di Francesco Segoni
Poi una sera ho smesso di berlo. L’upupa mi mancava.
Dopo qualche notte senza le sue visite, infatti, notavo la mia pelle farsi rinsecchita e sbiadire: ho cominciato ad avere paura di sbriciolarmi. Una sera non ho strappato i peli nuovi e sono scivolato fra le lenzuola gelide senza toccare il succo di melograno. Ho aspettato il frusciare familiare delle piume soffici, ho intravisto il becco aguzzo penetrare il buio, i suoi occhi ciechi che pure mi avevano trovato. L’upupa mi voleva.
Mi ha afferrato un terrore nitido. Lei mi ha visto stringere le lenzuola, ha vibrato insieme a me. Ho osservato le zampe tendersi, le dita nodose chiudersi, ho riconosciuto il mio calore sotto le sue piume spesse. La reazione deve avere spaventato anche lei: quella notte l’upupa mi ha concesso solo una visita breve.
Avevo paura, ora dell’upupa, ora della sua assenza. Per tre giorni ho ricominciato a bere succo di melograno e strappare i peli nuovi. Frugando nello specchio del bagno, la sera, vedevo la mia maschera funeraria prendere forma. La quarta notte la mancanza è diventata disperazione: non ho bevuto il succo e mi sono messo ad aspettare immobile nel letto. Quando la luce grigia si è intrufolata fra una tenda e l’altra, poche ore più tardi, un’ondata di panico mi ha lasciato a singhiozzare nel cuscino.
Dove sei? Non verrai più?
Temevo che avesse preso come un rifiuto il mio ricorso al succo di melograno e si fosse rassegnata a dimenticarmi. L’idea mi era insopportabile. Nudo e malfermo mi sono trascinato in cucina inciampando nelle lenzuola, ho spalancato lo sportello della dispensa, ho preso le bottiglie piene della linfa dei melograni che io stesso avevo spremuto e le ho scaraventate contro il muro una dopo l’altra, cercando di fare più rumore possibile: volevo che mi sentisse. La bottiglia già aperta che stava in frigo è andata a raggiungerle per ultima, col botto più forte.
Ho aspettato l’upupa per tre notti ancora: la mia angoscia montava a ogni risveglio.
Quando infine è ricomparsa, si è mostrata più timida. La luce in bagno era rimasta accesa e nel debole chiarore ho potuto ammirarne il piumaggio, la cresta rossiccia dalle punte nere, le bande bianche e nere delle ali: mi sono reso conto che fino a quel momento il mio cervello aveva dipinto da sé i colori che non aveva potuto distinguere. Ora invece erano veri, ed erano belli. Ho fissato l’upupa che zampettava cauta e aspettava il mio permesso per avvicinarsi un altro po’. Il mio tremito scuoteva le sue ali, il mio calore le scaldava le piume. Ho visto il becco sollevare un lembo del lenzuolo, la testa pennuta infilarsi sotto ad annusarmi, le piume sparire nel buio. È stato come se ogni distanza fra di noi fosse stata annullata: erano le mie piume a fregare contro il lenzuolo, le mie zampette magre a scuotersi in fondo al letto, la mia cresta a erigersi piena di eccitazione, le mie braccia a battere come ali.
Giacendo ansimante, ne ho assaporato il tepore: si era accoccolata contro il mio fianco. Le piume erano come pelle, il becco un paio di labbra. Nel vuoto ho sentito pronunciare il mio nome. Il respiro si è accorciato, la camera si è messa a volteggiare. (altro…)



