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[PER I GORILLA SAPIENTI DI MIQUEL BARCELÓ]

Miquel Barceló: Gorilla bianco sulla spiaggia, 1989, tecnica mista su tela.

Il rinoceronte di Dürer, il cardellino di Carel Fabritius, l’usignuolo di Keats, il passero solitario di Leopardi, le pernici di Alcmane, i gatti di Baudelaire, la giraffa di Piero di Cosimo, gli uccelli di Messiaen e di Braque e di Saint-John Perse vengono a conversare nel testo concavo acceso di parole dove tutto accade e tutto ha ritmo e cadenza di figura, dove tutto vortica magnete di senso: per appartenenza alla foresta, per sapienza di naturalità, per sostanza di vita e per fraterna alleanza ecco i gorilla sapienti di Miquel Barceló, ecco la materia pittorica ad addensarsi sulla superficie non più cieca, non più muta, ecco il grido libertario erompere dalla gola del condannato alla prigionia, del condannato alla solitudine.
Per lacerti e per tracce e per risorgenze e per simiglianze e per frammenti e per affioramenti e per fossili rimanenze i gorilla di Miquel Barceló hanno arti e occhi e pelame che anche sono tendini d’antichissimi alberi, pigmenti di grotte pitturate, nodi e grovigli di respiro, di parola allo stato nascente, l’abisso della gola, i labirinti del polmone.
Il pithecanthropus erectus di Charles Mingus, lo scricciolo di Dylan Thomas, il toro di Lorca, le rane di Koyo e di Yves, i bisonti della grotta Chauvet, l’axolotl di Julio Cortázar (e lo scarafaggio di Kafka?) si danno convegno nella concavità accogliente del testo, nel palinsesto continuamente rinnovantesi della scrittura.

Scritto 17

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Di frequente il testo si enuclea dopo una serie di cancellature, sostituzioni, spostamenti, rimontaggi; questo significa che esiste un certo numero di testi che costituiscono l’ombra del testo definitivo, il suo invisibile retroterra, le possibilità poi eclissate dalla scelta definitiva.
Un’ombra brulicante di ripensamenti e di direzioni cassate.
Una nostalgia di quello che poteva essere e non è stato.

Scritto 13

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Non leggere il testo, ma guardarlo: forse l’atto è più facile se si contempla un testo asemico oppure scritto in caratteri che non si sanno decifrare. Guardare, cioè, il testo nella sua pura forma (di blocco compatto, oppure paragrafato, o suddiviso in colonne) per scorgerne la ritmica della visione: come fosse un paese della Terra d’Otranto visto dall’alto (ritmo di terrazze e ogni terrazza è un reticolo di linee catramate corrispondenti alle intermessure tra le lastre – le chianche – e ritmo di vuoti – le corti attorno alle quali sorsero le abitazioni o gli orti aperti in mezzo all’abitato), come fosse un campo arato o una vigna guardata anch’essa dall’alto (la vigna del testo ancora sempre feconda, colma del brusio indistinguibile delle parole, delle frasi, degli a capo).
E c’è ancora dell’altro: un testo che termini con un colophon in forma di triangolo rovesciato o uno che contenga dei versi (allineati a sinistra, al centro o a destra) o delle immagini dà vita a ulteriori paesaggi del testo come tavole di un atlante che, raccogliendo le diverse metamorfosi formali del testo, descriva una geografia del testo stesso in quanto composto per essere visto e, in seconda battuta, eventualmente leggibile e decifrabile, capace cioè di sovrapporre al paesaggio tipografico quello semantico.