Un giorno da padre

Hai occhi grandi,
divoratori di mondi.
Un sorriso che
mi fa tremare le ginocchia.

Tu sei l’alzarsi alle cinque.
Rientrare la sera e sentire la tua voce,
lottare per farti addormentare.

Sei un bradipo sul divano:
ma quando ti muovi
non c’è cellula che non ti segua,
né camicia che resti stirata.

Tu stringi un fiore secco,
coccolandolo come un peluche,
e lo lasci andare: sorridendo.

Ogni giorno mi bevi un po’ di vita,
e mentre io invecchio,
tu cresci, ti allontani dal molo.

La sottrazione del nervo

Sussulta un rumore di ossa che cedono al buio,
un reflusso di sangue fuori rotta
che percuote il cranio.

Il corpo è un’officina corrosa,
un guasto che espelle febbre e sale.
Allora intreccio le dita al cuore.

Recido i legacci
che tengono le fratture unite,
strappo il dolore come tessuto necrotico.

Nell’amputazione trovo il sonno.
Lascio la pelle ai suoi morsi,
la fibra al suo incendio.
Resto in un bianco che non concede appigli.

Sotto il mio sguardo la carne rallenta,
si inceppa.
Io sono l’occhio che abbraccia il crollo

La mente è un bisturi che elimina l’eccesso:
la carne brucia nel suo rito,
e io rimango intero, terso,

raccolto nel mio margine.


Riscritta dalla Poesia di FridaLoka:
https://wordpress.com/reader/feeds/122008269/posts/6028401605
che invito a leggere anche in lingua originale.

Precipita

Il silenzio è una stella esplosa:
il boato resta,
ma non arriva.

Scrosti l’intonaco incrinato.
Poche briciole
per un terreno affamato.

Come un resto di luce
che filtra dal corpo
di una lampada rotta.
Rompi il silenzio
frantumando ogni muro.

Senza permesso.

Apri il torace
per vedere se pulsa,
se resiste.

Poi ti tuffi,
mi indossi come un cardigan,
e sollevi un battito.

Non smettere
di precipitare
in me.

Frange

Il tempo si sfrangia
come una corda marcia,
mentre cerchi un segno:
fruscio di passi che non giungono.

“Lei è qui”
dicono le foglie mute.
Eco nel tremito dell’acqua
che non tocca il volto,
nel vento che sfiora le ossa
senza sceglierle.

Ma la distanza
è un granello d’ombra
incuneato tra due respiri:
basta quello a smarrire il nome,
a farlo cadere dove la tua voce
non arriva.

E resti.
Sulla soglia che non si varca,
con ciò che manca
più pesante
di ciò che c’è.

O

Come un cordone ombelicale
stretto attorno al collo,
mi coccoli.

Sei un bicchiere vuoto
che attende la pioggia
per vedersi pieno.

Un gorgo che divora
le mie ossa come fossero
emozioni.

Avanzo.

E i muri scrostati dalla salsedine
non cedono,
annoiati dal tempo.

E se ti dovessi nominare
mentre sogno,
il tuo nome sarebbe già altro.