Con Passo a due, Doris Bellomusto compie un gesto raro: trasforma il lutto in danza, la nostalgia in respiro, il ricordo in presenza viva. Il libro è un incontro — intimo, fragile e necessario — tra la voce della nipote e quella immaginata della nonna Dora, figura centrale del testo, “rosa sbocciata a Maggio / caduta a Marzo / senza fa frusciu” (p. 80). Attraverso un tessuto ibrido di poesia, prosa lirica e frammenti diaristici, l’autrice costruisce un memoriale affettivo che sfida il tempo, la malattia (l’Alzheimer) e l’oblio, restituendo alla parola il potere di tenere in vita chi non c’è più.
Nata in Calabria, Doris scrive con una lingua carnale, radicata nei gesti quotidiani — il sugo sul pane, il profumo della menta, le mani impastate — ma capace di slanci metafisici e visionari. La sua scrittura è “un vizio”, come lei stessa confessa: “Scrivo per trovare riparo, per accantonare le cose che mi consumano senza che io lo voglia”.