L’amore e l’upupa

 
 
 
 
di Francesco Segoni
 
 
 
 

Per molto tempo ho trascorso le serate col viso incollato allo specchio del bagno. Scandagliavo la mia pelle arida, così tesa intorno ai lineamenti spigolosi che sembrava lacerarsi. Cercavo i peli nuovi. Rossicci, castani, biondi, morbidi, vibravano come insetti. Più li strappavo e più ricrescevano. Grattavo finché avevo il sangue sotto le unghie. Prima d’infilarmi nel letto bevevo un bicchiere di succo di melograno puro perché era l’unica cosa che teneva lontana l’upupa.

Poi una sera ho smesso di berlo. L’upupa mi mancava.

Dopo qualche notte senza le sue visite, infatti, notavo la mia pelle farsi rinsecchita e sbiadire: ho cominciato ad avere paura di sbriciolarmi. Una sera non ho strappato i peli nuovi e sono scivolato fra le lenzuola gelide senza toccare il succo di melograno. Ho aspettato il frusciare familiare delle piume soffici, ho intravisto il becco aguzzo penetrare il buio, i suoi occhi ciechi che pure mi avevano trovato. L’upupa mi voleva.

L'amore e l'upupaMi ha afferrato un terrore nitido. Lei mi ha visto stringere le lenzuola, ha vibrato insieme a me. Ho osservato le zampe tendersi, le dita nodose chiudersi, ho riconosciuto il mio calore sotto le sue piume spesse. La reazione deve avere spaventato anche lei: quella notte l’upupa mi ha concesso solo una visita breve.

Avevo paura, ora dell’upupa, ora della sua assenza. Per tre giorni ho ricominciato a bere succo di melograno e strappare i peli nuovi. Frugando nello specchio del bagno, la sera, vedevo la mia maschera funeraria prendere forma. La quarta notte la mancanza è diventata disperazione: non ho bevuto il succo e mi sono messo ad aspettare immobile nel letto. Quando la luce grigia si è intrufolata fra una tenda e l’altra, poche ore più tardi, un’ondata di panico mi ha lasciato a singhiozzare nel cuscino.

Dove sei? Non verrai più?

Temevo che avesse preso come un rifiuto il mio ricorso al succo di melograno e si fosse rassegnata a dimenticarmi. L’idea mi era insopportabile. Nudo e malfermo mi sono trascinato in cucina inciampando nelle lenzuola, ho spalancato lo sportello della dispensa, ho preso le bottiglie piene della linfa dei melograni che io stesso avevo spremuto e le ho scaraventate contro il muro una dopo l’altra, cercando di fare più rumore possibile: volevo che mi sentisse. La bottiglia già aperta che stava in frigo è andata a raggiungerle per ultima, col botto più forte.

Ho aspettato l’upupa per tre notti ancora: la mia angoscia montava a ogni risveglio.

Quando infine è ricomparsa, si è mostrata più timida. La luce in bagno era rimasta accesa e nel debole chiarore ho potuto ammirarne il piumaggio, la cresta rossiccia dalle punte nere, le bande bianche e nere delle ali: mi sono reso conto che fino a quel momento il mio cervello aveva dipinto da sé i colori che non aveva potuto distinguere. Ora invece erano veri, ed erano belli. Ho fissato l’upupa che zampettava cauta e aspettava il mio permesso per avvicinarsi un altro po’. Il mio tremito scuoteva le sue ali, il mio calore le scaldava le piume. Ho visto il becco sollevare un lembo del lenzuolo, la testa pennuta infilarsi sotto ad annusarmi, le piume sparire nel buio. È stato come se ogni distanza fra di noi fosse stata annullata: erano le mie piume a fregare contro il lenzuolo, le mie zampette magre a scuotersi in fondo al letto, la mia cresta a erigersi piena di eccitazione, le mie braccia a battere come ali.

Giacendo ansimante, ne ho assaporato il tepore: si era accoccolata contro il mio fianco. Le piume erano come pelle, il becco un paio di labbra. Nel vuoto ho sentito pronunciare il mio nome. Il respiro si è accorciato, la camera si è messa a volteggiare. (altro…)

Popoff

 
 
 
 

“Mi scu-ci, ci-niò-re, à visto pe-ccaso mio pa-ttre?” (p. 14): è questa la domanda che accompagna il protagonista del nuovo romanzo di Graziano Gala, Popoff (minimum fax, agosto 2024), alla ricerca della propria identità.

