poesia
“Responsum”, libro di Rosaria Maria Grazia Fiorentino – Recensione
Rosaria Maria Grazia Fiorentino, Responsum, Ladolfi editore, 2022
Recensione di Ivano Mugnaini
“Non porgere orecchio / a chi ti descriverà / come qualcosa di strano.” Questi versi perentori, accorati, si trovano all’inizio di una delle poesie più significative di Responsum, il libro di poesie di Rosaria Maria Grazia Fiorentino.
Si tratta di un’esortazione di notevole rilievo e sostanza, in quanto vale sia nel contesto specifico del dialogo in forma di versi tra i due innamorati che costituisce la struttura portante della raccolta, sia, a più ampio raggio, per il valore metaforico che spontaneamente assume.
“Ispirazioni esonDate” di Cristina Adragna
Con Ispirazioni esonDate, Cristina Adragna ci consegna una silloge intensa, vibrante, dove l’amore non è semplice sentimento, ma destino ineludibile, forza cosmica, ferita aperta, ossessione vitale.
Pubblicato da Accademia Edizioni ed Eventi nel febbraio dello scorso anno, il libro raccoglie testi composti tra maggio e novembre 2024, in un flusso continuo di emozioni che si rifiutano di essere dimenticate o razionalizzate.
La poesia di Adragna non cerca consolazione: vuole bruciare, risuonare, lasciare traccia.
Vuole, consapevolmente un inferno che contiene un paradiso, e viceversa.
Il volume, curato con notevole eleganza tipografica e accompagnato da una prefazione del critico Vincenzo Fiore, si distingue per la sincera e nitida carica emotiva e per la ricchezza simbolica.
Il tema centrale è senza dubbio l’amore assoluto, vissuto nella sua dimensione più carnale e spirituale insieme.
“La grammatica del vento” – libro di poesie di Antonella Sozio
Il libro di Antonella Sozio di recente uscita per Diecilune Edizioni è una sorta di ossimoro: la grammatica richiama qualcosa di rigido, condiviso e codificato, il vento è mutevole, imprevedibile, basato su infinite variabili e percepito in modo diverso da ogni essere vivente.Le poesie della raccolta hanno un tono intimo e addolorato come se ogni verso camminasse sulle pendici di vallate rese aspre da infiniti geli. E come se il vento a cui si è fatto cenno spingesse in direzione dell’abisso, della resa.
La tentazione del crollo, tuttavia, viene contrastata da forze invisibili ma possenti. In primo luogo quella stessa terra tormentata e silenziosa nei cui confronti l’autrice attua un processo di simbiosi che giunge fino all’identificazione:
“Cammino una Rocca senza tempo /
questa mia terra derelitta /
custode muta di ricordi oltreoceano perduti “
Cammino una Rocca, scrive Antonella Sozio, non verso una Rocca, o all’interno di una Rocca. Tutti i punti distintivi vengono tolti, anche a livello linguistico, di modo che si possa percepire l’unitarietà. Di modo che quando prosegue dicendo “la mia terra” al lettore venga fatto di pensare, o meglio di percepire, che si riferisca alla terra della sua interiorità, alle vallate della sua mente e del suo cuore, oltre che a quelle dei luoghi in cui vive e ha vissuto.
C’è di più – libro di Maria Teresa Coppola
“Inizia dall’inizio e vai avanti finché non arrivi alla fine: poi, fermati”. Seguo il consiglio del Re di Cuori di Alice nel paese delle meraviglie per scrivere la frase d’esordio di queste annotazioni sul recente libro di Maria Teresa Coppola. Seguo il consiglio perché è saggio con sprazzi di profondità indocile celata sotto un velo e dietro uno specchio solo in apparenza liscio e fedele. Quindi è un consiglio perfettamente consono al libro. L’inizio dell’inizio è qualcosa di ineludibile: “C’è di più”. La perentoria affermazione campeggia nella copertina a fianco della foto di una scultura di Igor Mitoraj, possente e misteriosa come la frase che accompagna, assimila e incarna.
Ciascuna lettrice e ciascun lettore porta con sé, pagina dopo pagina, l’eco interiore di quelle quattro minuscole e colossali parole. Le usa come chiave per penetrare all’interno di ogni lirica ma anche per effettuare un inevitabile confronto tra i propri orizzonti, ricordi, sogni e parametri esistenziali con quelli dell’autrice.
“Sento che siamo la terra, / eppure riusciamo a volare”. Sono i due versi conclusivi della lirica di pagina 15 che si apre con una terzina breve, otto parole in tutto, in grado di fornire un primo possibile indizio, additando una strada, complessa, sassosa, eppure potenzialmente foriera di mutamenti: “Facciamo accadere/ quello che senza noi/ non accade”.
È questa la “luce segreta” dei fiori “che s’aprono di notte/ e parlano con la luna”. Ecco, credo che perfino il Re immaginato da Lewis Carroll potrebbe essere d’accordo: abbiamo un inizio, una strada da percorrere a occhi spalancati, cercando la semplicità in ciò che appare complesso e un senso ulteriore in ciò che sembra univoco, lineare.
Possiamo avere, forse, quel “di più” che rende la vita degna di essere vissuta se comprendiamo che le risposte sono dentro di noi, anzi, siamo noi, nel momento in cui diventiamo un tutt’uno con la luce segreta che si apre nella notte, del cuore e del tempo. Nell’istante in cui impariamo a parlare con la luna, ossia con un volto e una voce mutevoli, cangianti, in grado di racchiudere luce e oscurità, la realtà e quel qualcosa che va oltre, perfino delle verità consolidate.
