii dalle Torri ma mi costrinsero a tornare… qui ne ho visto scalfiti vecchi palazzi e sentito urlare vecchi pazzi. I vicoli stretti: oh la profondità strozzata, stranieri! All’urlo tutti fuori ai balconi d’edera d’immondizia. La notte: Che si alza con la nebbia E fugge via piano piano ben bene logorata logorata… cos’è che stavo sognando? La notte che si alza con la nebbia E fugge via piano piano ben bene Logorata la notte Era come il giorno Illuminata da brandelli di nubi che pendenti pendevano… nei vicoli cadenti… oh la profondità strozzata!, stranieri dagli occhi azzurri che guardate quanti di noi dagli occhi neri divoriamo stranieri delle città di su. Cosa volevate guardare? Chiusi nel ghetto ignobile gettiamo a mare rabbia vile siamo del mare l’indecenza siamo del mare l’arenile. Dissolvenza
votazioni sindaco Cagliari
in blu i soldi in rosso i sogni
pensavano: poveri
ma ricchi di speranza
ogni ricchezza è una fontana
da cui attingere la propria razza
e plasmarla come meglio credi
rozza pazza gente
e specchiarla in una pozza
perché si veda brillare
pensavano: poveri
ma saturi di inventiva
ogni idea affamata
splende anche al buio
della stiva di una nave
alla deriva
ramata mentre fende il silenzio
della sottomissione
pensavano: poveri
ma sempre generosi
chi più ha bisogno
più succosi doni porta
e lo scalogno in parte
della cipolla
il pianto inutile
e disturbante quieta
pensavano: poveri
ma belli e anche brutti
ma ci van bene tutti
per la polis per il grano
per il sano sviluppo umano
non pensate, dicevano,
vi avviluppo come un lupo
ma sarete come figli
dicevano: poveri
date l’assenso
che la pinguedine
è un intercapedine
su cui poter sguazzare
farci felici nel vedervi
i denti marci risaltare
in un sorriso, una nuova vita
http://notizie.virgilio.it/cronaca/spiagge-dorate-concessioni.html
http://www.sardegnademocratica.it/ambiente/la-privatizzazione-delle-spiagge-1.20726http://ricerca.gelocal.it/tribunatreviso/archivio/tribunatreviso/2011/05/14/VA8TC_RA501.html
http://noradarcaposperone.blogspot.com/
Giano bifronteIII
come innocuo pensile di brunito tek
non rifrange lamina le luci sfreccianti
ed assorbe simili tutti i desideri
compra e mangia libera la mente lo stress
puoi ammazzare statici intendere volere
annebbiato vomita il rimorso aderente
succulento gastrico fin sopra la gente
gli corrode i palpiti e scoppia la bontà.
IV
ogni giorno vortice ialino onda si forma
ripete l’evolvere avvolgente aggrottarsi
senza cresta il debole infrangersi salino
e accarezza gocciole diffuse asciutte
il decollo s’anima dal cielo sorvola
chiazze d’acqua sterili ai piedi di saguari
mai pregni com’ergersi verso il sole diaccio
sulla roccia rigido abbraccio che oggi è un giorno
V
di sterminio logore folate di vento
seppiato rimestano di sterminio il sangue
vivace di mùtoli corpi sconosciuti
gli passa tra il mestolo sott’occhio e di bombe
ascolta la disputa indecisa sbagliata
ecatombe e la stipula gli uni o gli altri sotto
sterrati dall’erpice furia dissennati
spaccati dai vomeri a tratti divorati.