PopoffUna ricerca che comincia in piena notte, alla porta di un vecchio in un paese dai contorni indefiniti. Ci sono una piazza, una chiesa, case dal soffitto grondante e poco altro, insieme a diversi aspetti che risultano alquanto singolari: i muri commentano gli accadimenti attraverso scritte bizzarre (“Eppure per la piazza antistante il corridoio una scritta di madonna è comparsa sul muro: Scimmia, leone, cane, serpente/ il bimbo-giubbotto ha fatto mai niente/ acqua, farina, sale, panino/ ha fatto mai niente pure Cimino”, p. 54), la libera circolazione dei suoi abitanti è interdetta (“Area riservata. Accesso esclusivo al solo personale. Non andare oltre”, p. 95) e la luce – elemento chiave nella narrazione – sembra aver abbandonato il paesaggio (“Il paese era nel buio: processione di candele”, p. 81; “La notte di quel bimbo tanto lunga che ci affoghi: le strade del paese molto buio e poca luce”, p. 93).

Singolari anche gli abitanti. Una miriade di sfasulati, gente dall’agire scalcagnato e dalla lingua pastiche cui lo stesso Gala (Sangue di Giuda, minimum fax, 2021) e altri autori della casa editrice romana ci hanno abituati negli ultimi anni (uno fra tutti: Remo Rapino, già recensito sulla nostra rivista, qui e qui). A cantare le loro gesta una voce dall’incedere spezzato che si esprime attraverso senari o settenari, di frequente in rima, a dipanare una filastrocca ininterrotta che rimanda al mondo dell’opera dei burattini e ai suoi narratori popolari.

Basta uno sguardo ai nomi dei personaggi (Dir-Ettore, Poliure Tano, Don Ato, Ilda Farsi) per comprendere i meccanismi della comicità di cui si nutre la narrazione, ricca di giochi di parole, equivoci (“«Aru sì stato?», gli domanda, con i modi ben cortesi. «A la me-ssa!», dice quello. C’è una enne che si essa”, p. 48, in riferimento ai traffici del bambino presso la mensa del paese), beffe (come il battesimo di Popoff a base di acqua piovana e brodo: “il battezzo è stato secchio, ora pentola di broda” p. 62) e zuffe fra i personaggi.  È un’armata Brancaleone, quella che tenta maldestramente di aiutare o prendersi gioco del protagonista e della sua richiesta di verità che riconduce a un’atmosfera, a primo impatto, fiabesca. Tuttavia Popoff non è chiamato a superare alcuna prova: attraversa le asperità con un’innocenza pressocché immutata – si guardi all’incanto per le luci delle candele votive elettriche (“Il prete apre il palmo con al centro una moneta. Raccatta presto il bimbo, si aggrappa ai candelieri, il ferro scivolante è un incendio di candela. Sorride forte quello, le guance arcobalena: la gioia nel suo volto non sapresti raccontarla”, p. 35) o agli istinti elementari che lo muovono (“Un rumore s’attorciglia sullo sterno del bambino (…). È il rumore della fame, lo sappiamo tutti quanti, ma in contrasto è dalla gola che si alza un controcanto: a produrlo è la paura”, p. 96). Non si assiste infatti a momenti di maturazione o rielaborazione di quanto vissuto. Sono i personaggi che stanno intorno al bambino, al contrario, a rivelare sé stessi attraverso la sua venuta e a svelare la verità di cui, più o meno consapevolmente, ognuno è responsabile.

La ricerca della luce da parte del protagonista assume per questo una valenza simbolica, tanto più marcata al dispiegarsi delle pagine più cupe della vicenda: misteriose lettere di espulsione vengono recapitate agli abitanti del paese, decimati giorno dopo giorno, la violenza crescente e la prevaricazione nei confronti del bambino, e fra un personaggio e l’altro, si rivelano intrinsecamente legate alla storia della comunità, svelata nel momento in cui essa sta per sgretolarsi insieme al suo oscuro creatore.