“Scritti, abbozzi, forse poesie” di Gianandrea Cocco – recensione
La “linearità” espressiva conduce in modo spontaneo, nella scrittura di Gianandrea Cocco, ad una solennità primigenia, non di maniera, non studiata né artefatta.
Una mia recensione al libro di poesie di Gianandrea Cocco.
IM

GIANANDREA COCCO
Scritti, abbozzi, forse poesie
Recensione di Ivano Mugnaini
“Non mi cercare / dove mi hai lasciato ieri, / tra le macerie di un dolore / che più non mi appartiene. / Io sono già altrove / e con i deboli miei occhi / vedo panorami ignoti ai più”. Dalla raccolta di Gianandrea Cocco, scelgo, come introduzione per questa disamina, i versi riportati qui sopra. Hanno, infatti, un carattere riassuntivo, in grado di riepilogare alcune delle tematiche principali. Innanzitutto la natura “dialogica” delle liriche, improntate alla descrizione dei giorni e degli stati d’animo del poeta ma mai come semplice cronaca o sfogo autoreferenziale. L’autore dei versi di questo libro ha sempre in mente un destinatario, un ascoltatore, un lettore ideale ma anche assolutamente reale, qualcuno a cui dire e dirsi, con la forza della sincerità.
I versi introduttivi ci parlano anche di un percorso, un cammino esistenziale non agevole affrontato sempre con tenacia e con il sostegno delle proprie convinzioni, degli ideali e dei principi, vissuti e creduti nel profondo. C’è, inoltre, altrettanto nitida, la consapevolezza della propria “specificità”, percepita non come un limite, ma, al contrario, come un privilegio, al punto che la debolezza diventa occasione per vedere oltre, e per vedere ciò che gli altri non riescono a cogliere e a interiorizzare.
Il libro di Gianandrea Cocco si basa sulla reiterazione di temi ricorrenti, particolarmente cari al poeta. Una specie di prolungato “mantra” in cui tuttavia ogni formula aggiunge un dettaglio, una nota, una variazione significativa che fornisce un nuovo accordo alla sinfonia.
La geometria dei pensieri – di Agostina Spagnuolo – recensione
Una mia recensione al recente libro di Agostina Spagnuolo, caratterizzato da un interessante connubio tra concretezza e forza immaginifica, ragione e sentimento.
IM

Agostina Spagnuolo
La geometria dei pensieri
Recensione di Ivano Mugnaini
“Tu guardi la felce e guardi i suoi ramoscelli / e i rami dei suoi ramoscelli: / hanno tutti lo stesso disegno. / Le foglie sui rami / disposte precise: / ogni specie secondo una regola / e tutte rispondono a leggi. / Tu pensi che sia geometria, invece / è tanta poesia”. Questi versi ci offrono forse alcuni indizi, o meglio indicazioni e suggerimenti per interpretare sia il titolo del libro che il senso, inteso come significato ma anche come direzione, strada, percorso.
Niente è casuale, ci dice Agostina Spagnuolo, tutto ha una funzione, una misura, uno scopo, un inizio e una fine. Nella visione dell’autrice tutto ciò, ben lungi da essere schema ripetitivo schiavo di canoni, è vera libertà, anzi, è volo fertile e creativo, come la poesia, anzi, è la poesia.
“È lo stesso codice, amore mio, quello / che regge le dinamiche della vita”, esordisce così la lirica in cui ci viene rivelato che dietro il velo di numeri, figure e angoli geometrici è nascosto, pronto ad essere scoperto e vissuto, il mondo interiore. La ricchezza dell’immaginazione possiede significato e sapore in virtù del suo muoversi all’interno di una struttura precisa e primigenia che tutto comprende e tutto avvolge senza comprimerlo e senza soffocarlo.
Il libro della Spagnuolo si nutre di ossimori, di accostamenti, di contatti tra entità e concetti in apparenza distanti che tuttavia invece di respingersi si attraggono, trovano le coordinate giuste, le opportune quadrature per tramutare il conflitto in armonia e compenetrazione. È questo forse uno dei cardini di questo libro e più in generale della poetica della poetessa: partire dalla concretezza, dalla solidità delle cose, dal suolo, per poi arrivare ad afferrare ciò che conduce oltre, all’astrazione, al lavorio della mente che riflette non per produrre un ragionamento fine a se stesso ma per progettare mutamenti per il singolo individuo e per l’umanità.
“M’inginocchio e prego / salmi a piedi nudi”, scrive la Spagnuolo, ed è, anche visivamente, una sintesi in una certa misura emblematica della sua fede profonda ma, come dire, ad occhi aperti e senza perdere il contatto con il terreno, con l’argilla che, in fondo, è fatta della stessa materia dell’uomo.
In un’altra lirica, l’autrice osserva: “La geografia dei pensieri / percorre latitudini rimaste inesplorate. / Abissi erano parsi azzurri voli, / cangiante il vero. / Dissipammo nuvole grevi nel limbo / in lontananza”. Ci vengono fornite, qui, altre tessere di un variegato mosaico. Spicca innanzitutto il verso “La geografia dei pensieri” in cui fa la sua apparizione un “alter ego” del titolo, con una variazione sul tema di rilievo, ineludibile. La geometria evocata nel titolo, diventa, all’interno, in una delle sezioni in cui è articolato il volume, “geografia”.
Alice Oswald – Nessuno – traduzione di Rossella Pretto
As the mind flutters in a man who has travelled widely
and his quick-winged eyes land everywhere
I wish I was there or there he thinks and his mind
immediately
as if passing its beam through cables
flashes through all that water and lands
less than a second later on the horizon
and someone with a telescope can see his tiny thought-form
floating on the sea-surface wondering what next
.
