Rosaria Maria Grazia Fiorentino, Responsum, Ladolfi editore, 2022
Recensione di Ivano Mugnaini
“Non porgere orecchio / a chi ti descriverà / come qualcosa di strano.” Questi versi perentori, accorati, si trovano all’inizio di una delle poesie più significative di Responsum, il libro di poesie di Rosaria Maria Grazia Fiorentino.
Si tratta di un’esortazione di notevole rilievo e sostanza, in quanto vale sia nel contesto specifico del dialogo in forma di versi tra i due innamorati che costituisce la struttura portante della raccolta, sia, a più ampio raggio, per il valore metaforico che spontaneamente assume.
Segnalo in questo post un libro di cui mi sono occupato di recente, Il canto e il disincantod’Orfeo di Diego Capitano.
Pubblico qui alcuni stralci del commento che ho scritto e che verrà utilizzato come prefazione quando il libro uscirà.
IM
Il canto e il disincanto d’Orfeo di Diego Capitano
Il canto e il disincanto d’Orfeo non è soltanto il titolo di una raccolta: è una dichiarazione di poetica. Orfeo, figura archetipica del poeta che tenta di strappare l’amata all’Ade con la sola forza del canto, incarna qui non tanto l’eroe romantico quanto il testimone ferito di un’epoca in cui la parola sembra aver perso il suo potere redentivo. Eppure Capitano non rinuncia al canto; lo rinnova, lo adatta al grido del nostro tempo, lo fa risuonare tra “statiche vertigini” e “onde stellari”, tra “ghirlande di sangue” e “luci pallide” che cercano ancora di illuminare il buio.
Questa capacità di far dialogare l’antico e il presente non è soltanto un espediente stilistico: è una necessità ontologica. Capitano non cita Orfeo per erudizione, ma perché in lui riconosce il proprio destino: il poeta che crede nella forza redentrice del canto, pur sapendo che ogni tentativo di salvezza è fragile, provvisorio, talvolta vano. In “Nel mio petto risorto”, il richiamo al sacrificio cristo-orfico (“Perché soffocate umile cristo / di vostra lingua inerbita / dal sogghigno pagano?”) non è retorica religiosa, ma invocazione laica alla compassione, all’ascolto, alla sacralità della vita. Qui il mito non è ornamento, ma struttura profonda del pensiero poetico.
Del resto, la figura di Orfeo — cantore capace di commuovere le pietre, ma anche uomo fallibile, distratto, umano — incarna perfettamente la contraddizione che attraversa tutta la silloge: la tensione tra aspirazione all’assoluto e consapevolezza della caducità. Capitano non si illude di poter riportare indietro Euridice; sa che ogni ritorno è impossibile. Eppure continua a cantare. È questa la sua forma di resistenza: non l’eroismo, ma la perseveranza. Non la vittoria, ma la testimonianza.
Qui non c’è solo denuncia, ma partecipazione emotiva, incarnata in immagini crude eppure poetiche, dove il dolore si trasforma in ritmo, in sillaba che vibra. Non siamo di fronte a un poeta che osserva il mondo da una torre d’avorio, bensì a un testimone che cammina tra le macerie, come il profeta moderno descritto da Gabriela Mistral — poetessa esplicitamente omaggiata nella raccolta — capace di guardare la sofferenza con occhi materni, senza retorica, ma con una compassione che sa farsi parola.
Capitano non teme di misurarsi con i grandi temi: la guerra, la morte, la fede, l’amore, la solitudine metafisica. Ma lo fa con uno stile personale, ibrido, dove il lessico elevato si mescola a espressioni quotidiane, dove il mito greco dialoga con la cronaca contemporanea. In “Ilion”, la Troia omerica diventa metafora di ogni conflitto moderno:
Oggi non solo i figli si piangono assassinati per caso dagli ultimi di una specie barbarica.
Questa capacità di traslare il mito nel presente è una delle cifre più originali della sua scrittura. Non si limita a citare Orfeo, Euridice, Afrodite o Saffo — come fa esplicitamente in “Devastanti nel grido”, dove invoca “Saffo di melica sensualità / vivida… coperta di brama” — ma li fa rivivere dentro drammi attuali, restituendo loro una carne viva, un respiro contemporaneo. È una poesia che non si accontenta di evocare: agisce. Vuole salvare, come Orfeo, anche se sa che il fallimento è inscritto nel gesto stesso.