Discorso a parte va fatto per la lingua, elemento peculiare di Graziano Gala fin dal suo primo romanzo. Sia nella voce narrante che in quella dei personaggi si assiste infatti a una mistura di dialetti meridionali, dal salentino al campano (“È ca ‘u Dir-Ettore sta siempe ‘mpignatu, e poi succerene ‘o cose e succerene malamente”, p. 53; “Tu vai arruvinatu. Lu piccinnu se na sscé commu l’autri”, p. 148), plurilinguismo maccheronico, si veda l’inglese del Professore (“«Mai friend, scièt ap»”, p. 125; “«Tu femmine qua ne vedi? No? Appunto, its ìsi: se vadite na femmena catturatela», p. 126) o il latinorum di Don Ato (“«Sediziosus! Sequestratus!», il lamento di Don Ato, che spaura molto tutti per la barba e per il saio”, p. 39) e formule frutto di una notevole torsione espressionista (fra le altre: “Si smosaica pavimento”, p. 26 ; “la assapora a gengivotti”, p. 43; “Tutta casa maldistòma, vuol gettare tutti fuori”, p 144).

È una storia che sorprende, disorienta e incanta allo stesso tempo, quella di Popoff. Una narrazione all’apparenza ingenua che, sotto una coltre di comicità burattinesca spalanca scorci di grande umanità, in tutte le sue sfumature – dal cinismo alla crudeltà più atroce, dalla tenerezza alla compassione. Un’umanità ammaccata, relegata ai margini del reale, sottomessa a regole che ne distillano la propensione al bene o al male. Ed è in questo gioco di contrasti, in equilibrio fra innocenza e perdizione, tragico e grottesco, che va colta l’originalità del romanzo.

 
 
(Agostino Bimbo)
 
 

Il nulla per tutti

 
 
 
 

Nel luglio del 2024 Mimesis ha dato alle stampe, a cura di Vincenzo Fiore, Il nulla per tutti. Lettere ai contemporanei, una fitta raccolta di missive (in parte inedite) inviate da Emil Cioran ad alcune grandi personalità intellettuali del Novecento, tra cui Paul Celan, María Zambrano, Samuel Beckett, François Mauriac, Carl Schmitt e Marguerite Yourcenar.

Le lettere sono organizzate per ordine alfabetico dei destinatari, e in ordine cronologico per ciascuno di essi, in modo da mostrare – negli svariati casi in cui lo scambio epistolare si è mantenuto negli anni – l’evoluzione del rapporto tra Cioran e i suoi corrispondenti.

Si tratta per lo più di brevi scritti, in cui il grande filosofo romeno loda un’opera ricevuta in lettura, o viceversa ringrazia per le belle parole espresse su un suo lavoro. Altrove, come accade in qualunque carteggio privato, Emil Cioran si interessa della situazione altrui o espone la propria.

Sia nelle epistole di taglio più professionale che in quelle più squisitamente esistenziali, spiccano due caratteristiche – forse non solo stilistiche – dell’autore de L’inconveniente di essere nati. Anzitutto, uno dei filosofi più pervicacemente pessimisti dell’epoca moderna esibisce una certa affabilità, esprimendo con frequenza giudizi apertamente lusinghieri sia sui testi ricevuti sia sugli autori con cui dialoga per iscritto; al contrario, Cioran è incline a minimizzare il valore della propria speculazione e delle proprie pubblicazioni. E parla di se stesso con ammirevole sincerità, come nella lettera del 6 luglio 1959 a John David Barrett: “Sono venuto al mondo con una sfortunata tendenza allo scoraggiamento, e con un tale terrore per tutto ciò che si chiama vita; gli atti più elementari che, agli occhi di un altro, non comportano alcun problema, assumono per me le dimensioni di un incubo. A quest’inconveniente maggiore, se ne aggiunge un altro, anch’esso molto grande: un certo gusto per la difficoltà, oserei dire per la perfezione, che mi impedisce di essere un autore fecondo, paralizzando i miei slanci e costringendomi alla sterilità” (p. 27; qui e oltre, corsivo nel testo).

La seconda peculiarità delle lettere di Cioran, la stessa che attraversa le sue opere filosofiche, è la tendenza all’ironia, che spesso assume la forma di un’accensione imprevedibile. Nella lettera del 26 dicembre 1988 a Jean-Pierre Chopin leggiamo: “Ciò che questo mondo sembra aver perso per sempre è quella freschezza tragica e quel fascino vertiginoso che da soli potrebbero contrastare l’ottusa eccitazione di oggi. Ma non sono nella posizione di lamentarmi del nulla contemporaneo, dal momento che ne faccio parte” (p. 92).