Come sfarfalla la mente di un uomo che ha molto viaggiato
e le rapide ali dei suoi occhi atterrano ovunque
vorrei essere lì o là egli pensa e la sua mente
all’istante
come passando tra cavi il suo raggio
lampeggia tra tutta quell’acqua e atterra
in meno di un secondo sull’orizzonte
e al telescopio se ne vede l’impalpabile forma-pensiero
fluttuare a pelo d’acqua domandandosi cosa accadrà poi
.
Il verbo “flutter” avrebbe potuto essere tradotto in modo letterale, prudente, oppure anodino, neutro, di modo che nessuno potesse notarlo e quindi sentirlo, percepirlo o criticarlo. Avrebbe potuto passare inosservato e ciò poteva essere fatto senza sforzo. Ma era un verbo chiave, un segnale, una boa nell’oceano immenso dei significati e dei significanti.
Rossella Pretto lo ha tradotto ricreando poesia. Mettendo nell’impresa tutto lo sforzo e la passione necessari per restituire al lettore anche nella lingua di destinazione il sapore di un gesto allo stesso tempo concreto e metaforico, denso della precisione, dello smarrimento e della ricerca millimetrica che sono propri della poesia.
È difficile riassumere nel breve spazio di un post un lavoro lungo, accurato e complesso e tutti i nodi sciolti con la cura con cui si pettinano i capelli di una persona amata, tutti gli ostacoli e tutti i voli che la Pretto ha incontrato seguendo le tracce del viaggio della Oswald e del suo personaggio dal nome emblematico, simbolo di un mondo parallelo al mito, alla narrazione delle narrazioni, isolato in ogni senso possibile, eppure centrale al punto di far rivivere nella sua area isolata il senso della centralità di ogni storia, collettiva e individuale, di ogni desiderio e ogni necessità di creare un mondo.
Un universo che possa dare un senso al mondo vero e proprio, forse nell’attimo esatto della conferma che nessun mondo è vero e proprio di per sé, e acquista consistenza, forse, solo nell’atto di acquisire la consapevolezza amara e salvifica della sua fluidità, del suo “sfarfallare”, oscillazione tra vero e falso, vita e morte, desiderio di vita e cupio dissolvi.
È veramente complesso riassumere un lavoro in cui ogni pagina contiene dozzine di rimandi e richiami intertestuali a più livelli, e dove tutto, la copertina, le premessa di Marco Sonzogni e la nota introduttiva della stessa Pretto, interagiscono con le due versioni del testo che a loro volta si parlano, conversano tra loro in un dialogo interrotto in cui ogni termine rispecchia e riecheggia l’altro confermandone il senso e mutandolo, facendolo virare di qualche grado per offrire la visione di un braccio di mare più esteso.
Il consiglio, semplice e sentito, è quello di prendere il libro, acquistarlo, osservarlo da vicino per cogliere in modo individuale tutto quanto qui può essere solo accennato.
Qui ed ora, dopo il consiglio, sincero, posso solo aggiungere alcuni preziosi frammenti ulteriori.
Comincio da una citazione tratta dalla premessa di Sonzogni, che merita anch’essa di essere letta integralmente, non solo per l’acume e il gusto di scoprire aneddoti e citazioni, ma anche in virtù della collaborazione che Sonzogni ha fornito contribuendo a sciogliere alcuni dei “nodi” (intesi sia come grovigli che come unità di misura della velocità di chi percorre specchi d’acqua, onde e frangenti):
“Leggendo Nobody, e traducendone in apnea cinque testi – in treno e con l’acqua del mare da un parte e dall’altra del binario nell’ultimo tratto prima d’invenarsi in Venezia – mi è venuto in mente un passo da Alice in Wonderland di Lewis Carroll. Nel settimo capitolo di Through Looking-glass, Alice dice al Re di non vedere nessuno lungo la strada («‘I see nobody on the road,’ said Alice»). E il Re, ansioso, ribatte dicendo di volere occhi come quelli di Alice, capaci di vedere Nessuno anche a distanza («‘I only wish I had such eyes,’ the King remarked in a fretful tone. ‘To be able to see Nobody! And at that distance too!»).
Ecco: servono occhi così per provare a guadare le acque vertiginosamente vitree dell’inglese di Alice Oswald senza essere tirati sotto la corrente dell’interpretazione dai vortici della sua imprevedibile e inesauribile genialità – un looking-glass particolarmente invitante ma anche particolarmente insidioso per chi voglia provare a dire quasi la stessa cosa, come Umberto Eco ha definito la traduzione.”
Aggiungo un brano della nota introduttiva, dal titolo IL VIAGGIO (PER ACQUA, NEL TEMPO) di Rossella Pretto:
“In questo viaggio (in tutti), ci sono un punto di partenza e un punto di arrivo che possono essere declinati secondo una linea temporale (passato e presente), oppure intendendoli come stati (fedeltà e tradimento), o ancora in senso spaziale (terra di origine e terra straniera), o semplicemente in termini di andata e ritorno. Tra questi due punti, comunque siano intesi, vi è qualcosa che sfugge alla forma, alla definizione, e inquieta; qualcosa che impressiona anche nel senso che lascia il segno del suo passaggio,
indecifrabile ma presente. E quante presenze ci sono, qui! Che cosa siano non si sa né come meglio definirle. E allora tocca sperimentarle, facendo esperienza dell’acqua.
Mircea Eliade ha insegnato che ogni forma, non appena si stacca dalle acque, cade sotto l’imperio del tempo e della vita: lo ricorda anche Marina Cvetaeva in quello splendido componimento che è ‘Alla sibilla – il bambino’, affermando che nascere è cadere nel tempo, da quel golfo amniotico al giorno; e il movimento contrario, quello del morire, è ancora una caduta:
Ma ti alzerai! Ciò che chiamiamo morte
è cadere – nell’alto.