Eppure, nonostante questa consapevolezza tragica, la sua voce non si spegne. Anzi, si fa più intensa nei momenti di maggiore desolazione. In “Nel mio petto risorto”, il poeta scrive:
Fuoco immane mi assale infra anima acquosa in un colare di vertigini e amaro sangue a gocce porpora.
Qui il corpo è teatro di una battaglia spirituale, ma anche spazio di resurrezione. Il “petto risorto” è già un atto di resistenza. Capitano non crede nella poesia come ornamento, né come mero esercizio formale. Per lui, la poesia è “sublimazione”, come egli stesso dichiara nella “Vis Poetica” inclusa nel volume: “che tenta di plasmare le menti alla ragione, per salvare questa esperienza irripetibile, che è: ‘La vita’”.
Questo intento etico non toglie nulla alla qualità estetica del testo. Anzi, ne costituisce il fondamento. Le sue metafore sono audaci, talvolta visionarie: “pensieri inchiostrati / parole che scuotono i sensi…”, oppure “la corda esausta / che accidentalmente / si spezzò!”. Simboli ricorrenti — la luce, la notte, il mare, il sangue, la parola — si intrecciano in una trama simbolica complessa, dove ogni elemento assume valenze molteplici. La “parola”, ad esempio, è al contempo dono e ferita, ponte e barriera, salvezza e condanna. In “Adagio dell’Autore”, essa viene definita “perla preziosa… / impeccabile alchimia delle lettere”, ma altrove appare come “lama” o “veleno”.
È proprio questa oscillazione tra languore e vigore, tra disperazione e speranza, a rendere la sua poesia così viva, così umana. Non si tratta di contraddizione, ma di dialettica: il poeta sa che la luce esiste solo perché esiste l’ombra, che il canto ha senso solo se esiste il disincanto.
Qui la semplicità formale — quasi da epitaffio — amplifica il dolore, restituendogli la dignità che la retorica mediatica gli ha sottratto. È poesia che non commenta, ma restaura.
In un’epoca in cui la poesia rischia di diventare accessorio culturale o prodotto editoriale, l’opera di Diego Capitano ci ricorda che la poesia può ancora essere testimonianza, preghiera laica, grido di giustizia, canto d’amore. Come scrive in “Emozionante come una notte d’amore”,
Merita la tua bellezza tutti i segreti dei miei baci… ogni pensiero nei pensieri che si ricordi di te… emozionante come una notte d’amore.
C’è un modo per guardare alla fine di tutte le cose senza tremare? Valeria Serofilli prova a indicarci il modo e la strada con la sua ultima silloge, Il cappello a fiori (Appointment in Samarra). Il libro, edito da Leonida Edizioni, non è solo una raccolta di versi, ma un vero e proprio percorso esistenziale articolato in tre parti distinte che si intrecciano come i fili di un arazzo temporale.
Il cuore pulsante dell’opera risiede già nel titolo. Come spiega l’autrice nella Nota (p. 13), il richiamo è al racconto morale medio-orientale di Samarra e al romanzo di John O’Hara, dove la morte è un incontro inevitabile. Tuttavia, la Serofilli compie un’operazione di rovesciamento iconografico potente: la Morte non è lo scheletro con la falce, né una figura lugubre. È una “Signora” con i capelli biondi, occhi celesti e un cappello fiorito che richiama il fiorire della Primavera.
C’è un modo per guardare alla fine di tutte le cose senza tremare? Valeria Serofilli prova a indicarci il modo e la strada con la sua ultima silloge, Il cappello a fiori (Appointment in Samarra). Il libro, edito da Leonida Edizioni, non è solo una raccolta di versi, ma un vero e proprio percorso esistenziale articolato in tre parti distinte che si intrecciano come i fili di un arazzo temporale.
Il cuore pulsante dell’opera risiede già nel titolo. Come spiega l’autrice nella Nota (p. 13), il richiamo è al racconto morale medio-orientale di Samarra e al romanzo di John O’Hara, dove la morte è un incontro inevitabile. Tuttavia, la Serofilli compie un’operazione di rovesciamento iconografico potente: la Morte non è lo scheletro con la falce, né una figura lugubre. È una “Signora” con i capelli biondi, occhi celesti e un cappello fiorito che richiama il fiorire della Primavera.