E in quella a Ernst Jünger del 29 luglio 1960: “La mia situazione è delle più paradossali, anzi delle più false: non ho più voglia di essere conosciuto, l’idea stessa di notorietà mi dà il voltastomaco, eppure, per una sequenza fatale o per languore, mi trovo costretto a compiere passi incompatibili con le mie convinzioni. Desiderare l’anonimato e correre dietro a dei traduttori! In materia di vergogna o di ridicolo, non temo nessuno” (p. 147).

Talvolta l’ironia ha la brevità e l’incisività dell’aforisma, come nel seguente passaggio della lettera a François Mauriac del 29 aprile 1957: “Lo scettico non ha alcun vantaggio sul credente: uno porta il fardello delle sue perplessità, l’altro quello delle sue certezze. Da qualunque parte ci si volti, ci si espone alla vertigine, ci si scontra con l’Insostenibile” (p. 177).

Le due caratteristiche salienti de Il nulla per tutti inducono ad altrettante considerazioni. L’amabilità di Emil Cioran con i suoi amici e conoscenti ha il merito di trattenere dalla tentazione di identificare un filosofo con i contenuti espressi nella divulgazione del proprio pensiero: disinteresse, ostilità o timore nei confronti della vita non sono sentimenti che automaticamente si travasano nelle relazioni. Semmai, essendo una la condizione umana, più la si valuta precaria o illeggibile e più è naturale che si provino per gli altri compassione e misericordia.

L’ironia di Cioran, poi, si pone in un rapporto ambivalente col suo pessimismo radicale. Può forse mitigarlo (o, per chi volesse adottare una posizione critica, addirittura sconfessarlo); oppure, al contrario, lo può rafforzare, dal momento che prendersi gioco di debolezze e contraddizioni umane, specie partendo dalle proprie, è in fondo un modo per ribadire l’assurdità e l’insensatezza del mondo.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Bébi, il primo amore

 
 
 
 

Sándor Márai aveva vent’otto anni quando uscì Bébi, il primo amore. Era il 1928 e la produzione letteraria dello scrittore ungherese naturalizzato americano, allora al primo romanzo, avrebbe attraversato quasi per intero il Novecento, per essere infine riscoperta e apprezzata per la sua grandezza solo sul volgere del secolo. A giugno del 2024, il libro è stato pubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Laura Sgarioto e, per qualità della prosa e abilità nel connotare i personaggi, prova come Márai già padroneggiasse la tecnica della narrazione lunga e fosse un acuto indagatore dell’animo umano.

Bébi, il primo amore Nell’Ungheria dei primi anni Dieci, Gáspár è un insegnante di latino cinquantaquattrenne provato da un crollo nervoso. Alla ricerca di un rinnovato equilibrio, trascorre alcune settimane di vacanza in un centro termale ai piedi dei monti Tátra, luogo delle sue prime ferie, quasi tre decenni addietro, quando era stato appena nominato assistente. Lì aveva iniziato a scrivere il diario da poco ritrovato e che ora ha deciso di proseguire, e proprio da quelle pagine veniamo a conoscenza di quanto gli accade. A cominciare da quei giorni di riposo segnati dall’incontro col misterioso Ágoston Timár, al quale il protagonista confiderà la sua “tremenda inquietudine […] L’unico con il quale sento di aver condiviso qualcosa. Pur avendolo conosciuto solo di sfuggita. E mi ritrovo a pensare a lui molto spesso” (p. 98).

Alla ripresa della scuola Gáspár, che fino ad allora aveva insegnato solo a classi maschili dei primi anni, dovrà confrontarsi con un gruppo misto di diplomandi, e il duplice cambiamento contribuirà al riacutizzarsi del malessere che credeva ormai superato.

Il diario rivela un uomo rigoroso sul lavoro e nell’intimità, solitario e riservato fino all’eccesso, tanto da provare disagio se qualcuno gli si rivolge usando il semplice nome di battesimo. E poco alla volta il lettore viene introdotto nella mente di un individuo restio a rapportarsi col prossimo, ingenuo e del tutto inesperto delle dinamiche sociali ed emotive, incapace di riconoscere i propri sentimenti e di comprendere quelli degli altri.