Ma tu – vedrai! Le palpebre chiuse
sono: venire alla luce.
Dall’oggi –
nel sempre.
La morte, bambino, è ritorno.
La morte è andare a ritroso!
Per – l’aria! a – nuoto! a –
scesa: indietro: in dentro – in e-
terno.
Gli spunti, in questo libro, sono innumerevoli, tutti degni di essere percorsi, attraversati, percepiti con tutti i sensi a disposizione.
Rendo ancora più complessa (e quindi affascinante) l’impresa, aggiungendo un’altra lirica con la traduzione:
Terrified of insects of noon of sunlight
when the sea dilates to let more green in
and the damaged undermost in all its clefts can be seen
when swallows free themselves of their sorrows
and seagulls hang themselves on invisible armatures
and only a few tiny almost magical flashes of light
fall in the form of rain and
Stop
those lovers lurk in their indoors wondering
can he hear us now that poet has he finished
his poem about us what kind of a sting in the ending
will he sing of the husband if he is in fact
on his way here knowing by now the craggy out-jut
of that shallow place where the seals bob about like footballs
and did you hear along the shore that chorus of trees
with seaweed hung from their twigs like wept-in tissue
being moved by what a heartfelt sigh the wind is
and have you noticed the way the radius of water
maintains itself in proportion to its circles
as if each raindrip made a momentary calculation
and when it stops there are ruled flat lines
running from one island metrically to another
.
Terrorizzati dagli insetti dal mezzodì dalla luce solare
quando il mare si dilata per far entrare più verde
e i corrosi recessi si vedono in tutte le loro crepe
quando le rondini si liberano dei loro dispiaceri
e i gabbiani si appendono su invisibili armature
e solo alcuni piccoli quasi magici lampi di luce
cadono sotto forma di pioggia e
si fermano
quegli amanti si acquattano nelle loro dimore chiedendosi
può sentirci ora quel poeta ha finito
il suo poema su di noi che tipo di stoccata infine canterà
del marito se in effetti sta
tornando conoscendo ormai la scoscesa sporgenza
del bassofondo dove le foche beccheggiano come palloni
e hai sentito quel coro di alberi lungo la riva
con alghe appese ai rami come fazzoletti intrisi di pianto
commossi dall’accorato sospiro del vento
e hai notato il modo in cui il raggio dell’acqua
si mantiene proporzionato ai suoi cerchi
come se ogni goccia di pioggia facesse un veloce calcolo
e quando si ferma vi sono tracciate righe piatte
che metricamente scorrono da un’isola all’altra”.
Questo libro è utile per comprendere come un lavoro attento, fatto con mente e cuori accesi e vivi, possa generare nella lingua di destinazione nuova poesia senza smarrire il senso e il sapore delle acque e delle terre e del vento salmastro della lingua originale.
Questo libro ci fa capire il senso di essere isole, inesorabilmente.
Ma anche la consapevolezza dell’esistenza, tenace, forse salvifica, forse beffarda, di “righe piatte / che metricamente scorrono da un’isola all’altra”.
Ivano Mugnaini
Alice Oswald
Nessuno
traduzione di
Rossella Pretto
Edizioni ETS
Il mito
Voci dal presente

Alice Oswald è Professor of Poetry all’Università di Oxford, prima donna eletta a questa prestigiosa cattedra. Per la sua produzione poetica – che include The Thing in the Gap-Stone Stile (1996), Dart (2002), Woods etc. (2005), A Sleepwalk on the Severn (2009), Weeds and Wildflowers (2009), Memorial (2001), Falling Awake (2016) e Nobody (2019) – ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il T.S. Eliot Prize (2002) e il Griffin Poetry Prize (2017). È considerata una delle voci più importanti della letteratura mondiale.
Rossella Pretto è poetessa, traduttrice e scrittrice. Ha pubblicato il poemetto Nerotonia (Samuele Editore 2020) e il romanzo La vita incauta (Editoriale Scientifica 2023). Con Marco Sonzogni ha curato e tradotto Memorial di Alice Oswald (Archinto 2020) e l’edizione delle traduzioni sofoclee di Seamus Heaney, Speranza e Storia (Il Convivio Editore 2022). Ha poi curato La Terra desolata di T.S. Eliot nella traduzione di Elio Chinol (Interno Poesia 2022).
A TU PER TU – intervista a Marilyne Bertoncini
Ripubblico qui l’intervista a Marilyne Bertoncini autrice attiva sia in Francia che in Italia, che ha al suo attivo numerosi libri significativi ed è animatrice di iniziative, che, in totale coerenza anche con lo spirito di questa rubrica, tendono a favorire il dialogo e lo scambio di idee tra poeti, scrittori e artisti anche con percorsi, origini e culture diverse ma accomunati da ideali concreti, non di maniera o di facciata.
L’intervista risale ad alcuni anni fa. Marilyne mi ha chiesto i riferimenti per inserirla nella sua pagina di Wikipedia, ma ci siamo accorti che, per un disguido tecnico, il link non è rintracciabile.
Ripubblico quindi l’intervista.
Le risposte dell’autrice restano comunque attuali e sicuramente interessanti.
Buona lettura, IM
A TU PER TU
UNA RETE DI VOCI
La rubrica A TU PER TU ha l’obiettivo di costruire una rete, un insieme di nodi su cui fare leva, per attraversare la sensazione di vuoto impalpabile ritrovando punti di appoggio, sostegno, dialogo e scambio.
Rivolgerò ad alcune autrici ed alcuni autori, del mondo letterario e non solo, italiani e di altre nazioni, un numero limitato di domande, il più possibile dirette ed essenziali, in tutte le accezioni del termine.
