Ti piacerà quando ci arrivi

 
 
 
 

Nell’aprile del 2024 Racconti Edizioni ha pubblicato quattordici brevi narrazioni della scrittrice britannica Elizabeth Taylor ancora inedite in Italia (traduzione e cura di Paola Moretti).

L’omonimia con la celebre attrice (il critico Ben Schwarz l’ha definita “quella famosa per essere meno nota”) ha forse nuociuto alla visibilità di Taylor, capace di indagare la psicologia umana con grande acutezza e onestà. Come dimostrano le vicende di Ti piacerà quando ci arrivi, i cui protagonisti – quasi tutti femminili – intrecciano relazioni che procureranno loro un più o meno profondo disagio, e più raramente garantiranno attimi di inopinata felicità.

Apre la raccolta Hester Lilly, unico racconto di lunghezza pari a quella di un romanzo breve, nel quale la diciannovenne Hester, in visita al cugino Robert, ne scompiglierà la sonnolenta vita coniugale. Non per particolari qualità o atteggiamenti seduttivi della giovane, ma perché la moglie Muriel vede minacciato un rapporto già precario. Memorabile in questo senso l’attacco, che esprime le ansie della donna celate dietro un atteggiamento sprezzante: “La prima sensazione di Muriel fu quella di un sollievo beffardo. Il nome, Hester Lilly, le aveva dato l’impressione di una delicatezza preraffaellita con un che di tiroideo. Questo, insieme alla giovane età e alla tenerezza che suscitava, avrebbe rappresentato un pericolo per qualsiasi moglie, mentre nei mariti poteva ispirare senso di protezione e galanteria: i nemici più difficili da combattere, rispetto ai quali la semplice ammirazione non era nulla” (p. 15).

E proprio l’ostilità di Muriel nei confronti di Hester darà vita a una serie di situazioni imbarazzanti, in cui l’autrice esibisce la propria finezza nell’individuare reazioni emotive magari goffe ma umanissime: “Hester si infossò nel divano, le sue ginocchia formavano un angolo poco elegante. Quando le chiesero se volesse lo zucchero, sbagliando disse «sì» e seppe subito che per la durata della sua permanenza sarebbe stata condannata al tè zuccherato perché non avrebbe mai avuto il coraggio di spiegarsi” (p. 21).

Ne Il rossore, Mrs Allen non ha potuto avere figli e prova invidia per la donna delle pulizie, Mrs Lacey, rimasta incinta. Nel finale, a casa di Mrs Allen irromperà Mr Lacey, lamentandosi del fatto che sua moglie rientra sfinita la sera tardi perché le famiglie per cui lavora la fanno anche badare ai loro figli. Mrs Allen non scioglierà il malinteso ma, una volta congedato Mr Lacey, percepirà salire il rossore che dà il titolo al racconto.

Un ribaltamento di prospettiva ancora più clamoroso sorprende il lettore de La carta moschicida, in cui l’undicenne Sylvia subisce sull’autobus le ambigue attenzioni di un uomo e viene difesa dalla signora Mabel, che la invita da lei a bere una tazza di tè.

Chiude la raccolta il più divertente e assieme il più struggente dei racconti, Carne, che narra della breve relazione tra una donna e un uomo non più giovani, Phyl (che gestisce un pub con il marito) e il vedovo Stanley. Gravati da acciacchi non solo fisici, i due sapranno farsi bastare quella loro fulminea, movimentata e incompleta luna di miele.

Elizabeth Taylor affida ai due personaggi più anziani una visione pacificata dell’esistenza. Come se, dall’alto della loro esperienza, Phyl e Stanley ci permettessero di rivalutare delusioni e solitudini (tanto dei protagonisti di questa raccolta quanto nostre): la vita non offre di più, e a un certo punto la si accetta per ciò che è.
“Mangiarono e bevvero, si tennero la mano sotto a un giornale e al crepuscolo attraversarono la costa inglese, dove più avanti lo attendeva la grigia Hove. Gli alberi non avevano cambiato ancora colore, solo alcuni erano diventati gialli, notò lei mentre li guardava dall’alto durante l’atterraggio.
Sapeva che per lui era peggio. Doveva tornare alla sua casa vuota; lei invece tornava al suo bar pieno e perdipiù di sabato. Le sarebbe piaciuto fare qualcosa per lasciarlo un po’ più contento.
«Per me» disse dopo aver riallacciato la cintura di sicurezza e avergli preso di nuovo la mano. «Per me è stato bellissimo. È stato bello come se lo avessimo fatto»” (pp. 285-6).

