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Rolando guardava meravigliato le scintille che sfavillavano da quelle congiunzioni; per un attimo gli sembrò di conoscere quei poliziotti e per gentilezza, quando lo afferrarono per portarlo via, si fece leggero.
Quando soffi si forma la nebbia sugli occhi. Rolando Musu aveva provato a lungo a spegnere le fiamme sul suo corpo. Finché il foro purulento sullo zigomo si asciugò e la formichina fece un breve rumore di crepa.
Non sarebbe durato oltre, Rolando, senza la formichina che sbucava dal suo viso scivolando sul pus. Il tempo certe ferite non le sana. Poteva essere un reperto, aiutare un’indagine, ricomporsi in un sacchetto, rimbombare nell’obitorio. Invece preferiva svolazzare con l’insufficienza della carta bruciata, annerire le nuvole.
Luisa trattenne alcune parti sbriciolate di Rolando. Molte altre si mischiarono a foglie e sterpaglie, incanalate verso i tombini e neanche uno sguardo a seguire tutto quel nero scorrere via.
Questo è quello che si dice, più quello che si pensa. Alcuni giurano che era quello che lui voleva, molti continuano a lamentare la puzza, perché non sempre il fuoco purifica, pulisce la nostra visuale.
Insensato catturava la luce ogni suo sguardo. Un diaframma sovraesposto che scheggiava anche le lacrime. Se si guarda infinitamente qualcosa, finisce che si consuma. Si spegne.
A Rolando Musu quel giorno era rimasto solo lo sguardo, e finì col spegnere ogni cosa che passava ininterrottamente sotto i suoi occhi.
Riuscì persino a spegnere il sole. Cosicché il forte calore che saliva dai suoi piedi fin su per tutto il corpo, Rolando lo attribuì allo spegnimento del sole, come se avesse trasferito su di sé i raggi che dovevano essere le fiamme che lo legavano e univano ai vestiti che si scioglievano con la carne.
Rolando Musu non provava rabbia anche se il dolore l’aveva trasformato prima di stordirlo. Aveva davanti agli occhi, attimi che potrebbero definirsi memoria, le mani di quei ragazzi sporgersi aperte sui palmi sulle fiamme che salivano dal suo corpo, come a riscaldarsi. E prima che si spegnesse anche il fuoco, e volare fuliggine come neve nera dalla panchina verde scomparso, probabilmente pensò di essere stato utile a qualcuno, quel giorno.
Le si avvicinò tiepida. Rolando Musu avrebbe dovuto tremare e battere i denti, seduto nella panchina verde scomparso e il freddo dell’inverno più rigido da che lui era scomparso allo stato dei sensi.
Luisa stringeva le guance di Rolando cercando di farsi capire. Rolando non parlava e non capiva più quello che può definirsi una lingua. Anche se lui accennava, parlava, stringeva i pugni per immaginare di urlare, per il resto che circolava intorno a lui non era così. Però non smetteva di guardare e di vedere, e vedeva Luisa ed era come capirla, perché un tempo sicuramente l’avrebbe capita.
Luisa smise di stringere le guance di Rolando. Frettolosamente e goffamente iniziò a baciarlo su tutto il viso, soffermandosi a succhiare il pus dal foro che Rolando aveva sullo zigomo. – la formichina – disse Rolando guardando Luisa, che non capiva, e sporgendo fuori la lingua cercava di prendere l’insetto per rinfilarlo nel foro.
Anche lei pensò alla formichina come alla possibile anima di Rolando. Allora mosse gli occhi come a tentare di scusarsi e scese le mani cercando quello che doveva essere una cintura per i pantaloni, ma era uno spago che aveva un fiocco ordinato, che lentamente sciolse.
Rolando oltre ad aver smesso di pensare, aveva smesso di stupirsi, e non dava altri significati al di là di quello che era, mentre vedeva Luisa aggrappata al suo pene lungo e duro. Un bisbiglio era quello che provò a dire nel vuoto che rimbombava intorno alle sue parole.— Forse sono morto impiccato! – e anche la formichina si agitava scivolando sul pus.