Le domande permetteranno a ciascuna e a ciascuno di presentare se stessi e i cardini, gli snodi del proprio modo di essere e di fare arte. Saranno volta per volta le stesse domande.
Le risposte di artisti con background differenti e diversi stili e approcci, consentiranno, tramite analogie e contrasti, di avere un quadro il più possibile ampio e vario individuando i punti di appoggio di quella rete di voci, di volti e di espressioni a cui si è fatto cenno.
IM
5 domande
a
Marilyne Bertoncini

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.
Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?
Direi che sono insegnante, poeta, saggista e traduttrice, nata nelle Fiandre – vicino a un confine, e condividendo la mia vita tra Nizza e l’Italia per molti anni, quindi sono appassionata di ogni passaggio – trasmissione, traduzione, spostamento, viaggio, vagabondaggio da un confine, una lingua, un sogno all’altro: mi piace l’idea di rispondere a domande per Dedalus, perché il mio blog è stato creato sotto il segno di minotaur/A, che immagino come una figura notturna dell’altro mondo, rivelata dalla sua doppia, A-riane, padrona del filo del linguaggio …
Dottore in letteratura, con una tesi sull’opera di Jean Giono (La Ruse d’Isis, de “la femme” nell’opera di Jean Giono), dopo aver pubblicato numerosi saggi letterari e articoli sulla pratica educativa, mi dedico ora alla mia passione per l’arte e la lingua, e a questo tema della traduzione e del passaggio delle lingue. Oltre alla rivista Recours au Poème, che dirigo, faccio parte della redazione della rivista Phoenix, organizzo incontri letterari e animo laboratori di scrittura.
2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?
Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.
Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).
Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.
Parlerei volentieri del mio libro bilingue Memoria viva delle pieghe uscito nel 2019, perché è stato un camminare nelle due lingue, come spesso mi accade, e una bella esperienza, grazie ai miei amici poeti di Parma, che hanno sostenuto la sua uscita : di solito, prima di questo libro, scrivevo in francese essendo in Francia, e in italiano quando stavo in Italia : il testo si componeva – si tesseva veramente – tra le due lingue, ciascuna con le sue specificità portando il testo altrove, imponendomi correzioni nella parte dell’altra lingua. Per Memoria viva, il percorso è stato diverso, perché l’ho prima scritto totalmente in francese: è un libro che intende esplorare i diversi tratti della memoria, tanto personale quanto collettiva. La lettura di Jung, ma anche di Frazer, o di Bachelard, ha probabilmente influenzato la mia percezione di quello che si chiama memoria – che tanto quanto la storia individuale, è un racconto che ci facciamo e che ci costituisce, ricorrendo a miti e esperienze che trascendono la nostra esistenza. Il titolo (in italiano, mi piace la vicinanza tra “pieghe” e “piaghe”) si riallaccia a uno studio del filosofo Gilles Deleuze, nel suo libro sul barocco (Le Pli – Leibniz et le baroque, Paris, Les Éditions de Minuit, coll. « Critique », 1988, 191 p.) – Ho tentato di ricreare la sensazione del dormiveglia nel quale ti tornano in mente brani di ricordi sovrapposti dei quali non sai quali siano tuoi, o dei sogni, o di altri tuoi in altri tempi. Mi sembra che ognuno sia avvolto nelle molteplici pieghe della memoria collettiva – siamo come fantasmi, tutto sommato, che possono attuare nel corso della loro vita terrena qualcuna delle storie che sono sovrapposte nella nostra mente, e che ci compongono.
Il libro è illustrato con delle mie foto di pieghe naturali, dettagli di tessuti, vegetali, pietre… Mentre componevo la raccolta, mi sono resa conto che la tematica delle pieghe era da sempre una mia preoccupazione visiva, e i due process si sono sviluppati in eco l’uno dell’altro.
Il fieno – inediti di John Martone
“Le vorrei offrire questa tessitura di piccole poesie inedite – Il fieno – per Dedalus” , mi scrive John Martone. E aggiunge “come può vedere, utilizzo forme asciutte (aforisma, haiku) cercando una minima espressione iperbolica.” Pubblico qui alcuni inediti di questo autore nato in America ma che, anche come traduttore, ha sempre avuto lo sguardo rivolto anche oltreoceano. Una persona gentile e cordiale che ha saputo tracciare nel corso degli anni un suo percorso individuale nell’ambito della poesia breve, forma espressiva mai agevole, in cui ogni sillaba deve essere in grado di contenere un mondo.
IM
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John Martone
I numerosi libri di poesia di John Martone includono so long (Ornithopter), Ksana (Red Moon Press) e un volume di testi visivi, Storage Case (Otoliths). Ha pubblicato anche con i marchi privati Tufo e samuddo, disponibili online su scribd.com.
Ha tradotto Cartoline dai morti di Franco Arminio (2007-2017) e ha curato Spiritual Necessity di Frank Samperi: Selected Poems di Frank Samperi (Station Hill Press) e una raccolta ampliata dell’opera di presso Laertes.
Martone è redattore ed editore di otata, una rivista elettronica che pubblica poesie brevi e pubblica anche libri cartacei ed elettronici. Tel-let, la sua rivista cartacea, è stata attiva dal 1989 al 2002.
Tra i suoi libri di poesia (in inglese) ricordiamo less, particles, a landscape in pieces, homelands, e all my kind. Oltre ad Arminio, ha tradotto in inglese Pascoli (O Little One) e David Maria Turoldo.
Adesso scrive soprattutto in italiano.
È di stirpe avellinese e torna spesso al mezzogiorno. Precedentemente le sue poesie in italiano sono state pubblicate nelle riviste Euterpe e L’altrove.