“Sono triste. Perché? Per cosa? Non saprei dirlo. È così tranquilla, così pacifica, questa mia tristezza. Vi è persino un che di piacevole. Pervade ogni cosa che faccio. Dormo tristemente. Mangio tristemente. È ridicolo, ma è così. Che dovrei fare? Sono triste se sto in mezzo alla gente. Sono triste quando torno a casa. Non «disperato», né «apatico», né «stanco di vivere». Triste. Che cos’è?” (pp.100 — 101).

Le giornate del Tricheco, così lo hanno soprannominato gli alunni a causa della sua barba, si susseguono sempre uguali, nell’attesa o nel presagio di un evento che pare non arrivare mai: “Si dice che muoia solo chi si rassegna a morire. Io a volte mi aspetto che accada qualcosa. Non mi sono ancora rassegnato” (p. 130). Gáspár sente di possedere tutto ciò di cui ha bisogno, in lui non albergano desideri o ambizioni; persino il denaro, soddisfatte le necessità elementari, cessa di avere valore. E allora, da dove viene il vuoto che lo tiene sveglio la notte e lo tormenta di giorno?

“Eppure, la verità è proprio che, per quanto imponenti siano queste vette, io non mi sento affatto minuscolo. Almeno non adesso. Non sono pervaso dall’umiltà compiaciuta di chi si sente infinitamente piccolo. Non mi compiaccio di niente. È una cosa invereconda, ma devo scriverla: mi sento grande come le montagne. Come l’intero panorama che ho di fronte agli occhi. E mi stupisce che quel che vedo non riesca ad appagarmi; sembra che dentro di me ci sia un abisso altrettanto immenso e profondo” (p. 44).

E sebbene l’uomo, arroccato nelle sue idiosincrasie, fugga la compagnia per rifugiarsi nella solitudine, solo nell’osservare le vite altrui comincerà a intravvedere le reali dimensioni di quell’abisso. Come accadrà con Szilassy, il giovane insegnante di storia che oserà sfidare il preside a costo di perdere la cattedra; o col coetaneo Mészáros, il collega tanto spregiudicato da tradire la moglie con la madre di un proprio allievo. Ma sarà soprattutto il sospetto dell’amore nato sui banchi della sua classe tra la timida Cserey e lo studioso Madár, ad alimentarne l’insana assunzione di consapevolezza. Perché non c’è rimpianto più doloroso di quello prodotto da ciò che non si è stati capaci di desiderare. (altro…)

Io?

 
 
 
 

Aveva trentacinque anni Peter Flamm, pseudonimo di Erich Mosse, quando nel 1926 suscitò interesse in Germania col suo romanzo d’esordio. Nel giugno del 2024, a quasi un secolo di distanza, Io? viene pubblicato in Italia da Adelphi nella prima traduzione dal tedesco, firmata da Margherita Belardetti, e accompagnato da una nota di Manfred Posani Löwenstein.

All’epoca il libro diede all’autore una buona notorietà, tuttavia le opere che seguirono non furono altrettanto fortunate, e Flamm era già stato dimenticato nel 1933, anno in cui l’avvento del nazismo lo costrinse a lasciare il suo paese per Parigi, quindi a trasferirsi negli Stati Uniti dove si dedicò alla psichiatria.

Io?La laurea in medicina, conseguita nel 1914, e la successiva abilitazione lo avevano esentato dal prendere parte al primo conflitto mondiale, nel quale invece due anni dopo sarebbe morto il fratello Hans, rimasto ucciso a Verdun. Come si vedrà, i due fatti, uniti alle probabili esperienze professionali a contatto con i reduci affetti da traumi fisici e psichici, assumeranno per il lettore particolare rilevanza.

La Grande Guerra è giunta al termine, Willhelm Bettuch e Hans (come il fratello dell’autore) Stern stanno per tornare a casa. Il primo è poco istruito e viene da una famiglia proletaria. Indossati di nuovo gli abiti civili, lo attendono la madre malata, la sorella Emma e il duro lavoro da fornaio. Il secondo si appresta a riprendere una vita agiata, con la sua attività di medico (come lo stesso Flamm), e a riabbracciare la vecchia madre e la moglie Grete che lo credono caduto sul campo. Solo uno dei due lascerà le campagne e le alture di Verdun, ma chi è quell’uomo che porterà con sé lampi di memoria dell’una e dell’altra esistenza?