C’è un modo per guardare alla fine di tutte le cose senza tremare? Valeria Serofilli prova a indicarci il modo e la strada con la sua ultima silloge, Il cappello a fiori (Appointment in Samarra). Il libro, edito da Leonida Edizioni, non è solo una raccolta di versi, ma un vero e proprio percorso esistenziale articolato in tre parti distinte che si intrecciano come i fili di un arazzo temporale.
Il cuore pulsante dell’opera risiede già nel titolo. Come spiega l’autrice nella Nota (p. 13), il richiamo è al racconto morale medio-orientale di Samarra e al romanzo di John O’Hara, dove la morte è un incontro inevitabile. Tuttavia, la Serofilli compie un’operazione di rovesciamento iconografico potente: la Morte non è lo scheletro con la falce, né una figura lugubre. È una “Signora” con i capelli biondi, occhi celesti e un cappello fiorito che richiama il fiorire della Primavera.
Con Ispirazioni esonDate, Cristina Adragna ci consegna una silloge intensa, vibrante, dove l’amore non è semplice sentimento, ma destino ineludibile, forza cosmica, ferita aperta, ossessione vitale.
Pubblicato da Accademia Edizioni ed Eventi nel febbraio dello scorso anno, il libro raccoglie testi composti tra maggio e novembre 2024, in un flusso continuo di emozioni che si rifiutano di essere dimenticate o razionalizzate.
La poesia di Adragna non cerca consolazione: vuole bruciare, risuonare, lasciare traccia.
Vuole, consapevolmente un inferno che contiene un paradiso, e viceversa.
Il volume, curato con notevole eleganza tipografica e accompagnato da una prefazione del critico Vincenzo Fiore, si distingue per la sincera e nitida carica emotiva e per la ricchezza simbolica.
Il tema centrale è senza dubbio l’amore assoluto, vissuto nella sua dimensione più carnale e spirituale insieme.
Con Passo a due, Doris Bellomusto compie un gesto raro: trasforma il lutto in danza, la nostalgia in respiro, il ricordo in presenza viva. Il libro è un incontro — intimo, fragile e necessario — tra la voce della nipote e quella immaginata della nonna Dora, figura centrale del testo, “rosa sbocciata a Maggio / caduta a Marzo / senza fa frusciu” (p. 80). Attraverso un tessuto ibrido di poesia, prosa lirica e frammenti diaristici, l’autrice costruisce un memoriale affettivo che sfida il tempo, la malattia (l’Alzheimer) e l’oblio, restituendo alla parola il potere di tenere in vita chi non c’è più.
Nata in Calabria, Doris scrive con una lingua carnale, radicata nei gesti quotidiani — il sugo sul pane, il profumo della menta, le mani impastate — ma capace di slanci metafisici e visionari. La sua scrittura è “un vizio”, come lei stessa confessa: “Scrivo per trovare riparo, per accantonare le cose che mi consumano senza che io lo voglia”.
Pubblico qui di seguito alcuni inediti di un poeta “felicemente sui generis”, lontano dai cliché. Per introdurlo riporto alcuni passaggi della recensione che ho scritto qualche mese fa per il suo libro Per Aspera ad Astra.
È una poesia coraggiosa, fuori dagli schemi e dai cliché, quella di Flavio Vacchetta. Non è scritta per piacere agli altri o per compiacere l’ego, ma (e non accade di frequente), è messa nero su bianco senza filtri per dare forma di parola a pensieri e stati d’animo sinceri. Condivide le sue parole con chi lo legge, come lo condividerebbe con chi si siede accanto a lui su una panchina o sulla sedia di un bar, tra un sorriso e una riflessione profonda, sul tempo e sulla vita, sulle nuvole leggere e quelle cupe, sulle foglie che cadono, sui sorrisi che diventano pianto e lottano per tornare chiari e luminosi.
Maria Teresa Coppola è poetessa di passioni, di inquietudini, di irrequietezze, ma anche di ragionamento, di riflessione e in seguito di appagata contemplazione dello stato delle cose, della natura e dell’interiorità. Perfino corteggiare una quiete passeggera è passione. Fermento in attesa di deflagrare nuovamente, rivelazione e profezia. «Il vento convocherò / a soffiarti / il grigio dai capelli, / il velo dagli occhi, / dalle mani la tristezza, […] E non importa / se rotola la testa di Iokaan, / la bacerò sulle labbra / e avrà per noi un sorriso.»