Utilizza forme poetiche asciutte, aforismi e haiku. Il lavoro a cui attualmente si dedica ha per titolo “minuscoli”.
Attualmente lavora come assistente personale per i diversamente abili.
L’occhio verde dei prati
Pubblico qui la mia recensione al libro di Donatella Nardin che ho avuto il piacere di leggere e di tradurre in inglese.
La nota critica parla tra l’altro di musica, di dissolvenze, di ossimori, del mondo che verrà e di una viola che bisogna divorare.
Buona lettura a chi vorrà leggere queste mie annotazioni, ma, come sempre, anche e soprattutto a chi vorrà leggere il libro. IM

L’occhio verde dei prati
Il riferimento all’occhio presente in modo ineludibile nel titolo del libro di Donatella Nardin richiama il bene della vista, il dono prezioso dello sguardo. Ma non si tratta di un puro fenomeno ottico né tantomeno di semplice acquisizione di dati e immagini. Siamo di fronte nel contesto di questo volume a qualcosa di più ampio, un’osservazione che la vista rende possibile senza tuttavia esserne fine né meta. Lo sguardo parte dall’esterno per poi attraversare le ampie pianure del tempo e dell’interiorità. Al termine del tragitto ritorna a contemplare la bellezza della natura, simbolo di una profondità lineare ma complessa, ricca della consapevolezza del discrimine fondamentale, la linea di demarcazione tra ciò che è umano e ciò che esula dall’umanità vera, autentica.
Le liriche di questo libro sono tessere di un mosaico, o meglio ancora fili di vari colori il cui senso complessivo, la forma e la misura, trovano compimento nell’unità, ossia nella ritessitura di segmenti lacerati dal passare del tempo e dalla perdita di senso e sentimento, a livello individuale e collettivo, per i singoli uomini e le singole donne e per il mondo intero. La cura, intesa sia come farmaco che come riscoperta del gesto attento, appassionato e generoso, è nella poesia vera, fattiva, non di maniera o di facciata. La cura è nel ritrovarsi; e ancora una volta il verbo ha duplice valore, riferendosi sia al patrimonio di affetti di un’unica persona che alla totalità degli individui e dei popoli chiamati a riconoscere ciò che è salvifico. “Bisognerebbe donare un’ora/ buona al tempo, all’insipienza / un pensiero indulgente / come di violaciocche / splendenti tra le pagine nevose di gennaio. / Si potrebbe tentare di svelare / ciò che tiene insieme gli atomi / e le creature, la mano scesa / dall’alto a deporre un seme / d’infinito nella carnalità. / Ma abbiamo perduto l’occhio / svettante nel giusto e nel vero / quel candore che buca le tempie / cercando ricongiunzione”.
Come si evince anche dalla citazione qui sopra riportata, i versi della Nardin possiedono una musicalità innata originata dal gusto della ricerca che tuttavia non cancella la spontaneità. Di notevole valore è la conservazione costante di una “calviniana” leggerezza anche nei punti in cui il dettato assume valenze ampie, quasi allegoriche. In altri termini il senso, quello che in altri tempi si sarebbe definito “il messaggio”, non è mai urlato o imposto con altera retorica. L’autrice parla di sé, con schiettezza e coinvolgimento emotivo profondo, senza perdere la rotta, senza smarrire la lucidità, il rispetto per la parola e per la sua funzione comunicativa, e senza mai dimenticare che anche in poesia, con gli strumenti propri della poesia, si possono narrare le dinamiche della realtà descritta nei suoi eventi e mutamenti. In tal modo il raccontarsi può diventare specchio, tramite l’iride racchiusa nella pupilla e tramite quel verde che, pur con le sue innumerevoli sfumature e tonalità, è abbraccio universale.
Tale suasiva e profonda musicalità ha fatto da trait d’union, ha costituito un punto di connessione tra la lingua in cui le poesie della Nardin sono state concepite e scritte e la lingua in cui sono state tradotte, l’inglese. L’idioma in cui i versi sono confluiti, adattandosi a forme sintattiche e metriche diverse, ha acquisito la coloritura propria della lingua originale, nitida anche nei punti in cui la cupezza del rimpianto e la consapevolezza dell’estraneità rispetto ai modi e ai gesti della società oggi imperante risultano più intense. In tal modo, e in virtù della specificità del dettato poetico, il libro bilingue della Nardin assume ed evidenzia anche sotto l’aspetto squisitamente linguistico una fluida unitarietà.
“Ha immaginato così di svanire / tra le piccole acque che, nel loro / bisogno di assoluto, come lei / sanno il tempo e il gorgogliare / segreto di ogni mancanza. / Nella resa accogliere la finitezza / ché il finire possiede / la mite tracotanza dell’acqua / bambina”. Questa lirica che ha per titolo “Il finire” è per molti aspetti un efficace e in qualche misura riassuntivo parametro di alcune delle tematiche che questa raccolta propone con coerenza. In primo luogo il tempo, a cui si è già fatto necessariamente cenno. Ma non si tratta del solito carpe diem né di una nostalgia vaga e tutto sommato immotivata. Qui la parabola esistenziale è descritta con equilibrio e sincerità (altra parola chiave, quest’ultima). Sì perché sussiste una proporzionalità credibile, anche sul piano del linguaggio, tra la parte iniziale della lirica in cui la ragazza indossa maglietta e infradito, definiti senza sconti e senza abbellimenti edulcoranti. La scena accade oggi e descrive una ragazza come tante, non un’eroina arcadica sospesa in un tempo indefinito e astratto. La ragazza è specchio di ogni donna, così come la riva del fiume in cui tutto accade è imbronciata anch’essa, quasi ad assumere il sentire umano, come se la natura non fosse solo specchio ma respiro e stato d’animo condiviso. E solo allora, quasi a sorpresa, l’occhio finalmente vede, e coglie un dettaglio rivelato da un aggettivo. I capelli sono imbiancati; la ragazza non è più tale, o meglio, porta dentro di sé la gioventù di un tempo in un corpo maturo. Ma ancora quella donna non più ragazza continua ad attendere il risveglio del mattino. E immagina di svanire tra acque che ancora confermano profonda empatia dimostrando di conoscere il gorgogliare segreto di ogni mancanza.
