L’infortunio biografico occasiona una prima riflessione di psicologia mondana: nell’alta società, tra i rituali degli appuntamenti fissi e dei ricevimenti, morire è piuttosto sconveniente. Già l’epilogo di La parte di Guermantes – correlato, per una vicenda specifica, all’apertura di questo quarto volume – rimarcava l’assoluto rifiuto dei lutti: il duca Basin, pur di non mancare a un attesissimo ballo in maschera, schivava i lacchè che intendevano aggiornarlo sull’agonia di suo cugino Amanien d’Osmond.
Tuttavia, ora è raggiunto dall’infausta notizia:
“«Basin, abbiamo tenuto ad avvertirvi, temevamo che vi faceste vedere a quella festa: il povero Amanien è morto un’ora fa.» Il duca visse un istante di panico. Vedeva il famoso ballo in maschera sbriciolarglisi davanti, ora che quelle dannate montanare l’avevano informato della morte del signor d’Osmond. Ma si riprese ben presto, e lanciò alle due cugine questa battuta […]: «Morto?! Ma via, non esageriamo, non esageriamo!».” (p. 153)

Il libro è disseminato di episodi comici, ma lo sfondo è occupato da un’umanità vanesia e ingorda che si logora i nervi tra matinées, pranzi esclusivi e visite di cortesia. Nella squisitezza formale delle relazioni, nel continuo stare in posa degli invitati non c’è traccia di sincerità. Tutti inaridiscono e – nel segreto della vita interiore – ne soffrono. Alla sofferenza, il cuore degli uomini non basta: “non avevo la forza di reggere un dolore così grande, la mia attenzione veniva meno nel momento in cui esso si riformava intero, e le sue arcate precipitavano prima d’essersi ricongiunte, così come crollano le onde prima d’aver compiuto la propria volta” (p. 221)
Quando Swann si dichiara malato e incurabile, la duchessa Oriane, in ritardo per il pranzo da Madame de Saint-Euverte, rimanda l’argomento a una colazione futuribile e con sbrigatività si congeda (salvo tornare indietro, pochi minuti dopo, per cambiarsi le scarpe che a detta di suo marito non si intonano al vestito).
È una lezione di superficialità che il narratore sembra voler applicare. Pianifica la seconda villeggiatura a Balbec all’inseguimento di nuovi piaceri fantasmatici: l’amico Saint-Loup gli aveva segnalato una cameriera di Madame Putbus, baronessa che sarebbe presto stata ospite dei Verdurin alla Raspelière (il castello di proprietà dei marchesi Cambremer). Il Grand-Hôtel di Balbec si trova lì nei pressi, simbolicamente al centro di un’avventurosa geografia della costa normanna, tra litorali sabbiosi, strapiombi e virtualità erotiche.
Si prospettano mesi di evasione e libertinaggio.
Invece, proprio nella lussuosa camera d’albergo, il ricordo della nonna morta sconvolge i programmi e fa subito slittare un convegno amoroso con Albertine. È la familiarità degli ambienti – il contesto emotivo, la cornice – a riattivare la memoria involontaria: il narratore si china per sfilare uno stivaletto ed è come investito dal senso di accudimento della nonna, che solo un anno prima, lì al Grand-Hôtel, lo aveva aiutato a svestirsi. Non si tratta, però, di una nostalgia astratta:
“Avevo visto nella mia memoria, chino sulla mia stanchezza, il volto tenero, preoccupato e deluso della nonna, così come era stato quella prima sera, appena arrivati; il volto della nonna: non di quella che m’ero stupito e rimproverato di rimpiangere così poco, e che di lei non aveva che il nome; ma della nonna vera, di cui […] ritrovavo, in un ricordo involontario e completo, la viva realtà” (p. 190)
La “viva realtà” della nonna è tutta nel nipote che ritorna a un sé stesso anteriore: l’epifania scaturisce dalla molteplicità dell’io già descritta da Proust – ad esempio in All’ombra delle fanciulle in fiore – per spiegare la discontinuità dei sentimenti.