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Romanzo di crinale

 
 
 
 

Romanzo di crinale, scritto da Silvano Scaruffi e pubblicato da Neo nel febbraio del 2024, dà voce agli stravaganti e malinconici abitanti di un paese dell’Appennino tosco-emiliano. Ed ecco già svelati i due ambiti d’indagine dell’autore: quello sulla lingua e quello sulla bizzarra prospettiva esistenziale dei protagonisti dell’opera. I quali sono accomunati da una strenua separatezza dal mondo: nelle centoquaranta pagine del volume non c’è, a memoria di chi sta scrivendo queste righe, alcun accenno ad accadimenti di pubblico dominio, come se in Romanzo di crinale l’universo terminasse ai confini del paese.

Questo angusto orizzonte sociale comporta almeno due conseguenze: ciascun personaggio rivendica fieramente ogni proprio vizio e mania, al punto che l’eccentricità si fa norma; inoltre, la fedeltà a se stessi si concretizza nella pervicacia con cui si difendono le proprie posizioni e si perseguono i propri obiettivi.

Abbiamo ad esempio Bunga, che quotidianamente raggiunge il bar in corriera portando sottobraccio un vaso contenente un verme che si chiama come lui; O Romma e Brusca, giovani etilisti capaci di bere per due giorni e due notti consecutive, lasciandosi andare a strampalati e irresistibili dialoghi; o ancora Ginasio, “che dormiva in piedi, poggiato a un ciliegio storto cresciuto in Via Russia, in uno slargo tra due case” (p. 9), e nel sonno, secondo alcuni, “si insoniava le cose, il futuro” (ibid.).

Ma a rappresentare i due estremi del comico e del drammatico sono Taioli e il Bestio. Il primo è un timido signore che, suo malgrado, viene coinvolto in una quantità di discussioni, i partecipanti alle quali si rivolgono a lui domandandogli un parere. Che Taioli dà, svagatamente e di malavoglia, ma che risulta sempre decisivo.

Il Bestio è un essere animalesco che vive nel sottosuolo: “Dicono sia quell’operaio che alla guida di undici cinesi, fosse stato travolto dall’onda di piena della diga in quota. Dicono fosse proprio Bestio. Quel Bestio che trascinato a valle tra detriti e fango fosse sopravvissuto al letale turbinio. Dicono che avesse risalito il fiume, più morto che vivo, dicono la piena lo avesse scaraventato fino ai Boderiòni, dove il fiume Ozola incontra la Rossendola. Ma lui fosse tornato, scavalcando i muri dei canali di derivazione, strisciando lungo le condotte forzate ormai asciutte. Fino al pantano che era divenuto il lago davanti l’ex centrale, fino a scomparire tra i cunicoli chilometrici scavati ovunque” (p. 80).

Ad aumentare l’isolamento e la precarietà di questa comunità è la SIO, azienda che sta espropriando terreni per costruire un non meglio definito Parko.

Il secondo, notevole elemento del romanzo, la lingua, restituisce la chiusura dei personaggi nella propria condotta ossessiva e irrelata. Si tratta di una mistura di italiano e dialetto, resa con una curiosa mimesi del parlato, per mezzo di diverse soluzioni semantiche. Una è rappresentata dall’utilizzo di vocaboli probabilmente inventati (una prima ricerca in rete non ha fornito alcun risultato) ma che suonano all’orecchio come dialettali, dalla forte suggestione fonica, quasi onomatopeica: come quando Freva della Valla telefona allarmato alla SIO, per avvertire di misteriosi tremori alla propria abitazione, di cui nel finale sarà svelata la causa: ma lui li chiama “tremarlate” (p. 17). Altrove sono storpiate parole o locuzioni della lingua italiana: e così ansante diventa “lansante” (ibid.), e mal caduco si trasforma in “mal caduto” (p. 66).

