Il romanzo d’esordio di Claudia D’Angelo, Le forze (Moscabianca edizioni, 2024), è la storia di una possessione. La protagonista, Andrea Di Martino, rientra nella sua casa dopo un periodo di cure che la costringono, incapace di parlare, a coprirsi il volto con misteriose fasciature. Nel palazzo tutti la conoscono ma solo la vicina Lucia sente il bisogno di avvicinarla e offrirle aiuto per il suo rientro in comunità (“«Diciamo le cose come stanno, Pietro. Non è stato un incidente», disse Lucia tutto d’un fiato. «E noi ne siamo responsabili»”, p. 29).
Nonostante i rifiuti iniziali, Lucia riesce a insinuarsi in casa di Andrea e comunicare con lei attraverso un singolare linguaggio (“Quando Lucia le faceva visita parlava di continuo. Andrea muoveva e batteva gli oggetti per rispondere”, p. 80; “Anche gli incontri successivi (…) furono una serie di sinfonie di piatti, stoviglie, ante e cassetti”, p. 75) e alla scrittura a quattro mani di un quaderno che risulterà centrale, nelle pagine finali, per decodificare l’intera vicenda.
L’arrivo della ragazza turba la vita del condominio. La tensione passa attraverso fenomeni sismici (“La terra aveva cominciato a brontolare, e così i cittadini avevano ripreso il loro viavai per le scale. (…) La ragazza non seguiva gli altri inquilini del palazzo, non rispondeva alla chiamata alla fuga”, p. 80), la scomparsa di animali domestici e gli accenni alla vita passata di Andrea, delineata con informazioni incomplete, spesso affidate alla voce dei più piccoli, come Marco, figlio di una vicina (“Ma adesso com’è la sua faccia? È tipo un mostro?”, p. 18).
Alla vicenda principale si alternano tre racconti lunghi, all’apparenza slegati, in cui l’elemento perturbante è più marcato. Storie di santone popolari e boschi stregati in Tre ave, tre gloria, ancora possessioni generate da una statuetta raffigurante una arpia in Ci sono degli abissi, e una vicenda di amore e violenza in Il mare brucia le maschere. A rendere originale la struttura si aggiunge la presenza di collage tratti dal diario di Andrea e di alcune pagine stampate a rovescio al termine del volume.
Al di là di tali peculiarità strutturali, i meccanismi della finzione fantastica, in D’Angelo, si affidano a elementi classici della narrativa del genere (si vedano la presenza di boschi e pozzi, l’uso di formule magiche, gli oggetti demoniaci e i luoghi stregati da entità non umane, che siano le scosse sismiche, gli incendi, l’inquinamento o le alghe infestanti: “L’alga aveva cominciato a diffondersi come un fungo. Dai balconi di mezzo paese pendevano le sue foglie tentacolari; ondeggiavano come se fossero sott’acqua spinte da una forza invisibile” in Tre ave, tre gloria, p. 54). Tutte storie fondate sul meccanismo della possessione, della presenza all’interno dei personaggi e dei luoghi di forze che ne manipolano l’identità. Senza sensazionalismi e colpi di scena, tuttavia, la scrittura resta ancorata a un linguaggio piano e attenta al contesto sociale, con tutte le sue relazioni, soprattutto, fra cui spicca quella fra Lucia e Andrea, delineata con grande sensibilità. È questa il filone centrale del libro (“A furia di stare accanto ad Andrea e al suo parassita, Lucia cominciò a parlare la loro lingua”, p. 89) e, nel finale, proietterà una luce sul meccanismo di contaminazione fra le due e fra le forze che si muovono nel loro mondo.
Proprio nelle ultime pagine, l’opera si configura come un percorso di formazione misterico che passa attraverso il trauma della perdita della propria identità, ben rappresentato dal nome della protagonista, al tempo stesso maschile e femminile (“Andrea non risponde, e Silvia pensa a tutti gli Andrea e a tutte le Andrea che ha conosciuto negli anni”, p. 155) e l’insistenza sul tema del volto – celato dai bendaggi o dalle maschere (“Una maschera bianca su un corpo nero con dei buchi inespressivi al posto degli occhi e della bocca” p. 142), disvelato, violato e accudito in maniera ossessiva. È forse in questa immagine il fulcro del romanzo, il rapporto fra maschera del reale e pelle viva del mondo, modellata da forze intangibili che siamo chiamati ad accogliere per poterci riconoscere.
(Agostino Bimbo)



