Interanalisi del fluito prossimo | VÄ•ra Linhartová

Certe persone non hanno imparato tutta la vita a mettere in una frase la virgola al debito posto. Eppure la giusta divisione e sistemazione della frase, di cui la virgola è pietra di paragone, è il fondamento del pensiero esatto e dunque anche della conoscenza: per dirla in breve – (se ci concentriamo appunto su questo particolare), senza l’esatto collocamento della virgola non c’è conoscenza percettiva. Lo sbaglio fondamentale che piĂą spesso commettiamo è infatti l’opinione che la virgola sia un segno che si lega alla congiunzione che introduce la seguente frase. Bisogna anzitutto dimenticare questo espediente scolastico, sorgente di tutto il male. PerchĂ© il complesso della frase è una massa fisica, un insieme di volumi da considerare come costruito nello spazio: le singole frasi sono corpi spaziali che si compenetrano a vicenda e talvolta (nel caso di parti o intere frasi inserite) persino corpi disgiunti, interrotti. La virgola poi sta del tutto naturalmente nel posto dove i margini dei corpi si toccano, o – se si tratta di una frase inserita — dove la sezione di una forma spaziale penetra attraverso la superficie di un’altra. In questo non ci si può sbagliare. Preceda o segua questa o un’altra parola (congiunzione), non ha il minimo significato nella frase.

[Vĕra Linhartová, Interanalisi del fluito prossimo, Einaudi 1969]

VÄ•ra Linhartová | Interanalisi del fluito prossimo

Se dicessi quel che dico per me stessa, non mi darei pensiero della fluidità. – Non vi capirei di più se lo dicessi a strappi oppure lentamente sotto l’apparenza della continuità. Non lo capisco in nessun caso. Ma se non lo dico per me stessa, posso forse defluire di qui. – II mio linguaggio è modulato dalla sonorità della voce, la continua voce monotona suona per me come un canto elegiaco, come il recitativo dei salmi che sale e scende prima della fine. – Se non è solo per me, posso condividere con te il timbro della continuità. Se ti snocciolo parole di elegie mentre, addormentandoti, ti allontani da me nel tuo sonno, divengo canto che ti accompagna oltre il limite, ti seguo illimitatamente nelle metamorfosi del tuo sogno. – La testa si dissolve infine con una lentezza insopportabile. Per il caldo e il respiro le cose appese al soffitto dondolano leggermente e girano.

[…]

Che cosa significa per me linguaggio: anzitutto non un agglomerato di parole. Le parole possono a volte anche esistere ciascuna in sé e per sé, e dunque anche non significare nulla. Piuttosto che un agglomerato, il linguaggio è una fiumana di parole, uno stretto alveo, in cui le parole si riversano, o piuttosto ancora uno sforzo di approfondimento, sempre un attimo prima che vi appaiano le parole che lo riempiranno. – A volta intendo la parola linguaggio nel significato di cosa comune, trovo un’analogia fonetica tra il ceco «řeč» (linguaggio) e il polacco «rzecz» (cosa), in connessione con «res», donde « rzecz pospolita» (res publica), dunque ciò che è fra noi che ho in comune con te. Ho con te il linguaggio, dico: Ho da fare con te, perché, per quel che mi concerne, ho rapporto con te, ed il linguaggio è tuttavia uno spazio di contatto lentamente creato. Le parole sono gli eredi di un trono eretto dall’atto dell’apostrofe.

 

[Vĕra Linhartová, Interanalisi del fluito prossimo, Einaudi 1969]

VÄ•ra Linhartová / Interanalisi del fluito prossimo

da INTERANALISI DEL FLUITO PROSSIMO

Avere un posto, dove nessuno mi conosca. Essere al riparo. PerchĂ© non dipende da un cambiamento di posto – (i posti non rimandano l’uno all’altro, nĂ© si coprono, ma crescono tutti insieme). Il piĂą grande riparo è nei vecchi posti conosciuti. E solo le persone piĂą intime sono i veri sconosciuti; accanto a loro è solitudine e sicurezza.

[…]

Cammino nel sottosuolo delle parole, so dov’è la loro preistoria. So di contrade, dove le parole davvero non significano nulla e dove non hanno bisogno di lasciare l’impronta – che è proprio il contrario della loro sembianza – per essere evidenti. Di parole-radici che restano dette a metĂ , perchĂ© non hanno bisogno di desinenze per esser complete.

[…]

– Qui nel sottosuolo il linguaggio è davvero vivo: ciò che diciamo di solito sono solo viticci e foglie affiorati alla superficie. Le connessioni tra loro sono solo schemi immaginari, in cui li inquadriamo guardando dal di sopra. Il loro vero legame è qui sott’acqua, dove i loro steli si intrecciano in modo incredibile, e il suolo, dal quale crescono, è uniforme. – Sono pochi coloro che vengono qui in visita.