Entrambi gli espedienti linguistici, dicevamo, confermano la marginalità dei personaggi rispetto al mondo, che recepiscono in modo impreciso e arbitrario. Scaruffi avrebbe forse dovuto insistere di più su questa lingua ibrida, conferendole maggiore coerenza e organicità. Ci sono invece passaggi in cui, specie quando è il narratore a prendere la parola, l’italiano si ricompone, col rischio di concedersi un lirismo fin eccessivo: “Il telefono strillava esasperato nella stanza vuota, orfana di vita, priva di un essere senziente che desse sollievo a quel macchinario trillante scostando la cornetta. […] Gli squilli si susseguivano in ondate di suono compresso accanto all’apparecchio e via via decompresse tanto che il trillo si allargava nella stanza. I mobili, le stoviglie, le mura stesse della casa, tutti inabili a quietare quel lamento” (p. 125).

Tuttavia, nei momenti più felici dell’opera, a pulsare è un’umanità stanca e dolente, troppo concentrata sulle proprie urgenze per accogliere le richieste altrui. E così si litiga, ci si fraintende, l’uno dà del balzano all’altro. La sola sintonia possibile sembra quella tra Romma e Brusca, a cui l’alcol assicura un’identica, siderale distanza dalla realtà:
“«Romma».
«Oh».
«Dormi?»
«No».
«E allora cosa fai?»
«Guardo la televisione».
«È spenta».
«Si arrangerà»” (p. 85).
 
 
 
(Claudio Bagnasco)

 
 
 
 

Il lama dell’Alabama

 
 
 
 

A Roma, nei dintorni del parco della Caffarella, un detective specializzato nel ritrovamento di oggetti smarriti riceve sul telefono un messaggio anonimo: “Se è davvero bravo come dice sulla sua pagina internet, la prego di ritrovare il mio orologio. Ha un valore inestimabile. E tale sarà per lei la ricompensa” (p. 9).

L’investigatore assolderà un portapizze, Guido, che arbitrariamente ribattezzerà Winston Coleman (e la cui vera identità sarà svelata nelle pagine finali). I due si metteranno alla ricerca dell’orologio, accedendo così a un universo sgangheratissimo, popolato da personaggi curiosi fin dai nomi: da Alice Tuttoburro a Ettore Calcestruzzo, da Marianna Fuma a Ulisse Pulviscolo.

È in fondo tutta qui la trama de Il lama dell’Alabama, romanzo d’esordio di Nicolò Cavallaro uscito per Hacca nel febbraio del 2024, dopo una segnalazione al Premio Calvino del 2023 “per l’inesausta effervescenza verbale, divertente, ironica e colta”.

Il più vistoso carattere dell’opera, che è allo stesso tempo la sua peculiarità e il suo limite, è proprio questo incessante gioco linguistico, per cui la vicenda è ridotta a pretesto. Non c’è capoverso che non contenga accensioni sintattiche o semantiche, poggianti ora su citazioni letterarie ora sulle formule più usuali dei giochi di parole.

Abbiamo parlato di limite perché, contando Il lama dell’Alabama duecentottanta pagine, il continuo ricorso al calembour rischia di sfiancare il lettore. In più, quasi inevitabilmente, se a volte il guizzo ha un esito felice (“un vecchietto secco che va pazzol per i puzzle”, p. 51), in altri momenti ci si affida a soluzioni un po’ troppo facili (“tornando in volo d’aquila in via L’Aquila”, p. 241).

Tuttavia c’è un secondo elemento che, attraversando solo apparentemente in filigrana la storia, le conferisce vividezza e originalità. Si tratta della formula che apre il Proemio, e che ritorna con una certa frequenza: “Mentre Sabrina spira”.

Queste tre parole portano con sé almeno due significati. Anzitutto, è come se annullassero ogni sviluppo temporale, schiacciando gli accadimenti in un presente infinito. Ciò giustificherebbe la mancanza di progettualità da parte dei personaggi, l’accidentalità degli incontri, la bizzarria dei comportamenti e l’imprevedibilità delle evoluzioni dei rapporti: in effetti un mondo manchevole della dimensione cronologica non può che essere governato dal caso.

La frase-tormentone poi, assieme all’unico movente della narrazione (la richiesta di ritrovamento di un oggetto smarrito), introduce in un’avventura apparentemente divertita e grottesca il tema della perdita. Ecco allora che la successione di strambi avvenimenti si colora di tinte malinconiche, e i numerosi appelli ai lettori e alle lettrici disseminati nel testo risuonano come richieste di ascolto, di aiuto. Così, ad esempio, inizia Il lama dell’Alabama: “Mentre Sabrina spira, lettore lettrice, vorrei raccontarti una storia, trovare una forza creatrice; vorrei saperti poterti, potrei volerti cantare, contarne cento di storie” (p. 7).

