Nicolò Cavallaro

Il lama dell’Alabama

 
 
 
 

A Roma, nei dintorni del parco della Caffarella, un detective specializzato nel ritrovamento di oggetti smarriti riceve sul telefono un messaggio anonimo: “Se è davvero bravo come dice sulla sua pagina internet, la prego di ritrovare il mio orologio. Ha un valore inestimabile. E tale sarà per lei la ricompensa” (p. 9).

L’investigatore assolderà un portapizze, Guido, che arbitrariamente ribattezzerà Winston Coleman (e la cui vera identità sarà svelata nelle pagine finali). I due si metteranno alla ricerca dell’orologio, accedendo così a un universo sgangheratissimo, popolato da personaggi curiosi fin dai nomi: da Alice Tuttoburro a Ettore Calcestruzzo, da Marianna Fuma a Ulisse Pulviscolo.

È in fondo tutta qui la trama de Il lama dell’Alabama, romanzo d’esordio di Nicolò Cavallaro uscito per Hacca nel febbraio del 2024, dopo una segnalazione al Premio Calvino del 2023 “per l’inesausta effervescenza verbale, divertente, ironica e colta”.

Il più vistoso carattere dell’opera, che è allo stesso tempo la sua peculiarità e il suo limite, è proprio questo incessante gioco linguistico, per cui la vicenda è ridotta a pretesto. Non c’è capoverso che non contenga accensioni sintattiche o semantiche, poggianti ora su citazioni letterarie ora sulle formule più usuali dei giochi di parole.

Abbiamo parlato di limite perché, contando Il lama dell’Alabama duecentottanta pagine, il continuo ricorso al calembour rischia di sfiancare il lettore. In più, quasi inevitabilmente, se a volte il guizzo ha un esito felice (“un vecchietto secco che va pazzol per i puzzle”, p. 51), in altri momenti ci si affida a soluzioni un po’ troppo facili (“tornando in volo d’aquila in via L’Aquila”, p. 241).

Tuttavia c’è un secondo elemento che, attraversando solo apparentemente in filigrana la storia, le conferisce vividezza e originalità. Si tratta della formula che apre il Proemio, e che ritorna con una certa frequenza: “Mentre Sabrina spira”.

Queste tre parole portano con sé almeno due significati. Anzitutto, è come se annullassero ogni sviluppo temporale, schiacciando gli accadimenti in un presente infinito. Ciò giustificherebbe la mancanza di progettualità da parte dei personaggi, l’accidentalità degli incontri, la bizzarria dei comportamenti e l’imprevedibilità delle evoluzioni dei rapporti: in effetti un mondo manchevole della dimensione cronologica non può che essere governato dal caso.

La frase-tormentone poi, assieme all’unico movente della narrazione (la richiesta di ritrovamento di un oggetto smarrito), introduce in un’avventura apparentemente divertita e grottesca il tema della perdita. Ecco allora che la successione di strambi avvenimenti si colora di tinte malinconiche, e i numerosi appelli ai lettori e alle lettrici disseminati nel testo risuonano come richieste di ascolto, di aiuto. Così, ad esempio, inizia Il lama dell’Alabama: “Mentre Sabrina spira, lettore lettrice, vorrei raccontarti una storia, trovare una forza creatrice; vorrei saperti poterti, potrei volerti cantare, contarne cento di storie” (p. 7).

Forse il nostro girovagare per il mondo è ridicolo, sembra dirci Cavallaro, ma il suo carattere comico sottintende (o maschera) una certa solitudine, una certa disperazione.

 

(Claudio Bagnasco)