I quattro versi finali della lirica sono “ossimorici” a più livelli. Innanzitutto sul piano del significato, del gesto, della scelta: la resa accoglie la finitezza del finire. Il verbo accogliere, seppure riferito ad una sconfitta, fa pensare ad un sorriso. Amaro, immensamente agro, certo. Ma è un ospite a cui si apre comunque la porta, con un respiro di sollievo, paradossale ma profondo. Si apre la porta e si prende atto che l’ospite una volta entrato non se ne andrà. Bisognerà conviverci. Parlandogli con schiettezza. Tanto già conosce tutto di noi, è sempre stato presente, c’era già prima della maglietta verde petrolio e delle infradito. Parlando con l’ospite nostro malgrado osserviamo e metabolizziamo l’ossimoro più puro e più distruttivo: la mite tracotanza dell’acqua bambina. Forse la nostalgia di una purezza che non è mai esistita. Quella bambina, comunque, non tornerà. Almeno non nella forma di un candore asettico illuminato da un sole mitico che oggi (e forse anche allora) è il riflesso di un riflesso, proiezione di un’idea. Non è un caso forse, ed è un’ipotesi attraente anche questa, che l’unico rimedio alla tracotanza della nostalgia (mite, in apparenza, e quindi ancora più dolorosa) sia svanire. Ossia sparire al mondo, a quella parte del mondo con cui non c’è interazione possibile, non c’è dialogo che possa condurre a sentire in modo analogo. Svanire dunque, come strada necessaria. Andare in dissolvenza, come in ambito cinematografico. E anche nella vita, come nelle pellicole dei film, il passaggio da una scena all’altra non è taglio netto, non è scissione. È continuità nella differenza. L’acqua bambina non tornerà, è passata, trascorsa in direzione di un mare lontano. Non torna ma resta come eco, come sguardo, nel verde della maglietta, dell’occhio e del prato. Sapere svanire è forse la sola arte realizzabile. Sparire senza smettere di essere presente, come mente, pensiero, voce, parola detta e scritta, e anche come corpo (interessante e condivisibile a questo proposito il riferimento alla carnalità come asse portante del libro a cui fa cenno Riccardo Deiana nella postfazione).
Lo sguardo, l’occhio della Nardin, è attento e acuto, proprio perché mai disgiunto dalla mente e dal cuore. Rileva e metabolizza, senza tralasciare niente, senza sconti e senza infingimenti, il buio, la luce e i chiaroscuri. Coglie e annota, seguendo il filo rosso delle varie sezioni del libro, “Le vite care”, “Le creature murate”, “Il fuori”, “Il dentro” e “The next world, Il mondo che verrà”. Descrive una a fianco all’altro la luce e il buio. Ritrae tramite versi fermi, vigilati, non inclini alla retorica né al compiacimento, le violenze, le ferite, la bellezza violata, la perdita della purezza e dell’illusione.
Nella lirica “Amori negati” introduce i suoi versi tramite una citazione da un biglietto di Cesare Pavese a Fernanda Pivano: “La fioraia mi ha detto: le farò fare proprio bella figura. Io non voglio”. La fa seguire da un composizione che contiene anch’essa in nuce i temi chiave di questa raccolta e della poetica della Nardin: il tempo, la speranza, tradita, “mangiata”, divorata dalla realtà; l’invocazione, l’anelito alla rinascita, l’impossibilità di sperare ulteriormente, il nulla come inesorabile sipario:
“Come impetuosi torrenti di sole / rinascere ogni giorno in segreto / alla vita, a pelle nuda rinascere / diade alla preghiera innalzata / – trepida l’invocazione / nella sua dedizione – / se non fosse che in punta di piedi / si è mangiata l’armoniosa / pulsione il timido fiore, / se non fosse che anche il domani / finisce e, finendo, non rifiorisce / con tutto ciò che dovrebbe / fino alla fine accudire / e che invece dispera e nulla più”.
Non è dominata esclusivamente dal gusto della commiserazione la poesia di questo libro, comunque, non è “opera al nero”. Contiene una gamma ampia di colori, a partire dal verde del titolo. Descrive la vita nelle sue sfumature cangianti come i chiarori e le ombre, i raggi accecanti e i riflessi più tenui. La Nardin è poetessa di chiaroscuri, osserva il mondo senza trascurare nessuna delle sue forme e manifestazioni. Dopo l’assimilazione visiva subentra sempre, come detto, la riflessione, il ragionare, mai scevro di sentimento ma allo stesso tempo rigoroso e obiettivo. I colori vengono corrosi dal tempo, che divora, assieme a loro, la lucentezza delle speranze che anni prima sembravano potere splendere in modo imperituro. Alla poesia non resta che ritrarre l’enigma, il mutare inesorabile degli orizzonti. Alla poesia resta il compito di ipotizzare risposte a domande impossibili. O ad enigmi che possiedono infinite soluzioni, una per ogni destino individuale, oppure non possiedono alcuna chiave risolutiva, se non la consapevolezza della finitezza. “Splendori e congedi di ali / troppo grandi per questo / piccolissimo cielo. / Ha raccolto per l’ultima volta / le pesche gialle, succose dagli / alberi piantati quarant’anni / prima. / E ora come faremo – si sono / chiesti i rimasti, sfiniti / dal nulla – come faremo / a respirare, intensa e lieve / la sua luce terrena per mutarla / infine in dolce memoria? / Bisognerebbe forse ingoiare / una viola per ridare vivacità / all’insieme discorde, / come un nuovo nome, magia / che non tiene ma che celebra / la sottrazione”.