[…]

II piĂą vecchio sogno che mi ricordo ancora è quello di una strada in un bosco e d’una terra screpolata, arsa come il fondo di uno stagno in una torrida estate: questa terra pendeva nel vuoto, dietro ad essa in basso era la volta del cielo con nuvolette. Era Finis Terrae. Dovevo tornare di lĂ , ma quando ero giunto ormai in vista, mi si parò dinanzi un muretto con una ringhiera di ferro. Vedevo al di sopra di esso, e dovevo io pure esser visto. Stavo lì senza nascondermi, ma non feci nemmeno nulla per attirare l’attenzione su di me, non li chiamai, perchĂ© non se ne andassero via senza di me. – Conosco questo sogno da molto tempo.

[Vĕra Linhartová, Interanalisi del fluito prossimo, Einaudi 1969]

VÄ›ra Linhartová – Ritratti carnivori (II)

Senz’ombra di dubbio, una comunicazione sotterranea aveva luogo tra lui e qualcun altro. Poteva seguirne le ramificazioni, senza mai risalire sino alla fonte. Avvertiva chiaramente gli impulsi e le risonanze che passavano tra lui e lo sconosciuto. Ma non riusciva mai a varcare la soglia oltre la quale quelle sottili vibrazioni svanivano nel buio. Meglio cosi, forse. Registrava le onde che lo attraversavano, non si curava nĂ© delle loro origini nĂ© del loro impatto.

[…]

Ma c’erano gli incontri. In particolare, ci fu quello vicino alla fontana, un incontro altamente improbabile sebbene atteso con certezza, seguito da diversi altri, ugualmente presentiti. Una volta ancora, l’inevitabile aveva iniziato il suo corso. Il cielo era denso di presagi e le vie parallele si incontravano in punti di intersezione per forza di cose fuori dal tempo. A ognuna di queste apparizioni lo spazio si disintegrava, si scardinava. Proprio nel mezzo si trovava un sentiero, serpeggiante nel fondo di un abisso, mentre su entrambi i lati ripidi pendii si sfaldavano, crollavano o si aprivano come ventagli. Nel silenzio senza eco che avvolgeva quei momenti, le parole effettivamente pronunciate non erano piĂą all’altezza, le apparenze piĂą convincenti non avevano piĂą corso. Non avete mai notato che è la luce a snaturare la naturale trasparenza delle cose immerse nel buio senza ombra? In ogni caso, questa limpidezza notturna, questa penetrante presenza di cose spogliate dei loro inutili involucri, gli era diventata familiare.

[…]

Gli eventi ormai gli scivolavano addosso, era fuori tiro. Non c’era nulla da capire. Una parola nasceva in lui, un vocabolo, un incantamento. Un tono disteso su tutta l’eternitĂ . Che niente dice. Che niente esprime. Che non si appella a nessuno. Talvolta alcuni oggetti emergevano dal grigiore, non facevano che ferirlo con la loro opacitĂ . Un ramo senza foglie dietro il vetro, nello sfondo di una collina oscurata dove si accendevano le prime luci della sera. Che fare di questa immagine? Distolse lo sguardo per fissarlo su un punto invisibile, vi regnava un silenzio cosi profondo che riusciva a udirlo ad ogni istante.

(Věra Linhartová, Sagiro il Maestro, in Ritratti carnivori, edizioni e/o 1987)

*

VÄ›ra Linhartová – Ritratti carnivori

Tutto è cosi calmo, qui. Nessuno urla, si ubriaca fino a svenire, si butta dalla finestra. Tutto è così perfetto, cosi distante, spesso ne rabbrividisco. Oggi, a mezzogiorno, un raggio di sole è venuto a posarsi sugli scaffali dove i miei libri si coprono di polvere. Lì per lì ho creduto di aver dimenticato una lampada accesa, poi ho capito che, si, la primavera è vicina e lo splendore del sole torna a valicare i tetti delle case circostanti per penetrare nella mia stanza. Da quanti anni rivedo questa fausta apparizione?

Qual è il reale potere del mio pensiero? Posso contare sulla forza di quel che prende corpo nella mia immaginazione per influenzare le tue decisioni? Il mio pensiero, cosi intenso, può arrivar fino a toccarti, può raggiungerti cosi da impregnare impercettibilmente le tue stesse idee? Certo, non ne ho alcun dubbio, il mio pensiero è una forza, a condizione tuttavia che non si sbagli sulla meta. PerchĂ© agisca, perchĂ© si realizzi occorre innanzi tutto che si distolga da te, che non ti prenda di mira direttamente, in un’ostinazione smarrita. FinchĂ© resta attaccato a te è impotente, malsano. Non appena ti lascia, può compiersi liberamente, divenire qualcos’altro, essere in tutta semplicitĂ . Anche se ne sei la fonte, non potresti esserne l’oggetto. Il mio pensiero sollecita uno spazio ben piĂą grande di quello che tu potrai mai offrirgli, allora trasporta le montagne, svuota gli oceani per costruire un paesaggio sconosciuto dove, una volta passata la tempesta, tu potrai un giorno venire ad abitare.

Vera Linhartová, Ritratti carnivori