Romanzo di crinale, scritto da Silvano Scaruffi e pubblicato da Neo nel febbraio del 2024, dà voce agli stravaganti e malinconici abitanti di un paese dell’Appennino tosco-emiliano. Ed ecco già svelati i due ambiti d’indagine dell’autore: quello sulla lingua e quello sulla bizzarra prospettiva esistenziale dei protagonisti dell’opera. I quali sono accomunati da una strenua separatezza dal mondo: nelle centoquaranta pagine del volume non c’è, a memoria di chi sta scrivendo queste righe, alcun accenno ad accadimenti di pubblico dominio, come se in Romanzo di crinale l’universo terminasse ai confini del paese.
Questo angusto orizzonte sociale comporta almeno due conseguenze: ciascun personaggio rivendica fieramente ogni proprio vizio e mania, al punto che l’eccentricità si fa norma; inoltre, la fedeltà a se stessi si concretizza nella pervicacia con cui si difendono le proprie posizioni e si perseguono i propri obiettivi.
Abbiamo ad esempio Bunga, che quotidianamente raggiunge il bar in corriera portando sottobraccio un vaso contenente un verme che si chiama come
lui; O Romma e Brusca, giovani etilisti capaci di bere per due giorni e due notti consecutive, lasciandosi andare a strampalati e irresistibili dialoghi; o ancora Ginasio, “che dormiva in piedi, poggiato a un ciliegio storto cresciuto in Via Russia, in uno slargo tra due case” (p. 9), e nel sonno, secondo alcuni, “si insoniava le cose, il futuro” (ibid.).
Ma a rappresentare i due estremi del comico e del drammatico sono Taioli e il Bestio. Il primo è un timido signore che, suo malgrado, viene coinvolto in una quantità di discussioni, i partecipanti alle quali si rivolgono a lui domandandogli un parere. Che Taioli dà, svagatamente e di malavoglia, ma che risulta sempre decisivo.
Il Bestio è un essere animalesco che vive nel sottosuolo: “Dicono sia quell’operaio che alla guida di undici cinesi, fosse stato travolto dall’onda di piena della diga in quota. Dicono fosse proprio Bestio. Quel Bestio che trascinato a valle tra detriti e fango fosse sopravvissuto al letale turbinio. Dicono che avesse risalito il fiume, più morto che vivo, dicono la piena lo avesse scaraventato fino ai Boderiòni, dove il fiume Ozola incontra la Rossendola. Ma lui fosse tornato, scavalcando i muri dei canali di derivazione, strisciando lungo le condotte forzate ormai asciutte. Fino al pantano che era divenuto il lago davanti l’ex centrale, fino a scomparire tra i cunicoli chilometrici scavati ovunque” (p. 80).
Ad aumentare l’isolamento e la precarietà di questa comunità è la SIO, azienda che sta espropriando terreni per costruire un non meglio definito Parko.
Il secondo, notevole elemento del romanzo, la lingua, restituisce la chiusura dei personaggi nella propria condotta ossessiva e irrelata. Si tratta di una mistura di italiano e dialetto, resa con una curiosa mimesi del parlato, per mezzo di diverse soluzioni semantiche. Una è rappresentata dall’utilizzo di vocaboli probabilmente inventati (una prima ricerca in rete non ha fornito alcun risultato) ma che suonano all’orecchio come dialettali, dalla forte suggestione fonica, quasi onomatopeica: come quando Freva della Valla telefona allarmato alla SIO, per avvertire di misteriosi tremori alla propria abitazione, di cui nel finale sarà svelata la causa: ma lui li chiama “tremarlate” (p. 17). Altrove sono storpiate parole o locuzioni della lingua italiana: e così ansante diventa “lansante” (ibid.), e mal caduco si trasforma in “mal caduto” (p. 66).
Entrambi gli espedienti linguistici, dicevamo, confermano la marginalità dei personaggi rispetto al mondo, che recepiscono in modo impreciso e arbitrario. Scaruffi avrebbe forse dovuto insistere di più su questa lingua ibrida, conferendole maggiore coerenza e organicità. Ci sono invece passaggi in cui, specie quando è il narratore a prendere la parola, l’italiano si ricompone, col rischio di concedersi un lirismo fin eccessivo: “Il telefono strillava esasperato nella stanza vuota, orfana di vita, priva di un essere senziente che desse sollievo a quel macchinario trillante scostando la cornetta. […] Gli squilli si susseguivano in ondate di suono compresso accanto all’apparecchio e via via decompresse tanto che il trillo si allargava nella stanza. I mobili, le stoviglie, le mura stesse della casa, tutti inabili a quietare quel lamento” (p. 125).
Tuttavia, nei momenti più felici dell’opera, a pulsare è un’umanità stanca e dolente, troppo concentrata sulle proprie urgenze per accogliere le richieste altrui. E così si litiga, ci si fraintende, l’uno dà del balzano all’altro. La sola sintonia possibile sembra quella tra Romma e Brusca, a cui l’alcol assicura un’identica, siderale distanza dalla realtà:
“«Romma».
«Oh».
«Dormi?»
«No».
«E allora cosa fai?»
«Guardo la televisione».
«È spenta».
«Si arrangerà»” (p. 85).
(Claudio Bagnasco)