Forse il nostro girovagare per il mondo è ridicolo, sembra dirci Cavallaro, ma il suo carattere comico sottintende (o maschera) una certa solitudine, una certa disperazione.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

La sorella


 
 
 
 
di Alessandro Conforti

 
 
 
 
 
La mamma spinge Jennifer sull’altalena dei piccoli. Io sono seduto accanto a Cristina e alcuni bambini giocano a pallone dietro di noi, parliamo muovendo appena le labbra.

Dico: «Fa freddo».
«Chiedi alla mamma, avrà la tua sciarpa nella borsa.»
«Secondo lei sono grande, devo pensarci da solo alle mie cose. Ma per davvero il problema è Jennifer, esiste solo lei.»
Cristina sospira, poi dice che i bambini piccoli sono una seccatura.
Vedo comparire un pallone giallo da sotto la panchina, tra le mie gambe. Un ragazzino coll’impermeabile e il cappuccio lo prende tra le mani, mi guarda strano e se ne va.

«Preferivo che non nasceva.»
«Ormai è nata, cosa vuoi farci?»
Io dico: «Voglio che muore.»

Cristina incrocia i piedi, li dondola avanti e indietro. Fissa Jennifer e la mamma.
«È questo che volevi ieri, quando l’hai spinta giù dal cavallo a dondolo?»
«È il mio cavallo a dondolo.»
Sento la mamma che grida a Jennifer quanto è brava, batte le mani.

«Non hai risolto niente.»
Cristina si corica sulla panchina, appoggia la testa sulle mie gambe come fanno i grandi nei film, poi mi guarda.
«Devi trovare un altro modo.»
Sento dell’aria gelata contro il collo.
«A volte sta a giocare sul balcone, dentro la sabbiera. Potrei sollevarla e buttarla giù: morirebbe.»
«Non è detto.»
«Abitiamo al terzo piano: morirebbe.»
Cristina sorride.
«Potrebbe rimanere menomata. Una bambina menomata è ancora più seccante di una bambina piccola.»
Dalle sue labbra non esce neppure una nuvola di vapore.

«Allora bisogna che la sopporto, diventerà grande anche lei.»
«No,» dice Cristina incrociando le gambe in aria, da sdraiata.
«Se non muore, cresce,» dico io.
«Sarà sempre la piccola. Finisce di essere la piccola solo quando muore la mamma.»
Sento la gola che si chiude e il cuore che accelera. Sono arrabbiato, dico: «La mamma non morirà.»

«Secondo me,» dice Cristina stendendosi di nuovo, «dovresti farti furbo.»
«Io sono furbo.»
Si rimette seduta e guarda in avanti, verso l’altalena.
«Ieri sera la mamma ha provato a mettere la piccola a dormire in cameretta, con te.»
«Sì. Io ho pianto. Non la voglio.»
«Perché non la vuoi?»
«Mi fa schifo. Cosa c’entra col fatto che non sono furbo?»
Cristina si lascia scivolare giù, appoggia la testa alla parte bassa dello schienale e guarda il cielo.
Per un po’, fischietta.

«Molti bambini piccoli muoiono nel sonno, sai?» mi dice rimettendosi seduta.
«È difficile che capita,» dico io.
«Bisogna farlo capitare. La fai dormire nella cameretta, quand’è notte prendi il tuo cuscino e glielo schiacci sulla faccia. Devi tenerlo premuto forte finché lei smette di muoversi. Poi torni a letto col tuo cuscino e aspetti.»
L’aria m’è entrata nella giacca, ho un brivido. Penso che non può essere così facile.

Mi alzo in piedi, vado dalla mamma e dico: «Ho freddo.»
Lei guarda il cielo: «Sì, sta venendo sera.»
Ferma l’altalena e prende in braccio la piccola. Jennifer ride senza motivo.

«Non hai giocato molto, oggi.»
«No.»

Casa nostra è vicina al parco, la mamma porta Jennifer senza il passeggino.
«Perché? C’erano dei bambini della tua età che giocavano a pallone.»
«Non li conosco.»
Si accendono i lampioni di scatto, adesso sembra notte.

