A riscattarlo è quindi il libro della Recherche imperniato sui temi della giovinezza e del desiderio nascente: oltre seicento pagine, dall’inverno parigino al mare di Balbec, in cui riappaiono diversi comprimari di Dalla parte di Swann che solo adesso svelano il loro ruolo effettivo nella storia.
L’opera è ripartita in due corpose sezioni: Intorno a Madame Swann racconta dell’infatuazione dell’io narrante per Gilberte, volubile figlia dell’ex cocotte, tra giochi ai Champs-Élysées e merende esclusive; Nomi di paese: il paese riporta invece il soggiorno estivo in un Grand Hotel della costa normanna, che frutta anzitutto la conoscenza di Albertine (altro personaggio centrale della Recherche).
I travagli d’adolescente sono affrontati in una quotidianità ritirata, nevrastenica e debilitata dall’asma; ma la morbosa aspettativa di protezione non impedisce all’io narrante di emanciparsi, a poco a poco, dalla madre e dalla nonna (i suoi riferimenti più certi). A teatro, assiste alla tragedia Phèdre di Racine, maturando – in rapporto all’interpretazione della famosa attrice Berma – una propria autonomia critica; stringe amicizia con lo scrittore Bergotte, di cui già si era letto in Dalla parte di Swann, e con Elstir, pittore che era stato a lungo alla corte dei Verdurin (forse il più meschino dei salotti descritti da Proust).
Ogni anelito, ogni languore dell’io narrante sviluppa immaginazioni fluttuanti e costruisce mondi che presto o tardi si dissolvono nell’inappagamento. Tutta la semina emotiva di Combray (aspirazioni letterarie, amore per Gilberte) produce raccolti deludenti. Ma è una constatazione a cui si giunge valutando il prototipo masochistico di Un amore di Swann (primo volume) con i tre elementi che intervengono sulle “intermittenze” (p. 199): nell’animo umano, sensibilità intelligenza e volontà battagliano tra loro; talvolta si alleano o si avvicendano, scandendo l’ineffabile imprevedibilità degli affetti e dei tormenti.
“Avevo la sorpresa di scorgere, in fondo a me stesso, un giorno un sentimento, il giorno dopo un altro, perlopiù ispirati da una certa speranza o da un certo timore concernenti Gilberte.” (p. 242)
L’amore non corrisposto ripiega in una strategia di allontanamento e silenzio opposta alla perseveranza dei tè in Casa Swann, quando l’obiettivo dell’io narrante era di accendere i sentimenti nell’amata e di conquistarne i genitori. L’insieme di proiezioni che generava (o addirittura inventava) l’interiorità di Gilberte opera anche dopo la rottura, per riempire il vuoto con un rammarico che la fanciulla non prova.
Infatti, l’origine stessa dell’innamoramento e, ancor prima, quella del desiderio, è sempre correlata alla proiezione, a un ignoto in cui imbastire nuovi legàmi erotici. Il criterio somiglia alla geometria arbitraria di una costellazione, là dove, in strada, ogni passante (a Combray, a Parigi, a Balbec) brilla con seducente significazione nel firmamento del caso.
“Questa fugacità degli esseri che ci sono ignoti e ci costringono a evadere dalla vita abituale in cui le donne che frequentiamo finiscono col rivelare le proprie tare, sollecita in noi una sorta di rincorsa nella quale più nessuno ostacolo frena l’immaginazione.” (p. 449)
Si configura, nel desiderio, una fatale intercambiabilità degli oggetti. Esemplare in tal senso l’irruzione di Albertine, a Balbec, con la piccola banda di fanciulle che movimenta la scena della località balneare. L’io narrante non individua subito la preferita. Intimidito, lontano dalla routine dei salotti parigini, girovaga e resta frastornato da una femminilità collettiva che il suo sguardo non riesce a scomporre e differenziare.
“Simili agli organismi primitivi nei quali l’individuo è di per sé quasi inesistente, e consiste più nell’intero polipaio che in ciascuno dei polipi di cui questo è composto, se ne stavano strette l’una all’altra. A volte, qualcuna faceva cadere la vicina, e un riso irrefrenabile, che sembrava la loro manifestazione di vita personale, le scuoteva tutte insieme, cancellando, confondendo quei volti indecisi e contratti nella gelatina di un unico tremante grappolo di scintille.” (pp. 481-82)
L’incapacità di mettere a fuoco, discernere e separare deriva da una sessualità che va componendosi, lenta e un po’ angosciata, fra gli stimoli veloci della realtà circostante. Era già accaduto per il colore degli occhi di Gilberte (neri, ma all’io narrante erano parsi azzurri). Ora è la piccola banda ad amalgamarsi in una simultaneità di volumi e cromie. I mutamenti di luce e il punto di osservazione possono stravolgere il quadro – e nei dettagli catturati dalla rètina, Proust sembra trasporre in letteratura i princìpi impressionisti.
I nomi della petite band affiorano e si intrecciano: Andrée, Gisèle, Rosamunde, e – appunto – Albertine. Sopraffatto, l’io narrante scopre in sé una molteplicità analoga a quella delle fanciulle.
“A rigore, dovrei dare un nome diverso a ciascuno dei miei io che, in seguito, pensarono ad Albertine; un nome diverso dovrei anche darlo, a maggior ragione, a ciascuna delle Albertine che mi apparivano dinanzi”. (p. 628)
Il desiderio ha una valenza esplorativa che finisce sempre per confliggere con il buio inconoscibile dell’amata. Essere felici nel profondo di una reciprocità amorosa risulta impossibile: “il tempo di cui l’altro cuore avrà bisogno per cambiare, servirà al nostro per cambiare a sua volta, e così, quando l’obbiettivo che ci siamo prefissi sarà a portata di mano, avrà smesso d’essere per noi un obbiettivo. […] La felicità ci arride quando ormai ci lascia indifferenti.” (p. 244)
Questo determinismo inquieto, in un romanzo che esubera di vitalità e appetiti, sembra nascondersi all’ombra dalle fanciulle in fiore. La stagione della gioia si palesa al suo epilogo, quando Balbec si svuota e anche i pochi villeggianti superstiti si accingono a ripartire. Tutto il senso dell’umanità dilaga in questo congedo che si stempera ogni giorno di più, circondato dall’Oceano; e il vivere stesso brucia in una luce che si depotenzia smarrendo la bellezza da illuminare. Perciò, ecco, la funzione del ricordo – scrittura che cerca il tempo perduto – somiglia all’atto supremo di chi non può rinunciare alla vita, nonostante tutto.
“E mentre Francoise toglieva gli spilli dalle imposte, staccava le stoffe, tirava le tende, il giorno d’estate che veniva scoprendo sembrava qualcosa di non meno morto, non meno remoto d’una mummia millenaria e sontuosa che la nostra vecchia domestica stesse liberando con cautela da tutte le sue fasce prima di farla apparire alla luce, imbalsamata nella sua veste d’oro.” (p. 636)
Giulio Neri
