Il puma

 
 
 
 

Finora, l’unico puma della letteratura di cui avevamo memoria era quello di Alonso e i visionari, scritto da Anna Maria Ortese nel 1996.

Quasi cinquant’anni prima, nel 1947, Jean Stafford aveva scritto Il puma, che solo adesso (giugno 2023) Adelphi propone ai lettori italiani nella mirabile traduzione di Monica Pareschi.

Anche questo romanzo, al pari di ogni opera di Anna Maria Ortese, somiglia a un lungo sogno, in cui la realtà appare come una continua sorpresa e minaccia, e gli accadimenti sono sempre illeggibili per difetto o eccesso di verità.

Qui, poi, la vastità della natura – le luci e gli spazi del Colorado – sottrae alla vicenda confini certi, come è appunto nella geografia onirica.

Protagonisti de Il puma sono due fratelli, Ralph e Molly, che nelle battute iniziali del romanzo hanno rispettivamente dieci e otto anni, e sono cagionevoli di salute per le conseguenze di una scarlattina.

I due si dividono tra il periodo dedicato alla scuola, trascorso con la madre vedova e le due sorelle maggiori a Covina, nella contea di Los Angeles, e i mesi estivi, passati nel ranch dello zio Claude, in Colorado.

Ralph e Molly sono, anzitutto, uniti da un sentimento di ostilità nei confronti degli adulti, cui somministrano una serie di piccole – ma dalla loro prospettiva terribili – crudeltà: “cincischiarono più del solito, per nulla sicuri che a casa avrebbero trovato qualcosa di interessante da fare, ma sicurissimi, d’altra parte, che la madre, oltre ad agitarsi e a non star zitta un momento come faceva ogni volta che aspettava visite, vedendoli sarebbe montata su tutte le furie” (p. 12).

C’è poi il rapporto che lega i due fratelli. Simbiotico quando si tratta di opporsi all’universo dei grandi, complesso e irrisolto nelle dinamiche tra i due. Molly adora Ralph e – spesso respinta come petulante, destino comune a molti fratelli minori – sviluppa verso di lui una sorta di odio difensivo.

Per Ralph, viceversa, Molly è una struggente e faticosa necessità: “Guardò con avversione quello scheletro della sorella, che si era accovacciata a raccogliere i gigli tutt’intorno a lei, e quando Molly sollevò lo sguardo e i grandi occhi umidi gli lambirono il viso con quel loro amore struggente, gli venne voglia di piangere per la disperazione, perché quello di Molly era davvero l’unico amore che aveva, e per lui non era altro che un peso e un patimento”, p. 115.

La medesima sproporzione relazionale rende Ralph e Molly inabili alla vita. Per questo la realtà, dalla loro prospettiva, è sempre abnorme: “Erano talmente maldestri che non erano in grado di sedersi su una sedia senza sembrare in bilico sull’orlo di un burrone e, se venivano interpellati all’improvviso da un adulto che non conoscevano, restavano senza voce nel bel mezzo della risposta, gli si riempivano gli occhi di lacrime e gli si appannavano gli occhiali” (pp. 34-5).

Infine c’è la natura, l’inconoscibile, che nelle montagne del Colorado ha i tratti di una femmina di puma, a cui lo zio Claude dà la caccia da tempo. E che, improvvisamente, suscita il medesimo desiderio in Ralph. Come se, uccidendola, il ragazzo potesse annullare ogni distanza non solo tra sé e l’adultità, ma anche tra sé e il mondo: “decise che sarebbe stato lui, e non lo zio, a sparare al puma” (p. 166, corsivo nel testo).

E se risulta indispensabile per Ralph, automaticamente la caccia al puma diventa tale anche per Molly: “Anche lei non si sarebbe sentita tranquilla finché quell’animale meraviglioso non fosse morto” (pp. 204-5).

Al di là delle diverse (ma non necessarie) letture simboliche che la presenza del puma suscita nell’intelligenza del lettore, nella grandiosa scena finale il progressivo avvicinamento all’animale sfocerà in un drammatico trionfo della realtà sul sogno, e il traumatico risveglio dei due fratelli annullerà ogni loro velleità infantile. Come questa, che riguarda Ralph: “Aveva solo la sensazione irrazionale che, se avesse saputo come fare, avrebbe spaccato il mondo, persino a dispetto di Molly” (p. 195).

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

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