Mi guarda mentre fa saltellare Jennifer muovendo il braccio su e giù.
«A cosa pensavi, là sulla panchina?»
Rispondo: «A mia sorella.»
La mamma mi accarezza veloce la testa. Io tocco un piede di Jennifer, lo stringo piano piano.

«Può dormire con me, stanotte?»
La mamma sorride.
«Certo, Cristian.»
 
 
 

Alessandro Conforti è nato nel 1989 a Parma, dove vive, lavora e legge. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste Quattro, Retabloid, Alkalina. Ha vinto il concorso letterario Francesco Scaramuzza e il contest Scrivere Arcobaleni; è in libreria con Le nove spine (ed. Montag, 2023).
 

 

Illustrazione originale di Giorgia De Maldè

 
 

Giorgia De Maldè dopo la laurea allo IUAV di Venezia frequenta il Master in illustrazione per l’editoria “Ars in Fabula” a Macerata. Dal 2013 diventa partner di un’agenzia a Verona, dove lavora come web designer.

Città in rovine

 
 
 
 

Con Città in rovine (uscito in Italia per HarperCollins nell’aprile 2024, traduzione di Alfredo Colitto) si conclude la trilogia noir dedicata a Danny Ryan, iniziata con Città in fiamme e proseguita con Città di sogni.

E si conclude anche la carriera letteraria di Don Winslow, che ha scelto di dedicarsi all’attivismo politico (o più precisamente, come egli stesso ha dichiarato in svariate occasioni, a una strenua campagna denigratoria nei confronti di Donald Trump).

Città in rovine ci mostra un Danny Ryan maturo, che si è lasciato alle spalle gli anni della guerra per il controllo del New England tra la fazione irlandese (che ha finito per capeggiare) e quella italiana.

Ora Ryan abita a Las Vegas, è un ricco uomo di affari, socio occulto di due hotel di lusso. Ma è inquieto. Perché “il concetto di ‘abbastanza’ non esiste a Las Vegas, una città esagerata dove il troppo non è abbastanza, il successo è l’eccesso e il di più è sempre meglio.
Hai un regno, aveva pensato Danny, ma vuoi un impero” (p. 71).

E così, Danny Ryan brama di trasformare un hotel in un enorme resort, sottraendolo al gruppo imprenditoriale rivale che sta per concluderne l’acquisto. Per riuscire nell’intento, tuttavia, dovrà permettere al proprio passato di riaffiorare. Ma siccome si tratta di un passato di malaffare, la prima mossa in quella direzione ne scatenerà inevitabilmente altre, che lo trascineranno in una nuova e sempre più sanguinosa battaglia.

Nella sua ultima opera, Winslow dimostra ancora una volta di saper maneggiare con grande disinvoltura tutti gli strumenti necessari a confezionare un noir impeccabile: la trama è solida e ricca di colpi di scena; atmosfere e toni da tragedia e commedia si alternano con sapienza; i personaggi sono vividi, umanissimi nei loro dilemmi morali e allo stesso tempo emblematici. Spicca poi una profonda conoscenza dei vari ambiti trattati nelle oltre quattrocentocinquanta pagine del volume, da quello legislativo a quello finanziario, per prendere solo due esempi.

Ma c’è, soprattutto, la conferma che Don Winslow ha saputo elevare il noir da cosiddetta narrativa di genere a epica contemporanea. Nelle atmosfere shakespeariane dei suoi poderosi romanzi l’amore, l’odio, la fedeltà, il tradimento, il potere e il denaro muovono, miscelandosi tra loro in percentuali differenti, tutte le azioni.

In Città in rovine poi, scritto e probabilmente pensato come opera di addio, signoreggia qualunque gesto e progetto, anche il più ambizioso, un forte senso di precarietà. In fondo, a rivedere retrospettivamente questa trilogia e l’intero corpus di Winslow, ogni personaggio – come nella favola della rana e dello scorpione – ha semplicemente prestato fedeltà alla propria natura. E ha fornito il proprio personale contributo alla vanità del disegno complessivo: “Danny Ryan osserva il crollo dell’edificio. […]
Guarda salire la polvere, una nuvola a fungo color marrone grigiastro contro il cielo azzurro e sereno del deserto.
Lentamente sbiadisce e poi scompare.
Ora non c’è più nulla.
Ho combattuto, pensa. Ho dato tanto per questo…
Nulla.
Per questa polvere” (pp. 438-9).

 

(Claudio Bagnasco)