Nell’Ungheria dei primi anni Dieci, Gáspár è un insegnante di latino cinquantaquattrenne provato da un crollo nervoso. Alla ricerca di un rinnovato equilibrio, trascorre alcune settimane di vacanza in un centro termale ai piedi dei monti Tátra, luogo delle sue prime ferie, quasi tre decenni addietro, quando era stato appena nominato assistente. Lì aveva iniziato a scrivere il diario da poco ritrovato e che ora ha deciso di proseguire, e proprio da quelle pagine veniamo a conoscenza di quanto gli accade. A cominciare da quei giorni di riposo segnati dall’incontro col misterioso Ágoston Timár, al quale il protagonista confiderà la sua “tremenda inquietudine […] L’unico con il quale sento di aver condiviso qualcosa. Pur avendolo conosciuto solo di sfuggita. E mi ritrovo a pensare a lui molto spesso” (p. 98).
Alla ripresa della scuola Gáspár, che fino ad allora aveva insegnato solo a classi maschili dei primi anni, dovrà confrontarsi con un gruppo misto di diplomandi, e il duplice cambiamento contribuirà al riacutizzarsi del malessere che credeva ormai superato.
Il diario rivela un uomo rigoroso sul lavoro e nell’intimità, solitario e riservato fino all’eccesso, tanto da provare disagio se qualcuno gli si rivolge usando il semplice nome di battesimo. E poco alla volta il lettore viene introdotto nella mente di un individuo restio a rapportarsi col prossimo, ingenuo e del tutto inesperto delle dinamiche sociali ed emotive, incapace di riconoscere i propri sentimenti e di comprendere quelli degli altri.
“Sono triste. Perché? Per cosa? Non saprei dirlo. È così tranquilla, così pacifica, questa mia tristezza. Vi è persino un che di piacevole. Pervade ogni cosa che faccio. Dormo tristemente. Mangio tristemente. È ridicolo, ma è così. Che dovrei fare? Sono triste se sto in mezzo alla gente. Sono triste quando torno a casa. Non «disperato», né «apatico», né «stanco di vivere». Triste. Che cos’è?” (pp.100 — 101).
Le giornate del Tricheco, così lo hanno soprannominato gli alunni a causa della sua barba, si susseguono sempre uguali, nell’attesa o nel presagio di un evento che pare non arrivare mai: “Si dice che muoia solo chi si rassegna a morire. Io a volte mi aspetto che accada qualcosa. Non mi sono ancora rassegnato” (p. 130). Gáspár sente di possedere tutto ciò di cui ha bisogno, in lui non albergano desideri o ambizioni; persino il denaro, soddisfatte le necessità elementari, cessa di avere valore. E allora, da dove viene il vuoto che lo tiene sveglio la notte e lo tormenta di giorno?
“Eppure, la verità è proprio che, per quanto imponenti siano queste vette, io non mi sento affatto minuscolo. Almeno non adesso. Non sono pervaso dall’umiltà compiaciuta di chi si sente infinitamente piccolo. Non mi compiaccio di niente. È una cosa invereconda, ma devo scriverla: mi sento grande come le montagne. Come l’intero panorama che ho di fronte agli occhi. E mi stupisce che quel che vedo non riesca ad appagarmi; sembra che dentro di me ci sia un abisso altrettanto immenso e profondo” (p. 44).
E sebbene l’uomo, arroccato nelle sue idiosincrasie, fugga la compagnia per rifugiarsi nella solitudine, solo nell’osservare le vite altrui comincerà a intravvedere le reali dimensioni di quell’abisso. Come accadrà con Szilassy, il giovane insegnante di storia che oserà sfidare il preside a costo di perdere la cattedra; o col coetaneo Mészáros, il collega tanto spregiudicato da tradire la moglie con la madre di un proprio allievo. Ma sarà soprattutto il sospetto dell’amore nato sui banchi della sua classe tra la timida Cserey e lo studioso Madár, ad alimentarne l’insana assunzione di consapevolezza. Perché non c’è rimpianto più doloroso di quello prodotto da ciò che non si è stati capaci di desiderare. (altro…)



