No Big Deal, romanzo d’esordio di Rachele Salvini (Nottetempo, 2024), è la storia dell’omonima rock band londinese e dei suoi componenti, che la narrazione accompagna dall’adolescenza alla primissima età adulta.Due voci in prima persona si avvicendano fra i capitoli: quella del chitarrista Dixon, trasferitosi dai sobborghi scozzesi alla capitale britannica, e quella di Lena, ragazza livornese giunta in Inghilterra per diventare una giornalista musicale.
In accordo con la dimensione internazionale della vicenda, la lingua di entrambi i narratori alterna italiano e inglese con grande naturalezza (“Kurt scoppiò a ridere: «You got youreself a fiery one!» disse, e mi piacque, quella parola. Fiery. […] Lena, focosa. Non male”, p. 244; o ancora: “«Have faith in God, he never fails,» dissi ad alta voce, e risi perché, anche se avessi sbagliato tutto davvero, ero il chitarrista di un gruppo rock”, p. 315). Tale interscambiabilità linguistica riflette la complementarietà fra i due protagonisti che, seppur geograficamente distanti, hanno molte caratteristiche in comune, come è evidente già nella prima parte dell’opera in cui si racconta la loro adolescenza. Le vessazioni subite al college da Dixon – nello stesso periodo in cui nasce l’amicizia con Ale, futuro bassista del gruppo, una delle relazioni più forti del romanzo – trovano il loro parallelo nell’indifferenza e nella superficialità dei compagni di classe con cui Lena ha un rapporto conflittuale (“Era così che lo chiamavo, frastuono, come se le parole dei miei compagni di classe fossero semplicemente suoni sgradevoli. […] Il frastuono, in realtà, era la crudeltà di cui poteva essere capace solo un gruppo di ragazzini spaccati a metà fra infanzia e adolescenza. E davanti a tutti questi suoni sgradevoli, ero sola”, p. 31).
Ad accomunare i due è anche l’instabilità delle rispettive famiglie, contraddistinte da una profonda incomunicabilità, cui si aggiunge l’alcolismo e la violenza del padre di Dixon (“Sono cresciuto nell’alcol”, p. 15; “Mio padre mi prese in pieno, sulla mano destra, quella con cui l’avevo colpito, nella ragnatela di pelle morbida tra pollice e indice. La lama affondò”, p. 143) e la possessività perbenista della madre di Lena, incapace di affrontare i tradimenti del marito e l’indipendenza della figlia (“Lei non disse una parola: mi assestò uno schiaffo secco sulle labbra. «Non so per cosa la usi, quella bocca, ma almeno non dire cazzate a me»”, p. 87).
Nel racconto delle rispettive sofferenze, tuttavia, non c’è traccia di vittimismo. Gli adolescenti, poi ventenni, di No big deal sono consapevoli delle difficoltà connesse alle proprie origini familiari, a partire dalle quali escogitano vie di fuga personali (“Forse è così che è cominciata la mia carriera da musicista: volevo essere guardato. Le birre di mio padre (che Dixon esce di continuo a comprare, ndr) erano la mia chitarra”, p. 15). Ciò li porta a instaurare relazioni mature e paritarie con chi li circonda nonostante il cinismo del mondo musicale, l’instabilità e gli eccessi dei personaggi che li accompagnano tra un palco e l’altro, l’abuso di alcol e droghe che condiziona l’equilibrio della loro personalità.
Non si tratta, tuttavia, del classico percorso di formazione. Le vicende attraversate non portano a nessun cambiamento radicale. Non c’è nessuna ascesa o caduta da cui trarre insegnamenti. Non ci sono concessioni al patetismo sui rispettivi traumi, narrati con grande asciuttezza.
Le relazioni fra i personaggi, rielaborate con complessità da parte di Lena e Dixon, sono il centro della narrazione. La creazione di una band è la metafora dell’intera opera, ovvero la ricerca di una comunità all’interno della quale misurare i propri talenti e di cui sentirsi parte (come rivela Dixon: “«Sono anni che cerco una casa,» disse. «Cerco una casa. Anni fa ho trovato Ale, Clive, Kurt, i (No Big Deal)»” (p. 332).
È la comunità, d’altronde, il luogo dove il rumore individuale entra in conflitto e in risonanza con quello degli altri. Ed è questa la cifra che rende No big deal, con le sue relazioni che si costruiscono e si disfano di continuo, un testo dal suono stridente, a tratti scostante, come si addice a ogni brano rock che si rispetti.
(Agostino Bimbo)