In questo articolo una mia lettura della sua recente raccolta di poesie Cielo abbastanza.
IM
Cielo abbastanza, Maria Teresa Coppola,
Edizioni Helicon, Poppi (AR), 2025
«Guardiamo il mondo una volta, da piccoli. Il resto è memoria». Questa frase di Louise Gluck, tratta da Nostos, è stata scelta da Maria Teresa Coppola come esergo e posta a fianco ad un citazione da Esistere psichicamente di Andrea Zanzotto, «Da questo nulla che non è niente ed è tutto ciò che io sono.» Si tratta di due riferimenti per orientarci nel libro e individuarne il percorso e l’essenza. L’infanzia, innanzitutto, rimane fino ad un certo momento appartenenza ad un luogo e sete di libertà, amore per le tradizioni, le radici, il dialetto, scoperta di un mondo che porteremo sempre e comunque dentro di noi, in ogni attimo e ogni circostanza. E, soprattutto, quel guardare il mondo una volta equivale ad essere il nostro stesso stupore. In poche parole significa, forse, essere vivi, da piccoli, ed essere felici, magari senza saperlo, senza esserne coscienti, contenti della terra e del cielo che abbiamo avuto in sorte.
Il titolo, Il mio piccolo bestiario in versi, dice molto del padrone di casa. Giancarlo Baroni è un collezionista di oggetti preziosi che raccoglie e cataloga con gli occhi e con le dita, con l’obiettivo della sua macchina fotografica e con la tastiera del computer, dalle strade del mondo e dalle pagine dei libri. Un altro metterebbe ovunque vetrine luccicanti o cartelloni che urlano e sparano slogan in multicolor, tipo pubblicità dell’ultimo modello di macchina extralusso con guida talmente autonoma che ci lascia direttamente a casa. Baroni no. Lui ama l’understatement. Il bestiario in versi che ci propone in realtà non è piccolo per niente. Come dimensioni ma soprattutto come valore intrinseco del catalogo che espone. Entrando nel libro ci si sente un po’ come un ospite che ha il privilegio di venire condotto lungo un corridoio fino ad una stanza in cui si può vedere il “materiale” raccolto con occhio e cuore da appassionato in anni di ricerca, attenta ma gioiosa, rigorosa ma sorridente. Baroni raccoglie parole, versi, prose, saggi e altre cose amene con meticolosità e piacere sano, autentico. È un collezionista di farfalle che non vuole inchiodarle con uno spillo ad una bacheca per dimostrare che è stato bravo a trovarle e a catturarle. Vuole che continuino a volare e desidera condividere con altre persone un attimo di bellezza che resta libero e di cui lui non pretende di avere alcun merito.
“Vieni, saremo solo noi due / – diceva l’ombra assisa / sulle spalle ossute del tempo – / vieni, diceva, in quel punto / perfetto di luce in cui, / affratellati, saggiare eternità / e bellezza.” Questi, versi tratti dalla poesia “L’attesa”, aiutano a cogliere alcuni nuclei tematici della raccolta, o più esattamente ci mostrano alcuni simboli, spesso contrapposti, in un dialogo che possiede una direzione ben precisa, ineludibile. L’ombra assisa, quasi una rappresentazione grafica dell’uomo prostrato dallo scorrere degli anni e dagli eventi, si rivolge ad un destinatario che forse è la stessa persona di cui rappresenta la proiezione (un po’ come l’eliotiano J. Alfred Prufrock che sussurra a sé stesso “Let us go you and I”), e lo esorta a dirigersi assieme a lei in un punto ideale, ma anche esistente nella realtà, in cui, finalmente riconciliati e armonici, potranno saggiare eternità e bellezza.
Otto racconti che conducono il thriller, il giallo e il noir in direzione della riflessione sul senso delle azioni e delle motivazioni. Simona Conte vuole farci vedere quanto sia labile il confine tra la cosiddetta normalità e gli abissi di gesti e pensieri mostruosi e disumani. Vuole scrutare il male negli occhi. Per guardare a fondo, attentamente, i dettagli e i meccanismi. Vuole vedere, essere lì, testimone, dove accade l’assurdo e dove ha luogo la ferocia, fisica e soprattutto psicologica. Lo fa con estrema attenzione ed efficacia. E il risultato sono otto racconti coinvolgenti che chiamano in causa ogni lettore, ponendolo di fronte a specchi ineludibili.