Qui, invece, è una vera e propria teorizzazione sui meccanismi della coscienza:
“Ai disturbi della memoria, infatti, sono legate le intermittenze del cuore. È sicuramente l’esistenza del nostro corpo, simile per noi a un vaso in cui fosse racchiusa la nostra spiritualità, a farci supporre che tutti i nostri beni interiori, le nostre gioie passate, tutti i nostri dolori, siano perennemente in nostro possesso. Forse è altrettanto inesatto credere che se ne vadano o ritornino. In ogni caso, se rimangono dentro di noi, rimangono per la maggior parte del tempo in una regione sconosciuta dove non ci sono di alcun giovamento e dove anche i più usuali vengono ricacciati indietro da ricordi di diversa natura, che escludono ogni simultaneità con essi all’interno della coscienza. Ma non appena si ricostruisce la cornice di sensazioni in cui sono conservati, essi acquistano a loro volta il medesimo potere d’espellere tutto quanto sia incompatibile con loro, installando in noi, solitario, l’io che li ha vissuti.” (p. 191)
Les intermittences du coeur avrebbe potuto essere il titolo dell’opera. Con Sodoma e Gomorra ha invece prevalso il tema dell’omosessualità – il rovescio clandestino del desiderio, onnipresente e destinato a farsi scoprire: perenne minaccia per la reputazione.
Il narratore aveva assistito, a Montjouvain, ai giochi saffici di Mademoiselle Vinteuil, che insieme all’amante sputava sulla fotografia del padre morto. Una casualità analoga, con il medesimo voyeuristico turbamento, rivela il vizio del barone di Charlus, grottescamente sedotto dal farsettaio Jupien. L’amplesso – brutale e rumoroso – si consuma in un retrobottega, e l’impacciato colloquio che ne segue fa da prologo alle celebri pagine sugli invertiti di Sodoma.
“Certo, ogni uomo simile a Charlus è una creatura straordinaria, giacché […] cerca essenzialmente l’amore di un uomo dell’altra razza, vale a dire di un uomo che ama le donne (e che, di conseguenza, non potrà amarlo); contrariamente a quel che credevo quando, in cortile, avevo visto Jupien girare attorno al signor di Charlus, simile a un’orchidea che cerca di attirare un calabrone, questi esseri eccezionali dei quali si ha compassione sono una folla […], e loro stessi si dolgono d’essere troppi più che d’essere troppo pochi”. (pp. 39-40)
Quando Charlus si infatua di Morel (giovanotto di bassa estrazione, ma talentuoso violinista annoverato tra i fedeli di Madame Verdurin), compie il suo primo passo verso la rovina. Fino a quel momento era stato superbo, pazzoide, inavvicinabile, una figura di spicco che dominava il Faubourg Saint-Germain. Adesso, innamorato, subisce un clamoroso depotenziamento, secondo lo schema archetipico degli amori passionali esaminato in Dalla parte di Swann e tutto incentrato sul divario economico e sociale (Odette era una cocotte, Morel è il figlio di un cameriere).
Pur di frequentare l’amato violinista, Charlus si abbassa ai pranzi borghesi dei Verdurin, che hanno preso in affitto la Raspelière e, talvolta, accolgono nel loro salotto l’aristocrazia retrocessa (nobili ripudiati per scandali morali o tracolli finanziari). Morel ne approfitta, il suo arrivismo è sotto gli occhi di tutti i fedeli, così come il disgusto per il barone “pederasta” (p. 513).
“Questa irritazione giunse anzi, in seguito, come conseguenza della debolezza che spingeva Charlus a perdonare a Morel i suoi atteggiamenti sconvenienti, sino al punto che il violinista non cercava più di nasconderla, o addirittura la esibiva” (pp. 524-25)
Chi ama è in svantaggio e il barone tenta estrosi recuperi. Con il suo modo di ridere più intimo “che gli veniva, probabilmente, da qualche nonna bavarese o lorenese” (p. 395) tradisce ogni volta di più l’appartenenza a Sodoma. Quando Madame Verdurin gli domanda se gradisce dell’aranciata, Charlus declina “con un sorriso grazioso, in un tono cristallino che aveva di rado e con mille smorfie della bocca e altrettanti ancheggiamenti” (p. 422)
Morel, intanto, sfugge appena può con menzogne e scuse plateali. Ha bellezza, gioventù e sex appeal. È ineluttabile che il barone precipiti nella gelosia – come Swann con Odette; come Saint-Loup con Rachel e come il narratore, si vedrà, con Albertine. Tutti questi personaggi – l’umanità intera? – sono accomunati da una speranza di felicità che ripete all’infinito lo stesso errore.
“Era mio destino inseguire dei fantasmi, esseri la cui realtà, per buona parte, stava nella mia immaginazione” (p. 472)
È quindi, anche Albertine, un fantasma? Il suo legame con Gomorra era stato insinuato da Cottard, famoso medico della combriccola dei fedeli. Proust costruisce intorno al vizio della fanciulla una maledizione scientifica, la collega a Mademoiselle Vinteuil e, infatti, quando il Narratore apprende della loro amicizia capisce di essere finito.
La diretta (masochistica) conseguenza è nella frase che conclude il romanzo: “Bisogna assolutamente che io sposi Albertine” (p. 602).
(Giulio Neri)