“Non io, signori giudici, un morto parla per bocca mia. Non sono io qui, non è mio questo braccio che si alza, non sono miei questi capelli ora bianchi, non è mio il crimine, non è mio il crimine” (p. 1).

Attraverso la sua prosa, che da una parte sperimenta l’uso di una peculiare punteggiatura e a tratti cede a un lirismo ancora ottocentesco, l’autore ci mostra come niente di ciò che è transitato attraverso la brutalità di uno scontro bellico sarà più come prima, perché “«In mezzo c’è stata la guerra, guerra e morte. In noi c’è qualcosa di diverso, qualcosa è stato cancellato, qualcosa è cambiato»” (p. 42). A mutare in maniera irreversibile è stata la percezione della realtà e del prossimo: “guardo dai miei occhi come da uno stretto pozzo, ecco qui il mondo, ecco l’altro, uomini e strade e nuvole e una stanza e mille destini, e io ne faccio parte, io qui dentro — ma dove sono?” (p. 40). Un mondo che, terminato il conflitto, ancora tende all’oscurità, richiamata nel ripetersi di verbi quale “nereggiare” e persino nel nome del cane che accompagnerà il protagonista attraverso il suo vagare in bilico tra realtà e delirio: Nerone. Il solo essere vivente che sembra comprenderne i tormenti, simbolo di innocenza e al contempo catalizzatore di ogni male e perversione.

Ma prima ancora, il cambiamento ha investito nell’uomo la consapevolezza di sé: “io, io, io, un altro è me, io sono l’altro, il morto, che ora vive, faccia, corpo un altro, muscoli, carne, intestino, cervello e anima. Non io? Non più mio? Io non più io?” (p. 24). In tal modo, quanto sopravvive allo scempio dell’essere umano è destinato a restare intrappolato nei sentimenti, nelle colpe e nei desideri che egli percepisce come propri e che non potranno più appartenergli.

E nel riproporre il topos letterario del doppio, l’opera di Flamm cessa di essere semplice testimonianza romanzata degli effetti della guerra, per raccontarci come ogni individuo sia incapace di riconoscere e accettare la contraddittoria pluralità che lo anima e lo affligge: “in noi ci sono tutti gli animali, tutte le piante, tutti hanno voce dentro di noi, parlano la loro lingua oscura, da embrioni abbiamo tutte le loro forme, respiriamo con le branchie, siamo pesce e rettile e animale, l’intera creazione è in noi, poi facciamo qualcosa, ci muoviamo, ma siamo solo il risultato ultimo, la somma di tutti, dove finisci tu e comincio io?”(p. 74); e ancora “ognuno porta miliardi di volte sé stesso in sé stesso” (p. 90).

Così Hans/Willhelm è sospeso tra l’ambizione di vivere una vita finalmente felice e i rimorsi dell’usurpatore; tra l’amore per la bella e devota moglie Grete e la pena per la giovane Emma ridotta in miseria dalla guerra che si è presa il fratello; conteso da due madri eppure orfano. Irrimediabilmente condannato alla solitudine, nel momento in cui comprende che quello sdoppiamento è solo il margine di un abisso senza fine: “Non ho l’ombelico, non ho madre, non ho figli, non sono incluso nella catena che attraversa tutti i corpi dal primo all’ultimo essere umano. Nato da nessun grembo, corpo eppure non corpo, io eppure un altro, un nome, un destino, ma non un essere umano. Dunque dov’è che inizio e dove ho fine? Eppure ho coscienza di me stesso, non me la lascio strappare” (pp. 50 – 51).

Una coscienza alla quale, però, sono state sottratte le coordinate essenziali dello spazio e del tempo. E allora ci tornano in mente i pensieri del protagonista, quando, in visita all’osservatorio astronomico, guarda il cielo attraverso la lente del telescopio: “qualcosa di me ora è laggiù, una parte di me, che ora vedo, a quei tempi c’erano ancora gli antichi Egizi, io ancora non ero al mondo, vedo il passato, lo vedo con i miei occhi, la luce ci ha messo così tanto ad arrivare qui, forse in realtà si è già estinta, non si sa, sono anch’io un raggio, forse sono già morto laggiù e chiamo me stesso attraverso lo spazio gelido, e ora mi sento e mi vedo eppure forse non sono affatto qui” (pp. 66 – 67).

 
 
(Gianni Usai)