Per tutti i lettori alla deriva nel flusso spietato, per tutti i “rimasti, sfiniti dal nulla” di questo nostro tempo impalpabile e feroce, la poesia della Nardin è un modo per riflettere sul senso e sulla funzione di quella viola che racchiude in sé l’armonia perfino del distacco, della nostalgia, della variazione sul tema della caducità di ogni cosa. Quella viola misteriosa e lucente che dovremmo ingoiare si chiama poesia.
Ivano Mugnaini


Note biografiche di Donatella Nardin
Sono nata e risiedo a Cavallino Treporti-Venezia. Dopo gli studi classici ho lavorato nel settore turistico con incarichi anche dirigenziali.Appassionata da sempre di lettura e scrittura, soprattutto poetica, solo negli ultimi anni ho deciso di dare visibilità ai miei scritti partecipando a vari Concorsi Letterari con risultati soddisfacenti. Mi sono stati infatti attribuiti numerosi premi e riconoscimenti – oltre centosettanta – quali menzioni d’onore, segnalazioni di merito, premi speciali delle giurie e classificazioni ai primi tre posti o da finalista nelle varie graduatorie concorsuali.
Nel 2014, quale premio editoriale di un Concorso, è stata pubblicata per le Edizioni Il Fiorino la mia silloge “In attesa di cielo “ (Premio Giovanni Gronchi, Premio Cinqueterre Golfo dei Poeti, Premio Rivalta-Roberto Magni, Premio Leandro Polverini). Nel 2015, sempre per le Edizioni Il Fiorino, è stata data alle stampe la mia raccolta di liriche haiku “Le ragioni dell’oro” (Premio Giovanni Gronchi, Premio speciale della Giuria al Premo Letterario Città di Arona)
Nel 2017, essendomi classificata tra i vincitori del Concorso “ Pubblica con noi ”, è stato dato alle stampe per Fara Editore il mio terzo libro di poesie “Terre d’acqua“ (Secondo classificato al Premio Città di Arona, Menzione di merito al Premio Città di Copenaghen, Finalista al Concorso Letterario Poeta per caso e al Premio Michelangelo Buonarroti, Primo Premio alla XXI Edizione del Premio Il Litorale, Menzione di Merito al Premio Poetika, IV Classificato al Premio Maria Cumani Quasimodo e Medaglia Aurea al Premio Emozioni Poetiche.) A maggio 2018, in un felice connubio tra pittura e poesia, una mia silloge breve è stata trasposta su forex ed esposta all’interno della mostra “Meraviglie d’Oriente” accanto ai dipinti del Maestro Luigi Ballarin, noto artista che opera tra Venezia, Roma e Istanbul. Nel febbraio 2020, di nuovo per Fara Editore, è stata pubblicata la mia quarta raccolta poetica dal titolo “Rosa del battito”. A trenta poesie, facenti parte della silloge, è stato attribuito Il Premio Speciale della Giuria al Premio Internazionale di Poesia Besio 1860. Il libro si è inoltre classificato al Primo Posto al Premio Letterario Internazionale Mario Luzi 2020, finalista al Premio Tra Secchia e Panaro e ha ricevuto una Menzione d’onore alla 34 Ed. del Premio Lorenzo Montano-Anterem Ed. Ad aprile 2023 Fara Ed. ha editato la silloge “L’occhio verde dei prati” in edizione bilingue italiano-inglese a cura di Ivano Mugnaini. Alla raccolta è stata attribuita una segnalazione al Concorso Narrapoetando 2023. E ancora ad aprile 2023 ho pubblicato, sia in versione cartacea che in e-book, “Il dono e la cura” Aletti Editore, opera poetica che è stata tradotta in arabo dal Professor Emerito Hafeiz Haidar. A maggio 2023 alcuni miei testi sono stati selezionati per essere presentati ed esposti alla Mostra Pro Biennale di Venezia. La Mostra, organizzata dal Curatore d’Arte e scrittore Salvo Nugnes presso il padiglione Spoleto dello storico Palazzo Rota Ivancich, è stata introdotta e commentata da Vittorio Sgarbi ed è stata visitata da numerose personalità del mondo dell’Arte, della Cultura e delle Istituzioni. Molte mie poesie e alcuni racconti sono stati inseriti in antologie di Concorsi Letterari, in alcuni siti on line e in lit-blog dedicati, in riviste letterarie anche straniere, in raccolte collettanee di Case Editrici come LietoColle, La Vita Felice, Fusibilia, Terre d’ulivi, Empiria e Fara Editore. Alcuni miei testi infine sono stati tradotti in inglese, in francese e in spagnolo mentre alcuni miei haiku, tradotti in giapponese, sono apparsi sia sulla rivista letteraria Aoi che su quella della Kokusai Haiku Kyokai. Note e contributi critici sulla mia scrittura sono stati stilati, tra gli altri, da Nazario Pardini, Gian Ruggero Manzoni, Antonio Spagnuolo, Fernanda Ferraresso, Fabrizio Bregoli, Fulvio Castellani, Angela Caccia, Vincenzo D’Alessio, Carla D’Aronzo, Ivano Mugnaini, Renzo Montagnoli Giuseppe Vetromile, Salvatore Cutrupi, Claudia Piccinno
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